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2020-02-13
L’inchiesta
Alitalia mette sotto tiro pure il commissario di Air Italy
Ansa
Per almeno due anni, è come se Alitalia avesse volato senza pilota. Le perdite ammontavano a due milioni di euro al giorno e mancava finanche il piano industriale «essendosi già dimostrato irrealizzabile (quello) predisposto da Ethiad». Tra il 2015 e il 2016, la compagnia di bandiera ha funzionato come bancomat per la società emiratina, socia al 49%, e ha dissipato una fortuna. Anche per la cattiva gestione di chi avrebbe dovuto controllare e guidare l'azienda, a cominciare dai top manager. Così si è chiusa l'indagine durata quasi due anni della procura di Civitavecchia.
Sono tutti finiti sotto inchiesta con l'accusa principale di bancarotta fraudolenta: gli amministratori delegati Silvano Cassano e Marc Cramer Bell; il vicepresidente di Alitalia Sai e presidente e ad di Etihad Airways, Reginald James Hogan; il direttore finanziario Duncan Naysmith; i consiglieri d'amministrazione Luca Cordero di Montezemolo, Roberto Colaninno e Giovanni Bisignani. L'elenco dei 21 indagati, a cui ieri sono stati notificati gli avvisi di chiusura delle indagini, comprende, inoltre, l'attuale liquidatore di Air Italy, Enrico Laghi, già consulente e commissario straordinario di Alitalia Sai; l'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier (difeso dall'avvocato Giuseppe Iannaccone); la vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi; e l'ex consigliere di Intesa (e commissario Astaldi) Corrado Gatti, il vicepresidente di Intesa San Paolo Paolo Colombo.
Tra plusvalenze costruite a tavolino, false fatture e cosmesi contabili, gli inquirenti - grazie alla collaborazione di consulenti come Gaetano Intrieri, Stefano Martinazzo, Ignazio Arcuri e la società Axerta - hanno ricostruito le mosse che hanno portato al «dissesto della società anche aggravandolo», come scrivono nel provvedimento, per la mancata dichiarazione dello stato di insolvenza poi pronunciato solo l'11 maggio 2017 dal tribunale. Per far quadrare i conti della società ed evitare il default, gli amministratori avrebbero manipolato le perizie (costate in totale 50.000 euro) di due società di consulenza per «svendere» ad appena 21 milioni di euro due slot (diritti di atterraggi) Roma-Londra che ne valevano almeno 60 (o addirittura 70), al fine di iscrivere a bilancio come plusvalenza la differenza di 39 milioni. Avrebbero inoltre portato all'attivo un'altra fittizia plusvalenza di 44 milioni e utilizzato una falsa fattura da 25 milioni per «pompare» il patrimonio netto al di sopra della soglia di allarme.
Altro fronte d'indagine è quello degli accordi interni tra Alitalia ed Etihad, con quest'ultima che avrebbe beneficiato di alcuni contratti particolarmente vantaggiosi, per un totale di quasi 100 milioni di euro, in relazione ad alcune tratte regionali affidate a costi più alti a una società controllata dall'azienda araba invece che a un vecchio (e più conveniente) concessionario italiano.
Tra i protagonisti dell'inchiesta della procura di Civitavecchia, come detto, c'è soprattutto Enrico Laghi, fresco di nomina come liquidatore di Air Italy, altra compagnia aera in crisi economica. Nel 2015 proprio Laghi, in qualità di amministratore delegato della Midco, società che aveva la maggioranza di Alitalia Sai (51%), avrebbe registrato una falsa plusvalenza da 136 milioni di euro per migliorare i dati delle condizioni economiche della nostra compagnia di bandiera. In questo modo, secondo i magistrati, sarebbe stato falsato il piano industriale 2015-2018, con perdite pari a 198 milioni di euro invece di 335 milioni. E soprattutto, con questa operazione avrebbe ingannato creditori, soci, finanziatori e potenziali finanziatori. Tutto ruota intorno all'operazione Alitalia Loyalty, quella che gestisce il programma Millemiglia che Laghi avallò («Non irragionevole», disse) cedendola a Etihad per circa 13 milioni e 300.000 euro. Un valore che stando alle indagini si è rivelato «falso e frutto di un irragionevole e arbitrario uso della discrezionalità valutativa», scrivono i magistrati. Peccato, infatti, che il valore fosse di almeno 150 milioni di euro, come si poteva evincere dal bilancio Alitalia Cai del 2013. Laghi risulta inoltre indagato anche per falso in atto pubblico, perché, si legge nelle 26 pagine di chiusura delle indagini, «nell'autodichiarazione resa in accettazione dell'incarico di Commissario straordinario di Alitalia Sai al Mise dichiarava falsamente di non aver prestato attività di collaborazione professionale nei confronti della società Alitalia Sai nei due anni antecedenti alla dichiarazione dello stato d'insolvenza, nonostante avesse, nel settembre 2015, emesso parere su incarico della citata società».
Nelle contestazioni dei pm di Civitavecchia trovano spazio infine pure le spese pazze già raccontate nei mesi scorsi dal nostro giornale. A risponderne, nello specifico, sono Cassano, Montezemolo, Cramer Ball e Naysmith: circa 600.000 euro per catering, cene di gala e lussuosi eventi aziendali «bruciati» mentre Alitalia era già in picchiata.
Alessandro Da Rold e Simone Di Meo
La grana Air Italy spiazza il governo E spalanca la pista alle mire Ryanair
Una «forte irritazione». Sono le parole usate dal governo di fronte ai commissari di Air Italy per descrivere il mancato coinvolgimento delle istituzioni nella decisione dei soci Alisarda (con il 51%) e Qatar Airways (con il 49%) di mettere in liquidazione in bonis la compagnia area. Lo si legge nella nota diffusa ieri dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e da quello dello Sviluppo economico al termine dell'incontro al Mit convocato dal ministro Paola De Micheli. «Ai rappresentanti dell'azienda», viene spiegato, «è stata avanzata la richiesta di esplorare percorsi alternativi alla liquidazione» e per la prossima settimana è stato fissato un nuovo incontro con i liquidatori della ex Meridiana, i sindacati e i rappresentanti delle due Regioni coinvolte, Sardegna e Lombardia. Al Mise non se l'aspettavano, dice il ministro Stefano Patuanelli, aggiungendo che ora va trovata una soluzione «per garantire il trasporto aereo su parte del territorio, mi riferisco in particolare alla Sardegna».
Difficile, però, che la «forte irritazione» risollevi in volo una compagnia aerea dal destino ormai segnato dopo la decisione degli azionisti di mollare e di nominare i due liquidatori (uno, Enrico Laghi, ex liquidatore anche di Alitalia e per questo indagato proprio ieri dalla Procura di Civitavecchia). A meno che non plani sulla pista l'«avvoltoio» irlandese Micheal O'Leary vestito da cavaliere bianco che con la sua Ryanair sarebbe pronto a farsi avanti per rilevare la società. Se si tratta di un avance concreta lo si capirà forse oggi a Milano, dove il vettore low cost ha organizzato un incontro stampa per un aggiornamento. Nel frattempo, non resta che analizzare la «scatola nera» del flop di Air Italy costretta a dire addio alla storica base di Olbia e a quella di Milano Malpensa con una perdita stimata di 230 milioni nel 2019, pari al 70% del fatturato.
Qatar Airways sarebbe stata pronta a mettere mano al portafoglio per assicurare un ulteriore sviluppo della società, mentre Alisarda (che fa capo all'Aga Khan) ha deciso di non voler più partecipare a ulteriori aumenti di capitale. Se, però, solo Qatar Airways avesse partecipato alla ricapitalizzazione, sarebbe stato superato il massimo consentito dalla legge europea alle compagnie extra comunitarie. Impossibile, quindi, evitare lo stallo di Air Italy «battezzata» con la nuova livrea all'inizio del 2018 ma in cui Qatar Airways aveva già investito 39 milioni (aprile 2017-marzo 2018) e l'anno dopo altri 51,3 milioni circa con un piano industriale molto ambizioso. Ad aprire la porta al Qatar era stato, per altro, Matteo Renzi che ai tempi in cui era capo del governo fece da sensale all'intervento del Qatar come partner del rilancio della Meridiana (ex Alisarda). Un sodalizio non limitato solo agli aerei, quello tra l'ex premier in versione lobbista e il giovane emiro Tamim bin Hamad al-Thani, che venne poco digerito dagli emiri concorrenti, quelli di Abu Dhabi che avevano immesso fior di quattrini in Unicredit e anche in Alitalia, con Etihad.
Poi la situazione si è complicata con il faro acceso dalla Commissione Ue sul bando per assegnare le rotte con gli oneri di servizio che ha aperto il contenzioso tra Air Italy e Alitalia sui collegamenti tra Italia continentale e Sardegna. E ad alimentare le turbolenze è infine stato l'acquisto di tre Boeing 737 Max 8 che venivano utilizzati per le tratte a corto e medio raggio e sono stati messi a terra dopo il blocco imposto in seguito all'incidente del volo ET302 in Etiopia.
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Indagati per la mala gestione della compagnia anche l'ad di Unicredit, il vicepresidente di Intesa, la numero due di Confindustria e l'ex commissario Enrico Laghi. Oltre a conti truccati e false fatture, i pm contestano le cene di gala di Montezemolo e dei vertici di Ethiad.Sulla liquidazione «c'è forte irritazione». Micheal O'Leary annuncia un'offerta già per oggi.Lo speciale contiene due articoliPer almeno due anni, è come se Alitalia avesse volato senza pilota. Le perdite ammontavano a due milioni di euro al giorno e mancava finanche il piano industriale «essendosi già dimostrato irrealizzabile (quello) predisposto da Ethiad». Tra il 2015 e il 2016, la compagnia di bandiera ha funzionato come bancomat per la società emiratina, socia al 49%, e ha dissipato una fortuna. Anche per la cattiva gestione di chi avrebbe dovuto controllare e guidare l'azienda, a cominciare dai top manager. Così si è chiusa l'indagine durata quasi due anni della procura di Civitavecchia. Sono tutti finiti sotto inchiesta con l'accusa principale di bancarotta fraudolenta: gli amministratori delegati Silvano Cassano e Marc Cramer Bell; il vicepresidente di Alitalia Sai e presidente e ad di Etihad Airways, Reginald James Hogan; il direttore finanziario Duncan Naysmith; i consiglieri d'amministrazione Luca Cordero di Montezemolo, Roberto Colaninno e Giovanni Bisignani. L'elenco dei 21 indagati, a cui ieri sono stati notificati gli avvisi di chiusura delle indagini, comprende, inoltre, l'attuale liquidatore di Air Italy, Enrico Laghi, già consulente e commissario straordinario di Alitalia Sai; l'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier (difeso dall'avvocato Giuseppe Iannaccone); la vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi; e l'ex consigliere di Intesa (e commissario Astaldi) Corrado Gatti, il vicepresidente di Intesa San Paolo Paolo Colombo. Tra plusvalenze costruite a tavolino, false fatture e cosmesi contabili, gli inquirenti - grazie alla collaborazione di consulenti come Gaetano Intrieri, Stefano Martinazzo, Ignazio Arcuri e la società Axerta - hanno ricostruito le mosse che hanno portato al «dissesto della società anche aggravandolo», come scrivono nel provvedimento, per la mancata dichiarazione dello stato di insolvenza poi pronunciato solo l'11 maggio 2017 dal tribunale. Per far quadrare i conti della società ed evitare il default, gli amministratori avrebbero manipolato le perizie (costate in totale 50.000 euro) di due società di consulenza per «svendere» ad appena 21 milioni di euro due slot (diritti di atterraggi) Roma-Londra che ne valevano almeno 60 (o addirittura 70), al fine di iscrivere a bilancio come plusvalenza la differenza di 39 milioni. Avrebbero inoltre portato all'attivo un'altra fittizia plusvalenza di 44 milioni e utilizzato una falsa fattura da 25 milioni per «pompare» il patrimonio netto al di sopra della soglia di allarme.Altro fronte d'indagine è quello degli accordi interni tra Alitalia ed Etihad, con quest'ultima che avrebbe beneficiato di alcuni contratti particolarmente vantaggiosi, per un totale di quasi 100 milioni di euro, in relazione ad alcune tratte regionali affidate a costi più alti a una società controllata dall'azienda araba invece che a un vecchio (e più conveniente) concessionario italiano.Tra i protagonisti dell'inchiesta della procura di Civitavecchia, come detto, c'è soprattutto Enrico Laghi, fresco di nomina come liquidatore di Air Italy, altra compagnia aera in crisi economica. Nel 2015 proprio Laghi, in qualità di amministratore delegato della Midco, società che aveva la maggioranza di Alitalia Sai (51%), avrebbe registrato una falsa plusvalenza da 136 milioni di euro per migliorare i dati delle condizioni economiche della nostra compagnia di bandiera. In questo modo, secondo i magistrati, sarebbe stato falsato il piano industriale 2015-2018, con perdite pari a 198 milioni di euro invece di 335 milioni. E soprattutto, con questa operazione avrebbe ingannato creditori, soci, finanziatori e potenziali finanziatori. Tutto ruota intorno all'operazione Alitalia Loyalty, quella che gestisce il programma Millemiglia che Laghi avallò («Non irragionevole», disse) cedendola a Etihad per circa 13 milioni e 300.000 euro. Un valore che stando alle indagini si è rivelato «falso e frutto di un irragionevole e arbitrario uso della discrezionalità valutativa», scrivono i magistrati. Peccato, infatti, che il valore fosse di almeno 150 milioni di euro, come si poteva evincere dal bilancio Alitalia Cai del 2013. Laghi risulta inoltre indagato anche per falso in atto pubblico, perché, si legge nelle 26 pagine di chiusura delle indagini, «nell'autodichiarazione resa in accettazione dell'incarico di Commissario straordinario di Alitalia Sai al Mise dichiarava falsamente di non aver prestato attività di collaborazione professionale nei confronti della società Alitalia Sai nei due anni antecedenti alla dichiarazione dello stato d'insolvenza, nonostante avesse, nel settembre 2015, emesso parere su incarico della citata società».Nelle contestazioni dei pm di Civitavecchia trovano spazio infine pure le spese pazze già raccontate nei mesi scorsi dal nostro giornale. A risponderne, nello specifico, sono Cassano, Montezemolo, Cramer Ball e Naysmith: circa 600.000 euro per catering, cene di gala e lussuosi eventi aziendali «bruciati» mentre Alitalia era già in picchiata.Alessandro Da Rold e Simone Di Meo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linchiesta-alitalia-si-allarga-ai-top-manager-2645128740.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grana-air-italy-spiazza-il-governo-e-spalanca-la-pista-alle-mire-ryanair" data-post-id="2645128740" data-published-at="1778172758" data-use-pagination="False"> La grana Air Italy spiazza il governo E spalanca la pista alle mire Ryanair Una «forte irritazione». Sono le parole usate dal governo di fronte ai commissari di Air Italy per descrivere il mancato coinvolgimento delle istituzioni nella decisione dei soci Alisarda (con il 51%) e Qatar Airways (con il 49%) di mettere in liquidazione in bonis la compagnia area. Lo si legge nella nota diffusa ieri dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e da quello dello Sviluppo economico al termine dell'incontro al Mit convocato dal ministro Paola De Micheli. «Ai rappresentanti dell'azienda», viene spiegato, «è stata avanzata la richiesta di esplorare percorsi alternativi alla liquidazione» e per la prossima settimana è stato fissato un nuovo incontro con i liquidatori della ex Meridiana, i sindacati e i rappresentanti delle due Regioni coinvolte, Sardegna e Lombardia. Al Mise non se l'aspettavano, dice il ministro Stefano Patuanelli, aggiungendo che ora va trovata una soluzione «per garantire il trasporto aereo su parte del territorio, mi riferisco in particolare alla Sardegna». Difficile, però, che la «forte irritazione» risollevi in volo una compagnia aerea dal destino ormai segnato dopo la decisione degli azionisti di mollare e di nominare i due liquidatori (uno, Enrico Laghi, ex liquidatore anche di Alitalia e per questo indagato proprio ieri dalla Procura di Civitavecchia). A meno che non plani sulla pista l'«avvoltoio» irlandese Micheal O'Leary vestito da cavaliere bianco che con la sua Ryanair sarebbe pronto a farsi avanti per rilevare la società. Se si tratta di un avance concreta lo si capirà forse oggi a Milano, dove il vettore low cost ha organizzato un incontro stampa per un aggiornamento. Nel frattempo, non resta che analizzare la «scatola nera» del flop di Air Italy costretta a dire addio alla storica base di Olbia e a quella di Milano Malpensa con una perdita stimata di 230 milioni nel 2019, pari al 70% del fatturato. Qatar Airways sarebbe stata pronta a mettere mano al portafoglio per assicurare un ulteriore sviluppo della società, mentre Alisarda (che fa capo all'Aga Khan) ha deciso di non voler più partecipare a ulteriori aumenti di capitale. Se, però, solo Qatar Airways avesse partecipato alla ricapitalizzazione, sarebbe stato superato il massimo consentito dalla legge europea alle compagnie extra comunitarie. Impossibile, quindi, evitare lo stallo di Air Italy «battezzata» con la nuova livrea all'inizio del 2018 ma in cui Qatar Airways aveva già investito 39 milioni (aprile 2017-marzo 2018) e l'anno dopo altri 51,3 milioni circa con un piano industriale molto ambizioso. Ad aprire la porta al Qatar era stato, per altro, Matteo Renzi che ai tempi in cui era capo del governo fece da sensale all'intervento del Qatar come partner del rilancio della Meridiana (ex Alisarda). Un sodalizio non limitato solo agli aerei, quello tra l'ex premier in versione lobbista e il giovane emiro Tamim bin Hamad al-Thani, che venne poco digerito dagli emiri concorrenti, quelli di Abu Dhabi che avevano immesso fior di quattrini in Unicredit e anche in Alitalia, con Etihad. Poi la situazione si è complicata con il faro acceso dalla Commissione Ue sul bando per assegnare le rotte con gli oneri di servizio che ha aperto il contenzioso tra Air Italy e Alitalia sui collegamenti tra Italia continentale e Sardegna. E ad alimentare le turbolenze è infine stato l'acquisto di tre Boeing 737 Max 8 che venivano utilizzati per le tratte a corto e medio raggio e sono stati messi a terra dopo il blocco imposto in seguito all'incidente del volo ET302 in Etiopia.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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