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2023-02-01
L’economia russa non sta crollando. E la Cina darà una mano
Xi Jinping (Getty images)
Le sanzioni non funzionano. In generale le sanzioni non hanno mai funzionato, in particolare quelle contro la Russia si stanno infrangendo contro il muro dei dati e contro il tentativo di bloccare la creazione di una economia suddivisa tra due metà del globo. Da un lato l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso nel 2022 del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice.
«Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo sta scendendo per via dei minori consumi, per via della politica Ue del contingentamento e per via dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno però ancora cominciato a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di lega necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Parliamo di terre rare che stanno alla base della nuova economia digitale. Oppure di gas come il neon derivati da produzioni industriali di vecchio stampa ma alla base dei futuribili microchip.
La guerra sta insegnando anche che la sovranità di un Paese o di un Continente si misura anche dalla capacità di accumulare acciaio, alluminio, rame e tutto ciò che tiene in piedi l’economia reale.
Per fare un esempio concreto, nel corso degli ultimi due anni Pechino ha adottato più volte la strategia Covid zero, a costo di penalizzare anche il mercato interno. Nel frattempo ha utilizzato la propria liquidità per fare ingente scorta di materie prime. Il colosso asiatico, a luglio del 2022, disponeva del 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% del mais e oltre il 50% del frumento. L’obiettivo è quello di non farsi travolgere dai rialzi ed evitare di fare la fine dell’Europa. È chiaro però che la Cina ha anche l’obiettivo di immettersi su un nuovo cammino. Ancor più aggressivo verso l’Ue e altri Paesi. «Il governo cinese», ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di TCommodity, «è tornato a svalutare pesantemente lo yuan per recuperare competitività sui mercati e stabilizzare l’economia. Il deprezzamento della valuta cinese finora si è concentrato nei confronti del dollaro, ma rilevo i primi segnali di deprezzamento nei confronti dell’euro», aggiunge Torlizzi concludendo che: «Si porrà a breve il problema dell’arrivo di merci made in China in Europa in una fase in cui le nostre imprese sono inchiodate».
Già dallo scorso semestre la Cina ha stretto nuovi rapporti con la Russia (a ottobre l’export di Gazprom verso Pechino è aumentato del 60%) e si è sapientemente infilata nelle dispute valutarie. Un esempio su tutti in India lo scorso giugno. La Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in India, ha infatti pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione anti occidentale. I leader dei due Paesi si dovrebbero incontrare a breve. Lo staff di Vladimir Putin ha rilasciato una nota ufficiale, quello di Xi Jinping non ha confermato, mantenendo la prassi abbastanza consueta di confermare solo pochi giorni prima dell’incontro. I due parleranno di Ucraina e sicuramente del dollaro e quindi della possibilità di utilizzare lo yuan come valuta alternativa. Ma soprattutto confermeranno ciò che i due Paesi hanno realizzato nelle ultime settimane. Si tratta del patto dell’alluminio, come già lo chiamano gli analisti. Nel secondo trimestre del 2022 i prezzi dell’alluminio sono schizzati perché tutte le aziende coinvolte hanno cominciato a valutare un possibile embargo americano alla produzione russa.
A ottobre c’è stata una morsa ma non si è calcolato che la Cina da sola produce il 55% dell’alluminio globale. Così i due Paesi hanno pensato bene di allinearsi e di fare cartello. In Europa si sta un po’ muovendo la Germania. La visita di Olaf Scholz nei Paesi sudamericani serve a recuperare un po’ di materie prime industriali. Bruxelles nel complesso tace e si affida alle parole scollegate dalla realtà di Ursula von der Leyen che insiste con i pacchetti plurimi di sanzioni che riescono a spostare il baricentro dell’economia mondiale sempre più lontano dall’Ue. Un enorme successo verso la strada della povertà. per noi, però.
La fame di titanio per scopi militari conta più dei proclami sulla libertà
Sono infinite le ragioni che stanno dietro la guerra in Ucraina, avvolte nel mantello del bene contro il male. Uno di questi motivi, forse non il più importante ma nemmeno da sottovalutare, riguarda il controllo di una delle risorse di cui è ricca l’Ucraina: il titanio, metallo cruciale per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie militari dell’Occidente.
Il titanio è un metallo ultraleggero e nello stesso tempo ultraresistente ampiamente utilizzato nelle applicazioni militari, aeree, navali e terrestri. Dopo Cina e Russia, l’Ucraina è il Paese leader in questo settore, e da Kiev partono le forniture per le industrie militari francesi e britanniche. Inoltre in Ucraina esiste l’unico impianto, a Ovest degli Urali, in grado di produrre spugna di titanio, fondamentale per il settore aerospaziale, prossimo terreno di scontro tra grandi potenze. Per questo motivo gli Stati Uniti, privi di questa risorsa stavano sviluppando un’alleanza strategica con l’Ucraina, in quanto l’impossibilità di far fronte alla domanda di titanio da parte dell’apparato militare di Washington era vista come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Il mercato della spugna di titanio è coperto per il 57% dalla Cina; il secondo grande player mondiale è la Russia, in grado di garantire produzione di un livello maggiore di qualità. Facilmente intuibile quindi quanto gli Stati Uniti vedano nell’Ucraina un partner fondamentale per accedere a questa risorsa, che, nella folle corsa a armamenti sempre più potenti, efficaci e efficienti è al momento insostituibile.
Gli Stati Uniti non possono dipendere da Paesi antagonisti sul fronte militare, la guerra di conseguenza assume una chiave di lettura diversa se interpretata in quest’ottica, un’ottica sostanzialmente ignorata dai mezzi di comunicazione, impegnati a riscrivere per la milionesima volta che c’è un aggredito e un aggressore.
L’Ucraina è il secondo paese in Europa in termini di riserve minerali di titanio. Ma non c’è solo quello nel sottosuolo di questo Paese. È anche il primo Paese in Europa in riserve di minerali di uranio, che con il rilancio dell’industria nucleare, sia civile che militare, diviene ancora più strategico, oltre che avere una riserva di 30 miliardi di tonnellate di minerali ferrosi.
Da sempre le guerre si sono combattute per il controllo dei territori. Raccontare invece che la guerra è combattuta per la libertà dei poveri ucraini che vedono il loro Paese distrutto e migliaia di vittime sia civili che soprattutto militari, è vergognoso, visto che chi li spinge a resistere al prezzo delle loro vite se ne sta bel tranquillo dall’altra parte dell’oceano. Le risorse sono sempre più scarse, non solo quelle militari; le terre fertili diminuiscono a Sud del mondo e aumentano nella parte settentrionale, tant’è che alcuni grandi gruppi stavano sperimentando la possibilità di produrre cereali in Siberia, che potrebbe divenire la più grande area fertile del pianeta con il riscaldamento globale.
Controllo delle risorse militari e food security: due buoni motivi per affossare la Russia, chissà se Volodymyr Zelensky ne parlerà a Sanremo.
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Nonostante le sanzioni, secondo il Fmi nel 2022 il Pil è sceso solo del 2,2% e quest’anno dovrebbe crescere. Inoltre il Cremlino si prepara a fare cartello con la Cina sui metalli.L’Ucraina è una vera e propria miniera dell’elemento più richiesto dall’industria bellica.Lo speciale contiene due articoliLe sanzioni non funzionano. In generale le sanzioni non hanno mai funzionato, in particolare quelle contro la Russia si stanno infrangendo contro il muro dei dati e contro il tentativo di bloccare la creazione di una economia suddivisa tra due metà del globo. Da un lato l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ieri, il Fondo monetario internazionale ha diffuso i valori dell’economia mondiale nel 2022 e le stime per l’anno appena iniziato. All’interno dello studio c’è anche la voce Russia. Il Pil di Mosca è sceso nel 2022 del 2,2% contro una previsione (già lieve) del 3,4. L’Fmi aggiunge anche la previsione per il 2023 (una crescita del Pil dello 0,3%) e per il 2024 (2,1%). Il Fondo giustifica la stime in modo molto semplice. «Ai prezzi attuali del greggio», si legge nel report, «l’economia russa non sarà danneggiata». La guerra in Ucraina ha interrotto i flussi di materie prime verso Ovest, ma «il commercio è stato rimpiazzato dai contratti con i Paesi asiatici o in generale a Est del blocco». In pratica il Fmi introduce il tema vero che caratterizzerà le tensioni di quest’anno. L’Europa pensa di avere superato le tensioni sul gas. In effetti, il prezzo sta scendendo per via dei minori consumi, per via della politica Ue del contingentamento e per via dell’inverno mite. I Paesi dell’Unione non hanno però ancora cominciato a preoccuparsi delle scorte di metalli industriali e di lega necessarie per il manifatturiero. La guerra in Ucraina ha insegnato che la sovranità energetica è fondamentale quanto quella dei metalli rari. Parliamo di terre rare che stanno alla base della nuova economia digitale. Oppure di gas come il neon derivati da produzioni industriali di vecchio stampa ma alla base dei futuribili microchip. La guerra sta insegnando anche che la sovranità di un Paese o di un Continente si misura anche dalla capacità di accumulare acciaio, alluminio, rame e tutto ciò che tiene in piedi l’economia reale. Per fare un esempio concreto, nel corso degli ultimi due anni Pechino ha adottato più volte la strategia Covid zero, a costo di penalizzare anche il mercato interno. Nel frattempo ha utilizzato la propria liquidità per fare ingente scorta di materie prime. Il colosso asiatico, a luglio del 2022, disponeva del 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% del mais e oltre il 50% del frumento. L’obiettivo è quello di non farsi travolgere dai rialzi ed evitare di fare la fine dell’Europa. È chiaro però che la Cina ha anche l’obiettivo di immettersi su un nuovo cammino. Ancor più aggressivo verso l’Ue e altri Paesi. «Il governo cinese», ha commentato Gianclaudio Torlizzi, esperto di TCommodity, «è tornato a svalutare pesantemente lo yuan per recuperare competitività sui mercati e stabilizzare l’economia. Il deprezzamento della valuta cinese finora si è concentrato nei confronti del dollaro, ma rilevo i primi segnali di deprezzamento nei confronti dell’euro», aggiunge Torlizzi concludendo che: «Si porrà a breve il problema dell’arrivo di merci made in China in Europa in una fase in cui le nostre imprese sono inchiodate». Già dallo scorso semestre la Cina ha stretto nuovi rapporti con la Russia (a ottobre l’export di Gazprom verso Pechino è aumentato del 60%) e si è sapientemente infilata nelle dispute valutarie. Un esempio su tutti in India lo scorso giugno. La Ultratech Cement, leader assoluto del cemento in India, ha infatti pagato le 157.000 tonnellate di carbone partite dal porto russo di Vanino sul cargo MV Mangas, in yuan. Per l’esattezza, 172.652.900 yuan (25,81 milioni di dollari) bonificati al produttore Suek. E, a differenza di certe cedole obbligazionarie saldate in rubli, prontamente processati e incassati dalle banche. Con l’avvio del nuovo anno Pechino e Mosca hanno fatto un passo in avanti nella visione anti occidentale. I leader dei due Paesi si dovrebbero incontrare a breve. Lo staff di Vladimir Putin ha rilasciato una nota ufficiale, quello di Xi Jinping non ha confermato, mantenendo la prassi abbastanza consueta di confermare solo pochi giorni prima dell’incontro. I due parleranno di Ucraina e sicuramente del dollaro e quindi della possibilità di utilizzare lo yuan come valuta alternativa. Ma soprattutto confermeranno ciò che i due Paesi hanno realizzato nelle ultime settimane. Si tratta del patto dell’alluminio, come già lo chiamano gli analisti. Nel secondo trimestre del 2022 i prezzi dell’alluminio sono schizzati perché tutte le aziende coinvolte hanno cominciato a valutare un possibile embargo americano alla produzione russa. A ottobre c’è stata una morsa ma non si è calcolato che la Cina da sola produce il 55% dell’alluminio globale. Così i due Paesi hanno pensato bene di allinearsi e di fare cartello. In Europa si sta un po’ muovendo la Germania. La visita di Olaf Scholz nei Paesi sudamericani serve a recuperare un po’ di materie prime industriali. Bruxelles nel complesso tace e si affida alle parole scollegate dalla realtà di Ursula von der Leyen che insiste con i pacchetti plurimi di sanzioni che riescono a spostare il baricentro dell’economia mondiale sempre più lontano dall’Ue. Un enorme successo verso la strada della povertà. per noi, però.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leconomia-russa-non-sta-crollando-e-la-cina-dara-una-mano-2659336622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fame-di-titanio-per-scopi-militari-conta-piu-dei-proclami-sulla-liberta" data-post-id="2659336622" data-published-at="1675200268" data-use-pagination="False"> La fame di titanio per scopi militari conta più dei proclami sulla libertà Sono infinite le ragioni che stanno dietro la guerra in Ucraina, avvolte nel mantello del bene contro il male. Uno di questi motivi, forse non il più importante ma nemmeno da sottovalutare, riguarda il controllo di una delle risorse di cui è ricca l’Ucraina: il titanio, metallo cruciale per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie militari dell’Occidente. Il titanio è un metallo ultraleggero e nello stesso tempo ultraresistente ampiamente utilizzato nelle applicazioni militari, aeree, navali e terrestri. Dopo Cina e Russia, l’Ucraina è il Paese leader in questo settore, e da Kiev partono le forniture per le industrie militari francesi e britanniche. Inoltre in Ucraina esiste l’unico impianto, a Ovest degli Urali, in grado di produrre spugna di titanio, fondamentale per il settore aerospaziale, prossimo terreno di scontro tra grandi potenze. Per questo motivo gli Stati Uniti, privi di questa risorsa stavano sviluppando un’alleanza strategica con l’Ucraina, in quanto l’impossibilità di far fronte alla domanda di titanio da parte dell’apparato militare di Washington era vista come una minaccia alla sicurezza nazionale. Il mercato della spugna di titanio è coperto per il 57% dalla Cina; il secondo grande player mondiale è la Russia, in grado di garantire produzione di un livello maggiore di qualità. Facilmente intuibile quindi quanto gli Stati Uniti vedano nell’Ucraina un partner fondamentale per accedere a questa risorsa, che, nella folle corsa a armamenti sempre più potenti, efficaci e efficienti è al momento insostituibile. Gli Stati Uniti non possono dipendere da Paesi antagonisti sul fronte militare, la guerra di conseguenza assume una chiave di lettura diversa se interpretata in quest’ottica, un’ottica sostanzialmente ignorata dai mezzi di comunicazione, impegnati a riscrivere per la milionesima volta che c’è un aggredito e un aggressore. L’Ucraina è il secondo paese in Europa in termini di riserve minerali di titanio. Ma non c’è solo quello nel sottosuolo di questo Paese. È anche il primo Paese in Europa in riserve di minerali di uranio, che con il rilancio dell’industria nucleare, sia civile che militare, diviene ancora più strategico, oltre che avere una riserva di 30 miliardi di tonnellate di minerali ferrosi. Da sempre le guerre si sono combattute per il controllo dei territori. Raccontare invece che la guerra è combattuta per la libertà dei poveri ucraini che vedono il loro Paese distrutto e migliaia di vittime sia civili che soprattutto militari, è vergognoso, visto che chi li spinge a resistere al prezzo delle loro vite se ne sta bel tranquillo dall’altra parte dell’oceano. Le risorse sono sempre più scarse, non solo quelle militari; le terre fertili diminuiscono a Sud del mondo e aumentano nella parte settentrionale, tant’è che alcuni grandi gruppi stavano sperimentando la possibilità di produrre cereali in Siberia, che potrebbe divenire la più grande area fertile del pianeta con il riscaldamento globale. Controllo delle risorse militari e food security: due buoni motivi per affossare la Russia, chissà se Volodymyr Zelensky ne parlerà a Sanremo.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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