2018-10-09
Mattarella congela le nomine del governo gialloblù. Tria prova a sbloccare il Gse
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E' ancora stallo sul rinnovo dei vertici di Consob, Antitrust, Aise e Dis. Il governo Lega-5 stelle non riesce a a far passare nulla, anche per le troppe tensioni sulla manovra economica. Il Quirinale sorveglia e intanto il tempo passa, senza che l'esecutivo riesca a mettere mano a incarichi importanti e decisivi per la gestione dello Stato. Oggi l'assemblea del Gse, gestore dei servizi energetici. In pole position Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato: il ministro dell'Economia ha affidato la pratica a Claudia Bugno.E' nebbia fitta sulla nomina del presidente e amministratore delegato di Gse (Gestore dei servizi energetici), poltrona da 16 miliardi di euro anno per gli incentivi alle rinnovabili. Gestita dal ministero dell'Economia, ma per alcuni indirizzi anche dal ministero dello Sviluppo Economico, è l'esempio perfetto delle tensioni tra il Mef e il Mise, tra Giovanni Tria e Luigi Di Maio. Lo ha ben teorizzato Paolo Savona, il ministero per i Rapporti con l'europa, ieri di fronte alla stampa estera. «Io riesco a discutere di economia con Di Maio e Salvini, ma loro nei posti chiave hanno chiamato quattro tecnici, qualche coscienza ce l'hanno. Io al loro posto non avrei ceduto questi posti. Loro hanno scelto dei tecnici al Mef, nel mio Ministero, agli Esteri e alla Presidenza del Consiglio. E il punto è che la responsabilità se la deve prendere il popolo e non il tecnico». Il punto di fondo è sempre lo stesso. Se già sulla manovra proseguono da un mese tensioni di ogni tipo, in particolare sui guardiani del tesoro, dal capo di gabinetto Roberto Garofoli al direttore generale Alessandro Rivera, figuriamoci sulle nomine pesanti nel settore economico. Non sono servite a nulla le parole del deputato pentastellato Davide Crippa, Sottosegretario allo sviluppo economico con delega all'energia, che venerdì scorso chiedeva a gran voce risolvere l'impasse su Gse. Mancano poche ore alla settima assemblea degli azionisti del Gse che dovrebbe finalmente nominare presidente e amministratore delegato della società ed approvarne il bilancio. Una decisione, questa, attesa da tempo sia dalle istituzioni pubbliche che dal mondo delle imprese, oltre che dall'intero comparto energetico ma, fra gli addetti ai lavori, comincia a serpeggiare il timore che anche questa ennesima riunione possa concludersi con una fumata nera». Così è stato. E' la sesta volta che non se ne arriva a una. A quanto pare su Roberto Moneta, direttore del dipartimento unità tecnica efficienza energetica, dell'Enea, candidato pentastellato, ci sarebbe il no di Tria. Ma è molto probabile che lo stallo sia dovuto anche al Quirinale, che sorveglia con attenzione anche le prossime nomine in scadenza. A quanto pare adesso su Gse si starebbe trovando la quadra su Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato, che vanta la maggiore anzianità di servizio. Di lui si ricorda soprattutto l'esperienza a capo dell'allora Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, poi diventata l'odierna Anac (Anticorruzione). Santoro è stato anche consigliere del governo Berlusconi III per l'attività di monitoraggio e trasparenza amministrativa. In sostanza, di certo non un candidato a 5 stelle. Nelle ultime ore della pratica se ne è occupata Claudia Bugno, consulente esterna già dentro il consiglio di amministrazione di banca Etruria.Del resto non c'è solo la nomina di Gse a preoccupare i sonni dello Stato profondo, il deep state italiano che dipende dal Quirinale. C'è anche la Consob, con un Mario Nava dimissionario, l'Antitrust, persino Invitalia, in scadenza il prossimo anno. Nulla si muove. Negli ultimi giorni si è molto parlato della possibilità che il posto di Nava venisse preso da Antonio Maria Rinaldi, l'economista allievo di Savona, voce in queste settimane della politica economica del governo Lega-5 Stelle. Ma c'è pure chi parla di Francesco Greco, il capo della procura di Milano. Non si muove una foglia. Persino sull'Antitrust, che in teoria dovrebbe andare alla Lega, c'è nebbia fitta. Circola il nome di Marina Tavassi, presidente della Corte d'Appello di Milano. Ma questo nome gira da un mese, a vuoto. E poi c'è sempre lo stallo sulle nomine di Dis e Aise, i nostri servizi segreti. A quanto pare è molto probabile che gli attuali direttori Alessandro Pansa e Alberto Manenti completino tutto il mandato, prorogato la scorsa primavera dal dimissionario governo Gentiloni. La conferenza sulla questione libica, prevista a Palermo il 12 e 13 novembre, sarà lo spartiacque. Lo si è intuito da un articolo uscito lo scorso fine settimana su Repubblica, dove l'intelligence rimarcava l'impossibilità di operare perché in scadenza. A quanto filtra, se gli attuali vertici riusciranno a rimanere in sella fine a quella data la loro permanenza fino ad aprile 2019 sarà molto probabile. L'esisto della conferenza libica poi appare abbastanza scontato, considerato che l'ipotesi di svolgere elezioni in Libia entro l'anno - come sostenuto dai francesi - sembra ormai tramontata e la Russia ha garantito la propria partecipazione. L'epilogo della conferenza sarà l'occasione per strappare, da parte degli attuali vertici, la permanenza fino ad aprile. Se fino ad ora le tanto annunciate sostituzioni dei vertici dell'intelligence non sono ancora state attuate i motivi sono sempre da ricercare all'interno delle tecnostrutture della pubblica amministrazione italiana. Contiguo alla realtà del comparto intelligence esiste una varietà di stakeholder che, più o meno velatamente, ha fatto sentire la sua voce in questi ultimi mesi. Tra questi i più influenti sono come sempre il Quirinale, l'Eni e l'industria militare italiana per eccellenza, Leonardo. L'esecutivo ha ascoltato tutti e in questo periodo, in cui è impegnato su una delicata manovra finanziaria, non vuole aprire altri fronti o scontentare utili portatori d'interesse che in questo periodo critico potrebbero indebolirlo. Di fondo l'unica nomina cambiata in queste ore è quella di Adriana Cerretelli, nuovo portavoce di Tria, ex giornalista del Sole 24 Ore e forte europeista. Si tratta di un messaggio chiaro al governo gialloblu di Giuseppe Conte, dove negli ultimi giorni appare un po' più defilato il ruolo di Rocco Casalino, dopo il caso dell'audio su whatsapp dove minacciava i tecnici del Mef.
Gli abissi del Mar dei Caraibi lo hanno cullato per più di tre secoli, da quell’8 giugno del 1708, quando il galeone spagnolo «San José» sparì tra i flutti in pochi minuti.
Il suo relitto racchiude -secondo la storia e la cronaca- il più prezioso dei tesori in fondo al mare, tanto che negli anni il galeone si è meritato l’appellativo di «Sacro Graal dei relitti». Nel 2015, dopo decenni di ipotesi, leggende e tentativi di localizzazione partiti nel 1981, è stato individuato a circa 16 miglia nautiche (circa 30 km.) dalle coste colombiane di Cartagena ad una profondità di circa 600 metri. Nella sua stiva, oro argento e smeraldi che tre secoli fa il veliero da guerra e da trasporto avrebbe dovuto portare in Patria. Il tesoro, che ha generato una contesa tra Colombia e Spagna, ammonterebbe a svariati miliardi di dollari.
La fine del «San José» si inquadra storicamente durante la guerra di Successione spagnola, che vide fronteggiarsi Francia e Spagna da una parte e Inghilterra, Olanda e Austria dall’altra. Un conflitto per il predominio sul mondo, compreso il Nuovo continente da cui proveniva la ricchezza che aveva fatto della Spagna la più grande delle potenze. Il «San José» faceva parte di quell’Invencible Armada che dominò i mari per secoli, armato con 64 bocche da fuoco per una lunghezza dello scafo di circa 50 metri. Varato nel 1696, nel giugno del 1708 si trovava inquadrato nella «Flotta spagnola del tesoro» a Portobelo, odierna Panama. Dopo il carico di beni preziosi, avrebbe dovuto raggiungere Cuba dove una scorta francese l’attendeva per il viaggio di ritorno in Spagna, passando per Cartagena. Nello stesso periodo la flotta britannica preparò un’incursione nei Caraibi, con 4 navi da guerra al comando dell’ammiraglio Charles Wager. Si appostò alle isole Rosario, un piccolo arcipelago poco distanti dalle coste di Cartagena, coperte dalla penisola di Barù. Gli spagnoli durante le ricognizioni si accorsero della presenza del nemico, tuttavia avevano necessità di salpare dal porto di Cartagena per raggiungere rapidamente L’Avana a causa dell’avvicinarsi della stagione degli uragani. Così il comandante del «San José» José Fernandez de Santillàn decise di levare le ancore la mattina dell’8 giugno. Poco dopo la partenza le navi spagnole furono intercettate dai galeoni della Royal Navy a poca distanza da Barù, dove iniziò l’inseguimento. Il «San José» fu raggiunto dalla «Expedition», la nave ammiraglia dove si trovava il comandante della spedizione Wager. Seguì un cannoneggiamento ravvicinato dove gli inglesi ebbero la meglio sul galeone colmo di merce preziosa. Una cannonata colpì in pieno la santabarbara, la polveriera del galeone spagnolo che si incendiò venendo inghiottito dai flutti in pochi minuti. Solo una dozzina di marinai si salvarono, su un equipaggio di 600 uomini. L’ammiraglio britannico, la cui azione sarà ricordata come l’«Azione di Wager» non fu tuttavia in grado di recuperare il tesoro della nave nemica, che per tre secoli dormirà sul fondo del Mare dei Caraibi .
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