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2019-06-19
L’incontro tra i vertici dei grillini: «A Catanzaro l’indicazione su Viola»
Ansa
Eravamo stati facili profeti. Senza fare neppure troppa fatica avevamo preannunciato che il telefonino del pm indagato Luca Palamara avrebbe infettato altri magistrati, dopo aver affossato cinque consiglieri del Csm, il segretario di Magistratura indipendente e il presidente dell'Associazione nazionale magistrati.
In queste ore il virus sta aggredendo il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, componente di diritto del Csm e incaricato di portare avanti l'inchiesta disciplinare contro Palamara (il 15 giugno avevamo evidenziato i rapporti tra accusatore e accusato). Ma il pm «untore», indagato a Perugia per corruzione, a quanto ci risulta, non avrebbe ancora finito di mietere vittime. Sono infatti molte le toghe che temono di essere coinvolte e di trovare il proprio nome sui giornali, a causa dei legami con Palamara. Nei giorni scorsi abbiamo elencato alcuni giudici di sinistra a cui lo stesso si vantava di aver fatto favori (appoggiandoli nelle nomine) o che lo chiamavano per nomine ancora da fare.
Premettendo che non esiste ancora il reato di amicizia o di conoscenza, il magistrato sotto inchiesta diceva di essere in ottimi rapporti anche con il primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone (altro componente di diritto del Csm), e vantava legami con Piercamillo Davigo, il leader della corrente Autonomia e indipendenza, che in commissione sostenne per la successione di Giuseppe Pignatone a Roma la candidatura di Marcello Viola al pari di Magistratura indipendente, corrente di riferimento dei parlamentari pd Cosimo Ferri (che è stato anche segretario di Magistratura indipendente) e Luca Lotti. Anche il consigliere laico dei 5 stelle, Fulvio Gigliotti, cinquantatreenne catanzarese, votò in commissione per Viola.
Nella notte tra l'8 e il 9 maggio il consigliere di Unicost Luigi Spina, indagato per rivelazione di segreto e intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan di Palamara all'hotel Champagne Palace di via principe Amedeo a Roma (soprannominato «Champagne 2» per distinguerlo da quello attaccato al Csm), a un certo punto pare rassicurare Lotti e Ferri e gli altri magistrati presenti sull'orientamento di Gigliotti: «Ha avuto indicazione da Catanzaro di votare Viola». Spina, pm a Castrovillari (Cosenza), è considerato da qualche ben informato amico di Leonardo Pucci, già giudice di Potenza e Arezzo, vice capo di gabinetto vicario del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e vero uomo di fiducia del ministro.
Il riferimento di Spina era a un convegno organizzato dallo stesso Gigliotti all'università Magna Grecia di Catanzaro, dove il professore è ordinario di diritto privato. L'evento intitolato «Legalità dell'azione amministrativa e contrasto alla corruzione» ha avuto relatori d'eccellenza. Nella sessione del mattino hanno parlato Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione e consigliere del Csm, e il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Nella sessione pomeridiana sono intervenuti il Guardasigilli Bonafede, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma Gigliotti da chi avrebbe avuto l'imbeccata di votare Viola? Spina con chi scrive ha minimizzato la questione: «Era un bluff». Sarà, ma Gigliotti, lo scorso 23 maggio ha votato Viola per davvero, come Davigo, Antonio Lepre (consigliere dimissionario di Mi) ed Emanuele Basile, laico in quota Lega. Gigliotti e Davigo al Csm votano spesso allo stesso modo, ma non avevano bisogno del convegno calabrese per confrontarsi. E allora, escludendo Travaglio che, pur essendo giornalista stimato e molto ascoltato nel mondo grillino, non sembra nella posizione di indicare ai consiglieri laici dei 5 stelle il nome del procuratore di Roma, restano pochi altri possibili suggeritori. Tra questi c'è il procuratore di Catanzaro, Gratteri.
Nei giorni scorsi Matteo Renzi, a proposito della vicenda Csm, ha denunciato il «festival dell'ipocrisia contro Lotti» e ha dichiarato: «S'è sempre fatto così e le regole lo consentono del resto. Con i magistrati che si incontrano di giorno e di sera, con la politica che incontra i magistrati. Questo meccanismo ha portato in molte città, da Roma a Bologna, Milano, Catanzaro e Palermo - solo per citarne alcune - nomine all'altezza». E una delle «nomine all'altezza» era proprio quella di Gratteri, per qualche ora ministro in pectore del governo Renzi. Lotti lo definì «un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni» e lo volle a capo della commissione di Palazzo Chigi incaricata di elaborare proposte normative contro la criminalità organizzata.
Potrebbe essere Gratteri ad aver sponsorizzato con Gigliotti il candidato preferito dal Giglio magico Viola? Ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, visto che è difficile immaginare Gratteri in versione lobbista. Resta una sola altra strada, quella della politica vera e propria. Gigliotti ha condiviso la decisione di sostenere Viola con il ministro Bonafede e il senatore Morra, genovese di nascita, ma cosentino d'adozione? Se indicazione catanzarese c'è stata, questa è l'ipotesi più probabile. Forse al mercato delle toghe, qualche consiglio per il nome del nuovo procuratore di Roma è arrivata anche dai vertici grillini, sebbene di giorno e in un'occasione più istituzionale, anziché di notte e in una saletta sgualcita di un hotel alle spalle di Roma Termini.
Ha collaborato Patrizio Canestri
Fuzio: via lo stipendio a Palamara
La sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio di Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, finito nella guerra tra toghe innescata dal pensionamento del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Lo aveva chiesto formalmente il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. E la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta il 2 luglio prossimo.
Il provvedimento era stato avanzato formalmente il 12 giugno scorso, prima che saltasse fuori la storia dell'incontro tra i due, ed è di natura cautelare, ossia destinato a intervenire prima che si celebri il procedimento disciplinare. Ma c'è una questione che rende tutto più complicato.
Il 16 maggio Palamara apprende dal consigliere Luigi Spina di una pratica a suo carico e si agita. Chiede che cosa abbia detto «Riccardo» (che è titolare delle azioni disciplinare e membro di dritto del Csm). Spina risponde di essersi messaggiato con Fuzio, che il quel momento si trovava all'estero, e di aver avuto come risposta questo messaggio: «Mi ha scritto: “Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo"». Undici giorni dopo i due si incontrano e parlano dell'inchiesta. Le intercettazioni sono arrivate al Csm e non è difficile prevedere che, dopo essere state annunciate, verrano diffuse.
La trascrizione del colloquio è ora all'esame dell'ufficio di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia per l'eventuale avvio dell'azione disciplinare. Sarà difficile per Fuzio restare al suo posto. Si adombra quindi, salvo che il Csm decida diversamente, un'incompatibilità per Fuzio, che potrebbe lasciare ogni scelta al vicepresidente, David Ermini, e al primo presidente della suprema corte, Giovanni Mammone.
Le nebbie in cui si trova da qualche settimana la magistratura sembrano non diradarsi. Ieri, dalle pagine della Verità, a rincarare la dose ci ha pensato il vicepremier grillino, Luigi Di Maio, che ha definito lo scandalo come «la P2 del Pd».
«È una sintesi approssimativa. Se quello che appare dalle intercettazioni verrà confermato, la compagnia sarebbe più ampia e composita», ha replicato Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia. «Fossi in Di Maio», ha detto Orlando, «sarei più cauto». Prima di mandargli un messaggio preciso: «Anche i laici dei 5 stelle hanno votato lo stesso candidato sostenuto da quelli che apparirebbero come dei congiurati... (Marcello Viola, ndr). I politici presenti erano sicuramente del Pd», continua l'ex ministro della Giustizia, «ma ricondurre solo e soltanto ai politici una vicenda che è stata gestita anche da pezzi di magistratura mi pare riduttivo rispetto alla alla complessità di una cosa che non ridurrei a un'operazione del Pd. Anche perché chi era lì, come ha già detto Zingaretti, non era a nome del Partito democratico».
Sul caso specifico di Luca Lotti e Cosimo Ferri, i due deputati dem coinvolti nella bufera, Orlando dice: «A me non piace fare processi politici o penali attraverso spezzoni di intercettazioni. Penso che la politica debba tracciare una linea molto netta su ciò che può e non può fare rispetto a una vicenda come questa. Poi, alla fine, chiariremo le responsabilità individuali». Un bel bubbone. Che il Pd vuole liquidare così: «Di Maio fa propaganda». Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha replicato alle accuse: «Il Csm e la magistratura hanno subito un colpo drammatico nella credibilità. Ora bisogna mettere in sicurezza questi organismi che devono garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Se la politica ha compiuto in passato ingerenze improprie ha compiuto dei gravi errori bisogna ammetterlo e bisogna lavorare perché queste cose non accadano mai più. La politica deve riformare il modo di elezione del Csm». E sulla riforma, alla vigilia del vertice di governo sulla giustizia, il premier, Giuseppe Conte, ha chiosato: «Devo dire che in un primo momento non ho apprezzato lo spirito corporativo con cui hanno reagito alcuni magistrati, che hanno difeso in modo generico le istituzioni».
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Nelle intercettazioni del caso Csm l'indagato Luigi Spina parla di una svolta per il successore di Giuseppe Pignatone a Roma avvenuta in Calabria. Era un convegno con Alfonso Bonafede, il laico 5 stelle Fulvio Gigliotti, Nicola Morra, Piercamillo Davigo e Marco Travaglio.Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio chiede la sospensione dell'ex presidente dell'Anm, indagato a Perugia. La sezione disciplinare si pronuncerà il 2 luglio.Lo speciale contiene due articoli.Eravamo stati facili profeti. Senza fare neppure troppa fatica avevamo preannunciato che il telefonino del pm indagato Luca Palamara avrebbe infettato altri magistrati, dopo aver affossato cinque consiglieri del Csm, il segretario di Magistratura indipendente e il presidente dell'Associazione nazionale magistrati.In queste ore il virus sta aggredendo il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, componente di diritto del Csm e incaricato di portare avanti l'inchiesta disciplinare contro Palamara (il 15 giugno avevamo evidenziato i rapporti tra accusatore e accusato). Ma il pm «untore», indagato a Perugia per corruzione, a quanto ci risulta, non avrebbe ancora finito di mietere vittime. Sono infatti molte le toghe che temono di essere coinvolte e di trovare il proprio nome sui giornali, a causa dei legami con Palamara. Nei giorni scorsi abbiamo elencato alcuni giudici di sinistra a cui lo stesso si vantava di aver fatto favori (appoggiandoli nelle nomine) o che lo chiamavano per nomine ancora da fare.Premettendo che non esiste ancora il reato di amicizia o di conoscenza, il magistrato sotto inchiesta diceva di essere in ottimi rapporti anche con il primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone (altro componente di diritto del Csm), e vantava legami con Piercamillo Davigo, il leader della corrente Autonomia e indipendenza, che in commissione sostenne per la successione di Giuseppe Pignatone a Roma la candidatura di Marcello Viola al pari di Magistratura indipendente, corrente di riferimento dei parlamentari pd Cosimo Ferri (che è stato anche segretario di Magistratura indipendente) e Luca Lotti. Anche il consigliere laico dei 5 stelle, Fulvio Gigliotti, cinquantatreenne catanzarese, votò in commissione per Viola.Nella notte tra l'8 e il 9 maggio il consigliere di Unicost Luigi Spina, indagato per rivelazione di segreto e intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan di Palamara all'hotel Champagne Palace di via principe Amedeo a Roma (soprannominato «Champagne 2» per distinguerlo da quello attaccato al Csm), a un certo punto pare rassicurare Lotti e Ferri e gli altri magistrati presenti sull'orientamento di Gigliotti: «Ha avuto indicazione da Catanzaro di votare Viola». Spina, pm a Castrovillari (Cosenza), è considerato da qualche ben informato amico di Leonardo Pucci, già giudice di Potenza e Arezzo, vice capo di gabinetto vicario del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e vero uomo di fiducia del ministro.Il riferimento di Spina era a un convegno organizzato dallo stesso Gigliotti all'università Magna Grecia di Catanzaro, dove il professore è ordinario di diritto privato. L'evento intitolato «Legalità dell'azione amministrativa e contrasto alla corruzione» ha avuto relatori d'eccellenza. Nella sessione del mattino hanno parlato Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione e consigliere del Csm, e il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Nella sessione pomeridiana sono intervenuti il Guardasigilli Bonafede, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma Gigliotti da chi avrebbe avuto l'imbeccata di votare Viola? Spina con chi scrive ha minimizzato la questione: «Era un bluff». Sarà, ma Gigliotti, lo scorso 23 maggio ha votato Viola per davvero, come Davigo, Antonio Lepre (consigliere dimissionario di Mi) ed Emanuele Basile, laico in quota Lega. Gigliotti e Davigo al Csm votano spesso allo stesso modo, ma non avevano bisogno del convegno calabrese per confrontarsi. E allora, escludendo Travaglio che, pur essendo giornalista stimato e molto ascoltato nel mondo grillino, non sembra nella posizione di indicare ai consiglieri laici dei 5 stelle il nome del procuratore di Roma, restano pochi altri possibili suggeritori. Tra questi c'è il procuratore di Catanzaro, Gratteri. Nei giorni scorsi Matteo Renzi, a proposito della vicenda Csm, ha denunciato il «festival dell'ipocrisia contro Lotti» e ha dichiarato: «S'è sempre fatto così e le regole lo consentono del resto. Con i magistrati che si incontrano di giorno e di sera, con la politica che incontra i magistrati. Questo meccanismo ha portato in molte città, da Roma a Bologna, Milano, Catanzaro e Palermo - solo per citarne alcune - nomine all'altezza». E una delle «nomine all'altezza» era proprio quella di Gratteri, per qualche ora ministro in pectore del governo Renzi. Lotti lo definì «un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni» e lo volle a capo della commissione di Palazzo Chigi incaricata di elaborare proposte normative contro la criminalità organizzata.Potrebbe essere Gratteri ad aver sponsorizzato con Gigliotti il candidato preferito dal Giglio magico Viola? Ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, visto che è difficile immaginare Gratteri in versione lobbista. Resta una sola altra strada, quella della politica vera e propria. Gigliotti ha condiviso la decisione di sostenere Viola con il ministro Bonafede e il senatore Morra, genovese di nascita, ma cosentino d'adozione? Se indicazione catanzarese c'è stata, questa è l'ipotesi più probabile. Forse al mercato delle toghe, qualche consiglio per il nome del nuovo procuratore di Roma è arrivata anche dai vertici grillini, sebbene di giorno e in un'occasione più istituzionale, anziché di notte e in una saletta sgualcita di un hotel alle spalle di Roma Termini.Ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincontro-tra-i-vertici-dei-grillini-a-catanzaro-lindicazione-su-viola-2638909119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuzio-via-lo-stipendio-a-palamara" data-post-id="2638909119" data-published-at="1767978658" data-use-pagination="False"> Fuzio: via lo stipendio a Palamara La sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio di Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, finito nella guerra tra toghe innescata dal pensionamento del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Lo aveva chiesto formalmente il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. E la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta il 2 luglio prossimo. Il provvedimento era stato avanzato formalmente il 12 giugno scorso, prima che saltasse fuori la storia dell'incontro tra i due, ed è di natura cautelare, ossia destinato a intervenire prima che si celebri il procedimento disciplinare. Ma c'è una questione che rende tutto più complicato. Il 16 maggio Palamara apprende dal consigliere Luigi Spina di una pratica a suo carico e si agita. Chiede che cosa abbia detto «Riccardo» (che è titolare delle azioni disciplinare e membro di dritto del Csm). Spina risponde di essersi messaggiato con Fuzio, che il quel momento si trovava all'estero, e di aver avuto come risposta questo messaggio: «Mi ha scritto: “Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo"». Undici giorni dopo i due si incontrano e parlano dell'inchiesta. Le intercettazioni sono arrivate al Csm e non è difficile prevedere che, dopo essere state annunciate, verrano diffuse. La trascrizione del colloquio è ora all'esame dell'ufficio di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia per l'eventuale avvio dell'azione disciplinare. Sarà difficile per Fuzio restare al suo posto. Si adombra quindi, salvo che il Csm decida diversamente, un'incompatibilità per Fuzio, che potrebbe lasciare ogni scelta al vicepresidente, David Ermini, e al primo presidente della suprema corte, Giovanni Mammone. Le nebbie in cui si trova da qualche settimana la magistratura sembrano non diradarsi. Ieri, dalle pagine della Verità, a rincarare la dose ci ha pensato il vicepremier grillino, Luigi Di Maio, che ha definito lo scandalo come «la P2 del Pd». «È una sintesi approssimativa. Se quello che appare dalle intercettazioni verrà confermato, la compagnia sarebbe più ampia e composita», ha replicato Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia. «Fossi in Di Maio», ha detto Orlando, «sarei più cauto». Prima di mandargli un messaggio preciso: «Anche i laici dei 5 stelle hanno votato lo stesso candidato sostenuto da quelli che apparirebbero come dei congiurati... (Marcello Viola, ndr). I politici presenti erano sicuramente del Pd», continua l'ex ministro della Giustizia, «ma ricondurre solo e soltanto ai politici una vicenda che è stata gestita anche da pezzi di magistratura mi pare riduttivo rispetto alla alla complessità di una cosa che non ridurrei a un'operazione del Pd. Anche perché chi era lì, come ha già detto Zingaretti, non era a nome del Partito democratico». Sul caso specifico di Luca Lotti e Cosimo Ferri, i due deputati dem coinvolti nella bufera, Orlando dice: «A me non piace fare processi politici o penali attraverso spezzoni di intercettazioni. Penso che la politica debba tracciare una linea molto netta su ciò che può e non può fare rispetto a una vicenda come questa. Poi, alla fine, chiariremo le responsabilità individuali». Un bel bubbone. Che il Pd vuole liquidare così: «Di Maio fa propaganda». Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha replicato alle accuse: «Il Csm e la magistratura hanno subito un colpo drammatico nella credibilità. Ora bisogna mettere in sicurezza questi organismi che devono garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Se la politica ha compiuto in passato ingerenze improprie ha compiuto dei gravi errori bisogna ammetterlo e bisogna lavorare perché queste cose non accadano mai più. La politica deve riformare il modo di elezione del Csm». E sulla riforma, alla vigilia del vertice di governo sulla giustizia, il premier, Giuseppe Conte, ha chiosato: «Devo dire che in un primo momento non ho apprezzato lo spirito corporativo con cui hanno reagito alcuni magistrati, che hanno difeso in modo generico le istituzioni».
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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