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2019-07-08
Trattano i nostri militari come loro maggiordomi
Ansa
Le Ong fanno le pentole ma non i coperchi: e a volte basta poco - una piccola mail - per far crollare miseramente il castello di carte che i loro capetti e portavoce cercano di costruire in tv con performance strappalacrime. A scrivere la mail sono i vertici dell'Ong Mediterranea e della nave Alex: il deputato in carica (avete capito bene: un attuale membro della Camera dei Deputati) nonché coordinatore della missione Erasmo Palazzotto, Leu, cioè la sinistra già di rito boldriniano, e il comandante skipper Tommaso Stella, ieri celebrato dal Corriere della Sera con una prosa degna dei media di regime cubani quando si occupavano di Fidel Castro (testuale: «È stato lui ad abbracciare per primo i neonati e le donne incinte e a issarli con i suoi muscoli sempre molto allenati sullo scafo»).
I due, che adesso - a quanto pare - sono indagati (tre accuse: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, disobbedienza, resistenza o violenza a nave da guerra), avevano scritto alle autorità italiane e maltesi con il piglio con cui si prenota un taxi o si noleggia un'auto, dettando condizioni, tempi, dettagli. Primo, l'orario di partenza: «Entro e non oltre le 22 odierne». Secondo, il numero dei passeggeri a bordo: «18 complessivi: 1 comandante + 10 equipaggio + 7 naufraghi salvati». Terzo, modalità: «L'operazione di trasferimento su unità delle forze armate di Malta avvenga tassativamente a 15 miglia nautiche di distanza dalle coste dell'isola, in acque internazionali, e che vi sia la precisa garanzia che nessuna azione coercitiva sarà assunta nei confronti della nave da parte delle autorità maltesi e italiane». Eccoci al dunque: il punto centrale era una sorta di impropria garanzia di immunità/impunità per il comandante e il suo staff, evidentemente ben consapevoli di aver violato una serie di norme. A conferma, arriva la quarta condizione: che la Alex faccia ritorno nel suo porto di origine, a Licata. E infine, quinto: acqua, cibo, carburante. Dopo questo elenco di condizioni, il prevedibile ricatto: «In assenza di garanzie scritte rispetto ai punti sopraccitati, saremo costretti a rinnovare la richiesta di sbarco a Lampedusa come unica opzione percorribile».
Inevitabile la reazione del Viminale. Fonti del ministero dell'Interno hanno così commentato la pretesa di Palazzotto e compagni: «La barca della Ong si è sempre rifiutata di entrare in acque maltesi e pretendeva di essere accompagnata dalle autorità italiane fino a 15 miglia nautiche da La Valletta, per poi allontanarsi immediatamente ed evitare i controlli e la legge di un Paese membro dell'Ue. È per questo che le operazioni si erano bloccate, costringendo gli immigrati a inutili ore di attesa. Dal punto di vista del Viminale, era irrinunciabile l'arrivo di Alex sull'isola. Diversamente, le nostre Forze armate si sarebbero trasformate in tassisti del mare a servizio della Ong, un film già visto prima del 2017 e che aveva consentito il moltiplicarsi degli sbarchi in Italia. Invece i signori della Ong di sinistra hanno preferito perdere tempo in mezzo al Mediterraneo per pretendere “nessuna attività coercitiva". Cioè l'impunità. Il capitano della Alex ha quindi invocato lo “stato di necessità" per forzare i confini nazionali confidando in un orientamento benevolo della magistratura».
E in effetti è difficile non convenire con il Viminale. Ma davvero un'Ong può trattare i mezzi dello Stato come un taxi? E che precedente sarebbe stato, trovandoci solo all'inizio dell'estate, se il Viminale avesse dato via libera? Per i prossimi due-tre mesi, le autorità navali e di pubblica sicurezza si sarebbero trasformate in una via di mezzo tra una compagnia di taxi (senza tassametro) e una ditta di autonoleggio.
A peggiorare la posizione di Alex e Mediterranea, è arrivata un'altra figuraccia. In un servizio trasmesso da SkyTg24 il 5 luglio, Giulia Berberi, medico di bordo (non certo sospettabile di simpatie salviniane), dichiara testualmente, con riferimento alla cosiddetta operazione di soccorso: «Noi li abbiamo trovati su un gommone che in realtà era in buona condizioni. Il problema è stato che ci trovavamo in zona libica e i libici stavano arrivando a prenderli, e quindi li abbiamo caricati…». Inevitabile il commento su Twitter di Matteo Salvini: «Smascherati. Il gommone soccorso non aveva nessun problema».
Incuranti di questa serie di topiche, il solito Palazzotto e l'onnipresente (e onnidichiarante) Alessandra Sciurba si sono presentati in conferenza stampa a Lampedusa. Per fare una cosa nuova? No: per attaccare Salvini («Voleva il nostro scalpo»). Poi il solito disco rotto («C'è stata una chiara volontà politica di non darci altra possibilità»), e qualche momento surreale, quando i due si sono preventivamente sostituiti alla Corte costituzionale («Ci siamo chiesti se siamo ancora in uno Stato di diritto. Abbiamo violato un decreto incostituzionale e lo abbiamo fatto per stato di necessità. Ci sono governi che non si danno più un limite nella legittimità dei valori costituzionali»). E la prevedibile conclusione della Sciurba, tra promessa e minaccia: «Noi dobbiamo tornare in mare immediatamente. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci».
Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti»
Dopo un primo divieto, nel tardo pomeriggio di ieri il governo di Malta ha dato l'ok allo sbarco dei 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Fino a metà pomeriggio le autorità maltesi avevano negato l'accesso alle acque territoriali, autorizzando solo il trasbordo a terra di tre persone, fra cui due minori, che avevano accusato malori, e incaricando le forze armate di «intraprendere le azioni appropriate se la nave fosse entrata entro le 12 miglia dall'arcipelago».
Il via libera è arrivato dopo che l'Ong con un tweet aveva denunciato che la situazione a bordo era al limite del collasso e dopo la certezza che «i naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei», come ha fatto sapere il premier Joseph Muscat. «A seguito di trattative con la Commissione europea e con il governo tedesco, nessuno rimarrà a Malta». Inoltre, «Stati Ue accoglieranno anche metà dei 58 migranti soccorsi in un altro intervento dalle forze armate maltesi».
Sabato anche la Alan Kurdi aveva chiesto di sbarcare a Lampedusa ma poi ha deciso di far rotta su La Valletta perché, come spiegato in un tweet, «non possiamo aspettare che lo stato di emergenza prevalga a bordo. Resta da vedere se i governi europei sostengano la posizione dell'Italia. La gente non è una merce di scambio». Solita demagogia da Ong, considerato che la Alan Kurdi già ad aprile scorso, con naufraghi raccolti in acque libiche, fece rotta su Malta che però la lasciò «a mollo» ben undici giorni prima dello sbarco dopo l'accordo di redistribuzione.
Nel frattempo ieri è stato sequestrato Alex, il veliero della Ong italiana Mediterranea, e il capitano Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe indagato dalla Procura di Agrigento anche il capo missione di Mediterranea e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, in quanto più alto in grado nella missione.
Intanto ieri il ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato attaccato da un alleato di governo, il sottosegretario agli Esteri grillino Manlio Di Stefano, che ha scritto su Facebook: «Nelle ultime 48 ore abbiamo assistito alla fiera dell'ipocrisia. Tutto il mondo concentrato sui 54 migranti della Mediterranea, mentre nella notte ne erano già sbarcati più di 70 a Lampedusa con piccole imbarcazioni». Poi l'affondo contro Salvini che aveva lamentato di essere stato lasciato solo a gestire la crisi: «Il problema è sempre lo stesso, se vuoi fare tutto da solo e non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni, in porta non ci arrivi mai. Se ti senti Maradona e poi giochi come un Higuaín fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c'è il Paese. Non si può dire che è sempre colpa degli altri».
A queste parole si è aggiunto un post del Blog delle stelle , «Il Truman show dei migranti», i cui si legge: «Nell'ultimo mese sono arrivati in Italia più di 300 irregolari e nessuno ne parla [...] Questo è un gioco al massacro molto pericoloso perché, mentre tutti parlano delle Ong, sul nostro territorio arrivano decine e decine di piccole imbarcazioni indisturbate».
Dopo il caso Rackete, e con la Alex e la Alan Kurdi all'orizzonte, il responsabile del Viminale aveva attaccato ancora una volta il ministro della Difesa Elisabetta Trenta: «Discuteremo della presenza di navi militari italiane nel Mediterraneo: domando ai vertici delle forze armate se la difesa dei confini italiani è un dovere o è un di più. Ogni tanto mi sento un po' solo». Poi, chiedendo l'intervento della Difesa e del Mef che hanno la responsabilità della Marina e della Gdf aveva aggiunto: «Vorrei che fossero al mio fianco. Posso indicare un porto sicuro, ma non dipendono da me le forze armate». Ma la Difesa ha smentito: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di un'occasione. Questi sono i fatti» .
Un altro attacco a Salvini è arrivato dalla Francia, che respinge i migranti a Ventimiglia. Le Journal du Dimanche ha pubblicato la lettera di 62 deputati d'Oltralpe, in gran parte della maggioranza, a sostegno delle Ong.
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Ecco la mail con cui Mediterranea dettava all'Italia le condizioni per sbarcare i profughi a La Valletta. Oltre a rifornimenti e immunità, richiesto l'uso della Marina come taxi. Incredibile gaffe dei medico di bordo: «Il gommone? Era in buone condizioni». Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti». Attacchi a Matteo Salvini dal Blog delle stelle e dal grillino Manlio Di Stefano: «Si crede Maradona però gioca come un Higuaín fuori forma». Lo speciale comprende due articoli. Le Ong fanno le pentole ma non i coperchi: e a volte basta poco - una piccola mail - per far crollare miseramente il castello di carte che i loro capetti e portavoce cercano di costruire in tv con performance strappalacrime. A scrivere la mail sono i vertici dell'Ong Mediterranea e della nave Alex: il deputato in carica (avete capito bene: un attuale membro della Camera dei Deputati) nonché coordinatore della missione Erasmo Palazzotto, Leu, cioè la sinistra già di rito boldriniano, e il comandante skipper Tommaso Stella, ieri celebrato dal Corriere della Sera con una prosa degna dei media di regime cubani quando si occupavano di Fidel Castro (testuale: «È stato lui ad abbracciare per primo i neonati e le donne incinte e a issarli con i suoi muscoli sempre molto allenati sullo scafo»). I due, che adesso - a quanto pare - sono indagati (tre accuse: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, disobbedienza, resistenza o violenza a nave da guerra), avevano scritto alle autorità italiane e maltesi con il piglio con cui si prenota un taxi o si noleggia un'auto, dettando condizioni, tempi, dettagli. Primo, l'orario di partenza: «Entro e non oltre le 22 odierne». Secondo, il numero dei passeggeri a bordo: «18 complessivi: 1 comandante + 10 equipaggio + 7 naufraghi salvati». Terzo, modalità: «L'operazione di trasferimento su unità delle forze armate di Malta avvenga tassativamente a 15 miglia nautiche di distanza dalle coste dell'isola, in acque internazionali, e che vi sia la precisa garanzia che nessuna azione coercitiva sarà assunta nei confronti della nave da parte delle autorità maltesi e italiane». Eccoci al dunque: il punto centrale era una sorta di impropria garanzia di immunità/impunità per il comandante e il suo staff, evidentemente ben consapevoli di aver violato una serie di norme. A conferma, arriva la quarta condizione: che la Alex faccia ritorno nel suo porto di origine, a Licata. E infine, quinto: acqua, cibo, carburante. Dopo questo elenco di condizioni, il prevedibile ricatto: «In assenza di garanzie scritte rispetto ai punti sopraccitati, saremo costretti a rinnovare la richiesta di sbarco a Lampedusa come unica opzione percorribile». Inevitabile la reazione del Viminale. Fonti del ministero dell'Interno hanno così commentato la pretesa di Palazzotto e compagni: «La barca della Ong si è sempre rifiutata di entrare in acque maltesi e pretendeva di essere accompagnata dalle autorità italiane fino a 15 miglia nautiche da La Valletta, per poi allontanarsi immediatamente ed evitare i controlli e la legge di un Paese membro dell'Ue. È per questo che le operazioni si erano bloccate, costringendo gli immigrati a inutili ore di attesa. Dal punto di vista del Viminale, era irrinunciabile l'arrivo di Alex sull'isola. Diversamente, le nostre Forze armate si sarebbero trasformate in tassisti del mare a servizio della Ong, un film già visto prima del 2017 e che aveva consentito il moltiplicarsi degli sbarchi in Italia. Invece i signori della Ong di sinistra hanno preferito perdere tempo in mezzo al Mediterraneo per pretendere “nessuna attività coercitiva". Cioè l'impunità. Il capitano della Alex ha quindi invocato lo “stato di necessità" per forzare i confini nazionali confidando in un orientamento benevolo della magistratura». E in effetti è difficile non convenire con il Viminale. Ma davvero un'Ong può trattare i mezzi dello Stato come un taxi? E che precedente sarebbe stato, trovandoci solo all'inizio dell'estate, se il Viminale avesse dato via libera? Per i prossimi due-tre mesi, le autorità navali e di pubblica sicurezza si sarebbero trasformate in una via di mezzo tra una compagnia di taxi (senza tassametro) e una ditta di autonoleggio. A peggiorare la posizione di Alex e Mediterranea, è arrivata un'altra figuraccia. In un servizio trasmesso da SkyTg24 il 5 luglio, Giulia Berberi, medico di bordo (non certo sospettabile di simpatie salviniane), dichiara testualmente, con riferimento alla cosiddetta operazione di soccorso: «Noi li abbiamo trovati su un gommone che in realtà era in buona condizioni. Il problema è stato che ci trovavamo in zona libica e i libici stavano arrivando a prenderli, e quindi li abbiamo caricati…». Inevitabile il commento su Twitter di Matteo Salvini: «Smascherati. Il gommone soccorso non aveva nessun problema». Incuranti di questa serie di topiche, il solito Palazzotto e l'onnipresente (e onnidichiarante) Alessandra Sciurba si sono presentati in conferenza stampa a Lampedusa. Per fare una cosa nuova? No: per attaccare Salvini («Voleva il nostro scalpo»). Poi il solito disco rotto («C'è stata una chiara volontà politica di non darci altra possibilità»), e qualche momento surreale, quando i due si sono preventivamente sostituiti alla Corte costituzionale («Ci siamo chiesti se siamo ancora in uno Stato di diritto. Abbiamo violato un decreto incostituzionale e lo abbiamo fatto per stato di necessità. Ci sono governi che non si danno più un limite nella legittimità dei valori costituzionali»). E la prevedibile conclusione della Sciurba, tra promessa e minaccia: «Noi dobbiamo tornare in mare immediatamente. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-ong-pretendono-di-dare-ordini-ai-militari-2639116255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-di-malta-alla-alan-kurdi-ma-i-65-naufraghi-verranno-redistribuiti" data-post-id="2639116255" data-published-at="1775282821" data-use-pagination="False"> Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti» Dopo un primo divieto, nel tardo pomeriggio di ieri il governo di Malta ha dato l'ok allo sbarco dei 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Fino a metà pomeriggio le autorità maltesi avevano negato l'accesso alle acque territoriali, autorizzando solo il trasbordo a terra di tre persone, fra cui due minori, che avevano accusato malori, e incaricando le forze armate di «intraprendere le azioni appropriate se la nave fosse entrata entro le 12 miglia dall'arcipelago». Il via libera è arrivato dopo che l'Ong con un tweet aveva denunciato che la situazione a bordo era al limite del collasso e dopo la certezza che «i naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei», come ha fatto sapere il premier Joseph Muscat. «A seguito di trattative con la Commissione europea e con il governo tedesco, nessuno rimarrà a Malta». Inoltre, «Stati Ue accoglieranno anche metà dei 58 migranti soccorsi in un altro intervento dalle forze armate maltesi». Sabato anche la Alan Kurdi aveva chiesto di sbarcare a Lampedusa ma poi ha deciso di far rotta su La Valletta perché, come spiegato in un tweet, «non possiamo aspettare che lo stato di emergenza prevalga a bordo. Resta da vedere se i governi europei sostengano la posizione dell'Italia. La gente non è una merce di scambio». Solita demagogia da Ong, considerato che la Alan Kurdi già ad aprile scorso, con naufraghi raccolti in acque libiche, fece rotta su Malta che però la lasciò «a mollo» ben undici giorni prima dello sbarco dopo l'accordo di redistribuzione. Nel frattempo ieri è stato sequestrato Alex, il veliero della Ong italiana Mediterranea, e il capitano Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe indagato dalla Procura di Agrigento anche il capo missione di Mediterranea e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, in quanto più alto in grado nella missione. Intanto ieri il ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato attaccato da un alleato di governo, il sottosegretario agli Esteri grillino Manlio Di Stefano, che ha scritto su Facebook: «Nelle ultime 48 ore abbiamo assistito alla fiera dell'ipocrisia. Tutto il mondo concentrato sui 54 migranti della Mediterranea, mentre nella notte ne erano già sbarcati più di 70 a Lampedusa con piccole imbarcazioni». Poi l'affondo contro Salvini che aveva lamentato di essere stato lasciato solo a gestire la crisi: «Il problema è sempre lo stesso, se vuoi fare tutto da solo e non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni, in porta non ci arrivi mai. Se ti senti Maradona e poi giochi come un Higuaín fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c'è il Paese. Non si può dire che è sempre colpa degli altri». A queste parole si è aggiunto un post del Blog delle stelle , «Il Truman show dei migranti», i cui si legge: «Nell'ultimo mese sono arrivati in Italia più di 300 irregolari e nessuno ne parla [...] Questo è un gioco al massacro molto pericoloso perché, mentre tutti parlano delle Ong, sul nostro territorio arrivano decine e decine di piccole imbarcazioni indisturbate». Dopo il caso Rackete, e con la Alex e la Alan Kurdi all'orizzonte, il responsabile del Viminale aveva attaccato ancora una volta il ministro della Difesa Elisabetta Trenta: «Discuteremo della presenza di navi militari italiane nel Mediterraneo: domando ai vertici delle forze armate se la difesa dei confini italiani è un dovere o è un di più. Ogni tanto mi sento un po' solo». Poi, chiedendo l'intervento della Difesa e del Mef che hanno la responsabilità della Marina e della Gdf aveva aggiunto: «Vorrei che fossero al mio fianco. Posso indicare un porto sicuro, ma non dipendono da me le forze armate». Ma la Difesa ha smentito: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di un'occasione. Questi sono i fatti» . Un altro attacco a Salvini è arrivato dalla Francia, che respinge i migranti a Ventimiglia. Le Journal du Dimanche ha pubblicato la lettera di 62 deputati d'Oltralpe, in gran parte della maggioranza, a sostegno delle Ong.
Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
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Gennaro Gattuso (Ansa)
I diversivi sono intriganti, l’ultrà da divano che secondo le femministe «perpetua il patriarcato tossico» ha di che lambiccarsi e perdere il sonno: Rafa Leao e Markus Thuram smetteranno di fare i soprammobili? Osservando i relitti della difesa dell’Inter (in infermeria anche Yann Bisseck), chi lo marca Donyell Malen? Davvero Antonio Conte manderà addosso a Max Allegri i Fab Four Anguissa, Lobotka, McTominay, De Bruyne? In che modo gli arbitri peggiori del pianeta (tranne Clement Turpin) riusciranno a rovinare una o tutte e due le sfide di vertice, fondamentali per scudetto e zona Champions?
Come avrete notato, i calciatori citati sono stranieri, dettaglio che riconduce il pensiero direttamente allo scempio bosniaco dell’Italia pallonara e alla necessità di non nascondere la polvere sotto il tappeto per la terza volta consecutiva, rapiti da un dribbling di Kenan Yildiz o infuriati per una mancata chiamata al Var. In federazione lo hanno fatto dopo le dimissioni di Carlo Tavecchio (prima stazione della Via Crucis), lo hanno ripetuto dopo la vergogna Macedonia del Nord (seconda stazione) ed è fondamentale evitare la modalità «chiacchiere e distintivo» dopo la notte di Zenica con l’uscita di scena di Gabriele Gravina e di tutto il cucuzzaro.
Di conseguenza è fondamentale davvero voltare pagina: Serie A a 18 squadre, almeno quattro italiani titolari in partenza in campionato, valorizzazione degli under 21 (che noi riteniamo non pronti e negli altri Paesi sono leader), Paolo Maldini team manager. E alla larga da giocatori come Federico Chiesa, infortunato per l’Italia ma sgallettante due giorni dopo a Liverpool mentre in Curva Sud veniva preso a pietrate Alessandro Bastoni, facile capro espiatorio in campo con le infiltrazioni. Poiché il futuro non prescinde mai dal passato, ieri sono arrivate anche le dimissioni di Gattuso al quale la Federazione avrebbe voluto affidare la transizione fino a giugno, con l’impegno di andare in panchina nelle amichevoli con Grecia e Lussemburgo.
Ringhio ha detto No da Marbella, dove si trova con la famiglia. Ha preferito chiudere senza code imbarazzanti come quella del vecchio che prende per mano il nuovo negli spot del cioccolato. E lo ha fatto con dignitosa spontaneità come al solito: «Con il dolore nel cuore, non avendo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ritengo conclusa la mia esperienza sulla panchina della Nazionale. La maglia azzurra è il bene più prezioso che esiste nel calcio, per questo è giusto agevolare fin da subito le future valutazioni tecniche. È stato un onore guidare la Nazionale e farlo con un gruppo di ragazzi che hanno mostrato impegno e attaccamento alla maglia. Ma il ringraziamento più grande va ai tifosi, a tutti gli italiani che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Sempre con l’azzurro nel cuore».
A meno di colpi di scena sarà l’allenatore dell’Under 21, Silvio Baldini, a traghettare la squadra sull’altra sponda del fiume nelle amichevoli estive, in attesa che il Consiglio federale individui - con molta calma, in fondo non è successo niente - i candidati per l’elezione del 22 giugno (Giovanni Malagò, Giancarlo Abete o il rientrante Demetrio Albertini). Solo allora il prescelto avrà mandato di designare il ct della rinascita (Roberto Mancini, Antonio Conte o suggestioni improbabili tipo Simone Inzaghi e Pep Guardiola) in un valzer lento che imbarazza il popolo. Perché a settembre in Nations League dovremo vedercela «solo» con Francia, Belgio e Turchia.
Ecco perché è fondamentale rimanere sul pezzo, fare un nodo al fazzoletto e non dimenticare mai che arriverà un altro mondiale, un altro psicodramma, un altro spareggio e dovremo essere pronti ad affrontarlo per vincerlo. L’esperienza insegna che chi siede sulla poltrona di presidente della Federcalcio tende a promettere mari e monti per regolare al massimo un atlante. E preferisce tirare a campare da smemorato per non scomodare gli altri poteri forti (Lega di Serie A che nega gli stage, ilettanti con le loro camarille) in nome dell’amichettismo e della convenienza, approfittando del luna park del campionato che immancabilmente torna a oscurare lo sfascio Nazionale e a lobotomizzare le coscienze fin da domani. Anche senza Andrea Bocelli, questa volta nessun dorma.
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Ovviamente ogni riferimento alla regola del tre per cento del Patto di stabilità era puramente intenzionale. Perché è questo il cappio al collo dell’economia dei Paesi Ue e in particolare dell’Italia. Si tratta di un nodo scorsoio che rischia di strangolare senza ragione aziende e famiglie, negando loro quei sostegni che in un momento di difficoltà internazionale dovuto al blocco dello stretto di Hormuz sono indispensabili.
Da quando Bruxelles varò le misure per contenere il deficit di ogni singolo Stato dell’Unione, molte cose sono cambiate. Ci sono state crisi finanziarie, blocchi produttivi e guerre alle porte di casa. Le materie prime sono andate alle stelle, alcune alleanze sono andate in pezzi e molte produzioni sono state abbandonate o sono sulla via del declino. Di fronte a scenari in continua evoluzione, l’Europa però continua a tener fede al dogma del tre per cento, manco fosse il principale dei dieci comandamenti. Da tempo alcuni Paesi hanno deciso di sforare questa regola, ma l’Italia, a causa dell’enorme debito pubblico, per garantire la propria futura solvibilità si è sempre attenuta al parametro, nel tentativo di ottenere il riconoscimento di Paese affidabile. Tuttavia, lo sforzo di rimanere sotto la soglia fissata nelle tavole della legge di Bruxelles ormai non ha più alcun senso. Delle raccomandazioni dell’Unione (anche ieri il portavoce della Commissione ha sostenuto che la sospensione del Patto di stabilità sarà possibile solo in presenza di una grave recessione) se ne infischia la maggior parte degli Stati membri, soprattutto quelli più importanti come Francia e Germania, che fanno ciò che ritengono più utile per l’interesse nazionale.
L’Europa del resto non è una nazione con regole univoche. Non ha una costituzione. E nemmeno un solo governo. Gli esecutivi sono 27 e, sebbene a Bruxelles sia insediata l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, ogni singolo Stato in materia di relazioni internazionali e equilibri geopolitici fa i propri interessi. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto ieri, con il voto sull’Iran. La Francia di Macron ha votato insieme a Russia e Cina per porre il veto su una richiesta dei Paesi mediorientali a favore di un intervento nel Golfo a tutela dei traffici marittimi. La scelta di Parigi, in contrasto con gli interessi dell’Europa, guarda caso è stata subito ripagata da Teheran con il passaggio di un cargo francese proprio nelle acque chiuse al traffico dal regime degli ayatollah.
Dunque, perché di fronte a chi fa gli affari propri noi non ci dovremmo fare i nostri? Perché non dovremmo trattare con i Paesi che ci possono fornire il gas e il petrolio senza essere ricattati dai pasdaran? Perché non dobbiamo decidere che il tre per cento è un parametro stupido, che non ha alcuna attinenza con la realtà e neppure è garanzia di alcunché? Fino a ieri questi ragionamenti sembravano una bestemmia, perché la religione di Bruxelles è stata abbracciata senza batter ciglio dalle nostre istituzioni (non passa giorno che Sergio Mattarella non beatifichi la Ue). Ma ora, a causa della nuova crisi energetica, perfino il mite Giorgetti sembra ricredersi. Non possiamo che gioirne e aspettarci che presto altre norme dell’Unione siano mandate al macero. Dalle norme di bilancio alle regole sulla decarbonizzazione, in questi anni in Europa ci siamo fatti male da soli.
Tempo fa c’era un meraviglioso slogan contro le tossicodipendenze che recitava un: «Digli di smettere». Ecco, su deficit, politica estera, strategia industriale e pure Green deal, è arrivata l’ora di invitare Ursula e compagni a smettere.
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