2018-09-08
Ansa
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco».
I filmati parlano chiarissimo. E gli audio purtroppo ancora di più, nel riportare gli agghiaccianti cori che domenica 8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, sono stati intonati dal collettivo transfemminista di Non una di meno in prossimità della sede di Pro vita & famiglia a Roma. «Le sedi di Pro vita si chiudono col fuoco», sono le parole urlate dai manifestanti, che non contenti hanno precisato, «ma coi Pro vita dentro sennò è troppo poco. E se un Pro vita muore: champagne! E se non muore: molotov!».
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 marzo 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin spiega nel dettaglio le ripercussioni della guerra sul prezzo di gas, diesel e benzina.
Ilaria Salis (Imagoeconomica)
Incredibile emendamento degli eurodeputati di estrema sinistra, tra cui l’italiana: «Basta criminalizzare chi si insedia abusivamente in strutture pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali».
Oggi il Parlamento europeo vota a Strasburgo, in seduta plenaria, il rapporto finale sulla edilizia abitativa: si vuole contrastare il fenomeno della crescita dei prezzi delle case, tendenza che rende più difficile trovare un alloggio a buon prezzo. I giovani europei sono tra i più colpiti e spesso restano più a lungo a vivere con i genitori.
Per affrontare questa situazione, la Commissione europea ha nominato il suo primo Commissario per l’energia e gli alloggi e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale sulla crisi abitativa, con l’obiettivo di trovare soluzioni per case dignitose, sostenibili e accessibili in tutta Europa. Il lavoro prende spunto da un report sulla crisi abitativa in Europa disponibile sul sito internet del Parlamento europeo.
Detto ciò, sono due emendamenti di Ilaria Salis, la paladina delle occupazioni abusive, a far discutere. Insieme ad altri colleghi del gruppo The Left, la Salis ha presentato queste proposte di modifica: la prima «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti».
Il secondo emendamento di Salis & company «invita gli Stati membri ad attuare misure di protezione per le persone che non sono in grado di pagare l’affitto, tra cui il divieto di sfratti per mancato pagamento dell’affitto quando non è possibile fornire un’alternativa dignitosa; chiede misure di protezione speciali per garantire che i bambini non vengano sfrattati e l’istituzione di una moratoria europea sugli sfratti invernali».
La prode Ilaria quindi, avete letto bene, invita gli Stati membri a «contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti», invece di contrastare le occupazioni, in barba ai diritti dei proprietari. Non solo: questo invito riguarda in particolare gli alloggi «di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali», ma non specifica cosa significa «grandi patrimoni», accomunando di fatto chi possiede magari la propria abitazione, una casa al mare e una destinata ai propri figli, con i grandi immobiliaristi multimilionari.
Sono molteplici e documentati i casi di poveri cristi, pensionati, lavoratori, che si sono ritrovati con la casa di proprietà occupata abusivamente, e che non riescono a rientrarne in possesso (il governo guidato da Giorgia Meloni ha varato alcuni provvedimenti proprio per velocizzare gli sfratti in questi casi). Naturalmente, la proposta della Salis e dei suoi colleghi ha scatenato diverse reazioni, che La Verità ha raccolto: «Ilaria Salis», ci dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo, «non fa mistero di essere il principale sponsor di ogni tipo di illegalità. Abbiamo già respinto questi emendamenti in commissione e così sarà anche in plenaria. L’immunità che le è stata scandalosamente garantita per un cinico gioco politico contro Orbán, per fortuna non significa adesione alle sue folli posizioni». Sul piede di guerra anche la Lega: «Le proposte della Salis non stupiscono», commenta al nostro giornale l’eurodeputata del Carroccio Silvia Sardone, «il suo è il volto della sinistra estrema che considera l’illegalità quasi un vanto. Chi ha passato anni a sostenere le occupazioni abusive ora vuole farne un diritto. Il sogno della Salis e dei compagni è istituzionalizzare l’occupazione abusiva: d’altra parte i suoi amici dei centri sociali sono protagonisti in tutta Italia di abusi di questo tipo e quindi la Salis, loro riferimento in Parlamento, si spende per salvaguardare i delinquenti antagonisti. Noi ci opporremo in ogni modo a qualsiasi tentativo di questo tipo: le occupazioni sono un danno per le persone perbene, in difficoltà, che attendono un alloggio rispettando le leggi». Ci va giù dura anche l’europarlamentare della Lega Anna Cisint: «Legalizzare i ladri di case. Questa è la geniale proposta di Ilaria Salis e dei suoi colleghi della sinistra al Parlamento europeo. In sostanza», riflette la Cisint con La Verità, «se possiedi più di una casa, secondo loro, non hai più diritto ad alcuna tutela! Se qualcuno non paga l’affitto, beh pazienza, sei capitalista e quindi non puoi sfrattare proprio nessuno. D’altro canto Salis alle illegalità pare essere abituata: oggi siede su uno scranno europeo dopo essere diventata famosa nell’ambiente dell’estrema sinistra per essere stata accusata di aver malmenato, con lesioni potenzialmente letali, un manifestante che lei ha definito “fascista”. Non solo le sue sono proposte irricevibili», aggiunge Anna Cisint, «ma ovviamente in Parlamento faremo le barricate per non farle passare. Anche questa volta lei e i suoi sodali mostrano tutta la barbarie ideologica di chi trasforma il mancato rispetto della legge in un diritto da acquisire, a discapito di chi le regole, con sacrificio, le rispetta. Una vergogna istituzionalizzata».
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iStock
La liberalizzazione dei lidi doveva fermare i rincari e invece ha aperto ai colossi del lusso e a chi acquista e subaffitta licenze.
«Lo chiamano libero mercato, ma è una confisca in nome dell’Europa». Fabrizio Licordari presidente di Assobalneari, la maggiore delle associazioni tra chi gestisce i lidi aderente a Confindustria, torna a suonare la carica. Sull’annosissimo tema delle concessioni non si è fatto un passo avanti «anzi se ne sono fatti molti indietro e la manifestazione organizzata a Sanremo davanti all’Ariston durante il Festival dimostra che la categoria è stanca di continui soprusi e incertezze».
La direttiva Bolkestein dietro cui si ripara la Commissione europea doveva servire a mitigare il cosiddetto «caro ombrellone» e a liberalizzare le licenze. Il risultato è esattamente l’opposto. Avremo quest’anno un’ impennata dei prezzi perché le poche gare che si sono sin qui concluse - un migliaio su circa 25.000 concessioni in scadenza - per la riassegnazione delle «licenze» sono state vinte nella stragrande maggioranza da gruppi finanziari. Le multinazionali sono già sbarcate in Costa Smeralda e oggi i titolari delle circa 1.500 concessioni dell’isola temono «un effetto Grecia».
Grandi gruppi come Lvmh, Forte, Dior, Dolce & Gabbana, Missoni, Loro Piana e Armani e in ultimo Del Vecchio junior stanno acquisendo concessioni che piano piano vanno all’asta: dalla Sardegna, alla Versilia passando per Sicilia e Romagna. Molti di questi lidi vengono trasformati in mete di lusso con un aumento vertiginoso dei prezzi (e ovviamente una qualità altissima dei servizi) ma ci sono anche gruppi immobiliari che fanno incetta di licenze e poi le subaffittano ai vecchi gestori.
«Partecipano alle aste», evidenzia Licordari, «poi vanno dal vecchio concessionario e gli dicono: se mi dai 50.000 euro ti lascio la gestione. In pratica visto che uno degli argomenti forti di chi contesta il nostro turismo balneare è che si pagano concessioni irrisorie al demanio con le aste si raggiunte questo eccezionale risultato: il canone anche raddoppiato per lo Stato resta basso, i grandi gruppi lucrano sul subaffitto della gestione e il cliente alla fine paga di più». Che via sia questo tentativo di scalare le vecchie imprese familiari – in Italia sono 30.000 con, malcontati, 300.000 addetti – è confermato dalla nascita del cosiddetto «club deal» Onda che riunisce Marzotto, Enrico Giacomelli di Namirial, Rivetti, storica dinastia del tessile che ha lanciato Stone Island, Zucchetti, leader del software, Davide Tavaniello e la famiglia Lunelli delle Cantine Ferrari. Questo trust sta partecipando a tutte le aste del Nord-Est. La ragione? Sta nei numeri. Il business balneare in sé fattura attorno ai 25 miliardi, se sviluppa l’indotto – dalla ristorazione alle Spa passando per la moda- Nomisma stima che si arrivi a sfiorare i cento miliardi. «Ho provato a spiegarlo», dice ancora Licordari, «cento volte a Salvatore D’Acunto che è uno dei direttori della Concorrenza a Bruxelles, ma lui non ci riceve neppure e ha un giudizio non troppo lusinghiero dei nostri governi».
La pratica stabilimenti balneari è ferma a un anno fa. Le concessioni sono prorogate fino al settembre del 2027, possono esserci in casi particolari slittamenti di altri sei-otto mesi ma entro la fine di quest’anno le gare vano espletate. Il problema è che non si sa come. Ogni comune va in ordine sparso: c’è chi fa concessioni e cinque anni, chi a venti, chi a tre. In Liguria è un caos con continui ricorsi al Tar e con sindaci come Mattia Fiorini di Spotorno che vuole almeno il 40% di spiagge libere. C’è poi un tema cruciale: quello degli indennizzi. Anche qui c’è una confusione normativa assoluta. Secondo l’articolo 49 del codice della navigazione chi perde la concessione non ha diritto a nulla e tutto ciò che ha costruito sul demanio viene inglobato dallo Stato. Per il Consiglio di Stato è così mentre la Cassazione si ritiene che il subentro nella concessione messa all’asta segni una continuità di attività e dunque ci sia diritto all’indennizzo. Anche su questo punto il governo sta preparando un decreto che dovrebbe consentire al vecchio gestore di recuperare gli investimenti fatti negli ultimi cinque anni e non ancora ammortizzati. «È l’ennesima presa in giro», sottolinea Licordari, «perché negli ultimi cinque anni nessuno ha più investito e se non mi paghi l’avviamento, non mi fai recuperare l’investimento che ho fatto sulle strutture, sui moli, sulla depurazione, sulla sicurezza in mare e la tutela dell’ambiente mi stai confiscando un bene, non è neppure un esproprio perché almeno quello prevede un indennizzo».
Se la Bolkestein doveva servire a liberalizzare il mercato e ad abbassare le tariffe ha fallito. E poi c’è sempre l’interpretazione della direttiva. «Per essere applicata» -spiega il presidente di Assobalneari, «prevede che vi sia scarsità della risorsa, noi e i tecnici che hanno lavorato al tavolo interministeriale voluto da Giorgia Meloni abbiamo dimostrato, e lo abbiamo inutilmente ripetuto anche a Salvatore D’Acunto, che solo il 34% delle spiagge italiane è coperto da concessioni; non c’è alcuna scarsità». Semmai rischia che finiscano per scarseggiare i turisti.
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