2018-09-08
Francesco Lorenzi @Silvia Delle Carbonare
Il cantante dei The Sun Francesco Lorenzi: «Prima di salire su palcoscenici importanti scorgevo un vuoto nel mio sguardo, una mancanza di pace. Mi chiedevo: “Come mai non sono contento se è la vita che ho sempre sognato?”».
Talvolta le scelte terrene possono portare ad attraversare inferni con le sembianze di una felicità materiale che finisce per dissolversi nell’inconsistenza di un’illusione contenente una voragine.
Francesco Lorenzi, classe 1982, era un ragazzo di Thiene (Vicenza) appassionato di musica che in parrocchia poneva domande profonde sul senso della vita, ottenendo risposte ritenute deludenti o dogmatiche. Ciò suscitò in lui un sentimento anticlericale. Fondò un gruppo punk, i Sun Eats Hours, che ottennero un rilevante successo internazionale, giungendo a esibirsi anche con i Cure, tra le band cult di questo inquieto genere. Le sue domande originarie, tuttavia, restavano latenti e inevase, quasi un grido. Allo specchio iniziò a guardarsi negli occhi. E progressivamente intuì le ragioni del suo stato. Ciò che cercava non era il punk nichilista fatto di musica arrabbiata e di eccessi. La sua e poi quella dei suoi amici della band, il cui nuovo nome divenne The Sun, fu una svolta cristiana e, nello specifico, cattolica. Nei testi dei brani l’italiano soppiantò l’inglese. Voglio coraggio, ad esempio, è nato dopo l’illuminazione. «Notte fonda, buio pesto / Fisso il vuoto che detesto / Il mondo piange in un inferno / Voglio uscire dal silenzio [...] Tutto parte da noi / Voglio coraggio / Io credo in Te e cambio il mondo». Il rock cristiano - o christian rock - della band non sfuggì alla Santa Sede che vi riscontrò uno strumento efficace per arrivare al cuore dei giovani e al loro linguaggio. Il cardinale Gianfranco Ravasi, insigne biblista, lo invitò all’assemblea sulle culture giovanili del Pontificio Consiglio della Cultura e scrisse la prefazione del suo libro autobiografico La strada del Sole (Rizzoli). L’anima dei The Sun, autore, voce e chitarra, oggi vive a Marostica (Vicenza). L’ultimo album del gruppo reca il titolo Fuoco dentro.
Ricordiamo la formazione dei The Sun, tu, Riccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo…
«È la formazione originaria alla quale, nel 2015, si è aggiunto Andrea Cerato e anche lui ha condiviso con noi un cammino spirituale».
Provieni da una famiglia cattolica. Ma diventasti anticlericale.
«La mia famiglia era cattolica ma non particolarmente praticante. Un ambiente tiepido, con una religiosità piuttosto superficiale. Avevo un sentimento anticlericale forte perché, nell’ambiente parrocchiale, quando a 10-12 anni ponevo agli animatori domande sul senso profondo della vita, non trovavo risposte adeguate ed ero liquidato in modo sbrigativo. Poi la mia vita, con il gruppo punk, ha preso un’altra direzione. L’ambiente punk era anticlericale. Non si poteva parlare di nulla che avesse a che fare con la fede cattolica».
Il successo internazionale dei Sun Eats Hours. Tuttavia, allo specchio, ti interrogavi sulle cause della tua infelicità.
«È un momento sacro quello in cui una persona, guardandosi allo specchio, riesce a togliersi varie maschere, un processo che dura una vita. Era l’estate del 2007. Stavamo facendo un tour di 102 concerti in dieci Stati, tra Europa e Giappone. Sin da ragazzino avevo idealizzato il fatto di poter arrivare a quel punto, immaginando che sarei stato felice. Invece, prima di salire su palcoscenici importanti, dentro il mio sguardo scorgevo un vuoto, una mancanza di senso, di pace, che mi scavavano dentro. “Perché non sono felice se è la vita che ho sempre sognato?”. Era una voragine ma anche un’opportunità».
Il gruppo era sul punto di sciogliersi per litigi interni ed eccessi…
«Purtroppo era tipico dell’ambiente. Eccedere nell’alcol, negli stupefacenti, nel sesso porta gravissime conseguenze. I litigi erano una ovvia conseguenza. Per l’alcolismo di Ricky, il batterista con cui avevo fondato la band, amici da sempre, eravamo sul punto di dividerci. Lavorare insieme era diventato davvero difficile. Io non avevo mai avuto grande affezione per l’alcol e le droghe. Talvolta ho esagerato ma mai diventato dipendente. Ma la parte relazionale, sessuale, era molto… Vivere la sessualità in modo disordinato e superficiale lascia molti segni nell’anima».
Il ruolo dei tuoi genitori, di tua madre Bianca…
«Era la fine di ottobre del 2007. Avevo appena concluso quella tournée con un futuro roseo per la mia carriera. Dovevamo andare negli Stati Uniti. Ma stavo vivendo quella grande crisi personale. Convivevo con una ragazza spagnola ma tornavo spesso a casa dei miei genitori perché c’era la possibilità di ascoltarsi e confrontarsi. Questa è stata una grande benedizione, sapevo di poter contare su di loro al cento per cento. Mia madre, quella sera, quasi in punta di piedi, mi disse: “Sai, qui vicino, nel teatro di una parrocchia, fanno un incontro”. Mi sembrava una cosa bizzarra, assurda, non frequentavo più la Chiesa da oltre dieci anni».
Come ti cambiò quell’incontro?
«Trovai ragazzi con una vita ordinaria che magari sognavano di avere una vita come la mia ma sicuramente erano più felici di me. Respiravo autenticità, tra loro si volevano bene. Mi chiesi “perché vengo da un ambiente che reclama fraternità, amicizia, condivisione e queste cose non ci sono?”».
Il cammino conseguente?
«Quei ragazzi iniziarono a diventare degli amici. Li vedevo ogni settimana. Tornai ad andare a messa, il sacramento della riconciliazione ma soprattutto l’adorazione eucaristica settimanale, notturna, dall’una alle 2 di notte nella cappellina della parrocchia di san Sebastiano a Thiene, la preghiera e la meditazione, e questo fece la differenza, l’incontro con Gesù, l’opportunità di sentire nel profondo la sua presenza viva, qui e adesso, ora, del Signore Gesù. Iniziai a sentire che la nostra vita è chiamata all’eternità. Se ciò che vivo oggi ha un effetto così duraturo da incidere sull’eternità, è inevitabile che avvenga un processo di rinascita».
Iniziasti a scrivere i testi dei tuoi brani in italiano…
«La scelta di scrivere in italiano fu un’esigenza. La prima cosa che il Signore fa quando entra nella nostra vita è aiutarci a discernere tra ciò che è autentico e ciò che non lo è, tra ciò che è nella Luce e ciò che è nell’ombra, ricordando il Vangelo di Giovanni. È la battaglia che c’è dentro di noi».
L’ampia platea dei vostri proseliti, all’estero, si trovò spiazzata…
«Questa svolta fu un suicidio discografico. Dovevamo scrivere il quinto album in inglese che ci avrebbe portato negli Stati Uniti, una sorta di Terra promessa per una band come la nostra. Restammo senza un contratto discografico, senza un disco in uscita. Nessuno capì cosa stavo vivendo. Tournée cancellata. Per circa un anno non ebbi il coraggio di condividere con i miei compagni del gruppo le ragioni profonde di quel cambiamento. Avevo paura del giudizio, perché nel nostro mondo la fede è un tema tabù».
Poi, come ti ponesti con i tuoi amici della band?
«Quando rimasi senza nulla compresi che, come altri ragazzi mi avevano testimoniato, Gesù è la via, la verità e la vita e dovevo prendermi cura del mio prossimo, innanzitutto aprendo il mio cuore con Riccardo, Matteo e Gianluca. Feci esperienza di cosa può fare lo Spirito Santo. Pensavo di vederli andarsene via. Ma iniziarono invece a farsi domande profonde e giuste per uscire da certe situazioni, Matteo uscire dalle droghe, Gianluca riprendere in mano la sua vita perché aveva una forte depressione, Ricky uscire dall’alcolismo. Ho visto i miei fratelli rinascere. Poi ricominciammo da zero».
Cambiaste anche il nome.
«Prima ci chiamavamo Sun Eats Hours, el sole magna le ore, come si dice in Veneto, cioè “non perdere tempo”, “la vita finisce”, ok, ma il sole c’è sempre, l’eternità, quindi il sole non mangiava più le ore».
Il 6 febbraio 2013 il cardinal Ravasi, pontificio consiglio della cultura, v’invitò alla Lumsa di Roma, a riflettere sul tema «I giovani e la fede: cosa avvicina e cosa allontana un giovane dalla Chiesa?». Qual è la tua risposta a questa domanda?
«Come quel ragazzino che ero io che faceva domande scomode con il bisogno di risposte serie e adulte, nel cuore di ogni ragazzo c’è questa sete. Cristianesimo e cattolicesimo hanno le più straordinarie verità da condividere ma sono comunicate male. La musica è uno strumento potentissimo ma deve essere supportata dalla vita, dalle esperienze insieme. Organizziamo tanti pellegrinaggi, in Terra Santa, in Giordania, sul cammino di Santiago con altre persone in ricerca, sacerdoti, teologi… La Parola non è morta, è un essere vivente, se capiamo questo la nostra vita si trasforma».
Come ti poni di fronte al pensiero del morire?
«Faccio un esercizio della buona morte, tutti i santi ce lo insegnano».
E l’aldilà?
«Quando ho incominciato questo percorso di fede non avrei nemmeno lontanamente immaginato la quantità di luce che sarebbe entrata nella mia vita. Secondo me ciò che troveremo nell’aldilà è esattamente questo».
Sogno dei miei sogni: «Continuo il mio viaggio anche senza noi / Mi manchi da fare male / Dimmi, dove sei? [...]». Ti riferisci a un amore terreno?
«Questo si riferisce a una mia ex fidanzata. Ma a volte nei miei testi si pensa a una storia d’amore terrena mentre sto parlando di una relazione con Dio».
In fondo le due sfere sono intrecciate. In questo momento stai vivendo una storia d’amore, sei fidanzato?
«Ho una fidanzata, sì».
E i tuoi compagni dei The Sun?
«Matteo è sposato e gli altri due entrambi fidanzati».
Pensi di sposarti?
«Ci sto lavorando».
Continua a leggereRiduci
@20thCenturyFox
Il sequel del film cult ci dice con tenerezza quanto la moda e i media siano cambiati.
Il diavolo veste Prada uscì nel 2006, tratto dal romanzo best seller The devil wears Prada di Lauren Weisberger. Dopo 20 anni, il sequel.
Attenzione, non tratto dal seguito letterario che la Weisberger aveva poi mandato in libreria nel 2013, Revenge wears Prada, che evidentemente non piacque tanto da farne cinema, ma sviluppato poco prima di girare da regista e sceneggiatrice del primo film. Sequel dunque nato non per far cassa o egotismo, ma con l’intenzione di parlare al mondo come fece il primo. Ha spiegato il regista David Frankel: «Il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito solo un anno dopo il primo film e quello è stato l’inizio della fine. Vedevamo il giornalismo cartaceo sempre più in declino, anno dopo anno. Ci è parso sensato esplorare questo cambiamento sviluppandoci una storia in cui far interagire ancora i personaggi».
Altra condizione per un seguito era la presenza di Meryl Streep, Miranda Priestley nel film, la direttrice della rivista Runway, versione artistica di Anna Wintour di Vogue. Meryl, a sua volta, aveva detto che sarebbe stata della squadra solo con una sceneggiatura grandiosa. Che, in effetti, tale è. Ancora la Streep: «Miranda è un po’ più libera, ma anche in posizione più precaria nel suo mondo, e lo sa. È comunque ancora astuta e mantiene un controllo rigoroso su sé e sul suo team. Ciò che non è cambiato è la sua voglia di lavorare, di fare ciò che ama e in cui è davvero brava. Fisicamente, però, ha 76 anni, non 56, quindi è diverso». Invecchiano gli attori e invecchiano i doppiatori: il volto quasi ottantenne di Meryl Streep occulta l’età anche dietro gli occhiali da sole sovente su, come da consuetudine prima fashionista, ora di chiunque. La sua voce italiana, la grande doppiatrice ottantaseienne Maria Pia Di Meo, ogni tanto tradisce un tremolio. L’evidenza del tempo passato (anche per noi spettatori) intenerisce, emoziona ed è tema del plot. Il lavoro è uno dei pochi contesti sociali in cui il «vecchio» si può salvare dalla furia destruens di tanti, l’anzianità, se di servizio, è esperienza, non consunzione. Com’è per abiti e accessori griffati, che non si buttano mai perché da vintage valgono ancora di più. Lo sa bene Andy (Anne Hathaway) che ha pagato solo 11 dollari una giacca vintage Margiela al mercatino.
Dietro lo specifico della moda e dell’estetica, oggi connotate da fast fashion, fashion icons, patch occhi, beauty routine, inclusività, politically correct, collabs coi cantanti, i nuovi modelli già Vip di loro (qui c’è Lady Gaga), che in questo ventennio sono divenuti dogmi impeccabilmente registrati da questo certosino saggio socio-antropologico-economico travestito da commedia, questo capolavoro, anche, di cinema americano leggero e tecnicamente perfetto (una cifra degli stelleestrisce) racconta in primo luogo l’etica del lavoro, unico settore della vita perfetto di molti mentre il resto, famiglia, Stato, Chiesa, valori ecc. si è liquefatto, per dirla con Bauman. I colleghi sono la nuova famiglia e la famiglia vera non può esser tale se non capisce la vocazione per il lavoro (finalmente Miranda e Andy hanno trovato il compagno giusto, dopo i maschi incapaci di stare accanto a donne con personalità del primo film).
Poi c’è, centrale, trasformata in godibile elemento di trama alla ricerca del lieto fine, la crisi del giornalismo cartaceo causata dal digitale e ben riassunta da Nigel (Stanely Tucci): «Diventare contenuti che le persone scrollano mentre fanno pipì…». Crisi favorita anche dal delirio «futurista» di troppi. Compresi imprenditori ex nerdoni miracolati dal turbocapitalismo e convinti dalla compagna gold digger, che li ha sottoposti a un glow up testosteronico per averli accanto senza vergognarsi, di essere dei geni. Quando il compagno di Emily (Emily Blunt) tenta di filosofeggiare, guardando il Cenacolo Vinciano, che i giornali saranno presto fatti dall’AI ed è sciocco opporsi difendendo il vecchio (povero Leonardo) ogni riferimento a Jeff Bezos - che con Amazon ha distrutto il commercio in carne e ossa e favorito l’invasione della paccottiglia esotica al posto della produzione locale di qualità - e simili non è puramente casuale.
Bella la citazione di Eva contro Eva nel colpo di scena finale che contrappone Emily a Miranda. C’è tanta Milano (e il lago di Como) e tante icone milanesi food, da Giacomo Bulleri ad Adolfo Stefanelli, passando per una Galleria Vittorio Emanuele II piena solo di Miranda talmente suggestiva da commuovere. Come fa il film.
Continua a leggereRiduci
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
Federico Vecchioni: «Passaggio di rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale».
Società Italiana Sementi, controllata dal gruppo BF, accelera i programmi di espansione. Rileva da Syngenta le attività di produzione e lavorazione dei semi di mais nello storico stabilimento di Casalmorano, nel Cremonese.
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
Continua a leggereRiduci
Terza puntata dell'epopea Vespa. Da mezzo utilitario a mezzo per il tempo libero, lo scooter Piaggio trionfa sul mercato soprattutto con la «50 Special». Nel 1977 nasce la «PX», il modello di maggior successo della gamma Vespa, con oltre 3 milioni di unità prodotte.
L'articolo contiene una gallery fotografica.
«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
Continua a leggereRiduci















