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2020-07-14
L’avvocato preme per la revoca ad Aspi. I dem a rimorchio, solita piazzata di Iv
Ansa
Oggi alle 11 arriva in Consiglio dei ministri la questione Autostrade, e il governo rischia ancora una volta di implodere a causa dei contrasti interni alla maggioranza. Il premier, Giuseppe Conte, ieri ha anticipato la sua posizione a favore della revoca, allineandosi al M5s; il Pd, pur con diverse sfumature, non è pregiudizialmente contrario alla revoca; Italia viva invece annuncia battaglia, con Matteo Renzi che si dichiara contrario, attacca «i populisti» del M5s e fa traballare i giallorossi.
Conte, ieri, al Fatto Quotidiano, ha sostanzialmente anticipato la sua decisione di procedere con la revoca delle concessione ad Autostrade per l'Italia: «Non sono per nulla soddisfatto delle proposte di transazione della famiglia Benetton», dice il premier, «due anni fa, dopo il crollo del ponte Morandi, abbiamo avviato la procedura di contestazione, mettendo in discussione la concessione ad Aspi. La mia sensazione è che Autostrade abbia scommesso sulla debolezza dei pubblici poteri nella tutela dei beni pubblici. Sabato», aggiunge Conte, «è arrivata una risposta ampiamente insoddisfacente, per non dire imbarazzante. Se crollasse un altro ponte, non potremmo sciogliere la convenzione e, se mai lo facessimo, dovremmo rifondere Aspi con 10 miliardi di euro, e solo per l'avviamento. Quando ho letto la proposta ho pensato a uno scherzo. I Benetton non prendono in giro il presidente del Consiglio e i ministri», argomenta il premier, «ma i famigliari delle vittime del ponte Morandi e tutti gli italiani. Allo stato dei fatti, intravedo una sola decisione, imposta proprio da Autostrade».
Il Pd, dopo aver tentennato per mesi, si allinea alla intransigenza di Conte, pur lasciando ancora una possibilità ai Benetton: «La lettera di Aspi al governo», sottolinea il segretario dem, Nicola Zingaretti, «è deludente e conferma ulteriormente l'esigenza di un profondo cambio di indirizzo dell'azienda basato su impegni rigorosi in materia di tariffe, sicurezza e investimenti, e su un assetto societario che veda lo Stato al centro di una nuova compagine azionaria che assicuri l'avvio di questa nuova fase. I rilievi del presidente del Consiglio», sottolinea Zingaretti, «sono condivisibili. Il governo agisca tempestivamente e in modo unitario per giungere a una rapida conclusione in tal senso, assicurando quindi la soluzione migliore nell'interesse del paese e dei cittadini».
«Domani (oggi, ndr)», aggiunge Conte nel pomeriggio, in conferenza stampa con Angela Merkel, «ci sarà un'informativa al Consiglio dei ministri, è una decisione che deve coinvolgere tutto il governo, tutti i ministri saranno nelle condizioni di conoscere i dettagli. Conseguenze della eventuale revoca? Se c'è stato un problema di cattiva manutenzione, se ci sono stati problemi di inadempimenti, la responsabilità va sul management soggetto ad azione di responsabilità», sottolinea Conte, «non sulla cittadinanza che deve subire il ricatto di eventuali conseguenze e incertezze che avrebbero le decisioni pubbliche sul concessionario privato».
«Due anni fa», si compiace Vito Crimi, capo politico del M5s, «in questa battaglia il Movimento era solo e, rispetto alla nostra fermezza, i partiti manifestavano timidezza o addirittura avversità: in primis i nostri alleati di governo di allora, che adesso fanno la voce grossa ma che allora frenavano cosi come a frenare ci sono alleati di oggi».
Matteo Renzi, però, non ne vuole sapere di dare l'ok alla revoca: «I populisti», scrive Renzi su Facebook, «chiedono da due anni la revoca della concessione. Facile da dire, difficile da fare. Perché se revochi senza titolo fai un regalo ai privati, ai Benetton, ai soci e apri un contenzioso miliardario che crea incertezza, blocco cantieri, licenziamenti. Se proprio lo Stato vuole tornare nella proprietà», aggiunge il leader di Italia viva, «l'unica possibilità è una operazione su Atlantia con un aumento di capitale e l'intervento di Cdp».
Anche l'opposizione interviene sulla vicenda: «Sono a favore della revoca», dice la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e sono per rimettere a gara, a condizioni diverse, con vincoli diversi, la gestione dell'infrastruttura. Non sono per la nazionalizzazione, sono per la gestione privata, però a condizioni che devono convenire al pubblico, non solo ai privati». «Il presidente del Consiglio», argomenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «ha in mano uno studio giuridico. Se ci sono gli estremi si revoca, se non ci sono si proroga. Sicuramente dichiarare e far perdere un titolo in borsa il 15% significa non saper fare bene il proprio mestiere. Faremo la segnalazione a tutti coloro che devono vigilare sulla regolarità della gestione dei risparmi e dell'andamento dei titoli in borsa (la Consob, ndr), perché i risparmiatori che hanno i titoli di Atlantia in tasca sono anche operai e lavoratori, non sono i milionari e i Benetton».
Zero certezze per il dopo Benetton
Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contro i Benetton, ieri sui quotidiani, in realtà sono sembrate, a chi segue il dossier autostrade, un fuoco di paglia. Il premier avrebbe da un lato cercato di tenere a freno i 5 stelle, dall'altro confermato come una revoca della concessione sia davvero difficile, se non impossibile. Non a caso, tra i virgolettati di Conte sulla Stampa, ce n'è uno dove si invitato tutti i ministri a decidere in modo collegiale sulla questione.
Non è casuale la mossa dell'avvocato Conte. Perché in questo modo sarebbe tutto l'esecutivo a rispondere di un possibile danno erariale nel caso in cui la Corte dei Conti ravvisasse irregolarità nella revoca della concessione o per la cattiva gestione del dossier autostrade. Per di più i Benetton sono pronti a tutto per ottenere i 23 miliardi di indennizzo in caso di revoca e non i 7, cioè un terzo, previsti nel decreto milleproroghe. La battaglia legale potrebbe durare anni, ma se l'esecutivo dovesse uscirne sconfitto sarebbe un problema notevole per le casse dello Stato.
Del resto, se Conte avesse voluto togliere la concessione ai Benetton avrebbe avuto la possibilità 2 anni fa, all'indomani del crollo del ponte Morandi di Genova. Nel frattempo ieri Atlantia, controllata dai Benetton, ha perso in borsa il 13,5 %. Ma nonostante i contraccolpi sui mercati si continua a lavorare per trovare una soluzione. La proposta di Atlantia di 3,4 miliardi di risarcimento, l'abbassamento delle tariffe, investimenti per il nuovo ponte Morandi e per le opere straordinarie di manutenzione sulla rete per un totale di 7 miliardi, sarà affrontata oggi in Consiglio dei ministri. Ma appare evidente che la soluzione dell'impasse passi di fatto dal nuovo azionariato di Aspi, controllata al momento all'88% da Atlantia e per il restante da fondi esteri, tra cui i cinesi di Silk Road con il 5%. Una revoca della concessione comporterebbe il fallimento della società che vanta un'esposizione per 10 miliardi con le banche e che manderebbe a gambe all'aria anche la galassia societaria dei Benetton, in Atlantia con il 30%. Come ieri spiegavano l'amministratore delegato di Aspi, Roberto Tomasi, e quello di Atlantia, Carlo Bertazzo, si parla nel complesso di un default totale da 20 miliardi con il rischio di 7.000 dipendenti senza lavoro. In pochi, soprattutto a Palazzo Chigi, pensano che lo Stato potrebbe sobbarcarsi una spesa di questo genere. In teoria ci sarebbe Anas che potrebbe occuparsi delle concessioni. Ma la società di via Mozambano non sembra in grado di potersi occupare di un impegno come questo, tanto più che nemmeno un mese fa è crollato un ponte tra Toscana e Liguria gestito proprio dall'azienda diretta da Massimo Simonini, dal 2018 nel gruppo Ferrovie dello Stato.
L'unica via d'uscita è quindi rivedere l'azionariato di Autostrade per l'Italia (Aspi). In questi mesi si è a lungo ragionato su come ridurre il potere dei Benetton. A quanto pare l'accordo sarebbe una riduzione dell'azionariato dall'88 al 37%. I 5 stelle però premono perché i Benetton escano definitivamente. Difficile che accada. Più che altro la trattativa del governo è su chi subentrerà e chi avrà la maggioranza. Il gruppo Benetton preferirebbe l'entrata di F2i, il fondo di investimento infrastrutturale di Renato Ravanelli che vedrebbe anche il sostegno di Fondazione Cariplo e di altre realtà. Il nodo però sembra essere la Cdp di Fabrizio Palermo. I grillini spingono perché via Goito sia della partita e soprattutto perché abbia la maggioranza delle quote. Scegliere un impegno da parte di Cassa depositi e prestiti sarebbe una scelta soprattutto politica, perché comporterebbe anche incarichi da affidare per la nuova governance di Aspi. Mentre optare per F2i sarebbe di sicuro una scelta più tecnica, organica al processo anche alla stessa Atlantia.
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Fibrillazioni nella maggioranza: Nicola Zingaretti s'accoda al premier, Vito Crimi punzecchia il Pd. E Matteo Renzi chiama «populisti» gli alleati.Atlantia rischia un crac da 20 miliardi e 7.000 posti di lavoro. Ma Anas non ha mezzi per subentrare ed è caos sul nuovo azionariato: ipotesi Cdp, in lizza pure il fondo F2i.Lo speciale contiene due articoli.Oggi alle 11 arriva in Consiglio dei ministri la questione Autostrade, e il governo rischia ancora una volta di implodere a causa dei contrasti interni alla maggioranza. Il premier, Giuseppe Conte, ieri ha anticipato la sua posizione a favore della revoca, allineandosi al M5s; il Pd, pur con diverse sfumature, non è pregiudizialmente contrario alla revoca; Italia viva invece annuncia battaglia, con Matteo Renzi che si dichiara contrario, attacca «i populisti» del M5s e fa traballare i giallorossi. Conte, ieri, al Fatto Quotidiano, ha sostanzialmente anticipato la sua decisione di procedere con la revoca delle concessione ad Autostrade per l'Italia: «Non sono per nulla soddisfatto delle proposte di transazione della famiglia Benetton», dice il premier, «due anni fa, dopo il crollo del ponte Morandi, abbiamo avviato la procedura di contestazione, mettendo in discussione la concessione ad Aspi. La mia sensazione è che Autostrade abbia scommesso sulla debolezza dei pubblici poteri nella tutela dei beni pubblici. Sabato», aggiunge Conte, «è arrivata una risposta ampiamente insoddisfacente, per non dire imbarazzante. Se crollasse un altro ponte, non potremmo sciogliere la convenzione e, se mai lo facessimo, dovremmo rifondere Aspi con 10 miliardi di euro, e solo per l'avviamento. Quando ho letto la proposta ho pensato a uno scherzo. I Benetton non prendono in giro il presidente del Consiglio e i ministri», argomenta il premier, «ma i famigliari delle vittime del ponte Morandi e tutti gli italiani. Allo stato dei fatti, intravedo una sola decisione, imposta proprio da Autostrade».Il Pd, dopo aver tentennato per mesi, si allinea alla intransigenza di Conte, pur lasciando ancora una possibilità ai Benetton: «La lettera di Aspi al governo», sottolinea il segretario dem, Nicola Zingaretti, «è deludente e conferma ulteriormente l'esigenza di un profondo cambio di indirizzo dell'azienda basato su impegni rigorosi in materia di tariffe, sicurezza e investimenti, e su un assetto societario che veda lo Stato al centro di una nuova compagine azionaria che assicuri l'avvio di questa nuova fase. I rilievi del presidente del Consiglio», sottolinea Zingaretti, «sono condivisibili. Il governo agisca tempestivamente e in modo unitario per giungere a una rapida conclusione in tal senso, assicurando quindi la soluzione migliore nell'interesse del paese e dei cittadini».«Domani (oggi, ndr)», aggiunge Conte nel pomeriggio, in conferenza stampa con Angela Merkel, «ci sarà un'informativa al Consiglio dei ministri, è una decisione che deve coinvolgere tutto il governo, tutti i ministri saranno nelle condizioni di conoscere i dettagli. Conseguenze della eventuale revoca? Se c'è stato un problema di cattiva manutenzione, se ci sono stati problemi di inadempimenti, la responsabilità va sul management soggetto ad azione di responsabilità», sottolinea Conte, «non sulla cittadinanza che deve subire il ricatto di eventuali conseguenze e incertezze che avrebbero le decisioni pubbliche sul concessionario privato».«Due anni fa», si compiace Vito Crimi, capo politico del M5s, «in questa battaglia il Movimento era solo e, rispetto alla nostra fermezza, i partiti manifestavano timidezza o addirittura avversità: in primis i nostri alleati di governo di allora, che adesso fanno la voce grossa ma che allora frenavano cosi come a frenare ci sono alleati di oggi».Matteo Renzi, però, non ne vuole sapere di dare l'ok alla revoca: «I populisti», scrive Renzi su Facebook, «chiedono da due anni la revoca della concessione. Facile da dire, difficile da fare. Perché se revochi senza titolo fai un regalo ai privati, ai Benetton, ai soci e apri un contenzioso miliardario che crea incertezza, blocco cantieri, licenziamenti. Se proprio lo Stato vuole tornare nella proprietà», aggiunge il leader di Italia viva, «l'unica possibilità è una operazione su Atlantia con un aumento di capitale e l'intervento di Cdp».Anche l'opposizione interviene sulla vicenda: «Sono a favore della revoca», dice la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e sono per rimettere a gara, a condizioni diverse, con vincoli diversi, la gestione dell'infrastruttura. Non sono per la nazionalizzazione, sono per la gestione privata, però a condizioni che devono convenire al pubblico, non solo ai privati». «Il presidente del Consiglio», argomenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «ha in mano uno studio giuridico. Se ci sono gli estremi si revoca, se non ci sono si proroga. Sicuramente dichiarare e far perdere un titolo in borsa il 15% significa non saper fare bene il proprio mestiere. Faremo la segnalazione a tutti coloro che devono vigilare sulla regolarità della gestione dei risparmi e dell'andamento dei titoli in borsa (la Consob, ndr), perché i risparmiatori che hanno i titoli di Atlantia in tasca sono anche operai e lavoratori, non sono i milionari e i Benetton».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-preme-per-la-revoca-ad-aspi-i-dem-a-rimorchio-solita-piazzata-di-iv-2646404669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zero-certezze-per-il-dopo-benetton" data-post-id="2646404669" data-published-at="1594687496" data-use-pagination="False"> Zero certezze per il dopo Benetton Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contro i Benetton, ieri sui quotidiani, in realtà sono sembrate, a chi segue il dossier autostrade, un fuoco di paglia. Il premier avrebbe da un lato cercato di tenere a freno i 5 stelle, dall'altro confermato come una revoca della concessione sia davvero difficile, se non impossibile. Non a caso, tra i virgolettati di Conte sulla Stampa, ce n'è uno dove si invitato tutti i ministri a decidere in modo collegiale sulla questione. Non è casuale la mossa dell'avvocato Conte. Perché in questo modo sarebbe tutto l'esecutivo a rispondere di un possibile danno erariale nel caso in cui la Corte dei Conti ravvisasse irregolarità nella revoca della concessione o per la cattiva gestione del dossier autostrade. Per di più i Benetton sono pronti a tutto per ottenere i 23 miliardi di indennizzo in caso di revoca e non i 7, cioè un terzo, previsti nel decreto milleproroghe. La battaglia legale potrebbe durare anni, ma se l'esecutivo dovesse uscirne sconfitto sarebbe un problema notevole per le casse dello Stato. Del resto, se Conte avesse voluto togliere la concessione ai Benetton avrebbe avuto la possibilità 2 anni fa, all'indomani del crollo del ponte Morandi di Genova. Nel frattempo ieri Atlantia, controllata dai Benetton, ha perso in borsa il 13,5 %. Ma nonostante i contraccolpi sui mercati si continua a lavorare per trovare una soluzione. La proposta di Atlantia di 3,4 miliardi di risarcimento, l'abbassamento delle tariffe, investimenti per il nuovo ponte Morandi e per le opere straordinarie di manutenzione sulla rete per un totale di 7 miliardi, sarà affrontata oggi in Consiglio dei ministri. Ma appare evidente che la soluzione dell'impasse passi di fatto dal nuovo azionariato di Aspi, controllata al momento all'88% da Atlantia e per il restante da fondi esteri, tra cui i cinesi di Silk Road con il 5%. Una revoca della concessione comporterebbe il fallimento della società che vanta un'esposizione per 10 miliardi con le banche e che manderebbe a gambe all'aria anche la galassia societaria dei Benetton, in Atlantia con il 30%. Come ieri spiegavano l'amministratore delegato di Aspi, Roberto Tomasi, e quello di Atlantia, Carlo Bertazzo, si parla nel complesso di un default totale da 20 miliardi con il rischio di 7.000 dipendenti senza lavoro. In pochi, soprattutto a Palazzo Chigi, pensano che lo Stato potrebbe sobbarcarsi una spesa di questo genere. In teoria ci sarebbe Anas che potrebbe occuparsi delle concessioni. Ma la società di via Mozambano non sembra in grado di potersi occupare di un impegno come questo, tanto più che nemmeno un mese fa è crollato un ponte tra Toscana e Liguria gestito proprio dall'azienda diretta da Massimo Simonini, dal 2018 nel gruppo Ferrovie dello Stato. L'unica via d'uscita è quindi rivedere l'azionariato di Autostrade per l'Italia (Aspi). In questi mesi si è a lungo ragionato su come ridurre il potere dei Benetton. A quanto pare l'accordo sarebbe una riduzione dell'azionariato dall'88 al 37%. I 5 stelle però premono perché i Benetton escano definitivamente. Difficile che accada. Più che altro la trattativa del governo è su chi subentrerà e chi avrà la maggioranza. Il gruppo Benetton preferirebbe l'entrata di F2i, il fondo di investimento infrastrutturale di Renato Ravanelli che vedrebbe anche il sostegno di Fondazione Cariplo e di altre realtà. Il nodo però sembra essere la Cdp di Fabrizio Palermo. I grillini spingono perché via Goito sia della partita e soprattutto perché abbia la maggioranza delle quote. Scegliere un impegno da parte di Cassa depositi e prestiti sarebbe una scelta soprattutto politica, perché comporterebbe anche incarichi da affidare per la nuova governance di Aspi. Mentre optare per F2i sarebbe di sicuro una scelta più tecnica, organica al processo anche alla stessa Atlantia.
Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali provincie di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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