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2019-07-08
Trattano i nostri militari come loro maggiordomi
Ansa
Le Ong fanno le pentole ma non i coperchi: e a volte basta poco - una piccola mail - per far crollare miseramente il castello di carte che i loro capetti e portavoce cercano di costruire in tv con performance strappalacrime. A scrivere la mail sono i vertici dell'Ong Mediterranea e della nave Alex: il deputato in carica (avete capito bene: un attuale membro della Camera dei Deputati) nonché coordinatore della missione Erasmo Palazzotto, Leu, cioè la sinistra già di rito boldriniano, e il comandante skipper Tommaso Stella, ieri celebrato dal Corriere della Sera con una prosa degna dei media di regime cubani quando si occupavano di Fidel Castro (testuale: «È stato lui ad abbracciare per primo i neonati e le donne incinte e a issarli con i suoi muscoli sempre molto allenati sullo scafo»).
I due, che adesso - a quanto pare - sono indagati (tre accuse: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, disobbedienza, resistenza o violenza a nave da guerra), avevano scritto alle autorità italiane e maltesi con il piglio con cui si prenota un taxi o si noleggia un'auto, dettando condizioni, tempi, dettagli. Primo, l'orario di partenza: «Entro e non oltre le 22 odierne». Secondo, il numero dei passeggeri a bordo: «18 complessivi: 1 comandante + 10 equipaggio + 7 naufraghi salvati». Terzo, modalità: «L'operazione di trasferimento su unità delle forze armate di Malta avvenga tassativamente a 15 miglia nautiche di distanza dalle coste dell'isola, in acque internazionali, e che vi sia la precisa garanzia che nessuna azione coercitiva sarà assunta nei confronti della nave da parte delle autorità maltesi e italiane». Eccoci al dunque: il punto centrale era una sorta di impropria garanzia di immunità/impunità per il comandante e il suo staff, evidentemente ben consapevoli di aver violato una serie di norme. A conferma, arriva la quarta condizione: che la Alex faccia ritorno nel suo porto di origine, a Licata. E infine, quinto: acqua, cibo, carburante. Dopo questo elenco di condizioni, il prevedibile ricatto: «In assenza di garanzie scritte rispetto ai punti sopraccitati, saremo costretti a rinnovare la richiesta di sbarco a Lampedusa come unica opzione percorribile».
Inevitabile la reazione del Viminale. Fonti del ministero dell'Interno hanno così commentato la pretesa di Palazzotto e compagni: «La barca della Ong si è sempre rifiutata di entrare in acque maltesi e pretendeva di essere accompagnata dalle autorità italiane fino a 15 miglia nautiche da La Valletta, per poi allontanarsi immediatamente ed evitare i controlli e la legge di un Paese membro dell'Ue. È per questo che le operazioni si erano bloccate, costringendo gli immigrati a inutili ore di attesa. Dal punto di vista del Viminale, era irrinunciabile l'arrivo di Alex sull'isola. Diversamente, le nostre Forze armate si sarebbero trasformate in tassisti del mare a servizio della Ong, un film già visto prima del 2017 e che aveva consentito il moltiplicarsi degli sbarchi in Italia. Invece i signori della Ong di sinistra hanno preferito perdere tempo in mezzo al Mediterraneo per pretendere “nessuna attività coercitiva". Cioè l'impunità. Il capitano della Alex ha quindi invocato lo “stato di necessità" per forzare i confini nazionali confidando in un orientamento benevolo della magistratura».
E in effetti è difficile non convenire con il Viminale. Ma davvero un'Ong può trattare i mezzi dello Stato come un taxi? E che precedente sarebbe stato, trovandoci solo all'inizio dell'estate, se il Viminale avesse dato via libera? Per i prossimi due-tre mesi, le autorità navali e di pubblica sicurezza si sarebbero trasformate in una via di mezzo tra una compagnia di taxi (senza tassametro) e una ditta di autonoleggio.
A peggiorare la posizione di Alex e Mediterranea, è arrivata un'altra figuraccia. In un servizio trasmesso da SkyTg24 il 5 luglio, Giulia Berberi, medico di bordo (non certo sospettabile di simpatie salviniane), dichiara testualmente, con riferimento alla cosiddetta operazione di soccorso: «Noi li abbiamo trovati su un gommone che in realtà era in buona condizioni. Il problema è stato che ci trovavamo in zona libica e i libici stavano arrivando a prenderli, e quindi li abbiamo caricati…». Inevitabile il commento su Twitter di Matteo Salvini: «Smascherati. Il gommone soccorso non aveva nessun problema».
Incuranti di questa serie di topiche, il solito Palazzotto e l'onnipresente (e onnidichiarante) Alessandra Sciurba si sono presentati in conferenza stampa a Lampedusa. Per fare una cosa nuova? No: per attaccare Salvini («Voleva il nostro scalpo»). Poi il solito disco rotto («C'è stata una chiara volontà politica di non darci altra possibilità»), e qualche momento surreale, quando i due si sono preventivamente sostituiti alla Corte costituzionale («Ci siamo chiesti se siamo ancora in uno Stato di diritto. Abbiamo violato un decreto incostituzionale e lo abbiamo fatto per stato di necessità. Ci sono governi che non si danno più un limite nella legittimità dei valori costituzionali»). E la prevedibile conclusione della Sciurba, tra promessa e minaccia: «Noi dobbiamo tornare in mare immediatamente. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci».
Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti»
Dopo un primo divieto, nel tardo pomeriggio di ieri il governo di Malta ha dato l'ok allo sbarco dei 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Fino a metà pomeriggio le autorità maltesi avevano negato l'accesso alle acque territoriali, autorizzando solo il trasbordo a terra di tre persone, fra cui due minori, che avevano accusato malori, e incaricando le forze armate di «intraprendere le azioni appropriate se la nave fosse entrata entro le 12 miglia dall'arcipelago».
Il via libera è arrivato dopo che l'Ong con un tweet aveva denunciato che la situazione a bordo era al limite del collasso e dopo la certezza che «i naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei», come ha fatto sapere il premier Joseph Muscat. «A seguito di trattative con la Commissione europea e con il governo tedesco, nessuno rimarrà a Malta». Inoltre, «Stati Ue accoglieranno anche metà dei 58 migranti soccorsi in un altro intervento dalle forze armate maltesi».
Sabato anche la Alan Kurdi aveva chiesto di sbarcare a Lampedusa ma poi ha deciso di far rotta su La Valletta perché, come spiegato in un tweet, «non possiamo aspettare che lo stato di emergenza prevalga a bordo. Resta da vedere se i governi europei sostengano la posizione dell'Italia. La gente non è una merce di scambio». Solita demagogia da Ong, considerato che la Alan Kurdi già ad aprile scorso, con naufraghi raccolti in acque libiche, fece rotta su Malta che però la lasciò «a mollo» ben undici giorni prima dello sbarco dopo l'accordo di redistribuzione.
Nel frattempo ieri è stato sequestrato Alex, il veliero della Ong italiana Mediterranea, e il capitano Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe indagato dalla Procura di Agrigento anche il capo missione di Mediterranea e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, in quanto più alto in grado nella missione.
Intanto ieri il ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato attaccato da un alleato di governo, il sottosegretario agli Esteri grillino Manlio Di Stefano, che ha scritto su Facebook: «Nelle ultime 48 ore abbiamo assistito alla fiera dell'ipocrisia. Tutto il mondo concentrato sui 54 migranti della Mediterranea, mentre nella notte ne erano già sbarcati più di 70 a Lampedusa con piccole imbarcazioni». Poi l'affondo contro Salvini che aveva lamentato di essere stato lasciato solo a gestire la crisi: «Il problema è sempre lo stesso, se vuoi fare tutto da solo e non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni, in porta non ci arrivi mai. Se ti senti Maradona e poi giochi come un Higuaín fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c'è il Paese. Non si può dire che è sempre colpa degli altri».
A queste parole si è aggiunto un post del Blog delle stelle , «Il Truman show dei migranti», i cui si legge: «Nell'ultimo mese sono arrivati in Italia più di 300 irregolari e nessuno ne parla [...] Questo è un gioco al massacro molto pericoloso perché, mentre tutti parlano delle Ong, sul nostro territorio arrivano decine e decine di piccole imbarcazioni indisturbate».
Dopo il caso Rackete, e con la Alex e la Alan Kurdi all'orizzonte, il responsabile del Viminale aveva attaccato ancora una volta il ministro della Difesa Elisabetta Trenta: «Discuteremo della presenza di navi militari italiane nel Mediterraneo: domando ai vertici delle forze armate se la difesa dei confini italiani è un dovere o è un di più. Ogni tanto mi sento un po' solo». Poi, chiedendo l'intervento della Difesa e del Mef che hanno la responsabilità della Marina e della Gdf aveva aggiunto: «Vorrei che fossero al mio fianco. Posso indicare un porto sicuro, ma non dipendono da me le forze armate». Ma la Difesa ha smentito: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di un'occasione. Questi sono i fatti» .
Un altro attacco a Salvini è arrivato dalla Francia, che respinge i migranti a Ventimiglia. Le Journal du Dimanche ha pubblicato la lettera di 62 deputati d'Oltralpe, in gran parte della maggioranza, a sostegno delle Ong.
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Ecco la mail con cui Mediterranea dettava all'Italia le condizioni per sbarcare i profughi a La Valletta. Oltre a rifornimenti e immunità, richiesto l'uso della Marina come taxi. Incredibile gaffe dei medico di bordo: «Il gommone? Era in buone condizioni». Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti». Attacchi a Matteo Salvini dal Blog delle stelle e dal grillino Manlio Di Stefano: «Si crede Maradona però gioca come un Higuaín fuori forma». Lo speciale comprende due articoli. Le Ong fanno le pentole ma non i coperchi: e a volte basta poco - una piccola mail - per far crollare miseramente il castello di carte che i loro capetti e portavoce cercano di costruire in tv con performance strappalacrime. A scrivere la mail sono i vertici dell'Ong Mediterranea e della nave Alex: il deputato in carica (avete capito bene: un attuale membro della Camera dei Deputati) nonché coordinatore della missione Erasmo Palazzotto, Leu, cioè la sinistra già di rito boldriniano, e il comandante skipper Tommaso Stella, ieri celebrato dal Corriere della Sera con una prosa degna dei media di regime cubani quando si occupavano di Fidel Castro (testuale: «È stato lui ad abbracciare per primo i neonati e le donne incinte e a issarli con i suoi muscoli sempre molto allenati sullo scafo»). I due, che adesso - a quanto pare - sono indagati (tre accuse: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, disobbedienza, resistenza o violenza a nave da guerra), avevano scritto alle autorità italiane e maltesi con il piglio con cui si prenota un taxi o si noleggia un'auto, dettando condizioni, tempi, dettagli. Primo, l'orario di partenza: «Entro e non oltre le 22 odierne». Secondo, il numero dei passeggeri a bordo: «18 complessivi: 1 comandante + 10 equipaggio + 7 naufraghi salvati». Terzo, modalità: «L'operazione di trasferimento su unità delle forze armate di Malta avvenga tassativamente a 15 miglia nautiche di distanza dalle coste dell'isola, in acque internazionali, e che vi sia la precisa garanzia che nessuna azione coercitiva sarà assunta nei confronti della nave da parte delle autorità maltesi e italiane». Eccoci al dunque: il punto centrale era una sorta di impropria garanzia di immunità/impunità per il comandante e il suo staff, evidentemente ben consapevoli di aver violato una serie di norme. A conferma, arriva la quarta condizione: che la Alex faccia ritorno nel suo porto di origine, a Licata. E infine, quinto: acqua, cibo, carburante. Dopo questo elenco di condizioni, il prevedibile ricatto: «In assenza di garanzie scritte rispetto ai punti sopraccitati, saremo costretti a rinnovare la richiesta di sbarco a Lampedusa come unica opzione percorribile». Inevitabile la reazione del Viminale. Fonti del ministero dell'Interno hanno così commentato la pretesa di Palazzotto e compagni: «La barca della Ong si è sempre rifiutata di entrare in acque maltesi e pretendeva di essere accompagnata dalle autorità italiane fino a 15 miglia nautiche da La Valletta, per poi allontanarsi immediatamente ed evitare i controlli e la legge di un Paese membro dell'Ue. È per questo che le operazioni si erano bloccate, costringendo gli immigrati a inutili ore di attesa. Dal punto di vista del Viminale, era irrinunciabile l'arrivo di Alex sull'isola. Diversamente, le nostre Forze armate si sarebbero trasformate in tassisti del mare a servizio della Ong, un film già visto prima del 2017 e che aveva consentito il moltiplicarsi degli sbarchi in Italia. Invece i signori della Ong di sinistra hanno preferito perdere tempo in mezzo al Mediterraneo per pretendere “nessuna attività coercitiva". Cioè l'impunità. Il capitano della Alex ha quindi invocato lo “stato di necessità" per forzare i confini nazionali confidando in un orientamento benevolo della magistratura». E in effetti è difficile non convenire con il Viminale. Ma davvero un'Ong può trattare i mezzi dello Stato come un taxi? E che precedente sarebbe stato, trovandoci solo all'inizio dell'estate, se il Viminale avesse dato via libera? Per i prossimi due-tre mesi, le autorità navali e di pubblica sicurezza si sarebbero trasformate in una via di mezzo tra una compagnia di taxi (senza tassametro) e una ditta di autonoleggio. A peggiorare la posizione di Alex e Mediterranea, è arrivata un'altra figuraccia. In un servizio trasmesso da SkyTg24 il 5 luglio, Giulia Berberi, medico di bordo (non certo sospettabile di simpatie salviniane), dichiara testualmente, con riferimento alla cosiddetta operazione di soccorso: «Noi li abbiamo trovati su un gommone che in realtà era in buona condizioni. Il problema è stato che ci trovavamo in zona libica e i libici stavano arrivando a prenderli, e quindi li abbiamo caricati…». Inevitabile il commento su Twitter di Matteo Salvini: «Smascherati. Il gommone soccorso non aveva nessun problema». Incuranti di questa serie di topiche, il solito Palazzotto e l'onnipresente (e onnidichiarante) Alessandra Sciurba si sono presentati in conferenza stampa a Lampedusa. Per fare una cosa nuova? No: per attaccare Salvini («Voleva il nostro scalpo»). Poi il solito disco rotto («C'è stata una chiara volontà politica di non darci altra possibilità»), e qualche momento surreale, quando i due si sono preventivamente sostituiti alla Corte costituzionale («Ci siamo chiesti se siamo ancora in uno Stato di diritto. Abbiamo violato un decreto incostituzionale e lo abbiamo fatto per stato di necessità. Ci sono governi che non si danno più un limite nella legittimità dei valori costituzionali»). E la prevedibile conclusione della Sciurba, tra promessa e minaccia: «Noi dobbiamo tornare in mare immediatamente. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-ong-pretendono-di-dare-ordini-ai-militari-2639116255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-di-malta-alla-alan-kurdi-ma-i-65-naufraghi-verranno-redistribuiti" data-post-id="2639116255" data-published-at="1780202578" data-use-pagination="False"> Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti» Dopo un primo divieto, nel tardo pomeriggio di ieri il governo di Malta ha dato l'ok allo sbarco dei 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Fino a metà pomeriggio le autorità maltesi avevano negato l'accesso alle acque territoriali, autorizzando solo il trasbordo a terra di tre persone, fra cui due minori, che avevano accusato malori, e incaricando le forze armate di «intraprendere le azioni appropriate se la nave fosse entrata entro le 12 miglia dall'arcipelago». Il via libera è arrivato dopo che l'Ong con un tweet aveva denunciato che la situazione a bordo era al limite del collasso e dopo la certezza che «i naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei», come ha fatto sapere il premier Joseph Muscat. «A seguito di trattative con la Commissione europea e con il governo tedesco, nessuno rimarrà a Malta». Inoltre, «Stati Ue accoglieranno anche metà dei 58 migranti soccorsi in un altro intervento dalle forze armate maltesi». Sabato anche la Alan Kurdi aveva chiesto di sbarcare a Lampedusa ma poi ha deciso di far rotta su La Valletta perché, come spiegato in un tweet, «non possiamo aspettare che lo stato di emergenza prevalga a bordo. Resta da vedere se i governi europei sostengano la posizione dell'Italia. La gente non è una merce di scambio». Solita demagogia da Ong, considerato che la Alan Kurdi già ad aprile scorso, con naufraghi raccolti in acque libiche, fece rotta su Malta che però la lasciò «a mollo» ben undici giorni prima dello sbarco dopo l'accordo di redistribuzione. Nel frattempo ieri è stato sequestrato Alex, il veliero della Ong italiana Mediterranea, e il capitano Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe indagato dalla Procura di Agrigento anche il capo missione di Mediterranea e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, in quanto più alto in grado nella missione. Intanto ieri il ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato attaccato da un alleato di governo, il sottosegretario agli Esteri grillino Manlio Di Stefano, che ha scritto su Facebook: «Nelle ultime 48 ore abbiamo assistito alla fiera dell'ipocrisia. Tutto il mondo concentrato sui 54 migranti della Mediterranea, mentre nella notte ne erano già sbarcati più di 70 a Lampedusa con piccole imbarcazioni». Poi l'affondo contro Salvini che aveva lamentato di essere stato lasciato solo a gestire la crisi: «Il problema è sempre lo stesso, se vuoi fare tutto da solo e non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni, in porta non ci arrivi mai. Se ti senti Maradona e poi giochi come un Higuaín fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c'è il Paese. Non si può dire che è sempre colpa degli altri». A queste parole si è aggiunto un post del Blog delle stelle , «Il Truman show dei migranti», i cui si legge: «Nell'ultimo mese sono arrivati in Italia più di 300 irregolari e nessuno ne parla [...] Questo è un gioco al massacro molto pericoloso perché, mentre tutti parlano delle Ong, sul nostro territorio arrivano decine e decine di piccole imbarcazioni indisturbate». Dopo il caso Rackete, e con la Alex e la Alan Kurdi all'orizzonte, il responsabile del Viminale aveva attaccato ancora una volta il ministro della Difesa Elisabetta Trenta: «Discuteremo della presenza di navi militari italiane nel Mediterraneo: domando ai vertici delle forze armate se la difesa dei confini italiani è un dovere o è un di più. Ogni tanto mi sento un po' solo». Poi, chiedendo l'intervento della Difesa e del Mef che hanno la responsabilità della Marina e della Gdf aveva aggiunto: «Vorrei che fossero al mio fianco. Posso indicare un porto sicuro, ma non dipendono da me le forze armate». Ma la Difesa ha smentito: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di un'occasione. Questi sono i fatti» . Un altro attacco a Salvini è arrivato dalla Francia, che respinge i migranti a Ventimiglia. Le Journal du Dimanche ha pubblicato la lettera di 62 deputati d'Oltralpe, in gran parte della maggioranza, a sostegno delle Ong.
iStock
L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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