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2020-02-13
L’inchiesta
Alitalia mette sotto tiro pure il commissario di Air Italy
Ansa
Per almeno due anni, è come se Alitalia avesse volato senza pilota. Le perdite ammontavano a due milioni di euro al giorno e mancava finanche il piano industriale «essendosi già dimostrato irrealizzabile (quello) predisposto da Ethiad». Tra il 2015 e il 2016, la compagnia di bandiera ha funzionato come bancomat per la società emiratina, socia al 49%, e ha dissipato una fortuna. Anche per la cattiva gestione di chi avrebbe dovuto controllare e guidare l'azienda, a cominciare dai top manager. Così si è chiusa l'indagine durata quasi due anni della procura di Civitavecchia.
Sono tutti finiti sotto inchiesta con l'accusa principale di bancarotta fraudolenta: gli amministratori delegati Silvano Cassano e Marc Cramer Bell; il vicepresidente di Alitalia Sai e presidente e ad di Etihad Airways, Reginald James Hogan; il direttore finanziario Duncan Naysmith; i consiglieri d'amministrazione Luca Cordero di Montezemolo, Roberto Colaninno e Giovanni Bisignani. L'elenco dei 21 indagati, a cui ieri sono stati notificati gli avvisi di chiusura delle indagini, comprende, inoltre, l'attuale liquidatore di Air Italy, Enrico Laghi, già consulente e commissario straordinario di Alitalia Sai; l'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier (difeso dall'avvocato Giuseppe Iannaccone); la vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi; e l'ex consigliere di Intesa (e commissario Astaldi) Corrado Gatti, il vicepresidente di Intesa San Paolo Paolo Colombo.
Tra plusvalenze costruite a tavolino, false fatture e cosmesi contabili, gli inquirenti - grazie alla collaborazione di consulenti come Gaetano Intrieri, Stefano Martinazzo, Ignazio Arcuri e la società Axerta - hanno ricostruito le mosse che hanno portato al «dissesto della società anche aggravandolo», come scrivono nel provvedimento, per la mancata dichiarazione dello stato di insolvenza poi pronunciato solo l'11 maggio 2017 dal tribunale. Per far quadrare i conti della società ed evitare il default, gli amministratori avrebbero manipolato le perizie (costate in totale 50.000 euro) di due società di consulenza per «svendere» ad appena 21 milioni di euro due slot (diritti di atterraggi) Roma-Londra che ne valevano almeno 60 (o addirittura 70), al fine di iscrivere a bilancio come plusvalenza la differenza di 39 milioni. Avrebbero inoltre portato all'attivo un'altra fittizia plusvalenza di 44 milioni e utilizzato una falsa fattura da 25 milioni per «pompare» il patrimonio netto al di sopra della soglia di allarme.
Altro fronte d'indagine è quello degli accordi interni tra Alitalia ed Etihad, con quest'ultima che avrebbe beneficiato di alcuni contratti particolarmente vantaggiosi, per un totale di quasi 100 milioni di euro, in relazione ad alcune tratte regionali affidate a costi più alti a una società controllata dall'azienda araba invece che a un vecchio (e più conveniente) concessionario italiano.
Tra i protagonisti dell'inchiesta della procura di Civitavecchia, come detto, c'è soprattutto Enrico Laghi, fresco di nomina come liquidatore di Air Italy, altra compagnia aera in crisi economica. Nel 2015 proprio Laghi, in qualità di amministratore delegato della Midco, società che aveva la maggioranza di Alitalia Sai (51%), avrebbe registrato una falsa plusvalenza da 136 milioni di euro per migliorare i dati delle condizioni economiche della nostra compagnia di bandiera. In questo modo, secondo i magistrati, sarebbe stato falsato il piano industriale 2015-2018, con perdite pari a 198 milioni di euro invece di 335 milioni. E soprattutto, con questa operazione avrebbe ingannato creditori, soci, finanziatori e potenziali finanziatori. Tutto ruota intorno all'operazione Alitalia Loyalty, quella che gestisce il programma Millemiglia che Laghi avallò («Non irragionevole», disse) cedendola a Etihad per circa 13 milioni e 300.000 euro. Un valore che stando alle indagini si è rivelato «falso e frutto di un irragionevole e arbitrario uso della discrezionalità valutativa», scrivono i magistrati. Peccato, infatti, che il valore fosse di almeno 150 milioni di euro, come si poteva evincere dal bilancio Alitalia Cai del 2013. Laghi risulta inoltre indagato anche per falso in atto pubblico, perché, si legge nelle 26 pagine di chiusura delle indagini, «nell'autodichiarazione resa in accettazione dell'incarico di Commissario straordinario di Alitalia Sai al Mise dichiarava falsamente di non aver prestato attività di collaborazione professionale nei confronti della società Alitalia Sai nei due anni antecedenti alla dichiarazione dello stato d'insolvenza, nonostante avesse, nel settembre 2015, emesso parere su incarico della citata società».
Nelle contestazioni dei pm di Civitavecchia trovano spazio infine pure le spese pazze già raccontate nei mesi scorsi dal nostro giornale. A risponderne, nello specifico, sono Cassano, Montezemolo, Cramer Ball e Naysmith: circa 600.000 euro per catering, cene di gala e lussuosi eventi aziendali «bruciati» mentre Alitalia era già in picchiata.
Alessandro Da Rold e Simone Di Meo
La grana Air Italy spiazza il governo E spalanca la pista alle mire Ryanair
Una «forte irritazione». Sono le parole usate dal governo di fronte ai commissari di Air Italy per descrivere il mancato coinvolgimento delle istituzioni nella decisione dei soci Alisarda (con il 51%) e Qatar Airways (con il 49%) di mettere in liquidazione in bonis la compagnia area. Lo si legge nella nota diffusa ieri dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e da quello dello Sviluppo economico al termine dell'incontro al Mit convocato dal ministro Paola De Micheli. «Ai rappresentanti dell'azienda», viene spiegato, «è stata avanzata la richiesta di esplorare percorsi alternativi alla liquidazione» e per la prossima settimana è stato fissato un nuovo incontro con i liquidatori della ex Meridiana, i sindacati e i rappresentanti delle due Regioni coinvolte, Sardegna e Lombardia. Al Mise non se l'aspettavano, dice il ministro Stefano Patuanelli, aggiungendo che ora va trovata una soluzione «per garantire il trasporto aereo su parte del territorio, mi riferisco in particolare alla Sardegna».
Difficile, però, che la «forte irritazione» risollevi in volo una compagnia aerea dal destino ormai segnato dopo la decisione degli azionisti di mollare e di nominare i due liquidatori (uno, Enrico Laghi, ex liquidatore anche di Alitalia e per questo indagato proprio ieri dalla Procura di Civitavecchia). A meno che non plani sulla pista l'«avvoltoio» irlandese Micheal O'Leary vestito da cavaliere bianco che con la sua Ryanair sarebbe pronto a farsi avanti per rilevare la società. Se si tratta di un avance concreta lo si capirà forse oggi a Milano, dove il vettore low cost ha organizzato un incontro stampa per un aggiornamento. Nel frattempo, non resta che analizzare la «scatola nera» del flop di Air Italy costretta a dire addio alla storica base di Olbia e a quella di Milano Malpensa con una perdita stimata di 230 milioni nel 2019, pari al 70% del fatturato.
Qatar Airways sarebbe stata pronta a mettere mano al portafoglio per assicurare un ulteriore sviluppo della società, mentre Alisarda (che fa capo all'Aga Khan) ha deciso di non voler più partecipare a ulteriori aumenti di capitale. Se, però, solo Qatar Airways avesse partecipato alla ricapitalizzazione, sarebbe stato superato il massimo consentito dalla legge europea alle compagnie extra comunitarie. Impossibile, quindi, evitare lo stallo di Air Italy «battezzata» con la nuova livrea all'inizio del 2018 ma in cui Qatar Airways aveva già investito 39 milioni (aprile 2017-marzo 2018) e l'anno dopo altri 51,3 milioni circa con un piano industriale molto ambizioso. Ad aprire la porta al Qatar era stato, per altro, Matteo Renzi che ai tempi in cui era capo del governo fece da sensale all'intervento del Qatar come partner del rilancio della Meridiana (ex Alisarda). Un sodalizio non limitato solo agli aerei, quello tra l'ex premier in versione lobbista e il giovane emiro Tamim bin Hamad al-Thani, che venne poco digerito dagli emiri concorrenti, quelli di Abu Dhabi che avevano immesso fior di quattrini in Unicredit e anche in Alitalia, con Etihad.
Poi la situazione si è complicata con il faro acceso dalla Commissione Ue sul bando per assegnare le rotte con gli oneri di servizio che ha aperto il contenzioso tra Air Italy e Alitalia sui collegamenti tra Italia continentale e Sardegna. E ad alimentare le turbolenze è infine stato l'acquisto di tre Boeing 737 Max 8 che venivano utilizzati per le tratte a corto e medio raggio e sono stati messi a terra dopo il blocco imposto in seguito all'incidente del volo ET302 in Etiopia.
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Indagati per la mala gestione della compagnia anche l'ad di Unicredit, il vicepresidente di Intesa, la numero due di Confindustria e l'ex commissario Enrico Laghi. Oltre a conti truccati e false fatture, i pm contestano le cene di gala di Montezemolo e dei vertici di Ethiad.Sulla liquidazione «c'è forte irritazione». Micheal O'Leary annuncia un'offerta già per oggi.Lo speciale contiene due articoliPer almeno due anni, è come se Alitalia avesse volato senza pilota. Le perdite ammontavano a due milioni di euro al giorno e mancava finanche il piano industriale «essendosi già dimostrato irrealizzabile (quello) predisposto da Ethiad». Tra il 2015 e il 2016, la compagnia di bandiera ha funzionato come bancomat per la società emiratina, socia al 49%, e ha dissipato una fortuna. Anche per la cattiva gestione di chi avrebbe dovuto controllare e guidare l'azienda, a cominciare dai top manager. Così si è chiusa l'indagine durata quasi due anni della procura di Civitavecchia. Sono tutti finiti sotto inchiesta con l'accusa principale di bancarotta fraudolenta: gli amministratori delegati Silvano Cassano e Marc Cramer Bell; il vicepresidente di Alitalia Sai e presidente e ad di Etihad Airways, Reginald James Hogan; il direttore finanziario Duncan Naysmith; i consiglieri d'amministrazione Luca Cordero di Montezemolo, Roberto Colaninno e Giovanni Bisignani. L'elenco dei 21 indagati, a cui ieri sono stati notificati gli avvisi di chiusura delle indagini, comprende, inoltre, l'attuale liquidatore di Air Italy, Enrico Laghi, già consulente e commissario straordinario di Alitalia Sai; l'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier (difeso dall'avvocato Giuseppe Iannaccone); la vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi; e l'ex consigliere di Intesa (e commissario Astaldi) Corrado Gatti, il vicepresidente di Intesa San Paolo Paolo Colombo. Tra plusvalenze costruite a tavolino, false fatture e cosmesi contabili, gli inquirenti - grazie alla collaborazione di consulenti come Gaetano Intrieri, Stefano Martinazzo, Ignazio Arcuri e la società Axerta - hanno ricostruito le mosse che hanno portato al «dissesto della società anche aggravandolo», come scrivono nel provvedimento, per la mancata dichiarazione dello stato di insolvenza poi pronunciato solo l'11 maggio 2017 dal tribunale. Per far quadrare i conti della società ed evitare il default, gli amministratori avrebbero manipolato le perizie (costate in totale 50.000 euro) di due società di consulenza per «svendere» ad appena 21 milioni di euro due slot (diritti di atterraggi) Roma-Londra che ne valevano almeno 60 (o addirittura 70), al fine di iscrivere a bilancio come plusvalenza la differenza di 39 milioni. Avrebbero inoltre portato all'attivo un'altra fittizia plusvalenza di 44 milioni e utilizzato una falsa fattura da 25 milioni per «pompare» il patrimonio netto al di sopra della soglia di allarme.Altro fronte d'indagine è quello degli accordi interni tra Alitalia ed Etihad, con quest'ultima che avrebbe beneficiato di alcuni contratti particolarmente vantaggiosi, per un totale di quasi 100 milioni di euro, in relazione ad alcune tratte regionali affidate a costi più alti a una società controllata dall'azienda araba invece che a un vecchio (e più conveniente) concessionario italiano.Tra i protagonisti dell'inchiesta della procura di Civitavecchia, come detto, c'è soprattutto Enrico Laghi, fresco di nomina come liquidatore di Air Italy, altra compagnia aera in crisi economica. Nel 2015 proprio Laghi, in qualità di amministratore delegato della Midco, società che aveva la maggioranza di Alitalia Sai (51%), avrebbe registrato una falsa plusvalenza da 136 milioni di euro per migliorare i dati delle condizioni economiche della nostra compagnia di bandiera. In questo modo, secondo i magistrati, sarebbe stato falsato il piano industriale 2015-2018, con perdite pari a 198 milioni di euro invece di 335 milioni. E soprattutto, con questa operazione avrebbe ingannato creditori, soci, finanziatori e potenziali finanziatori. Tutto ruota intorno all'operazione Alitalia Loyalty, quella che gestisce il programma Millemiglia che Laghi avallò («Non irragionevole», disse) cedendola a Etihad per circa 13 milioni e 300.000 euro. Un valore che stando alle indagini si è rivelato «falso e frutto di un irragionevole e arbitrario uso della discrezionalità valutativa», scrivono i magistrati. Peccato, infatti, che il valore fosse di almeno 150 milioni di euro, come si poteva evincere dal bilancio Alitalia Cai del 2013. Laghi risulta inoltre indagato anche per falso in atto pubblico, perché, si legge nelle 26 pagine di chiusura delle indagini, «nell'autodichiarazione resa in accettazione dell'incarico di Commissario straordinario di Alitalia Sai al Mise dichiarava falsamente di non aver prestato attività di collaborazione professionale nei confronti della società Alitalia Sai nei due anni antecedenti alla dichiarazione dello stato d'insolvenza, nonostante avesse, nel settembre 2015, emesso parere su incarico della citata società».Nelle contestazioni dei pm di Civitavecchia trovano spazio infine pure le spese pazze già raccontate nei mesi scorsi dal nostro giornale. A risponderne, nello specifico, sono Cassano, Montezemolo, Cramer Ball e Naysmith: circa 600.000 euro per catering, cene di gala e lussuosi eventi aziendali «bruciati» mentre Alitalia era già in picchiata.Alessandro Da Rold e Simone Di Meo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linchiesta-alitalia-si-allarga-ai-top-manager-2645128740.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grana-air-italy-spiazza-il-governo-e-spalanca-la-pista-alle-mire-ryanair" data-post-id="2645128740" data-published-at="1777584750" data-use-pagination="False"> La grana Air Italy spiazza il governo E spalanca la pista alle mire Ryanair Una «forte irritazione». Sono le parole usate dal governo di fronte ai commissari di Air Italy per descrivere il mancato coinvolgimento delle istituzioni nella decisione dei soci Alisarda (con il 51%) e Qatar Airways (con il 49%) di mettere in liquidazione in bonis la compagnia area. Lo si legge nella nota diffusa ieri dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e da quello dello Sviluppo economico al termine dell'incontro al Mit convocato dal ministro Paola De Micheli. «Ai rappresentanti dell'azienda», viene spiegato, «è stata avanzata la richiesta di esplorare percorsi alternativi alla liquidazione» e per la prossima settimana è stato fissato un nuovo incontro con i liquidatori della ex Meridiana, i sindacati e i rappresentanti delle due Regioni coinvolte, Sardegna e Lombardia. Al Mise non se l'aspettavano, dice il ministro Stefano Patuanelli, aggiungendo che ora va trovata una soluzione «per garantire il trasporto aereo su parte del territorio, mi riferisco in particolare alla Sardegna». Difficile, però, che la «forte irritazione» risollevi in volo una compagnia aerea dal destino ormai segnato dopo la decisione degli azionisti di mollare e di nominare i due liquidatori (uno, Enrico Laghi, ex liquidatore anche di Alitalia e per questo indagato proprio ieri dalla Procura di Civitavecchia). A meno che non plani sulla pista l'«avvoltoio» irlandese Micheal O'Leary vestito da cavaliere bianco che con la sua Ryanair sarebbe pronto a farsi avanti per rilevare la società. Se si tratta di un avance concreta lo si capirà forse oggi a Milano, dove il vettore low cost ha organizzato un incontro stampa per un aggiornamento. Nel frattempo, non resta che analizzare la «scatola nera» del flop di Air Italy costretta a dire addio alla storica base di Olbia e a quella di Milano Malpensa con una perdita stimata di 230 milioni nel 2019, pari al 70% del fatturato. Qatar Airways sarebbe stata pronta a mettere mano al portafoglio per assicurare un ulteriore sviluppo della società, mentre Alisarda (che fa capo all'Aga Khan) ha deciso di non voler più partecipare a ulteriori aumenti di capitale. Se, però, solo Qatar Airways avesse partecipato alla ricapitalizzazione, sarebbe stato superato il massimo consentito dalla legge europea alle compagnie extra comunitarie. Impossibile, quindi, evitare lo stallo di Air Italy «battezzata» con la nuova livrea all'inizio del 2018 ma in cui Qatar Airways aveva già investito 39 milioni (aprile 2017-marzo 2018) e l'anno dopo altri 51,3 milioni circa con un piano industriale molto ambizioso. Ad aprire la porta al Qatar era stato, per altro, Matteo Renzi che ai tempi in cui era capo del governo fece da sensale all'intervento del Qatar come partner del rilancio della Meridiana (ex Alisarda). Un sodalizio non limitato solo agli aerei, quello tra l'ex premier in versione lobbista e il giovane emiro Tamim bin Hamad al-Thani, che venne poco digerito dagli emiri concorrenti, quelli di Abu Dhabi che avevano immesso fior di quattrini in Unicredit e anche in Alitalia, con Etihad. Poi la situazione si è complicata con il faro acceso dalla Commissione Ue sul bando per assegnare le rotte con gli oneri di servizio che ha aperto il contenzioso tra Air Italy e Alitalia sui collegamenti tra Italia continentale e Sardegna. E ad alimentare le turbolenze è infine stato l'acquisto di tre Boeing 737 Max 8 che venivano utilizzati per le tratte a corto e medio raggio e sono stati messi a terra dopo il blocco imposto in seguito all'incidente del volo ET302 in Etiopia.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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