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2019-07-08
Trattano i nostri militari come loro maggiordomi
Ansa
Le Ong fanno le pentole ma non i coperchi: e a volte basta poco - una piccola mail - per far crollare miseramente il castello di carte che i loro capetti e portavoce cercano di costruire in tv con performance strappalacrime. A scrivere la mail sono i vertici dell'Ong Mediterranea e della nave Alex: il deputato in carica (avete capito bene: un attuale membro della Camera dei Deputati) nonché coordinatore della missione Erasmo Palazzotto, Leu, cioè la sinistra già di rito boldriniano, e il comandante skipper Tommaso Stella, ieri celebrato dal Corriere della Sera con una prosa degna dei media di regime cubani quando si occupavano di Fidel Castro (testuale: «È stato lui ad abbracciare per primo i neonati e le donne incinte e a issarli con i suoi muscoli sempre molto allenati sullo scafo»).
I due, che adesso - a quanto pare - sono indagati (tre accuse: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, disobbedienza, resistenza o violenza a nave da guerra), avevano scritto alle autorità italiane e maltesi con il piglio con cui si prenota un taxi o si noleggia un'auto, dettando condizioni, tempi, dettagli. Primo, l'orario di partenza: «Entro e non oltre le 22 odierne». Secondo, il numero dei passeggeri a bordo: «18 complessivi: 1 comandante + 10 equipaggio + 7 naufraghi salvati». Terzo, modalità: «L'operazione di trasferimento su unità delle forze armate di Malta avvenga tassativamente a 15 miglia nautiche di distanza dalle coste dell'isola, in acque internazionali, e che vi sia la precisa garanzia che nessuna azione coercitiva sarà assunta nei confronti della nave da parte delle autorità maltesi e italiane». Eccoci al dunque: il punto centrale era una sorta di impropria garanzia di immunità/impunità per il comandante e il suo staff, evidentemente ben consapevoli di aver violato una serie di norme. A conferma, arriva la quarta condizione: che la Alex faccia ritorno nel suo porto di origine, a Licata. E infine, quinto: acqua, cibo, carburante. Dopo questo elenco di condizioni, il prevedibile ricatto: «In assenza di garanzie scritte rispetto ai punti sopraccitati, saremo costretti a rinnovare la richiesta di sbarco a Lampedusa come unica opzione percorribile».
Inevitabile la reazione del Viminale. Fonti del ministero dell'Interno hanno così commentato la pretesa di Palazzotto e compagni: «La barca della Ong si è sempre rifiutata di entrare in acque maltesi e pretendeva di essere accompagnata dalle autorità italiane fino a 15 miglia nautiche da La Valletta, per poi allontanarsi immediatamente ed evitare i controlli e la legge di un Paese membro dell'Ue. È per questo che le operazioni si erano bloccate, costringendo gli immigrati a inutili ore di attesa. Dal punto di vista del Viminale, era irrinunciabile l'arrivo di Alex sull'isola. Diversamente, le nostre Forze armate si sarebbero trasformate in tassisti del mare a servizio della Ong, un film già visto prima del 2017 e che aveva consentito il moltiplicarsi degli sbarchi in Italia. Invece i signori della Ong di sinistra hanno preferito perdere tempo in mezzo al Mediterraneo per pretendere “nessuna attività coercitiva". Cioè l'impunità. Il capitano della Alex ha quindi invocato lo “stato di necessità" per forzare i confini nazionali confidando in un orientamento benevolo della magistratura».
E in effetti è difficile non convenire con il Viminale. Ma davvero un'Ong può trattare i mezzi dello Stato come un taxi? E che precedente sarebbe stato, trovandoci solo all'inizio dell'estate, se il Viminale avesse dato via libera? Per i prossimi due-tre mesi, le autorità navali e di pubblica sicurezza si sarebbero trasformate in una via di mezzo tra una compagnia di taxi (senza tassametro) e una ditta di autonoleggio.
A peggiorare la posizione di Alex e Mediterranea, è arrivata un'altra figuraccia. In un servizio trasmesso da SkyTg24 il 5 luglio, Giulia Berberi, medico di bordo (non certo sospettabile di simpatie salviniane), dichiara testualmente, con riferimento alla cosiddetta operazione di soccorso: «Noi li abbiamo trovati su un gommone che in realtà era in buona condizioni. Il problema è stato che ci trovavamo in zona libica e i libici stavano arrivando a prenderli, e quindi li abbiamo caricati…». Inevitabile il commento su Twitter di Matteo Salvini: «Smascherati. Il gommone soccorso non aveva nessun problema».
Incuranti di questa serie di topiche, il solito Palazzotto e l'onnipresente (e onnidichiarante) Alessandra Sciurba si sono presentati in conferenza stampa a Lampedusa. Per fare una cosa nuova? No: per attaccare Salvini («Voleva il nostro scalpo»). Poi il solito disco rotto («C'è stata una chiara volontà politica di non darci altra possibilità»), e qualche momento surreale, quando i due si sono preventivamente sostituiti alla Corte costituzionale («Ci siamo chiesti se siamo ancora in uno Stato di diritto. Abbiamo violato un decreto incostituzionale e lo abbiamo fatto per stato di necessità. Ci sono governi che non si danno più un limite nella legittimità dei valori costituzionali»). E la prevedibile conclusione della Sciurba, tra promessa e minaccia: «Noi dobbiamo tornare in mare immediatamente. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci».
Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti»
Dopo un primo divieto, nel tardo pomeriggio di ieri il governo di Malta ha dato l'ok allo sbarco dei 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Fino a metà pomeriggio le autorità maltesi avevano negato l'accesso alle acque territoriali, autorizzando solo il trasbordo a terra di tre persone, fra cui due minori, che avevano accusato malori, e incaricando le forze armate di «intraprendere le azioni appropriate se la nave fosse entrata entro le 12 miglia dall'arcipelago».
Il via libera è arrivato dopo che l'Ong con un tweet aveva denunciato che la situazione a bordo era al limite del collasso e dopo la certezza che «i naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei», come ha fatto sapere il premier Joseph Muscat. «A seguito di trattative con la Commissione europea e con il governo tedesco, nessuno rimarrà a Malta». Inoltre, «Stati Ue accoglieranno anche metà dei 58 migranti soccorsi in un altro intervento dalle forze armate maltesi».
Sabato anche la Alan Kurdi aveva chiesto di sbarcare a Lampedusa ma poi ha deciso di far rotta su La Valletta perché, come spiegato in un tweet, «non possiamo aspettare che lo stato di emergenza prevalga a bordo. Resta da vedere se i governi europei sostengano la posizione dell'Italia. La gente non è una merce di scambio». Solita demagogia da Ong, considerato che la Alan Kurdi già ad aprile scorso, con naufraghi raccolti in acque libiche, fece rotta su Malta che però la lasciò «a mollo» ben undici giorni prima dello sbarco dopo l'accordo di redistribuzione.
Nel frattempo ieri è stato sequestrato Alex, il veliero della Ong italiana Mediterranea, e il capitano Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe indagato dalla Procura di Agrigento anche il capo missione di Mediterranea e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, in quanto più alto in grado nella missione.
Intanto ieri il ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato attaccato da un alleato di governo, il sottosegretario agli Esteri grillino Manlio Di Stefano, che ha scritto su Facebook: «Nelle ultime 48 ore abbiamo assistito alla fiera dell'ipocrisia. Tutto il mondo concentrato sui 54 migranti della Mediterranea, mentre nella notte ne erano già sbarcati più di 70 a Lampedusa con piccole imbarcazioni». Poi l'affondo contro Salvini che aveva lamentato di essere stato lasciato solo a gestire la crisi: «Il problema è sempre lo stesso, se vuoi fare tutto da solo e non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni, in porta non ci arrivi mai. Se ti senti Maradona e poi giochi come un Higuaín fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c'è il Paese. Non si può dire che è sempre colpa degli altri».
A queste parole si è aggiunto un post del Blog delle stelle , «Il Truman show dei migranti», i cui si legge: «Nell'ultimo mese sono arrivati in Italia più di 300 irregolari e nessuno ne parla [...] Questo è un gioco al massacro molto pericoloso perché, mentre tutti parlano delle Ong, sul nostro territorio arrivano decine e decine di piccole imbarcazioni indisturbate».
Dopo il caso Rackete, e con la Alex e la Alan Kurdi all'orizzonte, il responsabile del Viminale aveva attaccato ancora una volta il ministro della Difesa Elisabetta Trenta: «Discuteremo della presenza di navi militari italiane nel Mediterraneo: domando ai vertici delle forze armate se la difesa dei confini italiani è un dovere o è un di più. Ogni tanto mi sento un po' solo». Poi, chiedendo l'intervento della Difesa e del Mef che hanno la responsabilità della Marina e della Gdf aveva aggiunto: «Vorrei che fossero al mio fianco. Posso indicare un porto sicuro, ma non dipendono da me le forze armate». Ma la Difesa ha smentito: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di un'occasione. Questi sono i fatti» .
Un altro attacco a Salvini è arrivato dalla Francia, che respinge i migranti a Ventimiglia. Le Journal du Dimanche ha pubblicato la lettera di 62 deputati d'Oltralpe, in gran parte della maggioranza, a sostegno delle Ong.
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Ecco la mail con cui Mediterranea dettava all'Italia le condizioni per sbarcare i profughi a La Valletta. Oltre a rifornimenti e immunità, richiesto l'uso della Marina come taxi. Incredibile gaffe dei medico di bordo: «Il gommone? Era in buone condizioni». Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti». Attacchi a Matteo Salvini dal Blog delle stelle e dal grillino Manlio Di Stefano: «Si crede Maradona però gioca come un Higuaín fuori forma». Lo speciale comprende due articoli. Le Ong fanno le pentole ma non i coperchi: e a volte basta poco - una piccola mail - per far crollare miseramente il castello di carte che i loro capetti e portavoce cercano di costruire in tv con performance strappalacrime. A scrivere la mail sono i vertici dell'Ong Mediterranea e della nave Alex: il deputato in carica (avete capito bene: un attuale membro della Camera dei Deputati) nonché coordinatore della missione Erasmo Palazzotto, Leu, cioè la sinistra già di rito boldriniano, e il comandante skipper Tommaso Stella, ieri celebrato dal Corriere della Sera con una prosa degna dei media di regime cubani quando si occupavano di Fidel Castro (testuale: «È stato lui ad abbracciare per primo i neonati e le donne incinte e a issarli con i suoi muscoli sempre molto allenati sullo scafo»). I due, che adesso - a quanto pare - sono indagati (tre accuse: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, disobbedienza, resistenza o violenza a nave da guerra), avevano scritto alle autorità italiane e maltesi con il piglio con cui si prenota un taxi o si noleggia un'auto, dettando condizioni, tempi, dettagli. Primo, l'orario di partenza: «Entro e non oltre le 22 odierne». Secondo, il numero dei passeggeri a bordo: «18 complessivi: 1 comandante + 10 equipaggio + 7 naufraghi salvati». Terzo, modalità: «L'operazione di trasferimento su unità delle forze armate di Malta avvenga tassativamente a 15 miglia nautiche di distanza dalle coste dell'isola, in acque internazionali, e che vi sia la precisa garanzia che nessuna azione coercitiva sarà assunta nei confronti della nave da parte delle autorità maltesi e italiane». Eccoci al dunque: il punto centrale era una sorta di impropria garanzia di immunità/impunità per il comandante e il suo staff, evidentemente ben consapevoli di aver violato una serie di norme. A conferma, arriva la quarta condizione: che la Alex faccia ritorno nel suo porto di origine, a Licata. E infine, quinto: acqua, cibo, carburante. Dopo questo elenco di condizioni, il prevedibile ricatto: «In assenza di garanzie scritte rispetto ai punti sopraccitati, saremo costretti a rinnovare la richiesta di sbarco a Lampedusa come unica opzione percorribile». Inevitabile la reazione del Viminale. Fonti del ministero dell'Interno hanno così commentato la pretesa di Palazzotto e compagni: «La barca della Ong si è sempre rifiutata di entrare in acque maltesi e pretendeva di essere accompagnata dalle autorità italiane fino a 15 miglia nautiche da La Valletta, per poi allontanarsi immediatamente ed evitare i controlli e la legge di un Paese membro dell'Ue. È per questo che le operazioni si erano bloccate, costringendo gli immigrati a inutili ore di attesa. Dal punto di vista del Viminale, era irrinunciabile l'arrivo di Alex sull'isola. Diversamente, le nostre Forze armate si sarebbero trasformate in tassisti del mare a servizio della Ong, un film già visto prima del 2017 e che aveva consentito il moltiplicarsi degli sbarchi in Italia. Invece i signori della Ong di sinistra hanno preferito perdere tempo in mezzo al Mediterraneo per pretendere “nessuna attività coercitiva". Cioè l'impunità. Il capitano della Alex ha quindi invocato lo “stato di necessità" per forzare i confini nazionali confidando in un orientamento benevolo della magistratura». E in effetti è difficile non convenire con il Viminale. Ma davvero un'Ong può trattare i mezzi dello Stato come un taxi? E che precedente sarebbe stato, trovandoci solo all'inizio dell'estate, se il Viminale avesse dato via libera? Per i prossimi due-tre mesi, le autorità navali e di pubblica sicurezza si sarebbero trasformate in una via di mezzo tra una compagnia di taxi (senza tassametro) e una ditta di autonoleggio. A peggiorare la posizione di Alex e Mediterranea, è arrivata un'altra figuraccia. In un servizio trasmesso da SkyTg24 il 5 luglio, Giulia Berberi, medico di bordo (non certo sospettabile di simpatie salviniane), dichiara testualmente, con riferimento alla cosiddetta operazione di soccorso: «Noi li abbiamo trovati su un gommone che in realtà era in buona condizioni. Il problema è stato che ci trovavamo in zona libica e i libici stavano arrivando a prenderli, e quindi li abbiamo caricati…». Inevitabile il commento su Twitter di Matteo Salvini: «Smascherati. Il gommone soccorso non aveva nessun problema». Incuranti di questa serie di topiche, il solito Palazzotto e l'onnipresente (e onnidichiarante) Alessandra Sciurba si sono presentati in conferenza stampa a Lampedusa. Per fare una cosa nuova? No: per attaccare Salvini («Voleva il nostro scalpo»). Poi il solito disco rotto («C'è stata una chiara volontà politica di non darci altra possibilità»), e qualche momento surreale, quando i due si sono preventivamente sostituiti alla Corte costituzionale («Ci siamo chiesti se siamo ancora in uno Stato di diritto. Abbiamo violato un decreto incostituzionale e lo abbiamo fatto per stato di necessità. Ci sono governi che non si danno più un limite nella legittimità dei valori costituzionali»). E la prevedibile conclusione della Sciurba, tra promessa e minaccia: «Noi dobbiamo tornare in mare immediatamente. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-ong-pretendono-di-dare-ordini-ai-militari-2639116255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-di-malta-alla-alan-kurdi-ma-i-65-naufraghi-verranno-redistribuiti" data-post-id="2639116255" data-published-at="1781251824" data-use-pagination="False"> Ok di Malta alla Alan Kurdi. «Ma i 65 naufraghi verranno redistribuiti» Dopo un primo divieto, nel tardo pomeriggio di ieri il governo di Malta ha dato l'ok allo sbarco dei 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye. Fino a metà pomeriggio le autorità maltesi avevano negato l'accesso alle acque territoriali, autorizzando solo il trasbordo a terra di tre persone, fra cui due minori, che avevano accusato malori, e incaricando le forze armate di «intraprendere le azioni appropriate se la nave fosse entrata entro le 12 miglia dall'arcipelago». Il via libera è arrivato dopo che l'Ong con un tweet aveva denunciato che la situazione a bordo era al limite del collasso e dopo la certezza che «i naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei», come ha fatto sapere il premier Joseph Muscat. «A seguito di trattative con la Commissione europea e con il governo tedesco, nessuno rimarrà a Malta». Inoltre, «Stati Ue accoglieranno anche metà dei 58 migranti soccorsi in un altro intervento dalle forze armate maltesi». Sabato anche la Alan Kurdi aveva chiesto di sbarcare a Lampedusa ma poi ha deciso di far rotta su La Valletta perché, come spiegato in un tweet, «non possiamo aspettare che lo stato di emergenza prevalga a bordo. Resta da vedere se i governi europei sostengano la posizione dell'Italia. La gente non è una merce di scambio». Solita demagogia da Ong, considerato che la Alan Kurdi già ad aprile scorso, con naufraghi raccolti in acque libiche, fece rotta su Malta che però la lasciò «a mollo» ben undici giorni prima dello sbarco dopo l'accordo di redistribuzione. Nel frattempo ieri è stato sequestrato Alex, il veliero della Ong italiana Mediterranea, e il capitano Tommaso Stella è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe indagato dalla Procura di Agrigento anche il capo missione di Mediterranea e deputato di Leu, Erasmo Palazzotto, in quanto più alto in grado nella missione. Intanto ieri il ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato attaccato da un alleato di governo, il sottosegretario agli Esteri grillino Manlio Di Stefano, che ha scritto su Facebook: «Nelle ultime 48 ore abbiamo assistito alla fiera dell'ipocrisia. Tutto il mondo concentrato sui 54 migranti della Mediterranea, mentre nella notte ne erano già sbarcati più di 70 a Lampedusa con piccole imbarcazioni». Poi l'affondo contro Salvini che aveva lamentato di essere stato lasciato solo a gestire la crisi: «Il problema è sempre lo stesso, se vuoi fare tutto da solo e non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni, in porta non ci arrivi mai. Se ti senti Maradona e poi giochi come un Higuaín fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c'è il Paese. Non si può dire che è sempre colpa degli altri». A queste parole si è aggiunto un post del Blog delle stelle , «Il Truman show dei migranti», i cui si legge: «Nell'ultimo mese sono arrivati in Italia più di 300 irregolari e nessuno ne parla [...] Questo è un gioco al massacro molto pericoloso perché, mentre tutti parlano delle Ong, sul nostro territorio arrivano decine e decine di piccole imbarcazioni indisturbate». Dopo il caso Rackete, e con la Alex e la Alan Kurdi all'orizzonte, il responsabile del Viminale aveva attaccato ancora una volta il ministro della Difesa Elisabetta Trenta: «Discuteremo della presenza di navi militari italiane nel Mediterraneo: domando ai vertici delle forze armate se la difesa dei confini italiani è un dovere o è un di più. Ogni tanto mi sento un po' solo». Poi, chiedendo l'intervento della Difesa e del Mef che hanno la responsabilità della Marina e della Gdf aveva aggiunto: «Vorrei che fossero al mio fianco. Posso indicare un porto sicuro, ma non dipendono da me le forze armate». Ma la Difesa ha smentito: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di un'occasione. Questi sono i fatti» . Un altro attacco a Salvini è arrivato dalla Francia, che respinge i migranti a Ventimiglia. Le Journal du Dimanche ha pubblicato la lettera di 62 deputati d'Oltralpe, in gran parte della maggioranza, a sostegno delle Ong.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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