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2019-02-21
Le nostre imprese si schierano nella battaglia per la natalità
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Una sessantina (58, per la precisione) piccole, grandi e grandissime imprese italiane si sono schierate a favore della natalità. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, i rappresentanti di queste realtà produttive hanno partecipato alla prima riunione del «Tavolo nazionale di promozione del welfare aziendale» ideato e presieduto dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana.
C'erano colossi come Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Nestlé, Poste Italiane, Lottomatica, Tim, Unicredit, Ubi Banca, Sodexo, Snam, Ferrero, Esselunga, Mellin e molti altri. Tutti riuniti per condividere esperienze e buone pratiche al fine di «adottare soluzioni positive a favore della famiglia e della natalità».
Queste aziende hanno risposto all'avviso di manifestazione di interesse diffuso dal ministero il 23 novembre scorso, e si può dire che già il loro numero sia un ottimo segno. Parliamo di società che danno lavoro a migliaia e migliaia di persone, e che possono davvero contribuire a combattere il micidiale calo demografico che affligge il nostro Paese. Come dimostra lo «Studio nazionale fertilità» realizzato dal ministero della Salute (di cui parliamo nell'articolo qui a fianco), le ragioni per cui la maggioranza degli italiani rifiuta di avere figli «sono legate principalmente a fattori economici e lavorativi e all'assenza di sostegno alle famiglie con figli». Bene, con l'apporto diretto delle imprese è possibile che si riesca a modificare la situazione, promuovendo la «conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di cura della famiglia» nonché il sostegno alla natalità e alla maternità.
Non sono trovate propagandistiche. Anzi, i numeri mostrano che l'impegno a favore delle famiglie funziona. Nei mesi scorsi, Fontana ha studiato da vicino, tra gli altri, il caso della Mellin. Un'azienda che presenta «un tasso di natalità interno del +7,5% (contro il -3% del dato nazionale); crescita del tasso di donne manager passato dal 40% al 45% in sei anni (con il 42% delle mamme promosse a ruolo dirigenziale o quadro successivamente al ritorno dal congedo per maternità); raddoppio dei giorni di paternità dal 2011 a oggi (con il 100% dei papà che usufruisce dei giorni di paternità)».
Un tasso di natalità con il segno più davanti è un risultato incredibile. Dimostra che qualcosa si può fare per aiutare i genitori che lavorano e per spingere i lavoratori ad avere bambini. Eni, per esempio, mette a disposizione per 12 mesi all'anno un asilo aziendale che ospita circa 170 bambini. L'obiettivo del tavolo istituito da Fontana è esattamente questo: mettere insieme tutte le strategie elaborate dalle varie aziende, esaminarle e fare in modo che si diffondano il più possibile.
«Abbiamo un calo demografico purtroppo devastante», ha detto il ministro, «e questo, di qui a pochi anni, si ripercuoterà sul sistema sociale italiano e sull'economia. Ecco perché questo tavolo. Ascolteremo le idee delle aziende alcune del delle quali hanno messo in campo ottime prassi di welfare familiare. Se gli italiani sono aiutati c'è voglia di avere bambini. Ci sarà un bando che verrà scritto in base alle proposte e alla sintesi che riusciremo a fare con tutte le aziende - oggi ce ne sono quasi 60 tra le più importanti in Italia - ma terremo conto anche delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi».
Ora le varie aziende che si sono incontrate ieri invieranno al ministero le loro proposte. Già ieri alcune hanno illustrato alla platea le iniziative già in atto. Una volta raccolte tutte le proposte, il ministero produrrà un bando aperto per sostenere le varie realtà che intendono battersi per la natalità e per sostenere i dipendenti.
I denari a disposizione per questo progetto saranno parecchi: «Grazie al Fondo famiglia che quest'anno il governo ha deciso di destinare al ministero per la Famiglia», ha detto Fontana, verrà messa sul piatto «una cifra che oscilla tra i 50 e gli 80 milioni di euro».
È un primo passo, senz'altro. Ma è una risposta concreta alla larga maggioranza di italiani che decide di non avere figli a causa dell'insicurezza economica e dei problemi sul posto di lavoro. Lo Stato ha la possibilità di fare molto a questo fine, ma l'impegno pubblico - con tutta probabilità - non è sufficiente. Ecco perché è necessario coinvolgere pure le aziende, e invitarle a preservare un bene prezioso. Senza figli e senza famiglie, dopo tutto, anche il mercato e l'intero sistema capitalistico sono destinati ad andare a rotoli.
Piccoli italiani crescono e perdono il desiderio di diventare genitori
Leggendo i risultati dello «Studio nazionale fertilità» realizzato dal ministero della Salute e presentato nei giorni scorsi, ci si imbatte in un dato sconcertante. La prima analisi su «conoscenze, comportamenti e atteggiamenti in ambito sessuale e riproduttivo» ha coinvolto tre fasce di popolazione: adolescenti, studenti universitari e adulti. Per quanto riguarda la prima fascia, sono stati intervistati 16.063 ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni. Alla domanda: «Nel tuo futuro, pensi di avere figli?», soltanto il 7% di costoro ha risposto di no, mentre il 78% ha dichiarato di aver intenzione di riprodursi. Non solo: per circa l'80% degli intervistati i figli dovrebbero arrivare prima dei trent'anni.
Interessante, vero? In un Paese in cui le nascite calano ogni anno stupisce notare che la grande maggioranza dei giovanissimi intende mettere al mondo qualche erede. Il problema sorge quando si esaminano le risposte fornite dagli adulti (persone tra i 18 e i 49 anni). «Per quanto riguarda la propensione alla procreazione», si legge nel rapporto, «un po' meno della metà dei rispondenti (44%) dichiara di non essere intenzionato ad avere figli; il 4% è incerto ma pensa di no e il 7% non ci ha ancora pensato». Significa che circa un adulto su due non vuole avere bambini.
Certo, il dato comprende anche qualcuno che è già genitore e non desidera altri pargoli. Ma se prendiamo in esame solo gli adulti che «non hanno figli (né propri, naturali o adottivi, né del partner)», si scopre che «quasi 1/3 delle persone senza figli (31%) dichiara di non volerne neppure in futuro o di non averci pensato».
L'aspetto più sconfortante di tutta la faccenda sta proprio nella differenza fra le risposte dei più giovani e quelle degli adulti. In buona sostanza, gli italiani adolescenti appaiono molto motivati, desiderano diventare genitori, e anche abbastanza presto. Poi, però, accade qualcosa. Praticamente tutti cambiano idea una volta cresciuti. Perché accade? «Le motivazioni per rinunciare o rinviare la nascita di un figlio, escludendo dalla stima le persone senza un partner o che riferiscono problemi di fertilità», spiega il rapporto, «sono legate principalmente a fattori economici e lavorativi e all'assenza di sostegno alle famiglie con figli (41%), seguiti da quelli collegati alla vita di coppia (26%) o alla sfera personale (19%); infine ci sono problemi di salute (17%) o legati alla gestione della famiglia (12%)».
Ecco il punto. Diventando adulti arrivano le preoccupazioni per il lavoro e per il bilancio famigliare. Ci si sente da soli ad affrontare una sfida difficile. E si perde quasi totalmente l'entusiasmo. Ovviamente non è soltanto una questione di soldi: a monte c'è un gigantesco problema culturale. Il dato nudo e crudo certifica che la società in cui viviamo si batte contro la vita, disincentiva alla riproduzione e spinge verso la solitudine e l'isolamento. Anche per questo, probabilmente, tutte le iniziative a favore della famiglia vengono osteggiate e contestate. Ad esempio il Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona dal 29 al 31 marzo. Appena la riunione è stata annunciata sono cominciate a piovere contestazioni. Emma Bonino e Riccardo Magi hanno presentato un'interrogazione parlamentare alla presidenza del Consiglio dei ministri per chiedere che sia levato il patrocinio istituzionale garantito alla manifestazione.
Eppure eventi del genere sono fondamentali, proprio perché è necessario invertire la tendenza, e opporsi alla cultura nemica della riproduzione. Ieri Pro vita e gli altri organizzatori hanno diffuso sulla Rete un video promozionale del Congresso delle famiglie. L'attore protagonista del filmato, a un certo punto, dice una cosa estremamente semplice, perfino banale: «L'eroe è chi accende la speranza nel mondo. E il mondo ha bisogno di eroi». È un'affermazione sacrosanta: oggi è un gesto quasi eroico mettere al mondo dei figli. E bisogna riaccendere la speranza nel futuro che i giovani italiani, crescendo, perdono per strada.
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Ieri il primo appuntamento del tavolo voluto dal ministro Fontana: 58 realtà piccole e grandi si sono riunite per condividere buone pratiche a favore dei lavoratori che vogliono dei bimbi.Piccoli italiani crescono e perdono il desiderio di diventare genitori. Un rapporto del ministero della Salute mostra che il 78% degli adolescenti intende fare figli. Ma quando i ragazzi diventano adulti cambiano idea: la maggioranza preferisce non riprodursi. Lo speciale contiene due articoli.Una sessantina (58, per la precisione) piccole, grandi e grandissime imprese italiane si sono schierate a favore della natalità. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, i rappresentanti di queste realtà produttive hanno partecipato alla prima riunione del «Tavolo nazionale di promozione del welfare aziendale» ideato e presieduto dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. C'erano colossi come Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Nestlé, Poste Italiane, Lottomatica, Tim, Unicredit, Ubi Banca, Sodexo, Snam, Ferrero, Esselunga, Mellin e molti altri. Tutti riuniti per condividere esperienze e buone pratiche al fine di «adottare soluzioni positive a favore della famiglia e della natalità».Queste aziende hanno risposto all'avviso di manifestazione di interesse diffuso dal ministero il 23 novembre scorso, e si può dire che già il loro numero sia un ottimo segno. Parliamo di società che danno lavoro a migliaia e migliaia di persone, e che possono davvero contribuire a combattere il micidiale calo demografico che affligge il nostro Paese. Come dimostra lo «Studio nazionale fertilità» realizzato dal ministero della Salute (di cui parliamo nell'articolo qui a fianco), le ragioni per cui la maggioranza degli italiani rifiuta di avere figli «sono legate principalmente a fattori economici e lavorativi e all'assenza di sostegno alle famiglie con figli». Bene, con l'apporto diretto delle imprese è possibile che si riesca a modificare la situazione, promuovendo la «conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di cura della famiglia» nonché il sostegno alla natalità e alla maternità. Non sono trovate propagandistiche. Anzi, i numeri mostrano che l'impegno a favore delle famiglie funziona. Nei mesi scorsi, Fontana ha studiato da vicino, tra gli altri, il caso della Mellin. Un'azienda che presenta «un tasso di natalità interno del +7,5% (contro il -3% del dato nazionale); crescita del tasso di donne manager passato dal 40% al 45% in sei anni (con il 42% delle mamme promosse a ruolo dirigenziale o quadro successivamente al ritorno dal congedo per maternità); raddoppio dei giorni di paternità dal 2011 a oggi (con il 100% dei papà che usufruisce dei giorni di paternità)».Un tasso di natalità con il segno più davanti è un risultato incredibile. Dimostra che qualcosa si può fare per aiutare i genitori che lavorano e per spingere i lavoratori ad avere bambini. Eni, per esempio, mette a disposizione per 12 mesi all'anno un asilo aziendale che ospita circa 170 bambini. L'obiettivo del tavolo istituito da Fontana è esattamente questo: mettere insieme tutte le strategie elaborate dalle varie aziende, esaminarle e fare in modo che si diffondano il più possibile. «Abbiamo un calo demografico purtroppo devastante», ha detto il ministro, «e questo, di qui a pochi anni, si ripercuoterà sul sistema sociale italiano e sull'economia. Ecco perché questo tavolo. Ascolteremo le idee delle aziende alcune del delle quali hanno messo in campo ottime prassi di welfare familiare. Se gli italiani sono aiutati c'è voglia di avere bambini. Ci sarà un bando che verrà scritto in base alle proposte e alla sintesi che riusciremo a fare con tutte le aziende - oggi ce ne sono quasi 60 tra le più importanti in Italia - ma terremo conto anche delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi».Ora le varie aziende che si sono incontrate ieri invieranno al ministero le loro proposte. Già ieri alcune hanno illustrato alla platea le iniziative già in atto. Una volta raccolte tutte le proposte, il ministero produrrà un bando aperto per sostenere le varie realtà che intendono battersi per la natalità e per sostenere i dipendenti.I denari a disposizione per questo progetto saranno parecchi: «Grazie al Fondo famiglia che quest'anno il governo ha deciso di destinare al ministero per la Famiglia», ha detto Fontana, verrà messa sul piatto «una cifra che oscilla tra i 50 e gli 80 milioni di euro». È un primo passo, senz'altro. Ma è una risposta concreta alla larga maggioranza di italiani che decide di non avere figli a causa dell'insicurezza economica e dei problemi sul posto di lavoro. Lo Stato ha la possibilità di fare molto a questo fine, ma l'impegno pubblico - con tutta probabilità - non è sufficiente. Ecco perché è necessario coinvolgere pure le aziende, e invitarle a preservare un bene prezioso. Senza figli e senza famiglie, dopo tutto, anche il mercato e l'intero sistema capitalistico sono destinati ad andare a rotoli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-nostre-imprese-si-schierano-nella-battaglia-per-la-natalita-2629525722.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piccoli-italiani-crescono-e-perdono-il-desiderio-di-diventare-genitori" data-post-id="2629525722" data-published-at="1777407779" data-use-pagination="False"> Piccoli italiani crescono e perdono il desiderio di diventare genitori Leggendo i risultati dello «Studio nazionale fertilità» realizzato dal ministero della Salute e presentato nei giorni scorsi, ci si imbatte in un dato sconcertante. La prima analisi su «conoscenze, comportamenti e atteggiamenti in ambito sessuale e riproduttivo» ha coinvolto tre fasce di popolazione: adolescenti, studenti universitari e adulti. Per quanto riguarda la prima fascia, sono stati intervistati 16.063 ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni. Alla domanda: «Nel tuo futuro, pensi di avere figli?», soltanto il 7% di costoro ha risposto di no, mentre il 78% ha dichiarato di aver intenzione di riprodursi. Non solo: per circa l'80% degli intervistati i figli dovrebbero arrivare prima dei trent'anni. Interessante, vero? In un Paese in cui le nascite calano ogni anno stupisce notare che la grande maggioranza dei giovanissimi intende mettere al mondo qualche erede. Il problema sorge quando si esaminano le risposte fornite dagli adulti (persone tra i 18 e i 49 anni). «Per quanto riguarda la propensione alla procreazione», si legge nel rapporto, «un po' meno della metà dei rispondenti (44%) dichiara di non essere intenzionato ad avere figli; il 4% è incerto ma pensa di no e il 7% non ci ha ancora pensato». Significa che circa un adulto su due non vuole avere bambini. Certo, il dato comprende anche qualcuno che è già genitore e non desidera altri pargoli. Ma se prendiamo in esame solo gli adulti che «non hanno figli (né propri, naturali o adottivi, né del partner)», si scopre che «quasi 1/3 delle persone senza figli (31%) dichiara di non volerne neppure in futuro o di non averci pensato». L'aspetto più sconfortante di tutta la faccenda sta proprio nella differenza fra le risposte dei più giovani e quelle degli adulti. In buona sostanza, gli italiani adolescenti appaiono molto motivati, desiderano diventare genitori, e anche abbastanza presto. Poi, però, accade qualcosa. Praticamente tutti cambiano idea una volta cresciuti. Perché accade? «Le motivazioni per rinunciare o rinviare la nascita di un figlio, escludendo dalla stima le persone senza un partner o che riferiscono problemi di fertilità», spiega il rapporto, «sono legate principalmente a fattori economici e lavorativi e all'assenza di sostegno alle famiglie con figli (41%), seguiti da quelli collegati alla vita di coppia (26%) o alla sfera personale (19%); infine ci sono problemi di salute (17%) o legati alla gestione della famiglia (12%)». Ecco il punto. Diventando adulti arrivano le preoccupazioni per il lavoro e per il bilancio famigliare. Ci si sente da soli ad affrontare una sfida difficile. E si perde quasi totalmente l'entusiasmo. Ovviamente non è soltanto una questione di soldi: a monte c'è un gigantesco problema culturale. Il dato nudo e crudo certifica che la società in cui viviamo si batte contro la vita, disincentiva alla riproduzione e spinge verso la solitudine e l'isolamento. Anche per questo, probabilmente, tutte le iniziative a favore della famiglia vengono osteggiate e contestate. Ad esempio il Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona dal 29 al 31 marzo. Appena la riunione è stata annunciata sono cominciate a piovere contestazioni. Emma Bonino e Riccardo Magi hanno presentato un'interrogazione parlamentare alla presidenza del Consiglio dei ministri per chiedere che sia levato il patrocinio istituzionale garantito alla manifestazione. Eppure eventi del genere sono fondamentali, proprio perché è necessario invertire la tendenza, e opporsi alla cultura nemica della riproduzione. Ieri Pro vita e gli altri organizzatori hanno diffuso sulla Rete un video promozionale del Congresso delle famiglie. L'attore protagonista del filmato, a un certo punto, dice una cosa estremamente semplice, perfino banale: «L'eroe è chi accende la speranza nel mondo. E il mondo ha bisogno di eroi». È un'affermazione sacrosanta: oggi è un gesto quasi eroico mettere al mondo dei figli. E bisogna riaccendere la speranza nel futuro che i giovani italiani, crescendo, perdono per strada.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.