True
2023-02-01
L’economia russa non sta crollando. E la Cina darà una mano
Xi Jinping (Getty images)
Le sanzioni non funzionano. In generale le sanzioni non hanno mai funzionato, in particolare quelle contro la Russia si stanno infrangendo contro il muro dei dati e contro il tentativo di bloccare la creazione di una economia suddivisa tra due metà del globo. Da un lato l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso nel 2022 del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice.
«Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo sta scendendo per via dei minori consumi, per via della politica Ue del contingentamento e per via dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno però ancora cominciato a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di lega necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Parliamo di terre rare che stanno alla base della nuova economia digitale. Oppure di gas come il neon derivati da produzioni industriali di vecchio stampa ma alla base dei futuribili microchip.
La guerra sta insegnando anche che la sovranità di un Paese o di un Continente si misura anche dalla capacità di accumulare acciaio, alluminio, rame e tutto ciò che tiene in piedi l’economia reale.
Per fare un esempio concreto, nel corso degli ultimi due anni Pechino ha adottato più volte la strategia Covid zero, a costo di penalizzare anche il mercato interno. Nel frattempo ha utilizzato la propria liquidità per fare ingente scorta di materie prime. Il colosso asiatico, a luglio del 2022, disponeva del 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% del mais e oltre il 50% del frumento. L’obiettivo è quello di non farsi travolgere dai rialzi ed evitare di fare la fine dell’Europa. È chiaro però che la Cina ha anche l’obiettivo di immettersi su un nuovo cammino. Ancor più aggressivo verso l’Ue e altri Paesi. «Il governo cinese», ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di TCommodity, «è tornato a svalutare pesantemente lo yuan per recuperare competitività sui mercati e stabilizzare l’economia. Il deprezzamento della valuta cinese finora si è concentrato nei confronti del dollaro, ma rilevo i primi segnali di deprezzamento nei confronti dell’euro», aggiunge Torlizzi concludendo che: «Si porrà a breve il problema dell’arrivo di merci made in China in Europa in una fase in cui le nostre imprese sono inchiodate».
Già dallo scorso semestre la Cina ha stretto nuovi rapporti con la Russia (a ottobre l’export di Gazprom verso Pechino è aumentato del 60%) e si è sapientemente infilata nelle dispute valutarie. Un esempio su tutti in India lo scorso giugno. La Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in India, ha infatti pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione anti occidentale. I leader dei due Paesi si dovrebbero incontrare a breve. Lo staff di Vladimir Putin ha rilasciato una nota ufficiale, quello di Xi Jinping non ha confermato, mantenendo la prassi abbastanza consueta di confermare solo pochi giorni prima dell’incontro. I due parleranno di Ucraina e sicuramente del dollaro e quindi della possibilità di utilizzare lo yuan come valuta alternativa. Ma soprattutto confermeranno ciò che i due Paesi hanno realizzato nelle ultime settimane. Si tratta del patto dell’alluminio, come già lo chiamano gli analisti. Nel secondo trimestre del 2022 i prezzi dell’alluminio sono schizzati perché tutte le aziende coinvolte hanno cominciato a valutare un possibile embargo americano alla produzione russa.
A ottobre c’è stata una morsa ma non si è calcolato che la Cina da sola produce il 55% dell’alluminio globale. Così i due Paesi hanno pensato bene di allinearsi e di fare cartello. In Europa si sta un po’ muovendo la Germania. La visita di Olaf Scholz nei Paesi sudamericani serve a recuperare un po’ di materie prime industriali. Bruxelles nel complesso tace e si affida alle parole scollegate dalla realtà di Ursula von der Leyen che insiste con i pacchetti plurimi di sanzioni che riescono a spostare il baricentro dell’economia mondiale sempre più lontano dall’Ue. Un enorme successo verso la strada della povertà. per noi, però.
La fame di titanio per scopi militari conta più dei proclami sulla libertà
Sono infinite le ragioni che stanno dietro la guerra in Ucraina, avvolte nel mantello del bene contro il male. Uno di questi motivi, forse non il più importante ma nemmeno da sottovalutare, riguarda il controllo di una delle risorse di cui è ricca l’Ucraina: il titanio, metallo cruciale per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie militari dell’Occidente.
Il titanio è un metallo ultraleggero e nello stesso tempo ultraresistente ampiamente utilizzato nelle applicazioni militari, aeree, navali e terrestri. Dopo Cina e Russia, l’Ucraina è il Paese leader in questo settore, e da Kiev partono le forniture per le industrie militari francesi e britanniche. Inoltre in Ucraina esiste l’unico impianto, a Ovest degli Urali, in grado di produrre spugna di titanio, fondamentale per il settore aerospaziale, prossimo terreno di scontro tra grandi potenze. Per questo motivo gli Stati Uniti, privi di questa risorsa stavano sviluppando un’alleanza strategica con l’Ucraina, in quanto l’impossibilità di far fronte alla domanda di titanio da parte dell’apparato militare di Washington era vista come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Il mercato della spugna di titanio è coperto per il 57% dalla Cina; il secondo grande player mondiale è la Russia, in grado di garantire produzione di un livello maggiore di qualità. Facilmente intuibile quindi quanto gli Stati Uniti vedano nell’Ucraina un partner fondamentale per accedere a questa risorsa, che, nella folle corsa a armamenti sempre più potenti, efficaci e efficienti è al momento insostituibile.
Gli Stati Uniti non possono dipendere da Paesi antagonisti sul fronte militare, la guerra di conseguenza assume una chiave di lettura diversa se interpretata in quest’ottica, un’ottica sostanzialmente ignorata dai mezzi di comunicazione, impegnati a riscrivere per la milionesima volta che c’è un aggredito e un aggressore.
L’Ucraina è il secondo paese in Europa in termini di riserve minerali di titanio. Ma non c’è solo quello nel sottosuolo di questo Paese. È anche il primo Paese in Europa in riserve di minerali di uranio, che con il rilancio dell’industria nucleare, sia civile che militare, diviene ancora più strategico, oltre che avere una riserva di 30 miliardi di tonnellate di minerali ferrosi.
Da sempre le guerre si sono combattute per il controllo dei territori. Raccontare invece che la guerra è combattuta per la libertà dei poveri ucraini che vedono il loro Paese distrutto e migliaia di vittime sia civili che soprattutto militari, è vergognoso, visto che chi li spinge a resistere al prezzo delle loro vite se ne sta bel tranquillo dall’altra parte dell’oceano. Le risorse sono sempre più scarse, non solo quelle militari; le terre fertili diminuiscono a Sud del mondo e aumentano nella parte settentrionale, tant’è che alcuni grandi gruppi stavano sperimentando la possibilità di produrre cereali in Siberia, che potrebbe divenire la più grande area fertile del pianeta con il riscaldamento globale.
Controllo delle risorse militari e food security: due buoni motivi per affossare la Russia, chissà se Volodymyr Zelensky ne parlerà a Sanremo.
Continua a leggereRiduci
Nonostante le sanzioni, secondo il Fmi nel 2022 il Pil è sceso solo del 2,2% e quest’anno dovrebbe crescere. Inoltre il Cremlino si prepara a fare cartello con la Cina sui metalli.L’Ucraina è una vera e propria miniera dell’elemento più richiesto dall’industria bellica.Lo speciale contiene due articoliLe sanzioni non funzionano. In generale le sanzioni non hanno mai funzionato, in particolare quelle contro la Russia si stanno infrangendo contro il muro dei dati e contro il tentativo di bloccare la creazione di una economia suddivisa tra due metà del globo. Da un lato l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso nel 2022 del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice. «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo sta scendendo per via dei minori consumi, per via della politica Ue del contingentamento e per via dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno però ancora cominciato a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di lega necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Parliamo di terre rare che stanno alla base della nuova economia digitale. Oppure di gas come il neon derivati da produzioni industriali di vecchio stampa ma alla base dei futuribili microchip. La guerra sta insegnando anche che la sovranità di un Paese o di un Continente si misura anche dalla capacità di accumulare acciaio, alluminio, rame e tutto ciò che tiene in piedi l’economia reale. Per fare un esempio concreto, nel corso degli ultimi due anni Pechino ha adottato più volte la strategia Covid zero, a costo di penalizzare anche il mercato interno. Nel frattempo ha utilizzato la propria liquidità per fare ingente scorta di materie prime. Il colosso asiatico, a luglio del 2022, disponeva del 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% del mais e oltre il 50% del frumento. L’obiettivo è quello di non farsi travolgere dai rialzi ed evitare di fare la fine dell’Europa. È chiaro però che la Cina ha anche l’obiettivo di immettersi su un nuovo cammino. Ancor più aggressivo verso l’Ue e altri Paesi. «Il governo cinese», ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di TCommodity, «è tornato a svalutare pesantemente lo yuan per recuperare competitività sui mercati e stabilizzare l’economia. Il deprezzamento della valuta cinese finora si è concentrato nei confronti del dollaro, ma rilevo i primi segnali di deprezzamento nei confronti dell’euro», aggiunge Torlizzi concludendo che: «Si porrà a breve il problema dell’arrivo di merci made in China in Europa in una fase in cui le nostre imprese sono inchiodate». Già dallo scorso semestre la Cina ha stretto nuovi rapporti con la Russia (a ottobre l’export di Gazprom verso Pechino è aumentato del 60%) e si è sapientemente infilata nelle dispute valutarie. Un esempio su tutti in India lo scorso giugno. La Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in India, ha infatti pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione anti occidentale. I leader dei due Paesi si dovrebbero incontrare a breve. Lo staff di Vladimir Putin ha rilasciato una nota ufficiale, quello di Xi Jinping non ha confermato, mantenendo la prassi abbastanza consueta di confermare solo pochi giorni prima dell’incontro. I due parleranno di Ucraina e sicuramente del dollaro e quindi della possibilità di utilizzare lo yuan come valuta alternativa. Ma soprattutto confermeranno ciò che i due Paesi hanno realizzato nelle ultime settimane. Si tratta del patto dell’alluminio, come già lo chiamano gli analisti. Nel secondo trimestre del 2022 i prezzi dell’alluminio sono schizzati perché tutte le aziende coinvolte hanno cominciato a valutare un possibile embargo americano alla produzione russa. A ottobre c’è stata una morsa ma non si è calcolato che la Cina da sola produce il 55% dell’alluminio globale. Così i due Paesi hanno pensato bene di allinearsi e di fare cartello. In Europa si sta un po’ muovendo la Germania. La visita di Olaf Scholz nei Paesi sudamericani serve a recuperare un po’ di materie prime industriali. Bruxelles nel complesso tace e si affida alle parole scollegate dalla realtà di Ursula von der Leyen che insiste con i pacchetti plurimi di sanzioni che riescono a spostare il baricentro dell’economia mondiale sempre più lontano dall’Ue. Un enorme successo verso la strada della povertà. per noi, però.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leconomia-russa-non-sta-crollando-e-la-cina-dara-una-mano-2659336622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fame-di-titanio-per-scopi-militari-conta-piu-dei-proclami-sulla-liberta" data-post-id="2659336622" data-published-at="1675200268" data-use-pagination="False"> La fame di titanio per scopi militari conta più dei proclami sulla libertà Sono infinite le ragioni che stanno dietro la guerra in Ucraina, avvolte nel mantello del bene contro il male. Uno di questi motivi, forse non il più importante ma nemmeno da sottovalutare, riguarda il controllo di una delle risorse di cui è ricca l’Ucraina: il titanio, metallo cruciale per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie militari dell’Occidente. Il titanio è un metallo ultraleggero e nello stesso tempo ultraresistente ampiamente utilizzato nelle applicazioni militari, aeree, navali e terrestri. Dopo Cina e Russia, l’Ucraina è il Paese leader in questo settore, e da Kiev partono le forniture per le industrie militari francesi e britanniche. Inoltre in Ucraina esiste l’unico impianto, a Ovest degli Urali, in grado di produrre spugna di titanio, fondamentale per il settore aerospaziale, prossimo terreno di scontro tra grandi potenze. Per questo motivo gli Stati Uniti, privi di questa risorsa stavano sviluppando un’alleanza strategica con l’Ucraina, in quanto l’impossibilità di far fronte alla domanda di titanio da parte dell’apparato militare di Washington era vista come una minaccia alla sicurezza nazionale. Il mercato della spugna di titanio è coperto per il 57% dalla Cina; il secondo grande player mondiale è la Russia, in grado di garantire produzione di un livello maggiore di qualità. Facilmente intuibile quindi quanto gli Stati Uniti vedano nell’Ucraina un partner fondamentale per accedere a questa risorsa, che, nella folle corsa a armamenti sempre più potenti, efficaci e efficienti è al momento insostituibile. Gli Stati Uniti non possono dipendere da Paesi antagonisti sul fronte militare, la guerra di conseguenza assume una chiave di lettura diversa se interpretata in quest’ottica, un’ottica sostanzialmente ignorata dai mezzi di comunicazione, impegnati a riscrivere per la milionesima volta che c’è un aggredito e un aggressore. L’Ucraina è il secondo paese in Europa in termini di riserve minerali di titanio. Ma non c’è solo quello nel sottosuolo di questo Paese. È anche il primo Paese in Europa in riserve di minerali di uranio, che con il rilancio dell’industria nucleare, sia civile che militare, diviene ancora più strategico, oltre che avere una riserva di 30 miliardi di tonnellate di minerali ferrosi. Da sempre le guerre si sono combattute per il controllo dei territori. Raccontare invece che la guerra è combattuta per la libertà dei poveri ucraini che vedono il loro Paese distrutto e migliaia di vittime sia civili che soprattutto militari, è vergognoso, visto che chi li spinge a resistere al prezzo delle loro vite se ne sta bel tranquillo dall’altra parte dell’oceano. Le risorse sono sempre più scarse, non solo quelle militari; le terre fertili diminuiscono a Sud del mondo e aumentano nella parte settentrionale, tant’è che alcuni grandi gruppi stavano sperimentando la possibilità di produrre cereali in Siberia, che potrebbe divenire la più grande area fertile del pianeta con il riscaldamento globale. Controllo delle risorse militari e food security: due buoni motivi per affossare la Russia, chissà se Volodymyr Zelensky ne parlerà a Sanremo.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
Continua a leggereRiduci
Il ceo Simoneschi: «Concorrenza serrata tra i 10 team in arrivo da tutto il mondo».
Taranto si rivela una delle tappe simbolo del Marina Militare Nastro Rosa Tour 2026, grazie alla partecipazione del pubblico, alla qualità dell'organizzazione e al forte legame con il mare. Lo hanno sottolineato il ceo del Marina Militare «Nastro Rosa Tour» e presidente di SSI Sport & Events, Riccardo Simoneschi, e l'ammiraglio di Divisione Andrea Petroni, comandante del Comando Interregionale Marittimo Sud, intervenendo al talk «Taranto, città dello sport - I Giochi del Mediterraneo volano per la crescita della città dei due mari», che ha chiuso la tappa ionica del Giro dell'Italia a Vela 2026. «Abbiamo avuto delle condizioni meteo bellissime, una giornata di mare stupenda. La città è super ospitale e siamo stati benissimo. La collocazione del villaggio è davvero iconica, quindi questo è candidato a essere uno dei più bei villaggi del tour di quest'anno», ha detto Simoneschi. Le immagini dell’evento.
Giorgia Meloni e Donald Trump (Getty Images)
Le parole del presidente americano fanno esplodere lo scontro con Roma. Meloni replica definendo «totalmente inventate» le accuse di Trump. Fazzolari parla di «deliri», Tajani annulla la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno.
Hanno l'effetto di detonazione di una bomba atomica le dichiarazioni in cui il presidente americano Donald Trump definisce Giorgia Meloni «più accondiscendente con gli altri leader che con gli alleati». Parole in cui spiega che nell'incontro avuto al G7 Meloni lo avrebbe «implorato di fare una foto insieme» un scena in cui la premier gli avrebbe fatto «pena». Parole consegnate al programma di La 7 L'Aria che tira.
La risposta del presidente del Consiglio arriva subito: «Dunque, certe cose meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che mi dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell'Occidente, con i nemici degli Stati Uniti con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e L'Italia non imploriamo mai».
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parla di «deliri di Trump su Meloni» che rappresentano «solo l'ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei». Il presidente Usa, prosegue, «sta rovinando gli storici rapporti tra Usa ed Europa», «non si capisce se per volontà o per inettitudine». E, così facendo, sta «danneggiando non solo l'Europa ma soprattutto gli Usa».
«Le gravi e offensive parole del Presidente Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Il commento del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Continua a leggereRiduci