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2019-06-19
L’incontro tra i vertici dei grillini: «A Catanzaro l’indicazione su Viola»
Ansa
Eravamo stati facili profeti. Senza fare neppure troppa fatica avevamo preannunciato che il telefonino del pm indagato Luca Palamara avrebbe infettato altri magistrati, dopo aver affossato cinque consiglieri del Csm, il segretario di Magistratura indipendente e il presidente dell'Associazione nazionale magistrati.
In queste ore il virus sta aggredendo il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, componente di diritto del Csm e incaricato di portare avanti l'inchiesta disciplinare contro Palamara (il 15 giugno avevamo evidenziato i rapporti tra accusatore e accusato). Ma il pm «untore», indagato a Perugia per corruzione, a quanto ci risulta, non avrebbe ancora finito di mietere vittime. Sono infatti molte le toghe che temono di essere coinvolte e di trovare il proprio nome sui giornali, a causa dei legami con Palamara. Nei giorni scorsi abbiamo elencato alcuni giudici di sinistra a cui lo stesso si vantava di aver fatto favori (appoggiandoli nelle nomine) o che lo chiamavano per nomine ancora da fare.
Premettendo che non esiste ancora il reato di amicizia o di conoscenza, il magistrato sotto inchiesta diceva di essere in ottimi rapporti anche con il primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone (altro componente di diritto del Csm), e vantava legami con Piercamillo Davigo, il leader della corrente Autonomia e indipendenza, che in commissione sostenne per la successione di Giuseppe Pignatone a Roma la candidatura di Marcello Viola al pari di Magistratura indipendente, corrente di riferimento dei parlamentari pd Cosimo Ferri (che è stato anche segretario di Magistratura indipendente) e Luca Lotti. Anche il consigliere laico dei 5 stelle, Fulvio Gigliotti, cinquantatreenne catanzarese, votò in commissione per Viola.
Nella notte tra l'8 e il 9 maggio il consigliere di Unicost Luigi Spina, indagato per rivelazione di segreto e intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan di Palamara all'hotel Champagne Palace di via principe Amedeo a Roma (soprannominato «Champagne 2» per distinguerlo da quello attaccato al Csm), a un certo punto pare rassicurare Lotti e Ferri e gli altri magistrati presenti sull'orientamento di Gigliotti: «Ha avuto indicazione da Catanzaro di votare Viola». Spina, pm a Castrovillari (Cosenza), è considerato da qualche ben informato amico di Leonardo Pucci, già giudice di Potenza e Arezzo, vice capo di gabinetto vicario del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e vero uomo di fiducia del ministro.
Il riferimento di Spina era a un convegno organizzato dallo stesso Gigliotti all'università Magna Grecia di Catanzaro, dove il professore è ordinario di diritto privato. L'evento intitolato «Legalità dell'azione amministrativa e contrasto alla corruzione» ha avuto relatori d'eccellenza. Nella sessione del mattino hanno parlato Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione e consigliere del Csm, e il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Nella sessione pomeridiana sono intervenuti il Guardasigilli Bonafede, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma Gigliotti da chi avrebbe avuto l'imbeccata di votare Viola? Spina con chi scrive ha minimizzato la questione: «Era un bluff». Sarà, ma Gigliotti, lo scorso 23 maggio ha votato Viola per davvero, come Davigo, Antonio Lepre (consigliere dimissionario di Mi) ed Emanuele Basile, laico in quota Lega. Gigliotti e Davigo al Csm votano spesso allo stesso modo, ma non avevano bisogno del convegno calabrese per confrontarsi. E allora, escludendo Travaglio che, pur essendo giornalista stimato e molto ascoltato nel mondo grillino, non sembra nella posizione di indicare ai consiglieri laici dei 5 stelle il nome del procuratore di Roma, restano pochi altri possibili suggeritori. Tra questi c'è il procuratore di Catanzaro, Gratteri.
Nei giorni scorsi Matteo Renzi, a proposito della vicenda Csm, ha denunciato il «festival dell'ipocrisia contro Lotti» e ha dichiarato: «S'è sempre fatto così e le regole lo consentono del resto. Con i magistrati che si incontrano di giorno e di sera, con la politica che incontra i magistrati. Questo meccanismo ha portato in molte città, da Roma a Bologna, Milano, Catanzaro e Palermo - solo per citarne alcune - nomine all'altezza». E una delle «nomine all'altezza» era proprio quella di Gratteri, per qualche ora ministro in pectore del governo Renzi. Lotti lo definì «un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni» e lo volle a capo della commissione di Palazzo Chigi incaricata di elaborare proposte normative contro la criminalità organizzata.
Potrebbe essere Gratteri ad aver sponsorizzato con Gigliotti il candidato preferito dal Giglio magico Viola? Ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, visto che è difficile immaginare Gratteri in versione lobbista. Resta una sola altra strada, quella della politica vera e propria. Gigliotti ha condiviso la decisione di sostenere Viola con il ministro Bonafede e il senatore Morra, genovese di nascita, ma cosentino d'adozione? Se indicazione catanzarese c'è stata, questa è l'ipotesi più probabile. Forse al mercato delle toghe, qualche consiglio per il nome del nuovo procuratore di Roma è arrivata anche dai vertici grillini, sebbene di giorno e in un'occasione più istituzionale, anziché di notte e in una saletta sgualcita di un hotel alle spalle di Roma Termini.
Ha collaborato Patrizio Canestri
Fuzio: via lo stipendio a Palamara
La sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio di Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, finito nella guerra tra toghe innescata dal pensionamento del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Lo aveva chiesto formalmente il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. E la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta il 2 luglio prossimo.
Il provvedimento era stato avanzato formalmente il 12 giugno scorso, prima che saltasse fuori la storia dell'incontro tra i due, ed è di natura cautelare, ossia destinato a intervenire prima che si celebri il procedimento disciplinare. Ma c'è una questione che rende tutto più complicato.
Il 16 maggio Palamara apprende dal consigliere Luigi Spina di una pratica a suo carico e si agita. Chiede che cosa abbia detto «Riccardo» (che è titolare delle azioni disciplinare e membro di dritto del Csm). Spina risponde di essersi messaggiato con Fuzio, che il quel momento si trovava all'estero, e di aver avuto come risposta questo messaggio: «Mi ha scritto: “Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo"». Undici giorni dopo i due si incontrano e parlano dell'inchiesta. Le intercettazioni sono arrivate al Csm e non è difficile prevedere che, dopo essere state annunciate, verrano diffuse.
La trascrizione del colloquio è ora all'esame dell'ufficio di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia per l'eventuale avvio dell'azione disciplinare. Sarà difficile per Fuzio restare al suo posto. Si adombra quindi, salvo che il Csm decida diversamente, un'incompatibilità per Fuzio, che potrebbe lasciare ogni scelta al vicepresidente, David Ermini, e al primo presidente della suprema corte, Giovanni Mammone.
Le nebbie in cui si trova da qualche settimana la magistratura sembrano non diradarsi. Ieri, dalle pagine della Verità, a rincarare la dose ci ha pensato il vicepremier grillino, Luigi Di Maio, che ha definito lo scandalo come «la P2 del Pd».
«È una sintesi approssimativa. Se quello che appare dalle intercettazioni verrà confermato, la compagnia sarebbe più ampia e composita», ha replicato Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia. «Fossi in Di Maio», ha detto Orlando, «sarei più cauto». Prima di mandargli un messaggio preciso: «Anche i laici dei 5 stelle hanno votato lo stesso candidato sostenuto da quelli che apparirebbero come dei congiurati... (Marcello Viola, ndr). I politici presenti erano sicuramente del Pd», continua l'ex ministro della Giustizia, «ma ricondurre solo e soltanto ai politici una vicenda che è stata gestita anche da pezzi di magistratura mi pare riduttivo rispetto alla alla complessità di una cosa che non ridurrei a un'operazione del Pd. Anche perché chi era lì, come ha già detto Zingaretti, non era a nome del Partito democratico».
Sul caso specifico di Luca Lotti e Cosimo Ferri, i due deputati dem coinvolti nella bufera, Orlando dice: «A me non piace fare processi politici o penali attraverso spezzoni di intercettazioni. Penso che la politica debba tracciare una linea molto netta su ciò che può e non può fare rispetto a una vicenda come questa. Poi, alla fine, chiariremo le responsabilità individuali». Un bel bubbone. Che il Pd vuole liquidare così: «Di Maio fa propaganda». Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha replicato alle accuse: «Il Csm e la magistratura hanno subito un colpo drammatico nella credibilità. Ora bisogna mettere in sicurezza questi organismi che devono garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Se la politica ha compiuto in passato ingerenze improprie ha compiuto dei gravi errori bisogna ammetterlo e bisogna lavorare perché queste cose non accadano mai più. La politica deve riformare il modo di elezione del Csm». E sulla riforma, alla vigilia del vertice di governo sulla giustizia, il premier, Giuseppe Conte, ha chiosato: «Devo dire che in un primo momento non ho apprezzato lo spirito corporativo con cui hanno reagito alcuni magistrati, che hanno difeso in modo generico le istituzioni».
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Nelle intercettazioni del caso Csm l'indagato Luigi Spina parla di una svolta per il successore di Giuseppe Pignatone a Roma avvenuta in Calabria. Era un convegno con Alfonso Bonafede, il laico 5 stelle Fulvio Gigliotti, Nicola Morra, Piercamillo Davigo e Marco Travaglio.Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio chiede la sospensione dell'ex presidente dell'Anm, indagato a Perugia. La sezione disciplinare si pronuncerà il 2 luglio.Lo speciale contiene due articoli.Eravamo stati facili profeti. Senza fare neppure troppa fatica avevamo preannunciato che il telefonino del pm indagato Luca Palamara avrebbe infettato altri magistrati, dopo aver affossato cinque consiglieri del Csm, il segretario di Magistratura indipendente e il presidente dell'Associazione nazionale magistrati.In queste ore il virus sta aggredendo il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, componente di diritto del Csm e incaricato di portare avanti l'inchiesta disciplinare contro Palamara (il 15 giugno avevamo evidenziato i rapporti tra accusatore e accusato). Ma il pm «untore», indagato a Perugia per corruzione, a quanto ci risulta, non avrebbe ancora finito di mietere vittime. Sono infatti molte le toghe che temono di essere coinvolte e di trovare il proprio nome sui giornali, a causa dei legami con Palamara. Nei giorni scorsi abbiamo elencato alcuni giudici di sinistra a cui lo stesso si vantava di aver fatto favori (appoggiandoli nelle nomine) o che lo chiamavano per nomine ancora da fare.Premettendo che non esiste ancora il reato di amicizia o di conoscenza, il magistrato sotto inchiesta diceva di essere in ottimi rapporti anche con il primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone (altro componente di diritto del Csm), e vantava legami con Piercamillo Davigo, il leader della corrente Autonomia e indipendenza, che in commissione sostenne per la successione di Giuseppe Pignatone a Roma la candidatura di Marcello Viola al pari di Magistratura indipendente, corrente di riferimento dei parlamentari pd Cosimo Ferri (che è stato anche segretario di Magistratura indipendente) e Luca Lotti. Anche il consigliere laico dei 5 stelle, Fulvio Gigliotti, cinquantatreenne catanzarese, votò in commissione per Viola.Nella notte tra l'8 e il 9 maggio il consigliere di Unicost Luigi Spina, indagato per rivelazione di segreto e intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan di Palamara all'hotel Champagne Palace di via principe Amedeo a Roma (soprannominato «Champagne 2» per distinguerlo da quello attaccato al Csm), a un certo punto pare rassicurare Lotti e Ferri e gli altri magistrati presenti sull'orientamento di Gigliotti: «Ha avuto indicazione da Catanzaro di votare Viola». Spina, pm a Castrovillari (Cosenza), è considerato da qualche ben informato amico di Leonardo Pucci, già giudice di Potenza e Arezzo, vice capo di gabinetto vicario del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e vero uomo di fiducia del ministro.Il riferimento di Spina era a un convegno organizzato dallo stesso Gigliotti all'università Magna Grecia di Catanzaro, dove il professore è ordinario di diritto privato. L'evento intitolato «Legalità dell'azione amministrativa e contrasto alla corruzione» ha avuto relatori d'eccellenza. Nella sessione del mattino hanno parlato Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione e consigliere del Csm, e il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Nella sessione pomeridiana sono intervenuti il Guardasigilli Bonafede, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma Gigliotti da chi avrebbe avuto l'imbeccata di votare Viola? Spina con chi scrive ha minimizzato la questione: «Era un bluff». Sarà, ma Gigliotti, lo scorso 23 maggio ha votato Viola per davvero, come Davigo, Antonio Lepre (consigliere dimissionario di Mi) ed Emanuele Basile, laico in quota Lega. Gigliotti e Davigo al Csm votano spesso allo stesso modo, ma non avevano bisogno del convegno calabrese per confrontarsi. E allora, escludendo Travaglio che, pur essendo giornalista stimato e molto ascoltato nel mondo grillino, non sembra nella posizione di indicare ai consiglieri laici dei 5 stelle il nome del procuratore di Roma, restano pochi altri possibili suggeritori. Tra questi c'è il procuratore di Catanzaro, Gratteri. Nei giorni scorsi Matteo Renzi, a proposito della vicenda Csm, ha denunciato il «festival dell'ipocrisia contro Lotti» e ha dichiarato: «S'è sempre fatto così e le regole lo consentono del resto. Con i magistrati che si incontrano di giorno e di sera, con la politica che incontra i magistrati. Questo meccanismo ha portato in molte città, da Roma a Bologna, Milano, Catanzaro e Palermo - solo per citarne alcune - nomine all'altezza». E una delle «nomine all'altezza» era proprio quella di Gratteri, per qualche ora ministro in pectore del governo Renzi. Lotti lo definì «un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni» e lo volle a capo della commissione di Palazzo Chigi incaricata di elaborare proposte normative contro la criminalità organizzata.Potrebbe essere Gratteri ad aver sponsorizzato con Gigliotti il candidato preferito dal Giglio magico Viola? Ci sentiamo di escludere anche questa ipotesi, visto che è difficile immaginare Gratteri in versione lobbista. Resta una sola altra strada, quella della politica vera e propria. Gigliotti ha condiviso la decisione di sostenere Viola con il ministro Bonafede e il senatore Morra, genovese di nascita, ma cosentino d'adozione? Se indicazione catanzarese c'è stata, questa è l'ipotesi più probabile. Forse al mercato delle toghe, qualche consiglio per il nome del nuovo procuratore di Roma è arrivata anche dai vertici grillini, sebbene di giorno e in un'occasione più istituzionale, anziché di notte e in una saletta sgualcita di un hotel alle spalle di Roma Termini.Ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincontro-tra-i-vertici-dei-grillini-a-catanzaro-lindicazione-su-viola-2638909119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuzio-via-lo-stipendio-a-palamara" data-post-id="2638909119" data-published-at="1769749658" data-use-pagination="False"> Fuzio: via lo stipendio a Palamara La sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio di Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, finito nella guerra tra toghe innescata dal pensionamento del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Lo aveva chiesto formalmente il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. E la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta il 2 luglio prossimo. Il provvedimento era stato avanzato formalmente il 12 giugno scorso, prima che saltasse fuori la storia dell'incontro tra i due, ed è di natura cautelare, ossia destinato a intervenire prima che si celebri il procedimento disciplinare. Ma c'è una questione che rende tutto più complicato. Il 16 maggio Palamara apprende dal consigliere Luigi Spina di una pratica a suo carico e si agita. Chiede che cosa abbia detto «Riccardo» (che è titolare delle azioni disciplinare e membro di dritto del Csm). Spina risponde di essersi messaggiato con Fuzio, che il quel momento si trovava all'estero, e di aver avuto come risposta questo messaggio: «Mi ha scritto: “Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo"». Undici giorni dopo i due si incontrano e parlano dell'inchiesta. Le intercettazioni sono arrivate al Csm e non è difficile prevedere che, dopo essere state annunciate, verrano diffuse. La trascrizione del colloquio è ora all'esame dell'ufficio di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia per l'eventuale avvio dell'azione disciplinare. Sarà difficile per Fuzio restare al suo posto. Si adombra quindi, salvo che il Csm decida diversamente, un'incompatibilità per Fuzio, che potrebbe lasciare ogni scelta al vicepresidente, David Ermini, e al primo presidente della suprema corte, Giovanni Mammone. Le nebbie in cui si trova da qualche settimana la magistratura sembrano non diradarsi. Ieri, dalle pagine della Verità, a rincarare la dose ci ha pensato il vicepremier grillino, Luigi Di Maio, che ha definito lo scandalo come «la P2 del Pd». «È una sintesi approssimativa. Se quello che appare dalle intercettazioni verrà confermato, la compagnia sarebbe più ampia e composita», ha replicato Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia. «Fossi in Di Maio», ha detto Orlando, «sarei più cauto». Prima di mandargli un messaggio preciso: «Anche i laici dei 5 stelle hanno votato lo stesso candidato sostenuto da quelli che apparirebbero come dei congiurati... (Marcello Viola, ndr). I politici presenti erano sicuramente del Pd», continua l'ex ministro della Giustizia, «ma ricondurre solo e soltanto ai politici una vicenda che è stata gestita anche da pezzi di magistratura mi pare riduttivo rispetto alla alla complessità di una cosa che non ridurrei a un'operazione del Pd. Anche perché chi era lì, come ha già detto Zingaretti, non era a nome del Partito democratico». Sul caso specifico di Luca Lotti e Cosimo Ferri, i due deputati dem coinvolti nella bufera, Orlando dice: «A me non piace fare processi politici o penali attraverso spezzoni di intercettazioni. Penso che la politica debba tracciare una linea molto netta su ciò che può e non può fare rispetto a una vicenda come questa. Poi, alla fine, chiariremo le responsabilità individuali». Un bel bubbone. Che il Pd vuole liquidare così: «Di Maio fa propaganda». Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, ha replicato alle accuse: «Il Csm e la magistratura hanno subito un colpo drammatico nella credibilità. Ora bisogna mettere in sicurezza questi organismi che devono garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Se la politica ha compiuto in passato ingerenze improprie ha compiuto dei gravi errori bisogna ammetterlo e bisogna lavorare perché queste cose non accadano mai più. La politica deve riformare il modo di elezione del Csm». E sulla riforma, alla vigilia del vertice di governo sulla giustizia, il premier, Giuseppe Conte, ha chiosato: «Devo dire che in un primo momento non ho apprezzato lo spirito corporativo con cui hanno reagito alcuni magistrati, che hanno difeso in modo generico le istituzioni».
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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