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2019-06-19
L’incontro tra i vertici dei grillini: «A Catanzaro l’indicazione su Viola»
Ansa
Eravamo stati facili profeti. Senza fare neppure troppa fatica avevamo preannunciato che il telefonino del pm indagato Luca Palamara avrebbe infettato altri magistrati, dopo aver affossato cinque consiglieri del Csm, il segretario di Magistratura indipendente e il presidente dell'Associazione nazionale magistrati.
In queste ore il virus sta aggredendo il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, componente di diritto del Csm e incaricato di portare avanti l'inchiesta disciplinare contro Palamara (il 15 giugno avevamo evidenziato i rapporti tra accusatore e accusato). Ma il pm «untore», indagato a Perugia per corruzione, a quanto ci risulta, non avrebbe ancora finito di mietere vittime. Sono infatti molte le toghe che temono di essere coinvolte e di trovare il proprio nome sui giornali, a causa dei legami con Palamara. Nei giorni scorsi abbiamo elencato alcuni giudici di sinistra a cui lo stesso si vantava di aver fatto favori (appoggiandoli nelle nomine) o che lo chiamavano per nomine ancora da fare.
Premettendo che non esiste ancora il reato di amicizia o di conoscenza, il magistrato sotto inchiesta diceva di essere in ottimi rapporti anche con il primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone (altro componente di diritto del Csm), e vantava legami con Piercamillo Davigo, il leader della corrente Autonomia e indipendenza, che in commissione sostenne per la successione di Giuseppe Pignatone a Roma la candidatura di Marcello Viola al pari di Magistratura indipendente, corrente di riferimento dei parlamentari pd Cosimo Ferri (che è stato anche segretario di Magistratura indipendente) e Luca Lotti. Anche il consigliere laico dei 5 stelle, Fulvio Gigliotti, cinquantatreenne catanzarese, votò in commissione per Viola.
Nella notte tra l'8 e il 9 maggio il consigliere di Unicost Luigi Spina, indagato per rivelazione di segreto e intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan di Palamara all'hotel Champagne Palace di via principe Amedeo a Roma (soprannominato «Champagne 2» per distinguerlo da quello attaccato al Csm), a un certo punto pare rassicurare Lotti e Ferri e gli altri magistrati presenti sull'orientamento di Gigliotti: «Ha avuto indicazione da Catanzaro di votare Viola». Spina, pm a Castrovillari (Cosenza), è considerato da qualche ben informato amico di Leonardo Pucci, già giudice di Potenza e Arezzo, vice capo di gabinetto vicario del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e vero uomo di fiducia del ministro.
Il riferimento di Spina era a un convegno organizzato dallo stesso Gigliotti all'università Magna Grecia di Catanzaro, dove il professore è ordinario di diritto privato. L'evento intitolato «Legalità dell'azione amministrativa e contrasto alla corruzione» ha avuto relatori d'eccellenza. Nella sessione del mattino hanno parlato Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione e consigliere del Csm, e il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Nella sessione pomeridiana sono intervenuti il Guardasigilli Bonafede, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma Gigliotti da chi avrebbe avuto l'imbeccata di votare Viola? Spina con chi scrive ha minimizzato la questione: «Era un bluff». Sarà, ma Gigliotti, lo scorso 23 maggio ha votato Viola per davvero, come Davigo, Antonio Lepre (consigliere dimissionario di Mi) ed Emanuele Basile, laico in quota Lega. Gigliotti e Davigo al Csm votano spesso allo stesso modo, ma non avevano bisogno del convegno calabrese per confrontarsi. E allora, escludendo Travaglio che, pur essendo giornalista stimato e molto ascoltato nel mondo grillino, non sembra nella posizione di indicare ai consiglieri laici dei 5 stelle il nome del procuratore di Roma, restano pochi altri possibili suggeritori. Tra questi c'è il procuratore di Catanzaro, Gratteri.
Nei giorni scorsi Matteo Renzi, a proposito della vicenda Csm, ha denunciato il «festival dell'ipocrisia contro Lotti» e ha dichiarato: «S'è sempre fatto così e le regole lo consentono del resto. Con i magistrati che si incontrano di giorno e di sera, con la politica che incontra i magistrati. Questo meccanismo ha portato in molte città, da Roma a Bologna, Milano, Catanzaro e Palermo - solo per citarne alcune - nomine all'altezza». E una delle «nomine all'altezza» era proprio quella di Gratteri, per qualche ora ministro in pectore del governo Renzi. Lotti lo definì «un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni» e lo volle a capo della commissione di Palazzo Chigi incaricata di elaborare proposte normative contro la criminalità organizzata.
Potrebbe essere Gratteri ad aver sponsorizzato con Gigliotti il candidato preferito dal Giglio magico Viola? Ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, visto che è difficile immaginare Gratteri in versione lobbista. Resta una sola altra strada, quella della politica vera e propria. Gigliotti ha condiviso la decisione di sostenere Viola con il ministro Bonafede e il senatore Morra, genovese di nascita, ma cosentino d'adozione? Se indicazione catanzarese c'è stata, questa è l'ipotesi più probabile. Forse al mercato delle toghe, qualche consiglio per il nome del nuovo procuratore di Roma è arrivata anche dai vertici grillini, sebbene di giorno e in un'occasione più istituzionale, anziché di notte e in una saletta sgualcita di un hotel alle spalle di Roma Termini.
Ha collaborato Patrizio Canestri
Fuzio: via lo stipendio a Palamara
La sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio di Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, finito nella guerra tra toghe innescata dal pensionamento del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Lo aveva chiesto formalmente il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. E la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta il 2 luglio prossimo.
Il provvedimento era stato avanzato formalmente il 12 giugno scorso, prima che saltasse fuori la storia dell'incontro tra i due, ed è di natura cautelare, ossia destinato a intervenire prima che si celebri il procedimento disciplinare. Ma c'è una questione che rende tutto più complicato.
Il 16 maggio Palamara apprende dal consigliere Luigi Spina di una pratica a suo carico e si agita. Chiede che cosa abbia detto «Riccardo» (che è titolare delle azioni disciplinare e membro di dritto del Csm). Spina risponde di essersi messaggiato con Fuzio, che il quel momento si trovava all'estero, e di aver avuto come risposta questo messaggio: «Mi ha scritto: “Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo"». Undici giorni dopo i due si incontrano e parlano dell'inchiesta. Le intercettazioni sono arrivate al Csm e non è difficile prevedere che, dopo essere state annunciate, verrano diffuse.
La trascrizione del colloquio è ora all'esame dell'ufficio di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia per l'eventuale avvio dell'azione disciplinare. Sarà difficile per Fuzio restare al suo posto. Si adombra quindi, salvo che il Csm decida diversamente, un'incompatibilità per Fuzio, che potrebbe lasciare ogni scelta al vicepresidente, David Ermini, e al primo presidente della suprema corte, Giovanni Mammone.
Le nebbie in cui si trova da qualche settimana la magistratura sembrano non diradarsi. Ieri, dalle pagine della Verità, a rincarare la dose ci ha pensato il vicepremier grillino, Luigi Di Maio, che ha definito lo scandalo come «la P2 del Pd».
«È una sintesi approssimativa. Se quello che appare dalle intercettazioni verrà confermato, la compagnia sarebbe più ampia e composita», ha replicato Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia. «Fossi in Di Maio», ha detto Orlando, «sarei più cauto». Prima di mandargli un messaggio preciso: «Anche i laici dei 5 stelle hanno votato lo stesso candidato sostenuto da quelli che apparirebbero come dei congiurati... (Marcello Viola, ndr). I politici presenti erano sicuramente del Pd», continua l'ex ministro della Giustizia, «ma ricondurre solo e soltanto ai politici una vicenda che è stata gestita anche da pezzi di magistratura mi pare riduttivo rispetto alla alla complessità di una cosa che non ridurrei a un'operazione del Pd. Anche perché chi era lì, come ha già detto Zingaretti, non era a nome del Partito democratico».
Sul caso specifico di Luca Lotti e Cosimo Ferri, i due deputati dem coinvolti nella bufera, Orlando dice: «A me non piace fare processi politici o penali attraverso spezzoni di intercettazioni. Penso che la politica debba tracciare una linea molto netta su ciò che può e non può fare rispetto a una vicenda come questa. Poi, alla fine, chiariremo le responsabilità individuali». Un bel bubbone. Che il Pd vuole liquidare così: «Di Maio fa propaganda». Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha replicato alle accuse: «Il Csm e la magistratura hanno subito un colpo drammatico nella credibilità. Ora bisogna mettere in sicurezza questi organismi che devono garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Se la politica ha compiuto in passato ingerenze improprie ha compiuto dei gravi errori bisogna ammetterlo e bisogna lavorare perché queste cose non accadano mai più. La politica deve riformare il modo di elezione del Csm». E sulla riforma, alla vigilia del vertice di governo sulla giustizia, il premier, Giuseppe Conte, ha chiosato: «Devo dire che in un primo momento non ho apprezzato lo spirito corporativo con cui hanno reagito alcuni magistrati, che hanno difeso in modo generico le istituzioni».
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Nelle intercettazioni del caso Csm l'indagato Luigi Spina parla di una svolta per il successore di Giuseppe Pignatone a Roma avvenuta in Calabria. Era un convegno con Alfonso Bonafede, il laico 5 stelle Fulvio Gigliotti, Nicola Morra, Piercamillo Davigo e Marco Travaglio.Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio chiede la sospensione dell'ex presidente dell'Anm, indagato a Perugia. La sezione disciplinare si pronuncerà il 2 luglio.Lo speciale contiene due articoli.Eravamo stati facili profeti. Senza fare neppure troppa fatica avevamo preannunciato che il telefonino del pm indagato Luca Palamara avrebbe infettato altri magistrati, dopo aver affossato cinque consiglieri del Csm, il segretario di Magistratura indipendente e il presidente dell'Associazione nazionale magistrati.In queste ore il virus sta aggredendo il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, componente di diritto del Csm e incaricato di portare avanti l'inchiesta disciplinare contro Palamara (il 15 giugno avevamo evidenziato i rapporti tra accusatore e accusato). Ma il pm «untore», indagato a Perugia per corruzione, a quanto ci risulta, non avrebbe ancora finito di mietere vittime. Sono infatti molte le toghe che temono di essere coinvolte e di trovare il proprio nome sui giornali, a causa dei legami con Palamara. Nei giorni scorsi abbiamo elencato alcuni giudici di sinistra a cui lo stesso si vantava di aver fatto favori (appoggiandoli nelle nomine) o che lo chiamavano per nomine ancora da fare.Premettendo che non esiste ancora il reato di amicizia o di conoscenza, il magistrato sotto inchiesta diceva di essere in ottimi rapporti anche con il primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone (altro componente di diritto del Csm), e vantava legami con Piercamillo Davigo, il leader della corrente Autonomia e indipendenza, che in commissione sostenne per la successione di Giuseppe Pignatone a Roma la candidatura di Marcello Viola al pari di Magistratura indipendente, corrente di riferimento dei parlamentari pd Cosimo Ferri (che è stato anche segretario di Magistratura indipendente) e Luca Lotti. Anche il consigliere laico dei 5 stelle, Fulvio Gigliotti, cinquantatreenne catanzarese, votò in commissione per Viola.Nella notte tra l'8 e il 9 maggio il consigliere di Unicost Luigi Spina, indagato per rivelazione di segreto e intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan di Palamara all'hotel Champagne Palace di via principe Amedeo a Roma (soprannominato «Champagne 2» per distinguerlo da quello attaccato al Csm), a un certo punto pare rassicurare Lotti e Ferri e gli altri magistrati presenti sull'orientamento di Gigliotti: «Ha avuto indicazione da Catanzaro di votare Viola». Spina, pm a Castrovillari (Cosenza), è considerato da qualche ben informato amico di Leonardo Pucci, già giudice di Potenza e Arezzo, vice capo di gabinetto vicario del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e vero uomo di fiducia del ministro.Il riferimento di Spina era a un convegno organizzato dallo stesso Gigliotti all'università Magna Grecia di Catanzaro, dove il professore è ordinario di diritto privato. L'evento intitolato «Legalità dell'azione amministrativa e contrasto alla corruzione» ha avuto relatori d'eccellenza. Nella sessione del mattino hanno parlato Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione e consigliere del Csm, e il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Nella sessione pomeridiana sono intervenuti il Guardasigilli Bonafede, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma Gigliotti da chi avrebbe avuto l'imbeccata di votare Viola? Spina con chi scrive ha minimizzato la questione: «Era un bluff». Sarà, ma Gigliotti, lo scorso 23 maggio ha votato Viola per davvero, come Davigo, Antonio Lepre (consigliere dimissionario di Mi) ed Emanuele Basile, laico in quota Lega. Gigliotti e Davigo al Csm votano spesso allo stesso modo, ma non avevano bisogno del convegno calabrese per confrontarsi. E allora, escludendo Travaglio che, pur essendo giornalista stimato e molto ascoltato nel mondo grillino, non sembra nella posizione di indicare ai consiglieri laici dei 5 stelle il nome del procuratore di Roma, restano pochi altri possibili suggeritori. Tra questi c'è il procuratore di Catanzaro, Gratteri. Nei giorni scorsi Matteo Renzi, a proposito della vicenda Csm, ha denunciato il «festival dell'ipocrisia contro Lotti» e ha dichiarato: «S'è sempre fatto così e le regole lo consentono del resto. Con i magistrati che si incontrano di giorno e di sera, con la politica che incontra i magistrati. Questo meccanismo ha portato in molte città, da Roma a Bologna, Milano, Catanzaro e Palermo - solo per citarne alcune - nomine all'altezza». E una delle «nomine all'altezza» era proprio quella di Gratteri, per qualche ora ministro in pectore del governo Renzi. Lotti lo definì «un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni» e lo volle a capo della commissione di Palazzo Chigi incaricata di elaborare proposte normative contro la criminalità organizzata.Potrebbe essere Gratteri ad aver sponsorizzato con Gigliotti il candidato preferito dal Giglio magico Viola? Ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, visto che è difficile immaginare Gratteri in versione lobbista. Resta una sola altra strada, quella della politica vera e propria. Gigliotti ha condiviso la decisione di sostenere Viola con il ministro Bonafede e il senatore Morra, genovese di nascita, ma cosentino d'adozione? Se indicazione catanzarese c'è stata, questa è l'ipotesi più probabile. Forse al mercato delle toghe, qualche consiglio per il nome del nuovo procuratore di Roma è arrivata anche dai vertici grillini, sebbene di giorno e in un'occasione più istituzionale, anziché di notte e in una saletta sgualcita di un hotel alle spalle di Roma Termini.Ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincontro-tra-i-vertici-dei-grillini-a-catanzaro-lindicazione-su-viola-2638909119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuzio-via-lo-stipendio-a-palamara" data-post-id="2638909119" data-published-at="1780762778" data-use-pagination="False"> Fuzio: via lo stipendio a Palamara La sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio di Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, finito nella guerra tra toghe innescata dal pensionamento del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Lo aveva chiesto formalmente il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. E la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta il 2 luglio prossimo. Il provvedimento era stato avanzato formalmente il 12 giugno scorso, prima che saltasse fuori la storia dell'incontro tra i due, ed è di natura cautelare, ossia destinato a intervenire prima che si celebri il procedimento disciplinare. Ma c'è una questione che rende tutto più complicato. Il 16 maggio Palamara apprende dal consigliere Luigi Spina di una pratica a suo carico e si agita. Chiede che cosa abbia detto «Riccardo» (che è titolare delle azioni disciplinare e membro di dritto del Csm). Spina risponde di essersi messaggiato con Fuzio, che il quel momento si trovava all'estero, e di aver avuto come risposta questo messaggio: «Mi ha scritto: “Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo"». Undici giorni dopo i due si incontrano e parlano dell'inchiesta. Le intercettazioni sono arrivate al Csm e non è difficile prevedere che, dopo essere state annunciate, verrano diffuse. La trascrizione del colloquio è ora all'esame dell'ufficio di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia per l'eventuale avvio dell'azione disciplinare. Sarà difficile per Fuzio restare al suo posto. Si adombra quindi, salvo che il Csm decida diversamente, un'incompatibilità per Fuzio, che potrebbe lasciare ogni scelta al vicepresidente, David Ermini, e al primo presidente della suprema corte, Giovanni Mammone. Le nebbie in cui si trova da qualche settimana la magistratura sembrano non diradarsi. Ieri, dalle pagine della Verità, a rincarare la dose ci ha pensato il vicepremier grillino, Luigi Di Maio, che ha definito lo scandalo come «la P2 del Pd». «È una sintesi approssimativa. Se quello che appare dalle intercettazioni verrà confermato, la compagnia sarebbe più ampia e composita», ha replicato Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia. «Fossi in Di Maio», ha detto Orlando, «sarei più cauto». Prima di mandargli un messaggio preciso: «Anche i laici dei 5 stelle hanno votato lo stesso candidato sostenuto da quelli che apparirebbero come dei congiurati... (Marcello Viola, ndr). I politici presenti erano sicuramente del Pd», continua l'ex ministro della Giustizia, «ma ricondurre solo e soltanto ai politici una vicenda che è stata gestita anche da pezzi di magistratura mi pare riduttivo rispetto alla alla complessità di una cosa che non ridurrei a un'operazione del Pd. Anche perché chi era lì, come ha già detto Zingaretti, non era a nome del Partito democratico». Sul caso specifico di Luca Lotti e Cosimo Ferri, i due deputati dem coinvolti nella bufera, Orlando dice: «A me non piace fare processi politici o penali attraverso spezzoni di intercettazioni. Penso che la politica debba tracciare una linea molto netta su ciò che può e non può fare rispetto a una vicenda come questa. Poi, alla fine, chiariremo le responsabilità individuali». Un bel bubbone. Che il Pd vuole liquidare così: «Di Maio fa propaganda». Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha replicato alle accuse: «Il Csm e la magistratura hanno subito un colpo drammatico nella credibilità. Ora bisogna mettere in sicurezza questi organismi che devono garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Se la politica ha compiuto in passato ingerenze improprie ha compiuto dei gravi errori bisogna ammetterlo e bisogna lavorare perché queste cose non accadano mai più. La politica deve riformare il modo di elezione del Csm». E sulla riforma, alla vigilia del vertice di governo sulla giustizia, il premier, Giuseppe Conte, ha chiosato: «Devo dire che in un primo momento non ho apprezzato lo spirito corporativo con cui hanno reagito alcuni magistrati, che hanno difeso in modo generico le istituzioni».
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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