- La maggioranza alza la voce con i Benetton. Luigi Di Maio: «La revoca non comporta nessuna penalità perché sono inadempienti». Matteo Salvini: «Comincino a pagare subito».
- Sale la preoccupazione per i 7.500 dipendenti e per l’esposizione del gruppo agli istituti pari a 1,3 miliardi. In caso di default l’impatto sarebbe pesante come il crac bancario del 2015.
- Si possono disdire gli accordi dopo un lungo iter. Il rischio per lo Stato è dover pagare comunque la società.
Lo speciale contiene tre articoli.
La guerra tra il governo e il gruppo Benetton assume toni e metodi trumpiani. Urlo, alzo la pistola in aria, tiro qualche colpo, poi freno. Nella speranza di portare a casa risultati immediati e tangibili. Spesso a Donald Trump riesce. Per i gialloblù il discorso è un po’ diverso: dopo aver promesso -per bocca di Giuseppe Conte e del vicepremier, Luigi Di Maio – la revoca immediata della concessione ad Autostrade per l’Italia (non si capiva se per la tratta dell’A10 o per l’intero tratto italiano di striscia autostradale) il Consiglio dei ministri si è limitato a mettere nero su bianco la decisione di muoversi verso probabili sanzioni per il crollo del ponte e per i 38 morti conseguenti.
Nel frattempo il titolo di Atlantia, la società posseduta in maggioranza dalla famiglia Benetton, e controllante di Autostrade ha aperto la sessione con una perdita virtuale del 50% per poi assestarsi verso un calo nell’ordine del 20%. I mercati hanno capito che la minaccia gialloblù non era poi così fondata, già prima dell’emissione della nota di Palazzo Chigi. A Borsa chiusa, il governo ha rilasciato una postilla al cdm spiegando che sarà istituita un’apposita commissione al fine di valutare eventuali mancanza da parte di Atlantia e solo a quel punto avviare un eventuale iter di revoca delle concessioni. Tutt’altra sostanza rispetto alle dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti del governo. Certo, i vertici di Atlantia si sono occupati di gettare benzina sul fuoco. Il comunicato reso pubblico in apertura di Borsa ieri si preoccupava di far presente che in caso di revoca il governo avrebbe dovuto pagare una sorta di penale. Dal loro punto di vista il dettaglio avrebbe dovuto rassicurare gli investitori in fuga dal titolo e dai bond. Come dire, la capitalizzazione non crollerebbe, lo Stato coprirebbe i mancati introiti. La scelta comunicativa è pessima. «Atlantia riesce ancora, con una faccia di bronzo incredibile e con morti ancora da riconoscere, a parlare di soldi e di affari, chiedendo altri milioni agli italiani in caso di revoca della concessione da parte del governo dopo la strage di Genova», risponde Matteo Salvini. Il collega delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, aggiunge il carico da novanta e spiega di volersi addirittura costituire parte civile nel processo. Qualcuno poi (al di là dell’ex ministro Antonio Di Pietro) deve aver spiegato ai vertici del Mit, che costituirsi parte civile può essere un boomerang. A dover vigilare sulle concessioni è infatti lo stesso Mit, il quale, a differenza dei cittadini, ha a disposizione i contratti senza omissis. È vero che il tratto interessato dal crollo appartiene alla filiera Ten 10 e quindi sottostante a normative europee. Ciò significa che la vigilanza spetta al committente. L’Ue omette un dettaglio: Sul piano della responsabilità penale dovranno rispondere di omissione di atti di ufficio anche coloro che, nell’ambito della Pubblica amministrazione e in particolar modo del ministero competente, avrebbero dovuto eseguire i controlli e gli accertamenti previsti e soprattutto le messe in mora e le contestazioni che non sono invece state fatte.
Per tutti questi motivi, dopo aver inscenato il modello «prima spara, poi chiedi», è intervenuto Salvini facendo presente che se Autostrade si dimostrerà disponibile a ricostruire il ponte le cose possono cambiare. Ovviamente Autostrade ha risposto di sì. D’altronde se la prima minaccia è la decapitazione, e la seconda richiesta è il pagamento di una multa. Quest’ultima è quasi un sollievo. A quel punto ha fatto eco il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti: «un nuovo ponte entro il 2019».
Se il metodo del governo è quello trumpiano, sarà bene che le diverse componenti della maggioranza si riequilibrino e comprendano gli effetti delle proprie dichiarazioni. Che senso ha avuto nel caos gettare lì una frase sensazionale come quella espressa da Di Maio («nazionalizzare le autostrade») senza sapere che nel business ci sono altri colossi e verrebbero tutti azzoppati? Non siamo l’Urss e poi la storia ci insegna che la gestione pubblica è anche peggio di quella privata, nonostante oggi sia difficile immaginarlo. Ieri mattina è persino girato il rumor che Atlantia stesse meditando di fare un esposto alla Consob contro il governo per manipolazione del mercato. Se l’avessero fatto si sarebbero scavati una tomba mediatica… ma nella sostanza avrebbero avuto molti appigli. È stato Salvini a smentire Di Maio e a imporre una marcia indietro sulle nazionalizzazioni. È un gioco continuo di equilibri, ma attenti perché è pericoloso. Sparare senza prendere la mira può avere due effetti collaterali. Il modello Trump funziona se si ottiene sempre qualcosa in cambio, magari una fetta di quella che è stata la prima richiesta. Ma se non si ottiene nulla è controproducente. Così ieri sera Di Maio ha alzato di nuovo i toni. Ha detto: «Noi siamo per la revoca a tutti i costi, lo dobbiamo ai morti». E il collega Salvini si è riallineato: «Siamo sia per la revoca che per la ricostruzione del ponte». La guerra è aperta.
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