True
2018-08-17
Lega e 5 stelle alla guerra contro Autostrade: «Togliamo la concessione»
Ansa
La guerra tra il governo e il gruppo Benetton assume toni e metodi trumpiani. Urlo, alzo la pistola in aria, tiro qualche colpo, poi freno. Nella speranza di portare a casa risultati immediati e tangibili. Spesso a Donald Trump riesce. Per i gialloblù il discorso è un po' diverso: dopo aver promesso -per bocca di Giuseppe Conte e del vicepremier, Luigi Di Maio - la revoca immediata della concessione ad Autostrade per l'Italia (non si capiva se per la tratta dell'A10 o per l'intero tratto italiano di striscia autostradale) il Consiglio dei ministri si è limitato a mettere nero su bianco la decisione di muoversi verso probabili sanzioni per il crollo del ponte e per i 38 morti conseguenti.
Nel frattempo il titolo di Atlantia, la società posseduta in maggioranza dalla famiglia Benetton, e controllante di Autostrade ha aperto la sessione con una perdita virtuale del 50% per poi assestarsi verso un calo nell'ordine del 20%. I mercati hanno capito che la minaccia gialloblù non era poi così fondata, già prima dell'emissione della nota di Palazzo Chigi. A Borsa chiusa, il governo ha rilasciato una postilla al cdm spiegando che sarà istituita un'apposita commissione al fine di valutare eventuali mancanza da parte di Atlantia e solo a quel punto avviare un eventuale iter di revoca delle concessioni. Tutt'altra sostanza rispetto alle dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti del governo. Certo, i vertici di Atlantia si sono occupati di gettare benzina sul fuoco. Il comunicato reso pubblico in apertura di Borsa ieri si preoccupava di far presente che in caso di revoca il governo avrebbe dovuto pagare una sorta di penale. Dal loro punto di vista il dettaglio avrebbe dovuto rassicurare gli investitori in fuga dal titolo e dai bond. Come dire, la capitalizzazione non crollerebbe, lo Stato coprirebbe i mancati introiti. La scelta comunicativa è pessima. «Atlantia riesce ancora, con una faccia di bronzo incredibile e con morti ancora da riconoscere, a parlare di soldi e di affari, chiedendo altri milioni agli italiani in caso di revoca della concessione da parte del governo dopo la strage di Genova», risponde Matteo Salvini. Il collega delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, aggiunge il carico da novanta e spiega di volersi addirittura costituire parte civile nel processo. Qualcuno poi (al di là dell'ex ministro Antonio Di Pietro) deve aver spiegato ai vertici del Mit, che costituirsi parte civile può essere un boomerang. A dover vigilare sulle concessioni è infatti lo stesso Mit, il quale, a differenza dei cittadini, ha a disposizione i contratti senza omissis. È vero che il tratto interessato dal crollo appartiene alla filiera Ten 10 e quindi sottostante a normative europee. Ciò significa che la vigilanza spetta al committente. L'Ue omette un dettaglio: Sul piano della responsabilità penale dovranno rispondere di omissione di atti di ufficio anche coloro che, nell'ambito della Pubblica amministrazione e in particolar modo del ministero competente, avrebbero dovuto eseguire i controlli e gli accertamenti previsti e soprattutto le messe in mora e le contestazioni che non sono invece state fatte.
Per tutti questi motivi, dopo aver inscenato il modello «prima spara, poi chiedi», è intervenuto Salvini facendo presente che se Autostrade si dimostrerà disponibile a ricostruire il ponte le cose possono cambiare. Ovviamente Autostrade ha risposto di sì. D'altronde se la prima minaccia è la decapitazione, e la seconda richiesta è il pagamento di una multa. Quest'ultima è quasi un sollievo. A quel punto ha fatto eco il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti: «un nuovo ponte entro il 2019».
Se il metodo del governo è quello trumpiano, sarà bene che le diverse componenti della maggioranza si riequilibrino e comprendano gli effetti delle proprie dichiarazioni. Che senso ha avuto nel caos gettare lì una frase sensazionale come quella espressa da Di Maio («nazionalizzare le autostrade») senza sapere che nel business ci sono altri colossi e verrebbero tutti azzoppati? Non siamo l'Urss e poi la storia ci insegna che la gestione pubblica è anche peggio di quella privata, nonostante oggi sia difficile immaginarlo. Ieri mattina è persino girato il rumor che Atlantia stesse meditando di fare un esposto alla Consob contro il governo per manipolazione del mercato. Se l'avessero fatto si sarebbero scavati una tomba mediatica... ma nella sostanza avrebbero avuto molti appigli. È stato Salvini a smentire Di Maio e a imporre una marcia indietro sulle nazionalizzazioni. È un gioco continuo di equilibri, ma attenti perché è pericoloso. Sparare senza prendere la mira può avere due effetti collaterali. Il modello Trump funziona se si ottiene sempre qualcosa in cambio, magari una fetta di quella che è stata la prima richiesta. Ma se non si ottiene nulla è controproducente. Così ieri sera Di Maio ha alzato di nuovo i toni. Ha detto: «Noi siamo per la revoca a tutti i costi, lo dobbiamo ai morti». E il collega Salvini si è riallineato: «Siamo sia per la revoca che per la ricostruzione del ponte». La guerra è aperta.
Atlantia ha perso in Borsa il 22%. Ballano bond per più di 7 miliardi
Continua a leggereRiduci
La maggioranza alza la voce con i Benetton. Luigi Di Maio: «La revoca non comporta nessuna penalità perché sono inadempienti». Matteo Salvini: «Comincino a pagare subito».Sale la preoccupazione per i 7.500 dipendenti e per l'esposizione del gruppo agli istituti pari a 1,3 miliardi. In caso di default l'impatto sarebbe pesante come il crac bancario del 2015.Si possono disdire gli accordi dopo un lungo iter. Il rischio per lo Stato è dover pagare comunque la società.Lo speciale contiene tre articoli.La guerra tra il governo e il gruppo Benetton assume toni e metodi trumpiani. Urlo, alzo la pistola in aria, tiro qualche colpo, poi freno. Nella speranza di portare a casa risultati immediati e tangibili. Spesso a Donald Trump riesce. Per i gialloblù il discorso è un po' diverso: dopo aver promesso -per bocca di Giuseppe Conte e del vicepremier, Luigi Di Maio - la revoca immediata della concessione ad Autostrade per l'Italia (non si capiva se per la tratta dell'A10 o per l'intero tratto italiano di striscia autostradale) il Consiglio dei ministri si è limitato a mettere nero su bianco la decisione di muoversi verso probabili sanzioni per il crollo del ponte e per i 38 morti conseguenti. Nel frattempo il titolo di Atlantia, la società posseduta in maggioranza dalla famiglia Benetton, e controllante di Autostrade ha aperto la sessione con una perdita virtuale del 50% per poi assestarsi verso un calo nell'ordine del 20%. I mercati hanno capito che la minaccia gialloblù non era poi così fondata, già prima dell'emissione della nota di Palazzo Chigi. A Borsa chiusa, il governo ha rilasciato una postilla al cdm spiegando che sarà istituita un'apposita commissione al fine di valutare eventuali mancanza da parte di Atlantia e solo a quel punto avviare un eventuale iter di revoca delle concessioni. Tutt'altra sostanza rispetto alle dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti del governo. Certo, i vertici di Atlantia si sono occupati di gettare benzina sul fuoco. Il comunicato reso pubblico in apertura di Borsa ieri si preoccupava di far presente che in caso di revoca il governo avrebbe dovuto pagare una sorta di penale. Dal loro punto di vista il dettaglio avrebbe dovuto rassicurare gli investitori in fuga dal titolo e dai bond. Come dire, la capitalizzazione non crollerebbe, lo Stato coprirebbe i mancati introiti. La scelta comunicativa è pessima. «Atlantia riesce ancora, con una faccia di bronzo incredibile e con morti ancora da riconoscere, a parlare di soldi e di affari, chiedendo altri milioni agli italiani in caso di revoca della concessione da parte del governo dopo la strage di Genova», risponde Matteo Salvini. Il collega delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, aggiunge il carico da novanta e spiega di volersi addirittura costituire parte civile nel processo. Qualcuno poi (al di là dell'ex ministro Antonio Di Pietro) deve aver spiegato ai vertici del Mit, che costituirsi parte civile può essere un boomerang. A dover vigilare sulle concessioni è infatti lo stesso Mit, il quale, a differenza dei cittadini, ha a disposizione i contratti senza omissis. È vero che il tratto interessato dal crollo appartiene alla filiera Ten 10 e quindi sottostante a normative europee. Ciò significa che la vigilanza spetta al committente. L'Ue omette un dettaglio: Sul piano della responsabilità penale dovranno rispondere di omissione di atti di ufficio anche coloro che, nell'ambito della Pubblica amministrazione e in particolar modo del ministero competente, avrebbero dovuto eseguire i controlli e gli accertamenti previsti e soprattutto le messe in mora e le contestazioni che non sono invece state fatte. Per tutti questi motivi, dopo aver inscenato il modello «prima spara, poi chiedi», è intervenuto Salvini facendo presente che se Autostrade si dimostrerà disponibile a ricostruire il ponte le cose possono cambiare. Ovviamente Autostrade ha risposto di sì. D'altronde se la prima minaccia è la decapitazione, e la seconda richiesta è il pagamento di una multa. Quest'ultima è quasi un sollievo. A quel punto ha fatto eco il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti: «un nuovo ponte entro il 2019». Se il metodo del governo è quello trumpiano, sarà bene che le diverse componenti della maggioranza si riequilibrino e comprendano gli effetti delle proprie dichiarazioni. Che senso ha avuto nel caos gettare lì una frase sensazionale come quella espressa da Di Maio («nazionalizzare le autostrade») senza sapere che nel business ci sono altri colossi e verrebbero tutti azzoppati? Non siamo l'Urss e poi la storia ci insegna che la gestione pubblica è anche peggio di quella privata, nonostante oggi sia difficile immaginarlo. Ieri mattina è persino girato il rumor che Atlantia stesse meditando di fare un esposto alla Consob contro il governo per manipolazione del mercato. Se l'avessero fatto si sarebbero scavati una tomba mediatica... ma nella sostanza avrebbero avuto molti appigli. È stato Salvini a smentire Di Maio e a imporre una marcia indietro sulle nazionalizzazioni. È un gioco continuo di equilibri, ma attenti perché è pericoloso. Sparare senza prendere la mira può avere due effetti collaterali. Il modello Trump funziona se si ottiene sempre qualcosa in cambio, magari una fetta di quella che è stata la prima richiesta. Ma se non si ottiene nulla è controproducente. Così ieri sera Di Maio ha alzato di nuovo i toni. Ha detto: «Noi siamo per la revoca a tutti i costi, lo dobbiamo ai morti». E il collega Salvini si è riallineato: «Siamo sia per la revoca che per la ricostruzione del ponte». La guerra è aperta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lega-e-5-stelle-alla-guerra-contro-autostrade-togliamo-la-concessione-2596517245.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="atlantia-ha-perso-in-borsa-il-22-ballano-bond-per-piu-di-7-miliardi" data-post-id="2596517245" data-published-at="1775107102" data-use-pagination="False"> Atlantia ha perso in Borsa il 22%. Ballano bond per più di 7 miliardi L'ipotesi di un ritiro della concessione per l'A10, o addirittura di tutte le concessioni in mano ad Autostrade per l'Italia, affonda la quotazione di Atlantia a Piazza Affari. Il gruppo, di cui il principale azionista è la famiglia Benetton, ha chiuso la giornata con un crollo del 22,2% a 18,3 euro e una drastica riduzione del valore, oltre 5 miliardi di capitalizzazione in meno in due sedute. Come già detto, a pesare sul titolo sono le parole arrivate da più esponenti del governo, a partire dal premier, Giuseppe Conte. Le tre ipotesi sul tavolo dell'esecutivo sarebbero: un ritiro della concessione per l'A10, un ritiro di tutte le concessioni oppure una sanzione. L'annuncio del governo «è stato effettuato in carenza di qualsiasi previa contestazione specifica alla concessionaria e in assenza di accertamenti circa le effettive cause dell'accaduto», ha replicato Atlantia. L'estensione della revoca delle concessioni a tutta la rete gestita da Autostrade «dipende dal comportamento dell'azienda», ha dichiarato il sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, in un'intervista ad Affari italiani, mentre anche un portavoce della Commissione europea ha osservato ieri a Bruxelles che quando un'autostrada è gestita da un operatore privato la responsabilità su sicurezza e manutenzione è del concessionario. «Tutte le concessioni», ha proseguito Rixi, « sono state date nell'ottica che lo Stato riteneva di lasciare utili a queste aziende, le quali però potessero garantire la sicurezza pubblica con investimenti importanti. Chiaramente questo evento mette in discussione l'intero sistema. Non so dire fino a dove arriveremo e dove non arriveremo, tutto dipenderà anche dal senso di responsabilità che saprà dimostrare il concessionario» Gli analisti sottolineano i tempi lunghi e i possibili costi di una revoca della concessione e soprattutto il rischio per le società di gestione di un aumento degli investimenti per le manutenzioni, oltre al più vasto rischio politico e regolatorio. «Le incertezze sull'incidente sono elevate così come le potenziali implicazioni di tipo finanziario», sottolinea Banca Imi in un report, mentre Banca Akros parla di possibilità «piuttosto piccole» che si arrivi alla revoca della concessione, procedura particolarmente complessa e di difficile attuazione, ma evidenzia come l'incertezza «regolamentare» sia destinata a crescere a breve in un contesto ambientale che diventerà «più ostile». Il problema sta anche nel fatto che il governo dovrà inevitabilmente commisurare le parole con la realtà dei fatti. Al di là delle colpe che saranno appurate dalla magistratura, la revoca ha due diversi impatti. Il primo è di natura finanziaria e riguarda il concedente, cioè lo Stato. Il costo di una marcia indietro costerebbe comunque qualcosa come 20 miliardi di euro e sarebbe una cifra certa a differenza della somma che poi Autostrade controllata di Atlantia potrebbe versare per danni. Soprattutto Atlantia non è un corpo estraneo all'Italia. A differenza di quanto ha sostenuto ieri il vice premier grillino, Luigi Di Maio, il gruppo versa le tasse in Italia (lo scorso anno sono stati circa 600 milioni) e non in Lussemburgo. Inoltre, ha poco meno di 7.500 dipendenti, ma soprattutto è collocato sul mercato del debito. Le banche sono esposte per circa 1,3 miliardi. I bond emessi ammontano a 7,5 miliardi complessivi. Ieri sono ovviamente crollati di una decina di punti e si tratta di obbligazioni in mano non solo agli investitori istituzionali, ma a tantissimi cassettisti, tutti piccoli investiori. Se Atlantia saltasse l'impatto sugli italiani sarebbe ben più grave di quello prodotto dai crac bancari del 2015. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lega-e-5-stelle-alla-guerra-contro-autostrade-togliamo-la-concessione-2596517245.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-per-dirsi-addio-servono-almeno-sei-mesi" data-post-id="2596517245" data-published-at="1775107102" data-use-pagination="False"> Ma per dirsi addio servono almeno sei mesi Revocare la concessione alla società Autostrade per l'Italia che gestisce il tratto interessato dal crollo del ponte Morandi a Genova presenta diversi punti critici. Tra la società della famiglia Benetton e il ministero delle Infrastrutture esiste un vero e proprio contratto che prevede un percorso lungo e complesso prima di arrivare all'effettiva revoca della concessione autostradale. Un iter che si preannuncia serratissimo, anche perché ormai quello della gestione stradale è a tutti gli effetti la gallina dalle uova d'oro del gruppo che mosse i primi passi nel mondo della moda: ora il business delle concessioni per i Benetton vale circa 10 volte quello della produzione di abbigliamento. L'articolo 9 del documento firmato nel 2011 da Atlantia (la società che controlla Autostrade per l'Italia) e dal ministero illustra per filo e per segno la procedura di decadenza della convenzione. In primis, alla base della decadenza della concessione l'articolo 8 dell'accordo prevede che il ministero metta nero su bianco una provata inadempienza da parte di Autostrade. Prove che al momento non esistono e per questo le parole del vicepremier Luigi Di Maio sarebbero prive di fondamento. A quel punto l'azienda concessionaria avrebbe comunque 15 giorni per rispondere alle accuse e difendersi. Nel caso in cui le giustificazioni non vengano accettate, la procedura di revoca continuerebbe e Autostrade per l'Italia avrebbe 90 giorni di tempo per porre rimedio alle mancanze contestate dal ministero e per formulare delle controdeduzioni, cioè per spiegare perché non sarebbero stati commessi errori. Una volta rigettate anche le controdeduzioni, l'azienda di proprietà dei Benetton avrebbe altri 60 giorni per risolvere le inadempienze di cui è accusata. Solo superati tutti questi passaggi (e circa cinque o sei mesi dalla contestazione formale) il ministero delle Infrastrutture, guidato da Danilo Toninelli, avrebbe facoltà di emanare una revoca delle concessioni autostradali. Ad ogni modo, completato questo iter, Autostrade per l'Italia potrebbe comunque fare ricorso al Tar e al Consiglio di Stato chiedendo la sospensione della decisione del ministero delle Infrastrutture. Sempre l'articolo 9 spiega poi che - una volta effettivamente avvenuta la revoca - il ministero subentri «in tutti i rapporti attivi e passivi, di cui è titolare il concessionario» e anche al «pagamento da parte del concedente al concessionario decaduto di un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile alla data del provvedimento di decadenza sino alla scadenza della concessione, al netto dei relativi costi, oneri, investimenti e imposte prevedibili nel medesimo periodo, scontati a un tasso di rendimento di mercato». In poche parole lo Stato dovrebbe risarcire Autostrade per i mancati guadagni derivanti dalla revoca: per intendersi, al momento l'azienda fattura circa 1 miliardo di euro l'anno che, moltiplicati per gli anni restanti fino al 2038, anno della scadenza della concessione, comporterebbe un esborso da parte dello Stato stimato tra i 15 e i 20 miliardi. In alcune sue dichiarazioni Di Maio ha detto che lo Stato potrebbe non pagare. C'è però un contratto firmato da entrambe le parti che dice il contrario.
Elly Schlein (Ansa)
Il giornale dei poteri forti, attraverso la penna di Paolo Mieli, lo ha già battezzato: «Cara Elly, fai come i tuoi predecessori, quando affidarono lo scettro a Prodi». Tradotto: Schlein fai un passo indietro e lascia il campo (largo) a Conte, già rodato a Palazzo Chigi.
«Le primarie rischiano di diventare una conta sui nomi, la cosa che più allontana le persone», frena Stefano Bonaccini. La prima cittadina di Genova, Silvia Salis, gioca di astuzia e si sfila: “Sono contraria. Creano divisioni durature”. Spaventato dalla forza di Conte, anche Nicola Fratoianni leader di Avs: “Non sono un’urgenza”.
Per dire come Schlein sia messa male basti pensare che le è rimasto un solo alleato: Matteo Renzi, sempre pronto a partecipare alle risse. Solo il leader di Italia viva è a favore della competizione interna. Ma per usare un eufemismo, Renzi non è ben visto nel Pd, trasformato in una melma dove ognuno va per conto suo.
Conte spinge ovviamente per farle (le ha proposte lui addirittura ad urne ancora calde), ossessionato com’è dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi, e sta tendendo un trappolone a Schlein. Il professorino di Volturara Appula ha disegnato un modello di primarie a propria immagine che avvantaggerebbero solo lui: aperte a chiunque, online e con un doppio turno. Il M5s si è reso conto di avere in mano la carta vincente: basta aprire la gabbia dei militanti e spingere sulla popolarità dell’ex presidente del Consiglio che sa spacciare per abilità politica la sua innata attitudine trasformistica.
Conte è appoggiato in questo viscido tranello da alcuni traditori del Pd, quell’area grigia che venderebbe la mamma per una poltrona. Uno di questi è Goffredo Bettini, il "principe" di tutte le congiure: con “Giuseppi” a Palazzo Chigi si moltiplicherebbero i ministeri per il Pd. Una suite da sogno con vista Quirinale. «Elly ha fatto un lavoro enorme», dice Bettini scaricandola, “le va riconosciuto. Ma la questione della premiership non va posta oggi. Bisogna pensare al migliore per vincere”. Nei dintorni del Pd si bisbiglia che Elly, per quanto abile a unire il partito, non abbia il quid per battere Meloni.
Conte gongola e si diverte a provocarla: «Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile». Schlein ha il fiato sul collo e risponde: «O si fa come la destra, ovvero chi prende un voto in più governa, oppure si fanno le primarie». «Le urne saranno le nostre primarie», la corregge Claudio Mancini, vecchio dalemiano, braccio destro del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
All’odore di carne fresca, riescono dalla tana i vecchi leoni, feriti ma ancora feroci. Rosy Bindi ha fatto un sogno che somiglia di più a un incubo. Secondo l’ex ministra, né Schlein né Conte sono in grado di costruire quella sintesi politica necessaria a rendere competitivo il campo largo. E su questo ha ragione.
La sua suggestione è un «federatore, facilitatore, grande mediatore», capace di «apparecchiare la tavola» e costringere i due leader a sedersi. Un arbitro, ma anche un regista che metta pace tra la segretaria dem e il leader M5s e che possa anche diventare il candidato premier. Un fantasma, un miraggio, un’apparizione mariana. Uno che non esiste. Senza dirlo, «perché non deve uscire da me», un nome in testa ce l’ha e non è una donna: un Romano Prodi (86 anni) più giovane, tipo Pier Luigi Bersani (74 anni) o Massimo D’Alema (76 anni) o Clemente Mastella (79 anni) o Paolo Gentiloni (71 anni). Più che il programma di governo sembra si stia parlando del programma per una Rsa. Della vecchia guardia comunista, non ci libereremo mai.
Continua a leggereRiduci
Continuano polemiche e discussioni sul caso dello chef Redzepi. Gli abusi in cucina sembrano diventati prerogativa maschile e si parla del patriarcato anche nell'ambiente del food. Ma è davvero così? Che cosa porta a creare condizioni di lavoro sconvenienti?
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 aprile con Carlo Cambi