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2019-02-10
L’intesa coop-sindacati che frega i lavoratori
Ansa
L'articolo della Verità sui contratti capestro applicati ai lavoratori delle coop sociali, alle quali è appaltata in Emilia Romagna la raccolta rifiuti per conto della holding Hera, ha sconquassato i sonni tranquilli di chi, sulla pelle (e sulle tasche) dei dipendenti, faceva business e risparmiava sostanziosi versamenti previdenziali e fiscali. Immediata è però arrivata la contromossa, elaborata in gran segreto nella sede di una delle società condannate dal giudice del lavoro per aver sottopagato i propri operai.
Il nostro giornale è in grado di anticipare i contenuti di una dichiarazione congiunta che dovrebbe essere firmata nei prossimi giorni, oltre che dalla coop 134 Cooperativa sociale, dai rappresentanti di Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e i sindacati Fp Cgil, Fisascat Cisl Romagna e Uil Fpl. Che cosa dice il documento? È in pratica un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori che, è opportuno ricordare, versano le quote associative ai sindacati proprio per essere tutelati a livello contrattuale.
In pratica, datori di lavoro e sindacati, di fronte al rischio di trovarsi travolti da una valanga di ricorsi alla magistratura, s'impegnano a legare le mani ai dipendenti. La lettura del testo non offre diverse interpretazioni. «Le parti (quelle poco prima citate, ndr) si impegnano a mettere in campo tutte le azioni possibili atte a dissuadere i lavoratori addetti dal presentare ricorsi innanzi al Tribunale di Rimini per chiedere il riconoscimento dell'applicazione del Ccnl dell'igiene ambientale fino all'accertamento definitivo del contenzioso». I contratti delle coop sociali, infatti, sono più bassi di circa 500 euro al mese e non prevedono la quattordicesima rispetto a quelli nazionali di categoria. Se le coop, che godono di importanti agevolazioni fiscali, fossero obbligate da una sentenza ad adeguare gli stipendi a tutti i lavoratori (solo in Emilia Romagna ci sono 1.000 potenziali interessati) si «metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa di tutte le cooperative», si legge ancora nella bozza di dichiarazione congiunta, «in quanto non si consentirebbe il mantenimento di economie tali da giustificare offerte tecniche ed economiche a prezzi e condizioni competitive». Insomma, pur di vincere un appalto si può spremere i lavoratori, secondo i sindacati.
Una tesi, peraltro, fatta a pezzi proprio dal giudice del lavoro di Bologna, che aveva già risolto a favore di un dipendente un caso analogo, con un ragionamento assai critico sulle modalità di conduzione delle aziende sociali. «Che le società cooperative possano e debbano partecipare ad ogni gara come previsto anche dal codice degli appalti è fuori discussione», si legge nella sentenza, «quello che non è possibile consentire è che in nome di benefici, accordati per tutt'altre finalità, possano offrire servizi a prezzi non concorrenziali pagando i propri lavoratori meno degli altri». Il giudice ha anche analizzato e demolito l'ipotesi difensiva di Hera, in quella circostanza condannata in solido per omesso controllo sulla corretta esecuzione contrattuale, scrivendo: «L'altro argomento offerto in sede di discussione da Hera sui prezzi offerti ai propri clienti-utenti, consentiti in termini contenuti solo per il costo del lavoro concorrenziale (in sostanza, pagando di più i lavoratori, i costi dei propri servizi risulterebbero maggiorati a scapito degli utenti che pagherebbero tariffe maggiori)... si osserva che ci sono molti metodi per ridurre i propri costi, e non si comprende perché solo il sistema che introduce nella sostanza dumping contrattuale possa essere ritenuto praticabile».
Nella bozza di dichiarazione congiunta che La Verità ha potuto leggere c'è riportato pure che i «sindacati sono a conoscenza da sempre dell'applicazione del ccnl cooperative sociali» ai dipendenti che dovrebbero invece essere contrattualizzati sulla base di quello Utilitalia. E questo nonostante l'obbligo di rifarsi al contratto nazionale di categoria fosse previsto sia nel protocollo d'intesa sugli appalti del gruppo Hera sia nel protocollo regionale tra i sindacati più rappresentativi e l'Atersir, l'agenzia territoriale dell'Emilia Romagna per i servizi idrici e di igiene ambientale. La conclusione della dichiarazione d'intenti è drammatica per i lavoratori: se le coop fossero costrette a pagare di più i dipendenti, i conti correnti si assottiglierebbero e, senza soldi, dovrebbero essere messe in liquidazione. Con tanto di licenziamenti dietro l'angolo per dipendenti normodotati e portatori di handicap.
«Tutto ciò è di inaudita gravità», commenta il capogruppo consiliare della lista La Pigna di Ravenna, Veronica Verlicchi che da mesi segue la vertenza in solitaria. «A seguito dell'articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Verità e successivamente alla riunione tra la lista civica La Pigna e i lavoratori delle coop sociali ravennati e romagnoli dell'igiene ambientale, alla quale ha partecipato in incognito un rappresentante di una coop sociale, nelle cooperative è scattata l'azione di pressione e di intimidazione sui lavoratori che hanno espresso la volontà di rivolgersi al giudice del lavoro per vedere riconosciuti i propri diritti e le proprie spettanze. Solo a Ravenna sono circa 20 i lavoratori che hanno espresso la volontà di far causa alla propria cooperativa».
Cgil, Cisl e Uil attaccano i gialloblù perché hanno demolito la Fornero
«Questi non sanno neanche dov'è la sinistra, li mandi a guidare in Inghilterra e fanno subito un frontale». La battuta feroce, su Twitter, sta sotto una foto che potrebbe essere stata scattata negli anni Ottanta: palloncini rossi sullo sfondo, teste lambite da bandieroni postmarxisti e in primo piano loro tre, i compagni d'Italia: Massimo D'Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani. Come grida Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma: «Il cambiamento siamo noi».
Benvenuti al corteo dei sindacati riuniti dove il cambiamento è D'Alema (70 anni) che torna come un Visitor ad allungare la sua ombra sulle spoglie renziane, produce vini algidi come lui in provincia di Terni (il nome del feudo sembra quello della moglie di un ambasciatore francese, la Madeleine) e lancia un anatema che gli somiglia: «Il governo? Solo nazionalismo straccione». Benvenuti dove il cambiamento è Cofferati (71 anni) sceso da una cornice in sede alla Cgil dopo un decennio di nulla, anonimo parlamentare europeo, noto agli happy few dell'Ulivo prodiano per aver usurpato il buon nome di Tex Willer. O addirittura dove il cambiamento è Epifani (69 anni), che dopo una vita da grigio custode dell'articolo 18 ha scandalizzato la sinistra operaia quando ha allegramente votato il Jobs Act che ha picconato lo Statuto dei lavoratori.
Nuovi come un trumeau trovato in cantina durante un trasloco, brillanti come un romanzo di Sandro Veronesi, gli allegri rivoluzionari annoiati a forza di guardare i cantieri sono il simbolo del corteo del Paese che insorge contro il governo dei quarantenni. E lo osteggia, lo boccia, lo deride con la bava verde alla bocca saltando a piè pari la fase d'una legittima e perfino doverosa critica costruttiva. Il melting pot politico è bizzarro: accanto ai duri e puri della Cgil in marcia c'è la Confindustria dell'Emilia Romagna (anche questa si chiama concertazione); accanto alla sempre più pasionaria arcobaleno Laura Boldrini ecco il Carlo Calenda in cachemire, gran visir di Siamo Europei, ammucchiata anti sovranista mascherata da convention permanente dei Competenti.
Le frasi simbolo del pomeriggio romano dei 150.000 in gita dentro il loro passato sono tre: «Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza apre una trattativa con noi. Se non dovesse succedere andrà a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil). «Il governo esca dalla realtà virtuale, dopo tanti anni di una crisi tremenda avevamo iniziato a riandare la testa e ad avere una speranza nel futuro. Oggi si parla di recessione tecnica, cala la produzione industriale. Solo lo spread sale abbattendo salari e pensioni» (Annamaria Furlan, Cisl). «Il governo del cambiamento non può cambiare il Paese in peggio» (Carmelo Barbagallo, Uil).
L'ego ipertrofico di Landini necessitava di una rentrée da cantante lirica, di un bagno di folla per archiviare la stagione della bibliotecaria Susanna Camusso. Ed ecco che anche Cisl e Uil con Furlan e Barbagallo lo affiancano per un happening dal titolo «Futuro al lavoro» con lo scopo di chiedere all'esecutivo un confronto su crescita, sviluppo, pensioni e fisco. È la prova generale della primavera degli scioperi per dare una spallata alla maggioranza prima delle elezioni europee. Ed è la prima manifestazione unitaria dal 2013, dato che viene sottolineato con trionfale senso dell'alleanza, mentre noi ci domandiamo dove fosse la triplice mentre Matteo Renzi inneggiava al globalismo mercatista, intaccava le garanzie dello stato sociale, faceva sue le storture della legge di Elsa Fornero.
È davanti a questa evidente contraddizione che si fermano a replicare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rappresentati nel corteo con cartonati vestiti da scolaretti. Il vicepremier della Lega adombra la possibilità che dietro la ritrovata unità sindacale ci sia una manovra politica per puntellare un sempre più traballante Pd: «È curioso che la Cgil, rimasta muta sull'infame legge Fornero, nella prima settimana in cui viene smontata vada in piazza». Parlando, anch'egli da Vicenza, a margine dell'incontro organizzato dai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza ridotti sul lastrico, il ministro del Lavoro nonché vicepremier in quota Movimento 5 stelle aggiunge: «Ho a che fare con i sindacati tutti i giorni sulle più grandi vertenze del paese. Certo, è un po' singolare vedere che si scende in piazza contro quota 100 e non si è scesi in piazza quando è stata fatta la legge Fornero».
La manifestazione non si pone problemi di coerenza, semplicemente avanza al ritmo di Bella Ciao. Tutto secondo copione antico, tranne uno slogan che rimane impresso: «Meno Stato sui social, più Stato sociale»; probabilmente Boldrini, Calenda, Zingaretti, Martina e Fratoianni (la nuova sinistra, mentre ormai D'Alema e i suoi compari arrancano più indietro) intendono quello rottamato da Renzi. È un invito retorico, perfino da dissociazione psicologica perché i suddetti scandalizzati dalla Nutella di Salvini e dalla piattaforma Rousseau hanno la residenza prima casa sui social, dentro la bolla mediatica che vorrebbero bucare. Da lì in presa diretta (e proprio mentre scandiscono la frase) pubblicano selfie, servizi fotografici da San Giovanni, tweet di autopromozione, filmati con pretese registiche da Oliver Stone. Soprattutto postano scorci di tramonto rosso. Che sia il loro?
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Dopo le sentenze che hanno punito i contratti capestro applicati, le holding rosse romagnole preparano un patto con le parti sociali per «dissuadere i dipendenti dal fare ricorso al Tribunale». E così rivendicare l'applicazione dei livelli retributivi previsti dalla legge.Tra minacce («andrete a sbattere»), e fantasmi dal passato come Guglielmo Epifani, al corteo partecipa pure Confindustria. Matteo Salvini e Luigi Di Maio: «Curioso protestare adesso piuttosto che ai tempi di Monti».Lo speciale contiene due articoli.L'articolo della Verità sui contratti capestro applicati ai lavoratori delle coop sociali, alle quali è appaltata in Emilia Romagna la raccolta rifiuti per conto della holding Hera, ha sconquassato i sonni tranquilli di chi, sulla pelle (e sulle tasche) dei dipendenti, faceva business e risparmiava sostanziosi versamenti previdenziali e fiscali. Immediata è però arrivata la contromossa, elaborata in gran segreto nella sede di una delle società condannate dal giudice del lavoro per aver sottopagato i propri operai.Il nostro giornale è in grado di anticipare i contenuti di una dichiarazione congiunta che dovrebbe essere firmata nei prossimi giorni, oltre che dalla coop 134 Cooperativa sociale, dai rappresentanti di Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e i sindacati Fp Cgil, Fisascat Cisl Romagna e Uil Fpl. Che cosa dice il documento? È in pratica un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori che, è opportuno ricordare, versano le quote associative ai sindacati proprio per essere tutelati a livello contrattuale. In pratica, datori di lavoro e sindacati, di fronte al rischio di trovarsi travolti da una valanga di ricorsi alla magistratura, s'impegnano a legare le mani ai dipendenti. La lettura del testo non offre diverse interpretazioni. «Le parti (quelle poco prima citate, ndr) si impegnano a mettere in campo tutte le azioni possibili atte a dissuadere i lavoratori addetti dal presentare ricorsi innanzi al Tribunale di Rimini per chiedere il riconoscimento dell'applicazione del Ccnl dell'igiene ambientale fino all'accertamento definitivo del contenzioso». I contratti delle coop sociali, infatti, sono più bassi di circa 500 euro al mese e non prevedono la quattordicesima rispetto a quelli nazionali di categoria. Se le coop, che godono di importanti agevolazioni fiscali, fossero obbligate da una sentenza ad adeguare gli stipendi a tutti i lavoratori (solo in Emilia Romagna ci sono 1.000 potenziali interessati) si «metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa di tutte le cooperative», si legge ancora nella bozza di dichiarazione congiunta, «in quanto non si consentirebbe il mantenimento di economie tali da giustificare offerte tecniche ed economiche a prezzi e condizioni competitive». Insomma, pur di vincere un appalto si può spremere i lavoratori, secondo i sindacati. Una tesi, peraltro, fatta a pezzi proprio dal giudice del lavoro di Bologna, che aveva già risolto a favore di un dipendente un caso analogo, con un ragionamento assai critico sulle modalità di conduzione delle aziende sociali. «Che le società cooperative possano e debbano partecipare ad ogni gara come previsto anche dal codice degli appalti è fuori discussione», si legge nella sentenza, «quello che non è possibile consentire è che in nome di benefici, accordati per tutt'altre finalità, possano offrire servizi a prezzi non concorrenziali pagando i propri lavoratori meno degli altri». Il giudice ha anche analizzato e demolito l'ipotesi difensiva di Hera, in quella circostanza condannata in solido per omesso controllo sulla corretta esecuzione contrattuale, scrivendo: «L'altro argomento offerto in sede di discussione da Hera sui prezzi offerti ai propri clienti-utenti, consentiti in termini contenuti solo per il costo del lavoro concorrenziale (in sostanza, pagando di più i lavoratori, i costi dei propri servizi risulterebbero maggiorati a scapito degli utenti che pagherebbero tariffe maggiori)... si osserva che ci sono molti metodi per ridurre i propri costi, e non si comprende perché solo il sistema che introduce nella sostanza dumping contrattuale possa essere ritenuto praticabile». Nella bozza di dichiarazione congiunta che La Verità ha potuto leggere c'è riportato pure che i «sindacati sono a conoscenza da sempre dell'applicazione del ccnl cooperative sociali» ai dipendenti che dovrebbero invece essere contrattualizzati sulla base di quello Utilitalia. E questo nonostante l'obbligo di rifarsi al contratto nazionale di categoria fosse previsto sia nel protocollo d'intesa sugli appalti del gruppo Hera sia nel protocollo regionale tra i sindacati più rappresentativi e l'Atersir, l'agenzia territoriale dell'Emilia Romagna per i servizi idrici e di igiene ambientale. La conclusione della dichiarazione d'intenti è drammatica per i lavoratori: se le coop fossero costrette a pagare di più i dipendenti, i conti correnti si assottiglierebbero e, senza soldi, dovrebbero essere messe in liquidazione. Con tanto di licenziamenti dietro l'angolo per dipendenti normodotati e portatori di handicap.«Tutto ciò è di inaudita gravità», commenta il capogruppo consiliare della lista La Pigna di Ravenna, Veronica Verlicchi che da mesi segue la vertenza in solitaria. «A seguito dell'articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Verità e successivamente alla riunione tra la lista civica La Pigna e i lavoratori delle coop sociali ravennati e romagnoli dell'igiene ambientale, alla quale ha partecipato in incognito un rappresentante di una coop sociale, nelle cooperative è scattata l'azione di pressione e di intimidazione sui lavoratori che hanno espresso la volontà di rivolgersi al giudice del lavoro per vedere riconosciuti i propri diritti e le proprie spettanze. Solo a Ravenna sono circa 20 i lavoratori che hanno espresso la volontà di far causa alla propria cooperativa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lintesa-coop-sindacati-che-frega-i-lavoratori-2628490434.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cgil-cisl-e-uil-attaccano-i-gialloblu-perche-hanno-demolito-la-fornero" data-post-id="2628490434" data-published-at="1773690745" data-use-pagination="False"> Cgil, Cisl e Uil attaccano i gialloblù perché hanno demolito la Fornero «Questi non sanno neanche dov'è la sinistra, li mandi a guidare in Inghilterra e fanno subito un frontale». La battuta feroce, su Twitter, sta sotto una foto che potrebbe essere stata scattata negli anni Ottanta: palloncini rossi sullo sfondo, teste lambite da bandieroni postmarxisti e in primo piano loro tre, i compagni d'Italia: Massimo D'Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani. Come grida Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma: «Il cambiamento siamo noi». Benvenuti al corteo dei sindacati riuniti dove il cambiamento è D'Alema (70 anni) che torna come un Visitor ad allungare la sua ombra sulle spoglie renziane, produce vini algidi come lui in provincia di Terni (il nome del feudo sembra quello della moglie di un ambasciatore francese, la Madeleine) e lancia un anatema che gli somiglia: «Il governo? Solo nazionalismo straccione». Benvenuti dove il cambiamento è Cofferati (71 anni) sceso da una cornice in sede alla Cgil dopo un decennio di nulla, anonimo parlamentare europeo, noto agli happy few dell'Ulivo prodiano per aver usurpato il buon nome di Tex Willer. O addirittura dove il cambiamento è Epifani (69 anni), che dopo una vita da grigio custode dell'articolo 18 ha scandalizzato la sinistra operaia quando ha allegramente votato il Jobs Act che ha picconato lo Statuto dei lavoratori. Nuovi come un trumeau trovato in cantina durante un trasloco, brillanti come un romanzo di Sandro Veronesi, gli allegri rivoluzionari annoiati a forza di guardare i cantieri sono il simbolo del corteo del Paese che insorge contro il governo dei quarantenni. E lo osteggia, lo boccia, lo deride con la bava verde alla bocca saltando a piè pari la fase d'una legittima e perfino doverosa critica costruttiva. Il melting pot politico è bizzarro: accanto ai duri e puri della Cgil in marcia c'è la Confindustria dell'Emilia Romagna (anche questa si chiama concertazione); accanto alla sempre più pasionaria arcobaleno Laura Boldrini ecco il Carlo Calenda in cachemire, gran visir di Siamo Europei, ammucchiata anti sovranista mascherata da convention permanente dei Competenti. Le frasi simbolo del pomeriggio romano dei 150.000 in gita dentro il loro passato sono tre: «Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza apre una trattativa con noi. Se non dovesse succedere andrà a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil). «Il governo esca dalla realtà virtuale, dopo tanti anni di una crisi tremenda avevamo iniziato a riandare la testa e ad avere una speranza nel futuro. Oggi si parla di recessione tecnica, cala la produzione industriale. Solo lo spread sale abbattendo salari e pensioni» (Annamaria Furlan, Cisl). «Il governo del cambiamento non può cambiare il Paese in peggio» (Carmelo Barbagallo, Uil). L'ego ipertrofico di Landini necessitava di una rentrée da cantante lirica, di un bagno di folla per archiviare la stagione della bibliotecaria Susanna Camusso. Ed ecco che anche Cisl e Uil con Furlan e Barbagallo lo affiancano per un happening dal titolo «Futuro al lavoro» con lo scopo di chiedere all'esecutivo un confronto su crescita, sviluppo, pensioni e fisco. È la prova generale della primavera degli scioperi per dare una spallata alla maggioranza prima delle elezioni europee. Ed è la prima manifestazione unitaria dal 2013, dato che viene sottolineato con trionfale senso dell'alleanza, mentre noi ci domandiamo dove fosse la triplice mentre Matteo Renzi inneggiava al globalismo mercatista, intaccava le garanzie dello stato sociale, faceva sue le storture della legge di Elsa Fornero. È davanti a questa evidente contraddizione che si fermano a replicare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rappresentati nel corteo con cartonati vestiti da scolaretti. Il vicepremier della Lega adombra la possibilità che dietro la ritrovata unità sindacale ci sia una manovra politica per puntellare un sempre più traballante Pd: «È curioso che la Cgil, rimasta muta sull'infame legge Fornero, nella prima settimana in cui viene smontata vada in piazza». Parlando, anch'egli da Vicenza, a margine dell'incontro organizzato dai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza ridotti sul lastrico, il ministro del Lavoro nonché vicepremier in quota Movimento 5 stelle aggiunge: «Ho a che fare con i sindacati tutti i giorni sulle più grandi vertenze del paese. Certo, è un po' singolare vedere che si scende in piazza contro quota 100 e non si è scesi in piazza quando è stata fatta la legge Fornero». La manifestazione non si pone problemi di coerenza, semplicemente avanza al ritmo di Bella Ciao. Tutto secondo copione antico, tranne uno slogan che rimane impresso: «Meno Stato sui social, più Stato sociale»; probabilmente Boldrini, Calenda, Zingaretti, Martina e Fratoianni (la nuova sinistra, mentre ormai D'Alema e i suoi compari arrancano più indietro) intendono quello rottamato da Renzi. È un invito retorico, perfino da dissociazione psicologica perché i suddetti scandalizzati dalla Nutella di Salvini e dalla piattaforma Rousseau hanno la residenza prima casa sui social, dentro la bolla mediatica che vorrebbero bucare. Da lì in presa diretta (e proprio mentre scandiscono la frase) pubblicano selfie, servizi fotografici da San Giovanni, tweet di autopromozione, filmati con pretese registiche da Oliver Stone. Soprattutto postano scorci di tramonto rosso. Che sia il loro?
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Nella sede della Lega Serie A dirigenti del calcio e istituzioni si sono confrontati sulla sostenibilità economico-finanziaria delle società. Presenti il vice ministro dell'Economia Maurizio Leo, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate. Al centro trasparenza dei bilanci e nuovi strumenti di controllo.
I conti del calcio italiano tornano sotto la lente di istituzioni e club. Nella sede della Lega Serie A, a Milano, dirigenti delle società e rappresentanti dello Stato si sono ritrovati per una giornata di confronto dedicata alla sostenibilità economico-finanziaria del sistema. Un tema sempre più centrale per il futuro dei club, chiamati a coniugare competitività sportiva e solidità dei bilanci.
All’incontro ha partecipato anche il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è stato quello di rafforzare il dialogo tra il mondo del calcio e alcune delle principali istituzioni coinvolte nei controlli economici: Agenzia delle Entrate, Inps e la Commissione indipendente incaricata di verificare l’equilibrio finanziario delle società.
Ad aprire i lavori è stato Massimiliano Atelli, presidente della nuova Commissione incaricata di monitorare i conti dei club e verificarne la solidità economica. Il confronto è poi entrato nel merito dei rapporti tra le società e gli enti pubblici. Gabriele Fava, presidente dell’Inps e membro della Commissione indipendente, ha affrontato il tema dei contributi previdenziali e delle relazioni tra i club e l’istituto, soffermandosi sulle possibili forme di collaborazione. A seguire è intervenuto Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e membro della Commissione, che ha presentato il modello della cosiddetta «cooperative compliance», il sistema di adempimento collaborativo pensato per favorire un rapporto più diretto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Nelle conclusioni, il vice ministro Maurizio Leo ha sottolineato proprio l’importanza di questo approccio basato sulla collaborazione e sulla trasparenza, indicando possibili sviluppi futuri per sostenere il sistema calcio. Per il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, il confronto rappresenta «un passaggio molto importante per il futuro del calcio». Simonelli ha ricordato come la Lega abbia già attivato, all’interno della propria Commissione fiscale, un tavolo dedicato al sistema di controllo del rischio fiscale, con l’obiettivo di definire una valutazione specifica per il settore.
Il dialogo con le istituzioni – dalla Commissione indipendente all’Inps, dall’Agenzia delle Entrate al ministero dell’Economia – secondo il numero uno della Lega conferma la volontà di rafforzare i principi di sostenibilità e trasparenza nella gestione delle società sportive. Un percorso che punta a costruire un modello più solido per il calcio italiano nei prossimi anni.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 marzo 2026. La nostra Francesca Ronchin ci rivela i dettagli dell'egemonia della sinistra nelle associazioni degli italiani all'estero.
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Uno studio del King’s College di Londra mette alla prova i principali modelli di intelligenza artificiale in simulazioni di crisi geopolitiche. Nel 95% dei casi l’escalation termina con l’uso di armi nucleari tattiche: per gli algoritmi la vittoria strategica conta più di qualsiasi tabù morale.
L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.