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L’Istituto di sanità non vuol comunicare quanti vaccinati hanno preso il Covid

L’Istituto di sanità non vuol comunicare quanti vaccinati hanno preso il Covid
Silvio Brusaferro (Stefano Carofei/Pool/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images)
L'Istituto superiore della sanità non rende noti dati utili alla popolazione. Alla richiesta della Verità di avere il numero degli italiani risultati positivi dopo almeno una dose di vaccino, l'Iss risponde che «non fornisce elaborazioni ad hoc per i giornalisti». La nostra non era una domanda inopportuna, una pretesa campata in aria sfruttando il lavoro dei tecnici al servizio del presidente Silvio Brusaferro. Volevamo semplicemente spiegare ai lettori che forse il vaccino sta davvero funzionando, riducendo il numero dei contagiati, e per farlo era necessario decifrare un'oscura tabella pubblicata dall'Istituto nell'aggiornamento del 16 giugno scorso sull'andamento nazionale dell'epidemia Covid.

Poche righe, davvero degne di nota in mezzo a migliaia di informazioni per fare il punto della situazione nel Paese, riferivano che nella «figura 23» veniva riportato il numero di casi di infezione sintomatica da Sars Cov-2 per data inizio sintomi e per stato vaccinale. Quindi tutti i casi notificati con una diagnosi confermata di Covid dopo aver ricevuto una sola dose, e tutti i positivi a ciclo vaccinale completato. Numeri interessantissimi, se solo fossero stati messi nero su bianco, per sapere come funziona il vaccino e quanto possa continuare a proteggere. Invece guardi gli istogrammi della «figura 23» e non capisci nulla. Nessun denominatore che possa consentire di ricavare qualche percentuale.

Quello dell'Iss «mi sembra un bel controesempio per mostrare come non si usano dati e grafici», commenta Susi Tondini, matematica ed esperta di statistica. Prosegue: «Per stabilire la percentuale di positivi si dovrebbe partire da campioni simili, quindi idealmente un campione A di non vaccinati, un campione B di persone che hanno ricevuto la prima dose del vaccino, un campione C che ha ricevuto la seconda dose e tutti e tre i campioni devono avere composizione simile in termini di età e almeno geografia, per avere un minimo di comparabilità anche dal punto di vista di possibili abitudini/stili di vita, esposizione al rischio di essere infettati. I tre campioni andrebbero quindi seguiti nel tempo a partire da un momento iniziale».

L'esperta affonda ulteriormente, demolendo l'utilità dell'elaborazione dell'Istituto di sanità così come viene pubblicata: «Va poi considerato che se monitoriamo una persona che ha ricevuto la prima dose a gennaio, e a gennaio è nel campione B, e proseguiamo fino a maggio, nel corso del tempo a questa persona sarà stata somministrata la seconda dose e quindi dovrebbe “migrare" dal campione B al campione C. Pertanto il periodo di osservazione deve essere ristretto per evitare le migrazioni».

Anche a detta dell'esperto, dunque, quella tabella è mal fatta. Per questo chiedevamo lumi all'istituto guidato da Brusaferro. «Tutti i dati disponibili sono pubblici sul sito», ci hanno risposto. Non è vero affatto, numeri e percentuali di positivi vaccinati non compaiono. Forse nemmeno l'Istituto sa quanti sono risultati infetti dopo una o due dosi di vaccino? Peccato, perché l'operazione fatta la scorsa settimana dalla Verità, elaborando i dati dell'Alto Adige, aveva permesso di valutare come sia stato molto basso il numero dei positivi tra i vaccinati. Al 16 giugno, infatti, in Alto Adige 1.559 persone avevano contratto il Covid-19 dopo essere state vaccinate, una percentuale dello 0,6% rispetto ai 265.000 che a quella data avevano ricevuto la prima dose. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia autonoma i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus, nonostante la vaccinazione fatta, rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%.

Il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Pochi giorni fa Francesco Broccolo, virologo dell'università Milano Bicocca, spiegava a Repubblica che «i dati dei vari Paesi indicano che il 10% di vaccinati si reinfetta dopo una dose e il 5% dopo il ciclo completo. La delta arriva quasi al 10% anche con due dosi». Quindi sarebbe utile avere i dati per ogni Regione e a livello nazionale. Sappiamo che in Italia, al 30 giugno risultavano vaccinate con una prima dose 34 milioni di persone su una popolazione complessiva di 59,2 milioni, quindi il 57%. Sappiamo, ma perché l'abbiamo calcolato noi sulle tabelle pubblicate giornalmente da inizio anno, che dal primo gennaio al 30 giugno 2021 i positivi al Covid sono stati poco più di 2,1 milioni di italiani, vale a dire il 3,9% dell'intera popolazione. Ma non possiamo conoscere la percentuale dei soggetti ai quali è stata riscontrata l'infezione da Covid dopo il vaccino, perché l'Iss non svela i numeri e forse nemmeno li conosce.

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I combustibili fossili e l’uranio, pur fornendo i 3/4 del fabbisogno mondiale di energia elettrica, sono le fonti più osteggiate al mondo: come sputare nel piatto dove si mangia.

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Nel nuovo studio degli scienziati che si occupano di simulazioni sono stati eliminati gli scenari catastrofici. Difficile, però, che le Nazioni Unite rivedano i diktat green: l’allarmismo arricchisce le Ong e dà visibilità.

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