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2020-07-14
L’avvocato preme per la revoca ad Aspi. I dem a rimorchio, solita piazzata di Iv
Ansa
Oggi alle 11 arriva in Consiglio dei ministri la questione Autostrade, e il governo rischia ancora una volta di implodere a causa dei contrasti interni alla maggioranza. Il premier, Giuseppe Conte, ieri ha anticipato la sua posizione a favore della revoca, allineandosi al M5s; il Pd, pur con diverse sfumature, non è pregiudizialmente contrario alla revoca; Italia viva invece annuncia battaglia, con Matteo Renzi che si dichiara contrario, attacca «i populisti» del M5s e fa traballare i giallorossi.
Conte, ieri, al Fatto Quotidiano, ha sostanzialmente anticipato la sua decisione di procedere con la revoca delle concessione ad Autostrade per l'Italia: «Non sono per nulla soddisfatto delle proposte di transazione della famiglia Benetton», dice il premier, «due anni fa, dopo il crollo del ponte Morandi, abbiamo avviato la procedura di contestazione, mettendo in discussione la concessione ad Aspi. La mia sensazione è che Autostrade abbia scommesso sulla debolezza dei pubblici poteri nella tutela dei beni pubblici. Sabato», aggiunge Conte, «è arrivata una risposta ampiamente insoddisfacente, per non dire imbarazzante. Se crollasse un altro ponte, non potremmo sciogliere la convenzione e, se mai lo facessimo, dovremmo rifondere Aspi con 10 miliardi di euro, e solo per l'avviamento. Quando ho letto la proposta ho pensato a uno scherzo. I Benetton non prendono in giro il presidente del Consiglio e i ministri», argomenta il premier, «ma i famigliari delle vittime del ponte Morandi e tutti gli italiani. Allo stato dei fatti, intravedo una sola decisione, imposta proprio da Autostrade».
Il Pd, dopo aver tentennato per mesi, si allinea alla intransigenza di Conte, pur lasciando ancora una possibilità ai Benetton: «La lettera di Aspi al governo», sottolinea il segretario dem, Nicola Zingaretti, «è deludente e conferma ulteriormente l'esigenza di un profondo cambio di indirizzo dell'azienda basato su impegni rigorosi in materia di tariffe, sicurezza e investimenti, e su un assetto societario che veda lo Stato al centro di una nuova compagine azionaria che assicuri l'avvio di questa nuova fase. I rilievi del presidente del Consiglio», sottolinea Zingaretti, «sono condivisibili. Il governo agisca tempestivamente e in modo unitario per giungere a una rapida conclusione in tal senso, assicurando quindi la soluzione migliore nell'interesse del paese e dei cittadini».
«Domani (oggi, ndr)», aggiunge Conte nel pomeriggio, in conferenza stampa con Angela Merkel, «ci sarà un'informativa al Consiglio dei ministri, è una decisione che deve coinvolgere tutto il governo, tutti i ministri saranno nelle condizioni di conoscere i dettagli. Conseguenze della eventuale revoca? Se c'è stato un problema di cattiva manutenzione, se ci sono stati problemi di inadempimenti, la responsabilità va sul management soggetto ad azione di responsabilità», sottolinea Conte, «non sulla cittadinanza che deve subire il ricatto di eventuali conseguenze e incertezze che avrebbero le decisioni pubbliche sul concessionario privato».
«Due anni fa», si compiace Vito Crimi, capo politico del M5s, «in questa battaglia il Movimento era solo e, rispetto alla nostra fermezza, i partiti manifestavano timidezza o addirittura avversità: in primis i nostri alleati di governo di allora, che adesso fanno la voce grossa ma che allora frenavano cosi come a frenare ci sono alleati di oggi».
Matteo Renzi, però, non ne vuole sapere di dare l'ok alla revoca: «I populisti», scrive Renzi su Facebook, «chiedono da due anni la revoca della concessione. Facile da dire, difficile da fare. Perché se revochi senza titolo fai un regalo ai privati, ai Benetton, ai soci e apri un contenzioso miliardario che crea incertezza, blocco cantieri, licenziamenti. Se proprio lo Stato vuole tornare nella proprietà», aggiunge il leader di Italia viva, «l'unica possibilità è una operazione su Atlantia con un aumento di capitale e l'intervento di Cdp».
Anche l'opposizione interviene sulla vicenda: «Sono a favore della revoca», dice la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e sono per rimettere a gara, a condizioni diverse, con vincoli diversi, la gestione dell'infrastruttura. Non sono per la nazionalizzazione, sono per la gestione privata, però a condizioni che devono convenire al pubblico, non solo ai privati». «Il presidente del Consiglio», argomenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «ha in mano uno studio giuridico. Se ci sono gli estremi si revoca, se non ci sono si proroga. Sicuramente dichiarare e far perdere un titolo in borsa il 15% significa non saper fare bene il proprio mestiere. Faremo la segnalazione a tutti coloro che devono vigilare sulla regolarità della gestione dei risparmi e dell'andamento dei titoli in borsa (la Consob, ndr), perché i risparmiatori che hanno i titoli di Atlantia in tasca sono anche operai e lavoratori, non sono i milionari e i Benetton».
Zero certezze per il dopo Benetton
Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contro i Benetton, ieri sui quotidiani, in realtà sono sembrate, a chi segue il dossier autostrade, un fuoco di paglia. Il premier avrebbe da un lato cercato di tenere a freno i 5 stelle, dall'altro confermato come una revoca della concessione sia davvero difficile, se non impossibile. Non a caso, tra i virgolettati di Conte sulla Stampa, ce n'è uno dove si invitato tutti i ministri a decidere in modo collegiale sulla questione.
Non è casuale la mossa dell'avvocato Conte. Perché in questo modo sarebbe tutto l'esecutivo a rispondere di un possibile danno erariale nel caso in cui la Corte dei Conti ravvisasse irregolarità nella revoca della concessione o per la cattiva gestione del dossier autostrade. Per di più i Benetton sono pronti a tutto per ottenere i 23 miliardi di indennizzo in caso di revoca e non i 7, cioè un terzo, previsti nel decreto milleproroghe. La battaglia legale potrebbe durare anni, ma se l'esecutivo dovesse uscirne sconfitto sarebbe un problema notevole per le casse dello Stato.
Del resto, se Conte avesse voluto togliere la concessione ai Benetton avrebbe avuto la possibilità 2 anni fa, all'indomani del crollo del ponte Morandi di Genova. Nel frattempo ieri Atlantia, controllata dai Benetton, ha perso in borsa il 13,5 %. Ma nonostante i contraccolpi sui mercati si continua a lavorare per trovare una soluzione. La proposta di Atlantia di 3,4 miliardi di risarcimento, l'abbassamento delle tariffe, investimenti per il nuovo ponte Morandi e per le opere straordinarie di manutenzione sulla rete per un totale di 7 miliardi, sarà affrontata oggi in Consiglio dei ministri. Ma appare evidente che la soluzione dell'impasse passi di fatto dal nuovo azionariato di Aspi, controllata al momento all'88% da Atlantia e per il restante da fondi esteri, tra cui i cinesi di Silk Road con il 5%. Una revoca della concessione comporterebbe il fallimento della società che vanta un'esposizione per 10 miliardi con le banche e che manderebbe a gambe all'aria anche la galassia societaria dei Benetton, in Atlantia con il 30%. Come ieri spiegavano l'amministratore delegato di Aspi, Roberto Tomasi, e quello di Atlantia, Carlo Bertazzo, si parla nel complesso di un default totale da 20 miliardi con il rischio di 7.000 dipendenti senza lavoro. In pochi, soprattutto a Palazzo Chigi, pensano che lo Stato potrebbe sobbarcarsi una spesa di questo genere. In teoria ci sarebbe Anas che potrebbe occuparsi delle concessioni. Ma la società di via Mozambano non sembra in grado di potersi occupare di un impegno come questo, tanto più che nemmeno un mese fa è crollato un ponte tra Toscana e Liguria gestito proprio dall'azienda diretta da Massimo Simonini, dal 2018 nel gruppo Ferrovie dello Stato.
L'unica via d'uscita è quindi rivedere l'azionariato di Autostrade per l'Italia (Aspi). In questi mesi si è a lungo ragionato su come ridurre il potere dei Benetton. A quanto pare l'accordo sarebbe una riduzione dell'azionariato dall'88 al 37%. I 5 stelle però premono perché i Benetton escano definitivamente. Difficile che accada. Più che altro la trattativa del governo è su chi subentrerà e chi avrà la maggioranza. Il gruppo Benetton preferirebbe l'entrata di F2i, il fondo di investimento infrastrutturale di Renato Ravanelli che vedrebbe anche il sostegno di Fondazione Cariplo e di altre realtà. Il nodo però sembra essere la Cdp di Fabrizio Palermo. I grillini spingono perché via Goito sia della partita e soprattutto perché abbia la maggioranza delle quote. Scegliere un impegno da parte di Cassa depositi e prestiti sarebbe una scelta soprattutto politica, perché comporterebbe anche incarichi da affidare per la nuova governance di Aspi. Mentre optare per F2i sarebbe di sicuro una scelta più tecnica, organica al processo anche alla stessa Atlantia.
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Fibrillazioni nella maggioranza: Nicola Zingaretti s'accoda al premier, Vito Crimi punzecchia il Pd. E Matteo Renzi chiama «populisti» gli alleati.Atlantia rischia un crac da 20 miliardi e 7.000 posti di lavoro. Ma Anas non ha mezzi per subentrare ed è caos sul nuovo azionariato: ipotesi Cdp, in lizza pure il fondo F2i.Lo speciale contiene due articoli.Oggi alle 11 arriva in Consiglio dei ministri la questione Autostrade, e il governo rischia ancora una volta di implodere a causa dei contrasti interni alla maggioranza. Il premier, Giuseppe Conte, ieri ha anticipato la sua posizione a favore della revoca, allineandosi al M5s; il Pd, pur con diverse sfumature, non è pregiudizialmente contrario alla revoca; Italia viva invece annuncia battaglia, con Matteo Renzi che si dichiara contrario, attacca «i populisti» del M5s e fa traballare i giallorossi. Conte, ieri, al Fatto Quotidiano, ha sostanzialmente anticipato la sua decisione di procedere con la revoca delle concessione ad Autostrade per l'Italia: «Non sono per nulla soddisfatto delle proposte di transazione della famiglia Benetton», dice il premier, «due anni fa, dopo il crollo del ponte Morandi, abbiamo avviato la procedura di contestazione, mettendo in discussione la concessione ad Aspi. La mia sensazione è che Autostrade abbia scommesso sulla debolezza dei pubblici poteri nella tutela dei beni pubblici. Sabato», aggiunge Conte, «è arrivata una risposta ampiamente insoddisfacente, per non dire imbarazzante. Se crollasse un altro ponte, non potremmo sciogliere la convenzione e, se mai lo facessimo, dovremmo rifondere Aspi con 10 miliardi di euro, e solo per l'avviamento. Quando ho letto la proposta ho pensato a uno scherzo. I Benetton non prendono in giro il presidente del Consiglio e i ministri», argomenta il premier, «ma i famigliari delle vittime del ponte Morandi e tutti gli italiani. Allo stato dei fatti, intravedo una sola decisione, imposta proprio da Autostrade».Il Pd, dopo aver tentennato per mesi, si allinea alla intransigenza di Conte, pur lasciando ancora una possibilità ai Benetton: «La lettera di Aspi al governo», sottolinea il segretario dem, Nicola Zingaretti, «è deludente e conferma ulteriormente l'esigenza di un profondo cambio di indirizzo dell'azienda basato su impegni rigorosi in materia di tariffe, sicurezza e investimenti, e su un assetto societario che veda lo Stato al centro di una nuova compagine azionaria che assicuri l'avvio di questa nuova fase. I rilievi del presidente del Consiglio», sottolinea Zingaretti, «sono condivisibili. Il governo agisca tempestivamente e in modo unitario per giungere a una rapida conclusione in tal senso, assicurando quindi la soluzione migliore nell'interesse del paese e dei cittadini».«Domani (oggi, ndr)», aggiunge Conte nel pomeriggio, in conferenza stampa con Angela Merkel, «ci sarà un'informativa al Consiglio dei ministri, è una decisione che deve coinvolgere tutto il governo, tutti i ministri saranno nelle condizioni di conoscere i dettagli. Conseguenze della eventuale revoca? Se c'è stato un problema di cattiva manutenzione, se ci sono stati problemi di inadempimenti, la responsabilità va sul management soggetto ad azione di responsabilità», sottolinea Conte, «non sulla cittadinanza che deve subire il ricatto di eventuali conseguenze e incertezze che avrebbero le decisioni pubbliche sul concessionario privato».«Due anni fa», si compiace Vito Crimi, capo politico del M5s, «in questa battaglia il Movimento era solo e, rispetto alla nostra fermezza, i partiti manifestavano timidezza o addirittura avversità: in primis i nostri alleati di governo di allora, che adesso fanno la voce grossa ma che allora frenavano cosi come a frenare ci sono alleati di oggi».Matteo Renzi, però, non ne vuole sapere di dare l'ok alla revoca: «I populisti», scrive Renzi su Facebook, «chiedono da due anni la revoca della concessione. Facile da dire, difficile da fare. Perché se revochi senza titolo fai un regalo ai privati, ai Benetton, ai soci e apri un contenzioso miliardario che crea incertezza, blocco cantieri, licenziamenti. Se proprio lo Stato vuole tornare nella proprietà», aggiunge il leader di Italia viva, «l'unica possibilità è una operazione su Atlantia con un aumento di capitale e l'intervento di Cdp».Anche l'opposizione interviene sulla vicenda: «Sono a favore della revoca», dice la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e sono per rimettere a gara, a condizioni diverse, con vincoli diversi, la gestione dell'infrastruttura. Non sono per la nazionalizzazione, sono per la gestione privata, però a condizioni che devono convenire al pubblico, non solo ai privati». «Il presidente del Consiglio», argomenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «ha in mano uno studio giuridico. Se ci sono gli estremi si revoca, se non ci sono si proroga. Sicuramente dichiarare e far perdere un titolo in borsa il 15% significa non saper fare bene il proprio mestiere. Faremo la segnalazione a tutti coloro che devono vigilare sulla regolarità della gestione dei risparmi e dell'andamento dei titoli in borsa (la Consob, ndr), perché i risparmiatori che hanno i titoli di Atlantia in tasca sono anche operai e lavoratori, non sono i milionari e i Benetton».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-preme-per-la-revoca-ad-aspi-i-dem-a-rimorchio-solita-piazzata-di-iv-2646404669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zero-certezze-per-il-dopo-benetton" data-post-id="2646404669" data-published-at="1594687496" data-use-pagination="False"> Zero certezze per il dopo Benetton Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contro i Benetton, ieri sui quotidiani, in realtà sono sembrate, a chi segue il dossier autostrade, un fuoco di paglia. Il premier avrebbe da un lato cercato di tenere a freno i 5 stelle, dall'altro confermato come una revoca della concessione sia davvero difficile, se non impossibile. Non a caso, tra i virgolettati di Conte sulla Stampa, ce n'è uno dove si invitato tutti i ministri a decidere in modo collegiale sulla questione. Non è casuale la mossa dell'avvocato Conte. Perché in questo modo sarebbe tutto l'esecutivo a rispondere di un possibile danno erariale nel caso in cui la Corte dei Conti ravvisasse irregolarità nella revoca della concessione o per la cattiva gestione del dossier autostrade. Per di più i Benetton sono pronti a tutto per ottenere i 23 miliardi di indennizzo in caso di revoca e non i 7, cioè un terzo, previsti nel decreto milleproroghe. La battaglia legale potrebbe durare anni, ma se l'esecutivo dovesse uscirne sconfitto sarebbe un problema notevole per le casse dello Stato. Del resto, se Conte avesse voluto togliere la concessione ai Benetton avrebbe avuto la possibilità 2 anni fa, all'indomani del crollo del ponte Morandi di Genova. Nel frattempo ieri Atlantia, controllata dai Benetton, ha perso in borsa il 13,5 %. Ma nonostante i contraccolpi sui mercati si continua a lavorare per trovare una soluzione. La proposta di Atlantia di 3,4 miliardi di risarcimento, l'abbassamento delle tariffe, investimenti per il nuovo ponte Morandi e per le opere straordinarie di manutenzione sulla rete per un totale di 7 miliardi, sarà affrontata oggi in Consiglio dei ministri. Ma appare evidente che la soluzione dell'impasse passi di fatto dal nuovo azionariato di Aspi, controllata al momento all'88% da Atlantia e per il restante da fondi esteri, tra cui i cinesi di Silk Road con il 5%. Una revoca della concessione comporterebbe il fallimento della società che vanta un'esposizione per 10 miliardi con le banche e che manderebbe a gambe all'aria anche la galassia societaria dei Benetton, in Atlantia con il 30%. Come ieri spiegavano l'amministratore delegato di Aspi, Roberto Tomasi, e quello di Atlantia, Carlo Bertazzo, si parla nel complesso di un default totale da 20 miliardi con il rischio di 7.000 dipendenti senza lavoro. In pochi, soprattutto a Palazzo Chigi, pensano che lo Stato potrebbe sobbarcarsi una spesa di questo genere. In teoria ci sarebbe Anas che potrebbe occuparsi delle concessioni. Ma la società di via Mozambano non sembra in grado di potersi occupare di un impegno come questo, tanto più che nemmeno un mese fa è crollato un ponte tra Toscana e Liguria gestito proprio dall'azienda diretta da Massimo Simonini, dal 2018 nel gruppo Ferrovie dello Stato. L'unica via d'uscita è quindi rivedere l'azionariato di Autostrade per l'Italia (Aspi). In questi mesi si è a lungo ragionato su come ridurre il potere dei Benetton. A quanto pare l'accordo sarebbe una riduzione dell'azionariato dall'88 al 37%. I 5 stelle però premono perché i Benetton escano definitivamente. Difficile che accada. Più che altro la trattativa del governo è su chi subentrerà e chi avrà la maggioranza. Il gruppo Benetton preferirebbe l'entrata di F2i, il fondo di investimento infrastrutturale di Renato Ravanelli che vedrebbe anche il sostegno di Fondazione Cariplo e di altre realtà. Il nodo però sembra essere la Cdp di Fabrizio Palermo. I grillini spingono perché via Goito sia della partita e soprattutto perché abbia la maggioranza delle quote. Scegliere un impegno da parte di Cassa depositi e prestiti sarebbe una scelta soprattutto politica, perché comporterebbe anche incarichi da affidare per la nuova governance di Aspi. Mentre optare per F2i sarebbe di sicuro una scelta più tecnica, organica al processo anche alla stessa Atlantia.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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Il direttore de «La Verità» Maurizio Belpietro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani
La terza edizione de Il giorno della Verità si è aperta con l'intervista del direttore Maurizio Belpietro al ministro degli Esteri Antonio Tajani. In merito allo scontro degli ultimi giorni fra Meloni e Trump, Tajani ha ribadito come sia «inaccettabile che vi siano offese nei confronti della premier». Eppure, ha sottolineato che «dobbiamo preservare la nostra alleanza con gli Usa: non possiamo pensare di dividere l'Occidente, che deve essere sempre più unito di fronte alle sfide odierne con Russia, CIna, India. Altrimenti sarà difficile essere competitivi da soli. Anche gli Usa hanno bisogno di noi: ricordiamo che l'Italia è la seconda manifattura europea».
Sempre riguardo alla querelle con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri ritiene che «non bisogna fare la guerra a nessuno, ma dobbiamo farci rispettare. Abbiamo dato dei segnali politici forti, annullando la mia missione negli Usa. Continuiamo comunque a lavorare su tutti i dossier che riguardano le materie prime e la Nato. Guardiamo avanti come alleati».
Belpietro ha introdotto quindi la situazione del conflitto russo-ucraino, in vista di un possibile accordo di pace. «Bisogna trovare una figura che parli per tutti. Ma dobbiamo sceglierla noi, non Putin. E deve essere una figura credibile a livello istituzionale, possibilmente che abbia buone relazioni con il Cremlino», sostiene Tajani. Sul gas russo, l'Italia deve rimanere coerente con quanto ha scelto secondo il ministro degli Esteri: «Abbiamo fatto una scelta e dobbiamo essere coerenti, abbiamo alternative e le stiamo perseguendo. Lavoreremo anche sul nucleare. Ma se vogliamo spingere Putin a sedersi al tavolo, bisogna mandargli dei messaggi chiari. Non può valere la regola del più forte».
A livello geopolitico, Tajani ha ribadito con vigore la posizione in cui l'Italia si colloca sullo scacchiere geopolitico: «Non abbiamo alternativa all'Europa, non possiamo competere a livello globale con Cina, Usa, Russia. L'Europa, oltretutto, condivide le radici comuni cristiane. Il problema è che manca di una leadership forte. L'Italia, in questo contesto, è il Paese più stabile: si tratta del secondo governo più longevo di tutti i tempi. Per migliorare come Unione europea, dobbiamo creare un mercato unico dei capitali e dell'energia.»
Il soggetto si è poi spostato sulla politica interna, in particolare su Roberto Vannacci e il suo partito, Futuro nazionale, come nuovo soggetto politico: La coalizione di centrodestra si è sempre mostrata solida, anche se apparteniamo a famiglie diverse. Siamo un'alleanza strategica che offre all'elettorato opportunità e sfumature diverse con lo stesso obiettivo. Governiamo quindi bene insieme. Per quanto riguarda Vannacci, è lui che si è messo contro il centrodestra. Aveva detto che non avrebbe mai creato un nuovo partito, che era un'insinuazione di Conte e Schlein per dividere il centrodestra. Poi, invece, ha fatto tutto il contrario. È lui, quindi, che esclude qualsiasi alleanza con il centrodestra, perché fa il gioco della sinistra. Deve trovare un accordo con se stesso».
Il tema di un allargamento della coalizione verso il centro trova invece terreno fertile nella visione strategica di Forza Italia: «In alcuni casi è possibile, magari nelle grandi città. Aggregarsi aiuta a vincere le elezioni. Su alcune questioni abbiamo idee simili. Nello specifico, se a Milano ci fosse Cottarelli come civico potrebbe essere vincente, e mettere la sinistra all'opposizione dopo la pessima gestione dell'attuale giunta. Credo che nel capoluogo lombardo serva proprio un alleato civico che allarghi i confini del centrodestra».
Infine, il direttore della Verità chiama in causa il presunto conflitto di Tajani con la famiglia Berlusconi. «Assolutamente no, sono i giornali di sinistra che cercano di mettere in risalto qualsiasi cosa come se fosse una guerra civile. In realtà» spiega il ministro «non c'è mai stata nessuna polemica. Ascolto i loro consigli perché forniscono idee preziose, perché hanno a cuore Forza Italia. Ma il mio compito è far sì che il partito vada avanti, non sia legato alla storia. Io sono stato la guida in questa fase e continuerò a esserlo».
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