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2019-02-10
L’intesa coop-sindacati che frega i lavoratori
Ansa
L'articolo della Verità sui contratti capestro applicati ai lavoratori delle coop sociali, alle quali è appaltata in Emilia Romagna la raccolta rifiuti per conto della holding Hera, ha sconquassato i sonni tranquilli di chi, sulla pelle (e sulle tasche) dei dipendenti, faceva business e risparmiava sostanziosi versamenti previdenziali e fiscali. Immediata è però arrivata la contromossa, elaborata in gran segreto nella sede di una delle società condannate dal giudice del lavoro per aver sottopagato i propri operai.
Il nostro giornale è in grado di anticipare i contenuti di una dichiarazione congiunta che dovrebbe essere firmata nei prossimi giorni, oltre che dalla coop 134 Cooperativa sociale, dai rappresentanti di Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e i sindacati Fp Cgil, Fisascat Cisl Romagna e Uil Fpl. Che cosa dice il documento? È in pratica un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori che, è opportuno ricordare, versano le quote associative ai sindacati proprio per essere tutelati a livello contrattuale.
In pratica, datori di lavoro e sindacati, di fronte al rischio di trovarsi travolti da una valanga di ricorsi alla magistratura, s'impegnano a legare le mani ai dipendenti. La lettura del testo non offre diverse interpretazioni. «Le parti (quelle poco prima citate, ndr) si impegnano a mettere in campo tutte le azioni possibili atte a dissuadere i lavoratori addetti dal presentare ricorsi innanzi al Tribunale di Rimini per chiedere il riconoscimento dell'applicazione del Ccnl dell'igiene ambientale fino all'accertamento definitivo del contenzioso». I contratti delle coop sociali, infatti, sono più bassi di circa 500 euro al mese e non prevedono la quattordicesima rispetto a quelli nazionali di categoria. Se le coop, che godono di importanti agevolazioni fiscali, fossero obbligate da una sentenza ad adeguare gli stipendi a tutti i lavoratori (solo in Emilia Romagna ci sono 1.000 potenziali interessati) si «metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa di tutte le cooperative», si legge ancora nella bozza di dichiarazione congiunta, «in quanto non si consentirebbe il mantenimento di economie tali da giustificare offerte tecniche ed economiche a prezzi e condizioni competitive». Insomma, pur di vincere un appalto si può spremere i lavoratori, secondo i sindacati.
Una tesi, peraltro, fatta a pezzi proprio dal giudice del lavoro di Bologna, che aveva già risolto a favore di un dipendente un caso analogo, con un ragionamento assai critico sulle modalità di conduzione delle aziende sociali. «Che le società cooperative possano e debbano partecipare ad ogni gara come previsto anche dal codice degli appalti è fuori discussione», si legge nella sentenza, «quello che non è possibile consentire è che in nome di benefici, accordati per tutt'altre finalità, possano offrire servizi a prezzi non concorrenziali pagando i propri lavoratori meno degli altri». Il giudice ha anche analizzato e demolito l'ipotesi difensiva di Hera, in quella circostanza condannata in solido per omesso controllo sulla corretta esecuzione contrattuale, scrivendo: «L'altro argomento offerto in sede di discussione da Hera sui prezzi offerti ai propri clienti-utenti, consentiti in termini contenuti solo per il costo del lavoro concorrenziale (in sostanza, pagando di più i lavoratori, i costi dei propri servizi risulterebbero maggiorati a scapito degli utenti che pagherebbero tariffe maggiori)... si osserva che ci sono molti metodi per ridurre i propri costi, e non si comprende perché solo il sistema che introduce nella sostanza dumping contrattuale possa essere ritenuto praticabile».
Nella bozza di dichiarazione congiunta che La Verità ha potuto leggere c'è riportato pure che i «sindacati sono a conoscenza da sempre dell'applicazione del ccnl cooperative sociali» ai dipendenti che dovrebbero invece essere contrattualizzati sulla base di quello Utilitalia. E questo nonostante l'obbligo di rifarsi al contratto nazionale di categoria fosse previsto sia nel protocollo d'intesa sugli appalti del gruppo Hera sia nel protocollo regionale tra i sindacati più rappresentativi e l'Atersir, l'agenzia territoriale dell'Emilia Romagna per i servizi idrici e di igiene ambientale. La conclusione della dichiarazione d'intenti è drammatica per i lavoratori: se le coop fossero costrette a pagare di più i dipendenti, i conti correnti si assottiglierebbero e, senza soldi, dovrebbero essere messe in liquidazione. Con tanto di licenziamenti dietro l'angolo per dipendenti normodotati e portatori di handicap.
«Tutto ciò è di inaudita gravità», commenta il capogruppo consiliare della lista La Pigna di Ravenna, Veronica Verlicchi che da mesi segue la vertenza in solitaria. «A seguito dell'articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Verità e successivamente alla riunione tra la lista civica La Pigna e i lavoratori delle coop sociali ravennati e romagnoli dell'igiene ambientale, alla quale ha partecipato in incognito un rappresentante di una coop sociale, nelle cooperative è scattata l'azione di pressione e di intimidazione sui lavoratori che hanno espresso la volontà di rivolgersi al giudice del lavoro per vedere riconosciuti i propri diritti e le proprie spettanze. Solo a Ravenna sono circa 20 i lavoratori che hanno espresso la volontà di far causa alla propria cooperativa».
Cgil, Cisl e Uil attaccano i gialloblù perché hanno demolito la Fornero
«Questi non sanno neanche dov'è la sinistra, li mandi a guidare in Inghilterra e fanno subito un frontale». La battuta feroce, su Twitter, sta sotto una foto che potrebbe essere stata scattata negli anni Ottanta: palloncini rossi sullo sfondo, teste lambite da bandieroni postmarxisti e in primo piano loro tre, i compagni d'Italia: Massimo D'Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani. Come grida Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma: «Il cambiamento siamo noi».
Benvenuti al corteo dei sindacati riuniti dove il cambiamento è D'Alema (70 anni) che torna come un Visitor ad allungare la sua ombra sulle spoglie renziane, produce vini algidi come lui in provincia di Terni (il nome del feudo sembra quello della moglie di un ambasciatore francese, la Madeleine) e lancia un anatema che gli somiglia: «Il governo? Solo nazionalismo straccione». Benvenuti dove il cambiamento è Cofferati (71 anni) sceso da una cornice in sede alla Cgil dopo un decennio di nulla, anonimo parlamentare europeo, noto agli happy few dell'Ulivo prodiano per aver usurpato il buon nome di Tex Willer. O addirittura dove il cambiamento è Epifani (69 anni), che dopo una vita da grigio custode dell'articolo 18 ha scandalizzato la sinistra operaia quando ha allegramente votato il Jobs Act che ha picconato lo Statuto dei lavoratori.
Nuovi come un trumeau trovato in cantina durante un trasloco, brillanti come un romanzo di Sandro Veronesi, gli allegri rivoluzionari annoiati a forza di guardare i cantieri sono il simbolo del corteo del Paese che insorge contro il governo dei quarantenni. E lo osteggia, lo boccia, lo deride con la bava verde alla bocca saltando a piè pari la fase d'una legittima e perfino doverosa critica costruttiva. Il melting pot politico è bizzarro: accanto ai duri e puri della Cgil in marcia c'è la Confindustria dell'Emilia Romagna (anche questa si chiama concertazione); accanto alla sempre più pasionaria arcobaleno Laura Boldrini ecco il Carlo Calenda in cachemire, gran visir di Siamo Europei, ammucchiata anti sovranista mascherata da convention permanente dei Competenti.
Le frasi simbolo del pomeriggio romano dei 150.000 in gita dentro il loro passato sono tre: «Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza apre una trattativa con noi. Se non dovesse succedere andrà a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil). «Il governo esca dalla realtà virtuale, dopo tanti anni di una crisi tremenda avevamo iniziato a riandare la testa e ad avere una speranza nel futuro. Oggi si parla di recessione tecnica, cala la produzione industriale. Solo lo spread sale abbattendo salari e pensioni» (Annamaria Furlan, Cisl). «Il governo del cambiamento non può cambiare il Paese in peggio» (Carmelo Barbagallo, Uil).
L'ego ipertrofico di Landini necessitava di una rentrée da cantante lirica, di un bagno di folla per archiviare la stagione della bibliotecaria Susanna Camusso. Ed ecco che anche Cisl e Uil con Furlan e Barbagallo lo affiancano per un happening dal titolo «Futuro al lavoro» con lo scopo di chiedere all'esecutivo un confronto su crescita, sviluppo, pensioni e fisco. È la prova generale della primavera degli scioperi per dare una spallata alla maggioranza prima delle elezioni europee. Ed è la prima manifestazione unitaria dal 2013, dato che viene sottolineato con trionfale senso dell'alleanza, mentre noi ci domandiamo dove fosse la triplice mentre Matteo Renzi inneggiava al globalismo mercatista, intaccava le garanzie dello stato sociale, faceva sue le storture della legge di Elsa Fornero.
È davanti a questa evidente contraddizione che si fermano a replicare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rappresentati nel corteo con cartonati vestiti da scolaretti. Il vicepremier della Lega adombra la possibilità che dietro la ritrovata unità sindacale ci sia una manovra politica per puntellare un sempre più traballante Pd: «È curioso che la Cgil, rimasta muta sull'infame legge Fornero, nella prima settimana in cui viene smontata vada in piazza». Parlando, anch'egli da Vicenza, a margine dell'incontro organizzato dai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza ridotti sul lastrico, il ministro del Lavoro nonché vicepremier in quota Movimento 5 stelle aggiunge: «Ho a che fare con i sindacati tutti i giorni sulle più grandi vertenze del paese. Certo, è un po' singolare vedere che si scende in piazza contro quota 100 e non si è scesi in piazza quando è stata fatta la legge Fornero».
La manifestazione non si pone problemi di coerenza, semplicemente avanza al ritmo di Bella Ciao. Tutto secondo copione antico, tranne uno slogan che rimane impresso: «Meno Stato sui social, più Stato sociale»; probabilmente Boldrini, Calenda, Zingaretti, Martina e Fratoianni (la nuova sinistra, mentre ormai D'Alema e i suoi compari arrancano più indietro) intendono quello rottamato da Renzi. È un invito retorico, perfino da dissociazione psicologica perché i suddetti scandalizzati dalla Nutella di Salvini e dalla piattaforma Rousseau hanno la residenza prima casa sui social, dentro la bolla mediatica che vorrebbero bucare. Da lì in presa diretta (e proprio mentre scandiscono la frase) pubblicano selfie, servizi fotografici da San Giovanni, tweet di autopromozione, filmati con pretese registiche da Oliver Stone. Soprattutto postano scorci di tramonto rosso. Che sia il loro?
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Dopo le sentenze che hanno punito i contratti capestro applicati, le holding rosse romagnole preparano un patto con le parti sociali per «dissuadere i dipendenti dal fare ricorso al Tribunale». E così rivendicare l'applicazione dei livelli retributivi previsti dalla legge.Tra minacce («andrete a sbattere»), e fantasmi dal passato come Guglielmo Epifani, al corteo partecipa pure Confindustria. Matteo Salvini e Luigi Di Maio: «Curioso protestare adesso piuttosto che ai tempi di Monti».Lo speciale contiene due articoli.L'articolo della Verità sui contratti capestro applicati ai lavoratori delle coop sociali, alle quali è appaltata in Emilia Romagna la raccolta rifiuti per conto della holding Hera, ha sconquassato i sonni tranquilli di chi, sulla pelle (e sulle tasche) dei dipendenti, faceva business e risparmiava sostanziosi versamenti previdenziali e fiscali. Immediata è però arrivata la contromossa, elaborata in gran segreto nella sede di una delle società condannate dal giudice del lavoro per aver sottopagato i propri operai.Il nostro giornale è in grado di anticipare i contenuti di una dichiarazione congiunta che dovrebbe essere firmata nei prossimi giorni, oltre che dalla coop 134 Cooperativa sociale, dai rappresentanti di Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e i sindacati Fp Cgil, Fisascat Cisl Romagna e Uil Fpl. Che cosa dice il documento? È in pratica un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori che, è opportuno ricordare, versano le quote associative ai sindacati proprio per essere tutelati a livello contrattuale. In pratica, datori di lavoro e sindacati, di fronte al rischio di trovarsi travolti da una valanga di ricorsi alla magistratura, s'impegnano a legare le mani ai dipendenti. La lettura del testo non offre diverse interpretazioni. «Le parti (quelle poco prima citate, ndr) si impegnano a mettere in campo tutte le azioni possibili atte a dissuadere i lavoratori addetti dal presentare ricorsi innanzi al Tribunale di Rimini per chiedere il riconoscimento dell'applicazione del Ccnl dell'igiene ambientale fino all'accertamento definitivo del contenzioso». I contratti delle coop sociali, infatti, sono più bassi di circa 500 euro al mese e non prevedono la quattordicesima rispetto a quelli nazionali di categoria. Se le coop, che godono di importanti agevolazioni fiscali, fossero obbligate da una sentenza ad adeguare gli stipendi a tutti i lavoratori (solo in Emilia Romagna ci sono 1.000 potenziali interessati) si «metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa di tutte le cooperative», si legge ancora nella bozza di dichiarazione congiunta, «in quanto non si consentirebbe il mantenimento di economie tali da giustificare offerte tecniche ed economiche a prezzi e condizioni competitive». Insomma, pur di vincere un appalto si può spremere i lavoratori, secondo i sindacati. Una tesi, peraltro, fatta a pezzi proprio dal giudice del lavoro di Bologna, che aveva già risolto a favore di un dipendente un caso analogo, con un ragionamento assai critico sulle modalità di conduzione delle aziende sociali. «Che le società cooperative possano e debbano partecipare ad ogni gara come previsto anche dal codice degli appalti è fuori discussione», si legge nella sentenza, «quello che non è possibile consentire è che in nome di benefici, accordati per tutt'altre finalità, possano offrire servizi a prezzi non concorrenziali pagando i propri lavoratori meno degli altri». Il giudice ha anche analizzato e demolito l'ipotesi difensiva di Hera, in quella circostanza condannata in solido per omesso controllo sulla corretta esecuzione contrattuale, scrivendo: «L'altro argomento offerto in sede di discussione da Hera sui prezzi offerti ai propri clienti-utenti, consentiti in termini contenuti solo per il costo del lavoro concorrenziale (in sostanza, pagando di più i lavoratori, i costi dei propri servizi risulterebbero maggiorati a scapito degli utenti che pagherebbero tariffe maggiori)... si osserva che ci sono molti metodi per ridurre i propri costi, e non si comprende perché solo il sistema che introduce nella sostanza dumping contrattuale possa essere ritenuto praticabile». Nella bozza di dichiarazione congiunta che La Verità ha potuto leggere c'è riportato pure che i «sindacati sono a conoscenza da sempre dell'applicazione del ccnl cooperative sociali» ai dipendenti che dovrebbero invece essere contrattualizzati sulla base di quello Utilitalia. E questo nonostante l'obbligo di rifarsi al contratto nazionale di categoria fosse previsto sia nel protocollo d'intesa sugli appalti del gruppo Hera sia nel protocollo regionale tra i sindacati più rappresentativi e l'Atersir, l'agenzia territoriale dell'Emilia Romagna per i servizi idrici e di igiene ambientale. La conclusione della dichiarazione d'intenti è drammatica per i lavoratori: se le coop fossero costrette a pagare di più i dipendenti, i conti correnti si assottiglierebbero e, senza soldi, dovrebbero essere messe in liquidazione. Con tanto di licenziamenti dietro l'angolo per dipendenti normodotati e portatori di handicap.«Tutto ciò è di inaudita gravità», commenta il capogruppo consiliare della lista La Pigna di Ravenna, Veronica Verlicchi che da mesi segue la vertenza in solitaria. «A seguito dell'articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Verità e successivamente alla riunione tra la lista civica La Pigna e i lavoratori delle coop sociali ravennati e romagnoli dell'igiene ambientale, alla quale ha partecipato in incognito un rappresentante di una coop sociale, nelle cooperative è scattata l'azione di pressione e di intimidazione sui lavoratori che hanno espresso la volontà di rivolgersi al giudice del lavoro per vedere riconosciuti i propri diritti e le proprie spettanze. Solo a Ravenna sono circa 20 i lavoratori che hanno espresso la volontà di far causa alla propria cooperativa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lintesa-coop-sindacati-che-frega-i-lavoratori-2628490434.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cgil-cisl-e-uil-attaccano-i-gialloblu-perche-hanno-demolito-la-fornero" data-post-id="2628490434" data-published-at="1772251967" data-use-pagination="False"> Cgil, Cisl e Uil attaccano i gialloblù perché hanno demolito la Fornero «Questi non sanno neanche dov'è la sinistra, li mandi a guidare in Inghilterra e fanno subito un frontale». La battuta feroce, su Twitter, sta sotto una foto che potrebbe essere stata scattata negli anni Ottanta: palloncini rossi sullo sfondo, teste lambite da bandieroni postmarxisti e in primo piano loro tre, i compagni d'Italia: Massimo D'Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani. Come grida Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma: «Il cambiamento siamo noi». Benvenuti al corteo dei sindacati riuniti dove il cambiamento è D'Alema (70 anni) che torna come un Visitor ad allungare la sua ombra sulle spoglie renziane, produce vini algidi come lui in provincia di Terni (il nome del feudo sembra quello della moglie di un ambasciatore francese, la Madeleine) e lancia un anatema che gli somiglia: «Il governo? Solo nazionalismo straccione». Benvenuti dove il cambiamento è Cofferati (71 anni) sceso da una cornice in sede alla Cgil dopo un decennio di nulla, anonimo parlamentare europeo, noto agli happy few dell'Ulivo prodiano per aver usurpato il buon nome di Tex Willer. O addirittura dove il cambiamento è Epifani (69 anni), che dopo una vita da grigio custode dell'articolo 18 ha scandalizzato la sinistra operaia quando ha allegramente votato il Jobs Act che ha picconato lo Statuto dei lavoratori. Nuovi come un trumeau trovato in cantina durante un trasloco, brillanti come un romanzo di Sandro Veronesi, gli allegri rivoluzionari annoiati a forza di guardare i cantieri sono il simbolo del corteo del Paese che insorge contro il governo dei quarantenni. E lo osteggia, lo boccia, lo deride con la bava verde alla bocca saltando a piè pari la fase d'una legittima e perfino doverosa critica costruttiva. Il melting pot politico è bizzarro: accanto ai duri e puri della Cgil in marcia c'è la Confindustria dell'Emilia Romagna (anche questa si chiama concertazione); accanto alla sempre più pasionaria arcobaleno Laura Boldrini ecco il Carlo Calenda in cachemire, gran visir di Siamo Europei, ammucchiata anti sovranista mascherata da convention permanente dei Competenti. Le frasi simbolo del pomeriggio romano dei 150.000 in gita dentro il loro passato sono tre: «Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza apre una trattativa con noi. Se non dovesse succedere andrà a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil). «Il governo esca dalla realtà virtuale, dopo tanti anni di una crisi tremenda avevamo iniziato a riandare la testa e ad avere una speranza nel futuro. Oggi si parla di recessione tecnica, cala la produzione industriale. Solo lo spread sale abbattendo salari e pensioni» (Annamaria Furlan, Cisl). «Il governo del cambiamento non può cambiare il Paese in peggio» (Carmelo Barbagallo, Uil). L'ego ipertrofico di Landini necessitava di una rentrée da cantante lirica, di un bagno di folla per archiviare la stagione della bibliotecaria Susanna Camusso. Ed ecco che anche Cisl e Uil con Furlan e Barbagallo lo affiancano per un happening dal titolo «Futuro al lavoro» con lo scopo di chiedere all'esecutivo un confronto su crescita, sviluppo, pensioni e fisco. È la prova generale della primavera degli scioperi per dare una spallata alla maggioranza prima delle elezioni europee. Ed è la prima manifestazione unitaria dal 2013, dato che viene sottolineato con trionfale senso dell'alleanza, mentre noi ci domandiamo dove fosse la triplice mentre Matteo Renzi inneggiava al globalismo mercatista, intaccava le garanzie dello stato sociale, faceva sue le storture della legge di Elsa Fornero. È davanti a questa evidente contraddizione che si fermano a replicare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rappresentati nel corteo con cartonati vestiti da scolaretti. Il vicepremier della Lega adombra la possibilità che dietro la ritrovata unità sindacale ci sia una manovra politica per puntellare un sempre più traballante Pd: «È curioso che la Cgil, rimasta muta sull'infame legge Fornero, nella prima settimana in cui viene smontata vada in piazza». Parlando, anch'egli da Vicenza, a margine dell'incontro organizzato dai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza ridotti sul lastrico, il ministro del Lavoro nonché vicepremier in quota Movimento 5 stelle aggiunge: «Ho a che fare con i sindacati tutti i giorni sulle più grandi vertenze del paese. Certo, è un po' singolare vedere che si scende in piazza contro quota 100 e non si è scesi in piazza quando è stata fatta la legge Fornero». La manifestazione non si pone problemi di coerenza, semplicemente avanza al ritmo di Bella Ciao. Tutto secondo copione antico, tranne uno slogan che rimane impresso: «Meno Stato sui social, più Stato sociale»; probabilmente Boldrini, Calenda, Zingaretti, Martina e Fratoianni (la nuova sinistra, mentre ormai D'Alema e i suoi compari arrancano più indietro) intendono quello rottamato da Renzi. È un invito retorico, perfino da dissociazione psicologica perché i suddetti scandalizzati dalla Nutella di Salvini e dalla piattaforma Rousseau hanno la residenza prima casa sui social, dentro la bolla mediatica che vorrebbero bucare. Da lì in presa diretta (e proprio mentre scandiscono la frase) pubblicano selfie, servizi fotografici da San Giovanni, tweet di autopromozione, filmati con pretese registiche da Oliver Stone. Soprattutto postano scorci di tramonto rosso. Che sia il loro?
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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