True
2019-02-10
L’intesa coop-sindacati che frega i lavoratori
Ansa
L'articolo della Verità sui contratti capestro applicati ai lavoratori delle coop sociali, alle quali è appaltata in Emilia Romagna la raccolta rifiuti per conto della holding Hera, ha sconquassato i sonni tranquilli di chi, sulla pelle (e sulle tasche) dei dipendenti, faceva business e risparmiava sostanziosi versamenti previdenziali e fiscali. Immediata è però arrivata la contromossa, elaborata in gran segreto nella sede di una delle società condannate dal giudice del lavoro per aver sottopagato i propri operai.
Il nostro giornale è in grado di anticipare i contenuti di una dichiarazione congiunta che dovrebbe essere firmata nei prossimi giorni, oltre che dalla coop 134 Cooperativa sociale, dai rappresentanti di Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e i sindacati Fp Cgil, Fisascat Cisl Romagna e Uil Fpl. Che cosa dice il documento? È in pratica un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori che, è opportuno ricordare, versano le quote associative ai sindacati proprio per essere tutelati a livello contrattuale.
In pratica, datori di lavoro e sindacati, di fronte al rischio di trovarsi travolti da una valanga di ricorsi alla magistratura, s'impegnano a legare le mani ai dipendenti. La lettura del testo non offre diverse interpretazioni. «Le parti (quelle poco prima citate, ndr) si impegnano a mettere in campo tutte le azioni possibili atte a dissuadere i lavoratori addetti dal presentare ricorsi innanzi al Tribunale di Rimini per chiedere il riconoscimento dell'applicazione del Ccnl dell'igiene ambientale fino all'accertamento definitivo del contenzioso». I contratti delle coop sociali, infatti, sono più bassi di circa 500 euro al mese e non prevedono la quattordicesima rispetto a quelli nazionali di categoria. Se le coop, che godono di importanti agevolazioni fiscali, fossero obbligate da una sentenza ad adeguare gli stipendi a tutti i lavoratori (solo in Emilia Romagna ci sono 1.000 potenziali interessati) si «metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa di tutte le cooperative», si legge ancora nella bozza di dichiarazione congiunta, «in quanto non si consentirebbe il mantenimento di economie tali da giustificare offerte tecniche ed economiche a prezzi e condizioni competitive». Insomma, pur di vincere un appalto si può spremere i lavoratori, secondo i sindacati.
Una tesi, peraltro, fatta a pezzi proprio dal giudice del lavoro di Bologna, che aveva già risolto a favore di un dipendente un caso analogo, con un ragionamento assai critico sulle modalità di conduzione delle aziende sociali. «Che le società cooperative possano e debbano partecipare ad ogni gara come previsto anche dal codice degli appalti è fuori discussione», si legge nella sentenza, «quello che non è possibile consentire è che in nome di benefici, accordati per tutt'altre finalità, possano offrire servizi a prezzi non concorrenziali pagando i propri lavoratori meno degli altri». Il giudice ha anche analizzato e demolito l'ipotesi difensiva di Hera, in quella circostanza condannata in solido per omesso controllo sulla corretta esecuzione contrattuale, scrivendo: «L'altro argomento offerto in sede di discussione da Hera sui prezzi offerti ai propri clienti-utenti, consentiti in termini contenuti solo per il costo del lavoro concorrenziale (in sostanza, pagando di più i lavoratori, i costi dei propri servizi risulterebbero maggiorati a scapito degli utenti che pagherebbero tariffe maggiori)... si osserva che ci sono molti metodi per ridurre i propri costi, e non si comprende perché solo il sistema che introduce nella sostanza dumping contrattuale possa essere ritenuto praticabile».
Nella bozza di dichiarazione congiunta che La Verità ha potuto leggere c'è riportato pure che i «sindacati sono a conoscenza da sempre dell'applicazione del ccnl cooperative sociali» ai dipendenti che dovrebbero invece essere contrattualizzati sulla base di quello Utilitalia. E questo nonostante l'obbligo di rifarsi al contratto nazionale di categoria fosse previsto sia nel protocollo d'intesa sugli appalti del gruppo Hera sia nel protocollo regionale tra i sindacati più rappresentativi e l'Atersir, l'agenzia territoriale dell'Emilia Romagna per i servizi idrici e di igiene ambientale. La conclusione della dichiarazione d'intenti è drammatica per i lavoratori: se le coop fossero costrette a pagare di più i dipendenti, i conti correnti si assottiglierebbero e, senza soldi, dovrebbero essere messe in liquidazione. Con tanto di licenziamenti dietro l'angolo per dipendenti normodotati e portatori di handicap.
«Tutto ciò è di inaudita gravità», commenta il capogruppo consiliare della lista La Pigna di Ravenna, Veronica Verlicchi che da mesi segue la vertenza in solitaria. «A seguito dell'articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Verità e successivamente alla riunione tra la lista civica La Pigna e i lavoratori delle coop sociali ravennati e romagnoli dell'igiene ambientale, alla quale ha partecipato in incognito un rappresentante di una coop sociale, nelle cooperative è scattata l'azione di pressione e di intimidazione sui lavoratori che hanno espresso la volontà di rivolgersi al giudice del lavoro per vedere riconosciuti i propri diritti e le proprie spettanze. Solo a Ravenna sono circa 20 i lavoratori che hanno espresso la volontà di far causa alla propria cooperativa».
Cgil, Cisl e Uil attaccano i gialloblù perché hanno demolito la Fornero
«Questi non sanno neanche dov'è la sinistra, li mandi a guidare in Inghilterra e fanno subito un frontale». La battuta feroce, su Twitter, sta sotto una foto che potrebbe essere stata scattata negli anni Ottanta: palloncini rossi sullo sfondo, teste lambite da bandieroni postmarxisti e in primo piano loro tre, i compagni d'Italia: Massimo D'Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani. Come grida Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma: «Il cambiamento siamo noi».
Benvenuti al corteo dei sindacati riuniti dove il cambiamento è D'Alema (70 anni) che torna come un Visitor ad allungare la sua ombra sulle spoglie renziane, produce vini algidi come lui in provincia di Terni (il nome del feudo sembra quello della moglie di un ambasciatore francese, la Madeleine) e lancia un anatema che gli somiglia: «Il governo? Solo nazionalismo straccione». Benvenuti dove il cambiamento è Cofferati (71 anni) sceso da una cornice in sede alla Cgil dopo un decennio di nulla, anonimo parlamentare europeo, noto agli happy few dell'Ulivo prodiano per aver usurpato il buon nome di Tex Willer. O addirittura dove il cambiamento è Epifani (69 anni), che dopo una vita da grigio custode dell'articolo 18 ha scandalizzato la sinistra operaia quando ha allegramente votato il Jobs Act che ha picconato lo Statuto dei lavoratori.
Nuovi come un trumeau trovato in cantina durante un trasloco, brillanti come un romanzo di Sandro Veronesi, gli allegri rivoluzionari annoiati a forza di guardare i cantieri sono il simbolo del corteo del Paese che insorge contro il governo dei quarantenni. E lo osteggia, lo boccia, lo deride con la bava verde alla bocca saltando a piè pari la fase d'una legittima e perfino doverosa critica costruttiva. Il melting pot politico è bizzarro: accanto ai duri e puri della Cgil in marcia c'è la Confindustria dell'Emilia Romagna (anche questa si chiama concertazione); accanto alla sempre più pasionaria arcobaleno Laura Boldrini ecco il Carlo Calenda in cachemire, gran visir di Siamo Europei, ammucchiata anti sovranista mascherata da convention permanente dei Competenti.
Le frasi simbolo del pomeriggio romano dei 150.000 in gita dentro il loro passato sono tre: «Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza apre una trattativa con noi. Se non dovesse succedere andrà a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil). «Il governo esca dalla realtà virtuale, dopo tanti anni di una crisi tremenda avevamo iniziato a riandare la testa e ad avere una speranza nel futuro. Oggi si parla di recessione tecnica, cala la produzione industriale. Solo lo spread sale abbattendo salari e pensioni» (Annamaria Furlan, Cisl). «Il governo del cambiamento non può cambiare il Paese in peggio» (Carmelo Barbagallo, Uil).
L'ego ipertrofico di Landini necessitava di una rentrée da cantante lirica, di un bagno di folla per archiviare la stagione della bibliotecaria Susanna Camusso. Ed ecco che anche Cisl e Uil con Furlan e Barbagallo lo affiancano per un happening dal titolo «Futuro al lavoro» con lo scopo di chiedere all'esecutivo un confronto su crescita, sviluppo, pensioni e fisco. È la prova generale della primavera degli scioperi per dare una spallata alla maggioranza prima delle elezioni europee. Ed è la prima manifestazione unitaria dal 2013, dato che viene sottolineato con trionfale senso dell'alleanza, mentre noi ci domandiamo dove fosse la triplice mentre Matteo Renzi inneggiava al globalismo mercatista, intaccava le garanzie dello stato sociale, faceva sue le storture della legge di Elsa Fornero.
È davanti a questa evidente contraddizione che si fermano a replicare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rappresentati nel corteo con cartonati vestiti da scolaretti. Il vicepremier della Lega adombra la possibilità che dietro la ritrovata unità sindacale ci sia una manovra politica per puntellare un sempre più traballante Pd: «È curioso che la Cgil, rimasta muta sull'infame legge Fornero, nella prima settimana in cui viene smontata vada in piazza». Parlando, anch'egli da Vicenza, a margine dell'incontro organizzato dai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza ridotti sul lastrico, il ministro del Lavoro nonché vicepremier in quota Movimento 5 stelle aggiunge: «Ho a che fare con i sindacati tutti i giorni sulle più grandi vertenze del paese. Certo, è un po' singolare vedere che si scende in piazza contro quota 100 e non si è scesi in piazza quando è stata fatta la legge Fornero».
La manifestazione non si pone problemi di coerenza, semplicemente avanza al ritmo di Bella Ciao. Tutto secondo copione antico, tranne uno slogan che rimane impresso: «Meno Stato sui social, più Stato sociale»; probabilmente Boldrini, Calenda, Zingaretti, Martina e Fratoianni (la nuova sinistra, mentre ormai D'Alema e i suoi compari arrancano più indietro) intendono quello rottamato da Renzi. È un invito retorico, perfino da dissociazione psicologica perché i suddetti scandalizzati dalla Nutella di Salvini e dalla piattaforma Rousseau hanno la residenza prima casa sui social, dentro la bolla mediatica che vorrebbero bucare. Da lì in presa diretta (e proprio mentre scandiscono la frase) pubblicano selfie, servizi fotografici da San Giovanni, tweet di autopromozione, filmati con pretese registiche da Oliver Stone. Soprattutto postano scorci di tramonto rosso. Che sia il loro?
Continua a leggereRiduci
Dopo le sentenze che hanno punito i contratti capestro applicati, le holding rosse romagnole preparano un patto con le parti sociali per «dissuadere i dipendenti dal fare ricorso al Tribunale». E così rivendicare l'applicazione dei livelli retributivi previsti dalla legge.Tra minacce («andrete a sbattere»), e fantasmi dal passato come Guglielmo Epifani, al corteo partecipa pure Confindustria. Matteo Salvini e Luigi Di Maio: «Curioso protestare adesso piuttosto che ai tempi di Monti».Lo speciale contiene due articoli.L'articolo della Verità sui contratti capestro applicati ai lavoratori delle coop sociali, alle quali è appaltata in Emilia Romagna la raccolta rifiuti per conto della holding Hera, ha sconquassato i sonni tranquilli di chi, sulla pelle (e sulle tasche) dei dipendenti, faceva business e risparmiava sostanziosi versamenti previdenziali e fiscali. Immediata è però arrivata la contromossa, elaborata in gran segreto nella sede di una delle società condannate dal giudice del lavoro per aver sottopagato i propri operai.Il nostro giornale è in grado di anticipare i contenuti di una dichiarazione congiunta che dovrebbe essere firmata nei prossimi giorni, oltre che dalla coop 134 Cooperativa sociale, dai rappresentanti di Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e i sindacati Fp Cgil, Fisascat Cisl Romagna e Uil Fpl. Che cosa dice il documento? È in pratica un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori che, è opportuno ricordare, versano le quote associative ai sindacati proprio per essere tutelati a livello contrattuale. In pratica, datori di lavoro e sindacati, di fronte al rischio di trovarsi travolti da una valanga di ricorsi alla magistratura, s'impegnano a legare le mani ai dipendenti. La lettura del testo non offre diverse interpretazioni. «Le parti (quelle poco prima citate, ndr) si impegnano a mettere in campo tutte le azioni possibili atte a dissuadere i lavoratori addetti dal presentare ricorsi innanzi al Tribunale di Rimini per chiedere il riconoscimento dell'applicazione del Ccnl dell'igiene ambientale fino all'accertamento definitivo del contenzioso». I contratti delle coop sociali, infatti, sono più bassi di circa 500 euro al mese e non prevedono la quattordicesima rispetto a quelli nazionali di categoria. Se le coop, che godono di importanti agevolazioni fiscali, fossero obbligate da una sentenza ad adeguare gli stipendi a tutti i lavoratori (solo in Emilia Romagna ci sono 1.000 potenziali interessati) si «metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa di tutte le cooperative», si legge ancora nella bozza di dichiarazione congiunta, «in quanto non si consentirebbe il mantenimento di economie tali da giustificare offerte tecniche ed economiche a prezzi e condizioni competitive». Insomma, pur di vincere un appalto si può spremere i lavoratori, secondo i sindacati. Una tesi, peraltro, fatta a pezzi proprio dal giudice del lavoro di Bologna, che aveva già risolto a favore di un dipendente un caso analogo, con un ragionamento assai critico sulle modalità di conduzione delle aziende sociali. «Che le società cooperative possano e debbano partecipare ad ogni gara come previsto anche dal codice degli appalti è fuori discussione», si legge nella sentenza, «quello che non è possibile consentire è che in nome di benefici, accordati per tutt'altre finalità, possano offrire servizi a prezzi non concorrenziali pagando i propri lavoratori meno degli altri». Il giudice ha anche analizzato e demolito l'ipotesi difensiva di Hera, in quella circostanza condannata in solido per omesso controllo sulla corretta esecuzione contrattuale, scrivendo: «L'altro argomento offerto in sede di discussione da Hera sui prezzi offerti ai propri clienti-utenti, consentiti in termini contenuti solo per il costo del lavoro concorrenziale (in sostanza, pagando di più i lavoratori, i costi dei propri servizi risulterebbero maggiorati a scapito degli utenti che pagherebbero tariffe maggiori)... si osserva che ci sono molti metodi per ridurre i propri costi, e non si comprende perché solo il sistema che introduce nella sostanza dumping contrattuale possa essere ritenuto praticabile». Nella bozza di dichiarazione congiunta che La Verità ha potuto leggere c'è riportato pure che i «sindacati sono a conoscenza da sempre dell'applicazione del ccnl cooperative sociali» ai dipendenti che dovrebbero invece essere contrattualizzati sulla base di quello Utilitalia. E questo nonostante l'obbligo di rifarsi al contratto nazionale di categoria fosse previsto sia nel protocollo d'intesa sugli appalti del gruppo Hera sia nel protocollo regionale tra i sindacati più rappresentativi e l'Atersir, l'agenzia territoriale dell'Emilia Romagna per i servizi idrici e di igiene ambientale. La conclusione della dichiarazione d'intenti è drammatica per i lavoratori: se le coop fossero costrette a pagare di più i dipendenti, i conti correnti si assottiglierebbero e, senza soldi, dovrebbero essere messe in liquidazione. Con tanto di licenziamenti dietro l'angolo per dipendenti normodotati e portatori di handicap.«Tutto ciò è di inaudita gravità», commenta il capogruppo consiliare della lista La Pigna di Ravenna, Veronica Verlicchi che da mesi segue la vertenza in solitaria. «A seguito dell'articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Verità e successivamente alla riunione tra la lista civica La Pigna e i lavoratori delle coop sociali ravennati e romagnoli dell'igiene ambientale, alla quale ha partecipato in incognito un rappresentante di una coop sociale, nelle cooperative è scattata l'azione di pressione e di intimidazione sui lavoratori che hanno espresso la volontà di rivolgersi al giudice del lavoro per vedere riconosciuti i propri diritti e le proprie spettanze. Solo a Ravenna sono circa 20 i lavoratori che hanno espresso la volontà di far causa alla propria cooperativa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lintesa-coop-sindacati-che-frega-i-lavoratori-2628490434.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cgil-cisl-e-uil-attaccano-i-gialloblu-perche-hanno-demolito-la-fornero" data-post-id="2628490434" data-published-at="1781242595" data-use-pagination="False"> Cgil, Cisl e Uil attaccano i gialloblù perché hanno demolito la Fornero «Questi non sanno neanche dov'è la sinistra, li mandi a guidare in Inghilterra e fanno subito un frontale». La battuta feroce, su Twitter, sta sotto una foto che potrebbe essere stata scattata negli anni Ottanta: palloncini rossi sullo sfondo, teste lambite da bandieroni postmarxisti e in primo piano loro tre, i compagni d'Italia: Massimo D'Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani. Come grida Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma: «Il cambiamento siamo noi». Benvenuti al corteo dei sindacati riuniti dove il cambiamento è D'Alema (70 anni) che torna come un Visitor ad allungare la sua ombra sulle spoglie renziane, produce vini algidi come lui in provincia di Terni (il nome del feudo sembra quello della moglie di un ambasciatore francese, la Madeleine) e lancia un anatema che gli somiglia: «Il governo? Solo nazionalismo straccione». Benvenuti dove il cambiamento è Cofferati (71 anni) sceso da una cornice in sede alla Cgil dopo un decennio di nulla, anonimo parlamentare europeo, noto agli happy few dell'Ulivo prodiano per aver usurpato il buon nome di Tex Willer. O addirittura dove il cambiamento è Epifani (69 anni), che dopo una vita da grigio custode dell'articolo 18 ha scandalizzato la sinistra operaia quando ha allegramente votato il Jobs Act che ha picconato lo Statuto dei lavoratori. Nuovi come un trumeau trovato in cantina durante un trasloco, brillanti come un romanzo di Sandro Veronesi, gli allegri rivoluzionari annoiati a forza di guardare i cantieri sono il simbolo del corteo del Paese che insorge contro il governo dei quarantenni. E lo osteggia, lo boccia, lo deride con la bava verde alla bocca saltando a piè pari la fase d'una legittima e perfino doverosa critica costruttiva. Il melting pot politico è bizzarro: accanto ai duri e puri della Cgil in marcia c'è la Confindustria dell'Emilia Romagna (anche questa si chiama concertazione); accanto alla sempre più pasionaria arcobaleno Laura Boldrini ecco il Carlo Calenda in cachemire, gran visir di Siamo Europei, ammucchiata anti sovranista mascherata da convention permanente dei Competenti. Le frasi simbolo del pomeriggio romano dei 150.000 in gita dentro il loro passato sono tre: «Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza apre una trattativa con noi. Se non dovesse succedere andrà a sbattere» (Maurizio Landini, Cgil). «Il governo esca dalla realtà virtuale, dopo tanti anni di una crisi tremenda avevamo iniziato a riandare la testa e ad avere una speranza nel futuro. Oggi si parla di recessione tecnica, cala la produzione industriale. Solo lo spread sale abbattendo salari e pensioni» (Annamaria Furlan, Cisl). «Il governo del cambiamento non può cambiare il Paese in peggio» (Carmelo Barbagallo, Uil). L'ego ipertrofico di Landini necessitava di una rentrée da cantante lirica, di un bagno di folla per archiviare la stagione della bibliotecaria Susanna Camusso. Ed ecco che anche Cisl e Uil con Furlan e Barbagallo lo affiancano per un happening dal titolo «Futuro al lavoro» con lo scopo di chiedere all'esecutivo un confronto su crescita, sviluppo, pensioni e fisco. È la prova generale della primavera degli scioperi per dare una spallata alla maggioranza prima delle elezioni europee. Ed è la prima manifestazione unitaria dal 2013, dato che viene sottolineato con trionfale senso dell'alleanza, mentre noi ci domandiamo dove fosse la triplice mentre Matteo Renzi inneggiava al globalismo mercatista, intaccava le garanzie dello stato sociale, faceva sue le storture della legge di Elsa Fornero. È davanti a questa evidente contraddizione che si fermano a replicare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rappresentati nel corteo con cartonati vestiti da scolaretti. Il vicepremier della Lega adombra la possibilità che dietro la ritrovata unità sindacale ci sia una manovra politica per puntellare un sempre più traballante Pd: «È curioso che la Cgil, rimasta muta sull'infame legge Fornero, nella prima settimana in cui viene smontata vada in piazza». Parlando, anch'egli da Vicenza, a margine dell'incontro organizzato dai risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza ridotti sul lastrico, il ministro del Lavoro nonché vicepremier in quota Movimento 5 stelle aggiunge: «Ho a che fare con i sindacati tutti i giorni sulle più grandi vertenze del paese. Certo, è un po' singolare vedere che si scende in piazza contro quota 100 e non si è scesi in piazza quando è stata fatta la legge Fornero». La manifestazione non si pone problemi di coerenza, semplicemente avanza al ritmo di Bella Ciao. Tutto secondo copione antico, tranne uno slogan che rimane impresso: «Meno Stato sui social, più Stato sociale»; probabilmente Boldrini, Calenda, Zingaretti, Martina e Fratoianni (la nuova sinistra, mentre ormai D'Alema e i suoi compari arrancano più indietro) intendono quello rottamato da Renzi. È un invito retorico, perfino da dissociazione psicologica perché i suddetti scandalizzati dalla Nutella di Salvini e dalla piattaforma Rousseau hanno la residenza prima casa sui social, dentro la bolla mediatica che vorrebbero bucare. Da lì in presa diretta (e proprio mentre scandiscono la frase) pubblicano selfie, servizi fotografici da San Giovanni, tweet di autopromozione, filmati con pretese registiche da Oliver Stone. Soprattutto postano scorci di tramonto rosso. Che sia il loro?
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
Continua a leggereRiduci
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
Continua a leggereRiduci