True
2023-02-01
L’economia russa non sta crollando. E la Cina darà una mano
Xi Jinping (Getty images)
Le sanzioni non funzionano. In generale le sanzioni non hanno mai funzionato, in particolare quelle contro la Russia si stanno infrangendo contro il muro dei dati e contro il tentativo di bloccare la creazione di una economia suddivisa tra due metà del globo. Da un lato l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso nel 2022 del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice.
«Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo sta scendendo per via dei minori consumi, per via della politica Ue del contingentamento e per via dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno però ancora cominciato a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di lega necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Parliamo di terre rare che stanno alla base della nuova economia digitale. Oppure di gas come il neon derivati da produzioni industriali di vecchio stampa ma alla base dei futuribili microchip.
La guerra sta insegnando anche che la sovranità di un Paese o di un Continente si misura anche dalla capacità di accumulare acciaio, alluminio, rame e tutto ciò che tiene in piedi l’economia reale.
Per fare un esempio concreto, nel corso degli ultimi due anni Pechino ha adottato più volte la strategia Covid zero, a costo di penalizzare anche il mercato interno. Nel frattempo ha utilizzato la propria liquidità per fare ingente scorta di materie prime. Il colosso asiatico, a luglio del 2022, disponeva del 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% del mais e oltre il 50% del frumento. L’obiettivo è quello di non farsi travolgere dai rialzi ed evitare di fare la fine dell’Europa. È chiaro però che la Cina ha anche l’obiettivo di immettersi su un nuovo cammino. Ancor più aggressivo verso l’Ue e altri Paesi. «Il governo cinese», ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di TCommodity, «è tornato a svalutare pesantemente lo yuan per recuperare competitività sui mercati e stabilizzare l’economia. Il deprezzamento della valuta cinese finora si è concentrato nei confronti del dollaro, ma rilevo i primi segnali di deprezzamento nei confronti dell’euro», aggiunge Torlizzi concludendo che: «Si porrà a breve il problema dell’arrivo di merci made in China in Europa in una fase in cui le nostre imprese sono inchiodate».
Già dallo scorso semestre la Cina ha stretto nuovi rapporti con la Russia (a ottobre l’export di Gazprom verso Pechino è aumentato del 60%) e si è sapientemente infilata nelle dispute valutarie. Un esempio su tutti in India lo scorso giugno. La Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in India, ha infatti pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione anti occidentale. I leader dei due Paesi si dovrebbero incontrare a breve. Lo staff di Vladimir Putin ha rilasciato una nota ufficiale, quello di Xi Jinping non ha confermato, mantenendo la prassi abbastanza consueta di confermare solo pochi giorni prima dell’incontro. I due parleranno di Ucraina e sicuramente del dollaro e quindi della possibilità di utilizzare lo yuan come valuta alternativa. Ma soprattutto confermeranno ciò che i due Paesi hanno realizzato nelle ultime settimane. Si tratta del patto dell’alluminio, come già lo chiamano gli analisti. Nel secondo trimestre del 2022 i prezzi dell’alluminio sono schizzati perché tutte le aziende coinvolte hanno cominciato a valutare un possibile embargo americano alla produzione russa.
A ottobre c’è stata una morsa ma non si è calcolato che la Cina da sola produce il 55% dell’alluminio globale. Così i due Paesi hanno pensato bene di allinearsi e di fare cartello. In Europa si sta un po’ muovendo la Germania. La visita di Olaf Scholz nei Paesi sudamericani serve a recuperare un po’ di materie prime industriali. Bruxelles nel complesso tace e si affida alle parole scollegate dalla realtà di Ursula von der Leyen che insiste con i pacchetti plurimi di sanzioni che riescono a spostare il baricentro dell’economia mondiale sempre più lontano dall’Ue. Un enorme successo verso la strada della povertà. per noi, però.
La fame di titanio per scopi militari conta più dei proclami sulla libertà
Sono infinite le ragioni che stanno dietro la guerra in Ucraina, avvolte nel mantello del bene contro il male. Uno di questi motivi, forse non il più importante ma nemmeno da sottovalutare, riguarda il controllo di una delle risorse di cui è ricca l’Ucraina: il titanio, metallo cruciale per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie militari dell’Occidente.
Il titanio è un metallo ultraleggero e nello stesso tempo ultraresistente ampiamente utilizzato nelle applicazioni militari, aeree, navali e terrestri. Dopo Cina e Russia, l’Ucraina è il Paese leader in questo settore, e da Kiev partono le forniture per le industrie militari francesi e britanniche. Inoltre in Ucraina esiste l’unico impianto, a Ovest degli Urali, in grado di produrre spugna di titanio, fondamentale per il settore aerospaziale, prossimo terreno di scontro tra grandi potenze. Per questo motivo gli Stati Uniti, privi di questa risorsa stavano sviluppando un’alleanza strategica con l’Ucraina, in quanto l’impossibilità di far fronte alla domanda di titanio da parte dell’apparato militare di Washington era vista come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Il mercato della spugna di titanio è coperto per il 57% dalla Cina; il secondo grande player mondiale è la Russia, in grado di garantire produzione di un livello maggiore di qualità. Facilmente intuibile quindi quanto gli Stati Uniti vedano nell’Ucraina un partner fondamentale per accedere a questa risorsa, che, nella folle corsa a armamenti sempre più potenti, efficaci e efficienti è al momento insostituibile.
Gli Stati Uniti non possono dipendere da Paesi antagonisti sul fronte militare, la guerra di conseguenza assume una chiave di lettura diversa se interpretata in quest’ottica, un’ottica sostanzialmente ignorata dai mezzi di comunicazione, impegnati a riscrivere per la milionesima volta che c’è un aggredito e un aggressore.
L’Ucraina è il secondo paese in Europa in termini di riserve minerali di titanio. Ma non c’è solo quello nel sottosuolo di questo Paese. È anche il primo Paese in Europa in riserve di minerali di uranio, che con il rilancio dell’industria nucleare, sia civile che militare, diviene ancora più strategico, oltre che avere una riserva di 30 miliardi di tonnellate di minerali ferrosi.
Da sempre le guerre si sono combattute per il controllo dei territori. Raccontare invece che la guerra è combattuta per la libertà dei poveri ucraini che vedono il loro Paese distrutto e migliaia di vittime sia civili che soprattutto militari, è vergognoso, visto che chi li spinge a resistere al prezzo delle loro vite se ne sta bel tranquillo dall’altra parte dell’oceano. Le risorse sono sempre più scarse, non solo quelle militari; le terre fertili diminuiscono a Sud del mondo e aumentano nella parte settentrionale, tant’è che alcuni grandi gruppi stavano sperimentando la possibilità di produrre cereali in Siberia, che potrebbe divenire la più grande area fertile del pianeta con il riscaldamento globale.
Controllo delle risorse militari e food security: due buoni motivi per affossare la Russia, chissà se Volodymyr Zelensky ne parlerà a Sanremo.
Continua a leggereRiduci
Nonostante le sanzioni, secondo il Fmi nel 2022 il Pil è sceso solo del 2,2% e quest’anno dovrebbe crescere. Inoltre il Cremlino si prepara a fare cartello con la Cina sui metalli.L’Ucraina è una vera e propria miniera dell’elemento più richiesto dall’industria bellica.Lo speciale contiene due articoliLe sanzioni non funzionano. In generale le sanzioni non hanno mai funzionato, in particolare quelle contro la Russia si stanno infrangendo contro il muro dei dati e contro il tentativo di bloccare la creazione di una economia suddivisa tra due metà del globo. Da un lato l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso nel 2022 del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice. «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo sta scendendo per via dei minori consumi, per via della politica Ue del contingentamento e per via dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno però ancora cominciato a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di lega necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Parliamo di terre rare che stanno alla base della nuova economia digitale. Oppure di gas come il neon derivati da produzioni industriali di vecchio stampa ma alla base dei futuribili microchip. La guerra sta insegnando anche che la sovranità di un Paese o di un Continente si misura anche dalla capacità di accumulare acciaio, alluminio, rame e tutto ciò che tiene in piedi l’economia reale. Per fare un esempio concreto, nel corso degli ultimi due anni Pechino ha adottato più volte la strategia Covid zero, a costo di penalizzare anche il mercato interno. Nel frattempo ha utilizzato la propria liquidità per fare ingente scorta di materie prime. Il colosso asiatico, a luglio del 2022, disponeva del 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% del mais e oltre il 50% del frumento. L’obiettivo è quello di non farsi travolgere dai rialzi ed evitare di fare la fine dell’Europa. È chiaro però che la Cina ha anche l’obiettivo di immettersi su un nuovo cammino. Ancor più aggressivo verso l’Ue e altri Paesi. «Il governo cinese», ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di TCommodity, «è tornato a svalutare pesantemente lo yuan per recuperare competitività sui mercati e stabilizzare l’economia. Il deprezzamento della valuta cinese finora si è concentrato nei confronti del dollaro, ma rilevo i primi segnali di deprezzamento nei confronti dell’euro», aggiunge Torlizzi concludendo che: «Si porrà a breve il problema dell’arrivo di merci made in China in Europa in una fase in cui le nostre imprese sono inchiodate». Già dallo scorso semestre la Cina ha stretto nuovi rapporti con la Russia (a ottobre l’export di Gazprom verso Pechino è aumentato del 60%) e si è sapientemente infilata nelle dispute valutarie. Un esempio su tutti in India lo scorso giugno. La Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in India, ha infatti pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione anti occidentale. I leader dei due Paesi si dovrebbero incontrare a breve. Lo staff di Vladimir Putin ha rilasciato una nota ufficiale, quello di Xi Jinping non ha confermato, mantenendo la prassi abbastanza consueta di confermare solo pochi giorni prima dell’incontro. I due parleranno di Ucraina e sicuramente del dollaro e quindi della possibilità di utilizzare lo yuan come valuta alternativa. Ma soprattutto confermeranno ciò che i due Paesi hanno realizzato nelle ultime settimane. Si tratta del patto dell’alluminio, come già lo chiamano gli analisti. Nel secondo trimestre del 2022 i prezzi dell’alluminio sono schizzati perché tutte le aziende coinvolte hanno cominciato a valutare un possibile embargo americano alla produzione russa. A ottobre c’è stata una morsa ma non si è calcolato che la Cina da sola produce il 55% dell’alluminio globale. Così i due Paesi hanno pensato bene di allinearsi e di fare cartello. In Europa si sta un po’ muovendo la Germania. La visita di Olaf Scholz nei Paesi sudamericani serve a recuperare un po’ di materie prime industriali. Bruxelles nel complesso tace e si affida alle parole scollegate dalla realtà di Ursula von der Leyen che insiste con i pacchetti plurimi di sanzioni che riescono a spostare il baricentro dell’economia mondiale sempre più lontano dall’Ue. Un enorme successo verso la strada della povertà. per noi, però.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leconomia-russa-non-sta-crollando-e-la-cina-dara-una-mano-2659336622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fame-di-titanio-per-scopi-militari-conta-piu-dei-proclami-sulla-liberta" data-post-id="2659336622" data-published-at="1675200268" data-use-pagination="False"> La fame di titanio per scopi militari conta più dei proclami sulla libertà Sono infinite le ragioni che stanno dietro la guerra in Ucraina, avvolte nel mantello del bene contro il male. Uno di questi motivi, forse non il più importante ma nemmeno da sottovalutare, riguarda il controllo di una delle risorse di cui è ricca l’Ucraina: il titanio, metallo cruciale per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie militari dell’Occidente. Il titanio è un metallo ultraleggero e nello stesso tempo ultraresistente ampiamente utilizzato nelle applicazioni militari, aeree, navali e terrestri. Dopo Cina e Russia, l’Ucraina è il Paese leader in questo settore, e da Kiev partono le forniture per le industrie militari francesi e britanniche. Inoltre in Ucraina esiste l’unico impianto, a Ovest degli Urali, in grado di produrre spugna di titanio, fondamentale per il settore aerospaziale, prossimo terreno di scontro tra grandi potenze. Per questo motivo gli Stati Uniti, privi di questa risorsa stavano sviluppando un’alleanza strategica con l’Ucraina, in quanto l’impossibilità di far fronte alla domanda di titanio da parte dell’apparato militare di Washington era vista come una minaccia alla sicurezza nazionale. Il mercato della spugna di titanio è coperto per il 57% dalla Cina; il secondo grande player mondiale è la Russia, in grado di garantire produzione di un livello maggiore di qualità. Facilmente intuibile quindi quanto gli Stati Uniti vedano nell’Ucraina un partner fondamentale per accedere a questa risorsa, che, nella folle corsa a armamenti sempre più potenti, efficaci e efficienti è al momento insostituibile. Gli Stati Uniti non possono dipendere da Paesi antagonisti sul fronte militare, la guerra di conseguenza assume una chiave di lettura diversa se interpretata in quest’ottica, un’ottica sostanzialmente ignorata dai mezzi di comunicazione, impegnati a riscrivere per la milionesima volta che c’è un aggredito e un aggressore. L’Ucraina è il secondo paese in Europa in termini di riserve minerali di titanio. Ma non c’è solo quello nel sottosuolo di questo Paese. È anche il primo Paese in Europa in riserve di minerali di uranio, che con il rilancio dell’industria nucleare, sia civile che militare, diviene ancora più strategico, oltre che avere una riserva di 30 miliardi di tonnellate di minerali ferrosi. Da sempre le guerre si sono combattute per il controllo dei territori. Raccontare invece che la guerra è combattuta per la libertà dei poveri ucraini che vedono il loro Paese distrutto e migliaia di vittime sia civili che soprattutto militari, è vergognoso, visto che chi li spinge a resistere al prezzo delle loro vite se ne sta bel tranquillo dall’altra parte dell’oceano. Le risorse sono sempre più scarse, non solo quelle militari; le terre fertili diminuiscono a Sud del mondo e aumentano nella parte settentrionale, tant’è che alcuni grandi gruppi stavano sperimentando la possibilità di produrre cereali in Siberia, che potrebbe divenire la più grande area fertile del pianeta con il riscaldamento globale. Controllo delle risorse militari e food security: due buoni motivi per affossare la Russia, chissà se Volodymyr Zelensky ne parlerà a Sanremo.
Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
Continua a leggereRiduci
Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 12 marzo 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci spiega come sta reagendo il popolo americano alla guerra in Iran.