True
2021-04-05
Le menzogne nascoste dietro il Nutriscore che ci impone l'Ue
True
La Francia è la patria del sistema di etichettatura degli alimenti chiamato Nutriscore. È normale quindi che, da questa parte delle Alpi, tale classificazione, trovi molti sostenitori. Già nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe, aveva affermato la propria volontà di renderlo obbligatorio. Anche l'associazione dei consumatori Ufc Que Choisir è favorevole all'imposizione per legge del sistema di etichettatura, non solo a livello francese ma anche a quello Europeo.
Il problema è che, i criteri presi in considerazione dal sistema Nutriscore per classificare i cibi, ignorano alcune variabili essenziali. Per esempio quella della quantità di prodotto consumato. Come riportato sul sito di Santé Publique France - l'Agenzia Nazionale francese della salute - «il logo (Nutriscore, ndr) è attribuito in base ad un punteggio che prende in considerazione, per 100 grammi o 100 millilitri di prodotto, il tenore di elementi nutritivi e alimenti» da favorire o limitare. Tra i primi vengono citati «fibre, proteine, frutta, verdura, leguminose, frutta con il guscio, olio di colza, di noce e oliva». Tra i secondi, il sito dell'agenzia francese, parla di: «energia, acidi grassi saturi, zucchero e sale». Ma confrontare 100 grammi o millilitri di prodotto potrebbe non essere sempre pertinente. In effetti, se si pensa all'olio d'oliva, il suo uso a tavola è molto inferiore ai 100 millilitri.
Per capire come viene applicato il Nutriscore in Francia, La Verità ha fatto un giro tra le corsie di varie catene di supermercati transalpini. La prima cosa che balza all'occhio è che, per ora, il Nutriscore si ritrova soprattutto sulle confezioni di prodotti con il marchio delle catene di grande distribuzione. Le etichette multicolore, sono però apparse anche su alcuni dei prodotti dei giganti dell'industria alimentare. È il caso, per esempio, di alcune marche di cereali per la colazione. Osservando più da vicino i prodotti etichettati con il Nutriscore, si scoprono delle cose interessanti ma che possono alimentare la confusione. Per cercare di fare un po' di chiarezza, La Verità ha chiesto il parere di un esperto: la dottoressa Chiara Pigozzi, medico nutrizionista. «Il Nutriscore considera alcuni parametri nutrizionali che mi lasciano perplessa. Tra questi le chilocalorie, ovvero il quantitativo di energia contenuto negli alimenti, perché il fatto che abbiano un forte peso sul punteggio non è giustificato da quello che poi troviamo negli ingredienti. Le chilocalorie non ci dicono assolutamente nulla della qualità di quell'alimento e quindi non è possibile paragonare due alimenti con uguali calorie ma con una lista di ingredienti differente. Magari possiamo trovare degli alimenti che vengono classificati dal Nutriscore con "A" o "B" perché hanno poche calorie, ma a livello di ingredienti hanno una lista lunga di additivi e sostanze che possono anche essere pericolose per la salute».
Tornando ai supermercati, va detto che spesso, anche dei prodotti identici possono aver ottenuto un voto diverso. Tra i succhi, per esempio, troviamo dei prodotti bio che il Nutriscore considera migliori degli equivalenti normali. Ma il fatto che un prodotto sia considerato bio, può bastare per renderlo migliore rispetto a un altro, praticamente identico? Per la dottoressa Pigozzi non è detto. Una delle cose che può fare davvero la differenza è la quantità di zuccheri presenti nel prodotto e non il fatto che sia o meno bio. Il Nutriscore, non sembra vedere di buon occhio gli oli. Pare inoltre che il sistema di classificazione valuti in maniera differente questi prodotti, anche in base all'origine geografica. Per esempio, sugli scaffali di alcuni supermercati, ci sono oli di origine francese classificati «C», mentre altri provenienti da vari Paesi, tra cui l'Italia, ottengono una «D». Restando nell'ambito dei condimenti va citato il caso delle vinaigrette, le salse usate in Francia, per condire verdure e altri alimenti. A differenza dell'olio d'oliva, le vinaigrettes sono delle preparazioni nelle quali vengono uniti vari ingredienti, tra cui compaiono anche lo zucchero e il sale. Invece l'olio extra vergine è ottenuto dalla sola spremitura delle olive. Eppure, il Nutriscore attribuisce una «C» ad alcune di queste salse e, come detto, una «D» a certi oli extravergine d'oliva.
Tra i prodotti italiani presenti nei supermercati francesi, il Pecorino Romano venduto in certe catene di supermercati, ha ricevuto un brutto voto dal Nutriscore: una «E». È andata un po' meglio al Parmigiano Reggiano e al Grana Padano. Questi due prodotti hanno ottenuto una «D». Ma questo è anche il voto dato a certe fettine di formaggio fuso o a prodotti definiti «mix di formaggi».
Sempre nel corso della nostra visita ai supermercati d'Oltralpe, il Nutriscore ci ha riservato anche altre sorprese. Tra i prodotti classificati «A» figurano anche alcuni cibi industriali in scatola. È il caso ad esempio di una specialità a base di salsicce e lenticchie. Leggendo la lista dei loro ingredienti, troviamo, tra l'altro: carne, grasso, cotenna e pezzi di testa di maiale, carne di tacchino - in entrambi i casi si tratta di carni europee - sale, strutto, polifosfati o ancora, il cloruro di calcio. Un'altra specialità tipica francese, a base di formaggio fuso e pancetta, chiamata Tartiflette, è stata classificata con una «B». La lista degli ingredienti di questo prodotto include, oltre alla pancetta e alle patate -entrambe di origine europea - anche: sale, destrosio, eritorbato di sodio e nitrito di sodio. Sicuramente la quantità di sostanze utilizzate per preparare questi prodotti rientra nei limiti previsti dalla legge. Ma cosa si deve pensare leggendo la lista degli ingredienti di questi ed altri prodotti industriali? Che forse, il sistema Nutriscore è nato ispirandosi a dei buoni propositi ma che - magari strada facendo - sia rimasto vittima di condizionamenti di qualche lobby, non sempre orientata alla tutela del benessere dei consumatori.
Continua a leggereRiduci
La Verità ha fatto un viaggio all'interno delle corsie delle principali catene di supermercati francesi per capire come funziona il sistema di etichettatura degli alimenti. La nutrizionista Chiara Pigozzi: «Possiamo trovare cibi classificati con "A" o "B" perché hanno poche calorie, ma a livello di ingredienti hanno una lista lunga di additivi e sostanze che possono anche essere pericolose per la salute». Il paradosso: il Pecorino Romano venduto in certe catene di supermercati, ha ricevuto un brutto voto: una «E». È andata un po' meglio al Parmigiano Reggiano e al Grana Padano. Questi due prodotti hanno ottenuto una «D». La Francia è la patria del sistema di etichettatura degli alimenti chiamato Nutriscore. È normale quindi che, da questa parte delle Alpi, tale classificazione, trovi molti sostenitori. Già nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe, aveva affermato la propria volontà di renderlo obbligatorio. Anche l'associazione dei consumatori Ufc Que Choisir è favorevole all'imposizione per legge del sistema di etichettatura, non solo a livello francese ma anche a quello Europeo.Il problema è che, i criteri presi in considerazione dal sistema Nutriscore per classificare i cibi, ignorano alcune variabili essenziali. Per esempio quella della quantità di prodotto consumato. Come riportato sul sito di Santé Publique France - l'Agenzia Nazionale francese della salute - «il logo (Nutriscore, ndr) è attribuito in base ad un punteggio che prende in considerazione, per 100 grammi o 100 millilitri di prodotto, il tenore di elementi nutritivi e alimenti» da favorire o limitare. Tra i primi vengono citati «fibre, proteine, frutta, verdura, leguminose, frutta con il guscio, olio di colza, di noce e oliva». Tra i secondi, il sito dell'agenzia francese, parla di: «energia, acidi grassi saturi, zucchero e sale». Ma confrontare 100 grammi o millilitri di prodotto potrebbe non essere sempre pertinente. In effetti, se si pensa all'olio d'oliva, il suo uso a tavola è molto inferiore ai 100 millilitri.Per capire come viene applicato il Nutriscore in Francia, La Verità ha fatto un giro tra le corsie di varie catene di supermercati transalpini. La prima cosa che balza all'occhio è che, per ora, il Nutriscore si ritrova soprattutto sulle confezioni di prodotti con il marchio delle catene di grande distribuzione. Le etichette multicolore, sono però apparse anche su alcuni dei prodotti dei giganti dell'industria alimentare. È il caso, per esempio, di alcune marche di cereali per la colazione. Osservando più da vicino i prodotti etichettati con il Nutriscore, si scoprono delle cose interessanti ma che possono alimentare la confusione. Per cercare di fare un po' di chiarezza, La Verità ha chiesto il parere di un esperto: la dottoressa Chiara Pigozzi, medico nutrizionista. «Il Nutriscore considera alcuni parametri nutrizionali che mi lasciano perplessa. Tra questi le chilocalorie, ovvero il quantitativo di energia contenuto negli alimenti, perché il fatto che abbiano un forte peso sul punteggio non è giustificato da quello che poi troviamo negli ingredienti. Le chilocalorie non ci dicono assolutamente nulla della qualità di quell'alimento e quindi non è possibile paragonare due alimenti con uguali calorie ma con una lista di ingredienti differente. Magari possiamo trovare degli alimenti che vengono classificati dal Nutriscore con "A" o "B" perché hanno poche calorie, ma a livello di ingredienti hanno una lista lunga di additivi e sostanze che possono anche essere pericolose per la salute».Tornando ai supermercati, va detto che spesso, anche dei prodotti identici possono aver ottenuto un voto diverso. Tra i succhi, per esempio, troviamo dei prodotti bio che il Nutriscore considera migliori degli equivalenti normali. Ma il fatto che un prodotto sia considerato bio, può bastare per renderlo migliore rispetto a un altro, praticamente identico? Per la dottoressa Pigozzi non è detto. Una delle cose che può fare davvero la differenza è la quantità di zuccheri presenti nel prodotto e non il fatto che sia o meno bio. Il Nutriscore, non sembra vedere di buon occhio gli oli. Pare inoltre che il sistema di classificazione valuti in maniera differente questi prodotti, anche in base all'origine geografica. Per esempio, sugli scaffali di alcuni supermercati, ci sono oli di origine francese classificati «C», mentre altri provenienti da vari Paesi, tra cui l'Italia, ottengono una «D». Restando nell'ambito dei condimenti va citato il caso delle vinaigrette, le salse usate in Francia, per condire verdure e altri alimenti. A differenza dell'olio d'oliva, le vinaigrettes sono delle preparazioni nelle quali vengono uniti vari ingredienti, tra cui compaiono anche lo zucchero e il sale. Invece l'olio extra vergine è ottenuto dalla sola spremitura delle olive. Eppure, il Nutriscore attribuisce una «C» ad alcune di queste salse e, come detto, una «D» a certi oli extravergine d'oliva.Tra i prodotti italiani presenti nei supermercati francesi, il Pecorino Romano venduto in certe catene di supermercati, ha ricevuto un brutto voto dal Nutriscore: una «E». È andata un po' meglio al Parmigiano Reggiano e al Grana Padano. Questi due prodotti hanno ottenuto una «D». Ma questo è anche il voto dato a certe fettine di formaggio fuso o a prodotti definiti «mix di formaggi».Sempre nel corso della nostra visita ai supermercati d'Oltralpe, il Nutriscore ci ha riservato anche altre sorprese. Tra i prodotti classificati «A» figurano anche alcuni cibi industriali in scatola. È il caso ad esempio di una specialità a base di salsicce e lenticchie. Leggendo la lista dei loro ingredienti, troviamo, tra l'altro: carne, grasso, cotenna e pezzi di testa di maiale, carne di tacchino - in entrambi i casi si tratta di carni europee - sale, strutto, polifosfati o ancora, il cloruro di calcio. Un'altra specialità tipica francese, a base di formaggio fuso e pancetta, chiamata Tartiflette, è stata classificata con una «B». La lista degli ingredienti di questo prodotto include, oltre alla pancetta e alle patate -entrambe di origine europea - anche: sale, destrosio, eritorbato di sodio e nitrito di sodio. Sicuramente la quantità di sostanze utilizzate per preparare questi prodotti rientra nei limiti previsti dalla legge. Ma cosa si deve pensare leggendo la lista degli ingredienti di questi ed altri prodotti industriali? Che forse, il sistema Nutriscore è nato ispirandosi a dei buoni propositi ma che - magari strada facendo - sia rimasto vittima di condizionamenti di qualche lobby, non sempre orientata alla tutela del benessere dei consumatori.
iStock
Ormai li conoscono tutti: Mounjaro, Saxenda, Wegowy. Sono solo alcuni dei farmaci antiobesità e fanno dimagrire davvero. Ma cosa succede una volta conclusa la terapia? «L'interruzione dei farmaci anti-obesità è spesso seguita da un significativo recupero di peso, la cui entità è proporzionale all'effetto dimagrante iniziale del farmaco». Lo dicono gli esperti e tradotto: le persone che interrompono l'assunzione di un farmaco GLP-1 come Mounjaro tendono a riprendere peso a un ritmo che rispecchia più o meno il modo in cui lo hanno perso. Non un bell'affare insomma, tanto che alcuni ormai tendono a riassumere il farmaco a cicli alterni durante l'anno per non perdere i risultati ottenuti.
Questo accade perché l'appetito e il senso di sazietà tornano ai livelli pre-trattamento, o anche superiori per alcune persone. In uno studio randomizzato e controllato contro placebo, pubblicato da JAMA e condotto su 800 persone, si è visto che il semaglutide, insieme ad alcuni consigli dietetici e sull’attività fisica, aveva fatto perdere, in media, il 10% del peso in quattro mesi. Poi, a un terzo dei partecipanti è stato somministrato un placebo per un anno. All’undicesimo mese, costoro avevano già riacquistato il 7% del peso, mentre chi aveva continuato a ricevere semaglutide aveva perso ulteriori chili, fino ad arrivare a una diminuzione di più del 17% del peso iniziale. Ma anche queste persone, un anno dopo aver interrotto la cura, avevano riacquistato due terzi di quanto avevano perso. Lo stesso si è visto in uno studio osservazionale, pubblicato sul sito Epic Research, non sottoposto a revisione ma basato sui dati delle cartelle cliniche di 20.300 persone che avevano assunto semaglutide e perso almeno 2,3 kg. Poco meno della metà (il 44%) aveva recuperato il 25% del peso perduto, un anno dopo aver smesso la terapia.
Altra informazione che si è ottenuta scientificamente è che la maggior parte del grasso che torna è quello viscerale, cioè il grasso che avvolge gli organi interni e che è più strettamente associato all’aumento del rischio di diverse malattie, tra le quali proprio la resistenza all’insulina, il diabete, gli infarti e gli ictus. Inoltre si vede un effetto rebound nella pressione del sangue e nel colesterolo, che possono arrivare a valori peggiori rispetto a prima della cura che, invece, quasi sempre fa migliorare la situazione metabolica.
sviluppare abitudini alimentari corrette durante l'assunzione del farmaco
Continua a leggereRiduci
Un fermo immagine tratto da un video della polizia cantonale del Vallese mostra i soccorsi dopo l'incidente a Crans-Montana (Ansa)
Un incendio seguito da una violenta esplosione ha trasformato la notte di Capodanno in una tragedia senza precedenti a Crans-Montana, una delle località sciistiche più note della Svizzera. Il bilancio provvisorio parla di circa quaranta vittime e di un centinaio di feriti, molti dei quali in condizioni gravissime a causa delle ustioni. Il rogo è scoppiato intorno all’1.30 all’interno del bar Le Constellation, dove era in corso una festa per l’arrivo del nuovo anno, frequentata soprattutto da giovani.
Secondo le prime ricostruzioni fornite dalle autorità vallesane, l’episodio non ha alcuna matrice dolosa né terroristica. La procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha escluso in modo netto l’ipotesi di un attentato. Resta invece aperto il fronte delle cause accidentali: tra le piste al vaglio figurano l’uso improprio di fuochi d’artificio all’interno del locale o, come riferito da alcuni testimoni, l’accensione di candeline su bottiglie di champagne troppo vicine al soffitto in legno, che avrebbe favorito il rapido propagarsi delle fiamme.
All’interno del locale, che ha una capienza massima di circa 400 persone, al momento dell’incidente si trovavano almeno cento clienti. La deflagrazione, secondo quanto riferito dalle autorità cantonali, sarebbe stata la conseguenza dell’incendio che si è sviluppato rapidamente trasformando il bar in un braciere. Le testimonianze parlano di scene di panico, con persone ferite che cercavano di fuggire da un’uscita ritenuta insufficiente per il numero dei presenti, mentre qualcuno avrebbe infranto le finestre per aprire una via di fuga. I soccorsi sono scattati immediatamente. Sul posto sono intervenuti circa 150 operatori, con il supporto di una quarantina di ambulanze e dieci elicotteri. Molti feriti sono stati trasportati negli ospedali del Vallese, dove i reparti di terapia intensiva risultano saturi. Le autorità sanitarie hanno lanciato un appello alla popolazione affinché eviti comportamenti a rischio, per non aggravare ulteriormente la pressione sul sistema ospedaliero. L’area dell’incidente è stata completamente isolata ed è stata istituita una no-fly zone sopra Crans-Montana.
Anche l’Italia è coinvolta nelle operazioni di emergenza. Una squadra del soccorso alpino valdostano è stata inviata sul posto, con un elicottero della Protezione civile regionale e personale medico a bordo. La Regione Lombardia ha inoltre messo a disposizione il centro grandi ustioni dell’ospedale Niguarda. Sul fronte diplomatico, la Farnesina ha attivato un’unità di crisi per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani. Al momento non vi sono conferme ufficiali, ma l’identificazione delle vittime si preannuncia complessa e richiederà tempo, poiché molti corpi risultano gravemente compromessi dalle ustioni. L’ambasciatore d’Italia in Svizzera e il consolato di Ginevra sono in contatto con le autorità elvetiche e si stanno recando sul luogo della tragedia. È stata attivata una linea telefonica di emergenza per i familiari, raggiungibile anche dall’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso la vicinanza dell’Italia alle autorità svizzere, mantenendo un costante contatto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha manifestato il cordoglio del governo italiano e la solidarietà ai familiari delle vittime e ai feriti. Messaggi di partecipazione sono arrivati anche dall’estero: il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso il sostegno della Francia alla Svizzera, mentre Parigi ha confermato il ferimento di due cittadini francesi.
In Svizzera, la tragedia ha avuto un forte impatto istituzionale e simbolico. Il Consiglio di Stato del Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza per mobilitare tutte le risorse necessarie, mentre il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, ha deciso di rinviare il tradizionale discorso di Capodanno. In una nota, il governo federale ha parlato di un lutto che colpisce l’intero Paese, sottolineando come una notte di festa si sia trasformata in una delle pagine più nere della storia recente di Crans-Montana.
Continua a leggereRiduci
Il 2025 consegna agli investitori un mercato solo apparentemente generoso: i rendimenti in dollari sono stati spesso erosi dal cambio e dalle rotazioni settoriali. In vista del 2026, secondo l’analisi di Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf), la parola chiave diventa protezione: attenzione al rischio valutario, selezione rigorosa nel tech, oro e Asia come ancore strategiche, mentre sul reddito fisso conviene accorciare le scadenze per difendersi da inflazione e debito pubblico.
Il 2025 si chiude lasciando in eredità agli investitori un panorama a luci e ombre, dove i rendimenti nominali hanno spesso mascherato insidie valutarie e rotazioni settoriali profonde. Guardando al 2026, la sfida per il risparmiatore non sarà solo individuare la crescita, ma proteggerla dalla volatilità e dai nuovi equilibri geopolitici.
Nonostante la forza apparente del mercato americano, il 2025 ha impartito una lezione fondamentale sulla gestione del rischio di cambio. Se l'S&P 500 ha marciato con decisione in dollari, per l’investitore europeo il bilancio è stato molto differente. «L'indice Msci Usa in euro ha registrato un rendimento prossimo allo zero, a causa di una discesa del dollaro così forte da inficiare moltissimi comparti internazionali», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «È fondamentale tenerne conto quando si investe: le valute possono erodere i rendimenti in modo silente ma devastante. E questo fattore ha inciso anche naturalmente sull’esposizione dei fondi e degli ETF sulle azioni mondiali senza copertura valutaria».
In questo contesto, la Borsa italiana ha rappresentato una vera eccezione positiva, svettando con performance comprese tra il 20% e il 30%, a dimostrazione che la selezione geografica e settoriale rimane l'arma vincente rispetto a un approccio passivo.
Il dibattito sul 2026 ruota attorno alla sostenibilità del settore tech. Sebbene i multipli di Borsa siano elevati (P/E intorno a 31 per gli Stati Uniti), il paragone con la bolla dot-com del 2000 appare, secondo Gaziano, parziale. «Oggi i multipli medi sono inferiori del 30-40% rispetto al dicembre 1999 e le aziende producono utili reali, a differenza di quanto accadeva venticinque anni fa», chiarisce lo strategist di SoldiExpert Scf. «Tuttavia, alcune società quotano 'per la perfezione'. Questo induce a una selezione rigorosa, evitando l'approccio 'compra e tieni' indiscriminato che in questa fase del ciclo può essere molto pericoloso».
Una delle grandi sorprese dell’anno trascorso è stata la resilienza dei metalli preziosi, con l’oro che ha superato i 4.000 dollari l’oncia, trainato dagli acquisti massicci delle banche centrali (Cina in testa) come protezione contro il rischio di confisca delle riserve in dollari. Parallelamente, lo sguardo si sposta sempre più a Oriente. Nonostante i dazi, l'area asiatica (Cina, India, Vietnam) continua a dominare nicchie tecnologiche cruciali. «La Cina ha abbattuto i costi in modo che le aziende occidentali non riescono a replicare», sottolinea Gaziano, «basti pensare ai sensori per la guida autonoma, passati da un costo di 50.000 a soli 200 dollari».
Sul fronte del reddito fisso, la prudenza resta la parola d'ordine. Se i Btp tricolori e le obbligazioni europee ad alto rendimento (High Yield) hanno offerto soddisfazioni, i titoli a lunghissima scadenza si sono rivelati trappole per il capitale. «I rendimenti a lungo termine sono tornati a salire, penalizzando chi detiene obbligazioni a lunga scadenza. Abbiamo visto in questi anni bond centenari come il titolo austriaco con scadenza 2126 perdere l'80% del loro valore», avverte Salvatore Gaziano. «Per questo motivo, nel 2026 nei nostri portafogli consigliati da diverso tempo preferiamo non prenderci rischi sulle scadenze medio-lunghe: meglio guadagnare poco ma evitare batoste, dato che l'inflazione resta un mostro che potrebbe risvegliarsi in ogni momento e molti Stati hanno bisogno di coprire debiti pubblici crescenti, emettendo carta su carta».
Continua a leggereRiduci
Il caso Hannoun e i risvolti dell’inchiesta che mostra come dall’Italia sono stati raccolti oltre sette milioni di euro diretti ad Hamas.