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2019-07-14
L’avvocato massone guidava la trattativa all’hotel Metropol
Ansa
Il puzzle si sta componendo e, uno a uno, stanno uscendo i nomi dei sei partecipanti alla colazione dell'hotel Metropol di Mosca, tre russi e tre italiani, che hanno discusso di petrolio e ipotetici finanziamenti alla Lega. Il primo nome emerso è stato quello di Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini. Il secondo protagonista si è rivelato da solo. Ed è l'uomo che con le sue parole ha fatto ipotizzare il reato di corruzione internazionale. Infatti, quando i sei parlano di come far avere un finanziamento alla Lega, entra nei dettagli e calcola anche la commissione per i russi: «Se ora dici che lo sconto è del 10%, direi che il 6% è vostro» esclama. «Oltre il 4%, noi non ne abbiamo bisogno».
In una lettera a Repubblica ha svelato di essere non «il banchiere Luca», ma un avvocato internazionalista, «che esercita la professione da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles anche nel ramo del diritto d'affari». Quindi ha precisato di aver partecipato alla riunione del 18 ottobre all'hotel Metropol a Mosca «in qualità di general counsel di una banca d'affari anglotedesca debitamente autorizzata al commodity trading e interessata all'acquisto di prodotti petroliferi di origine russa». Ha pure confermato «di aver conosciuto il Gianluca Savoini e di averne apprezzato l'assoluto disinteresse personale nei pochi incontri avuti in relazione alle trattative». Però nella missiva non rivela i nomi dei restanti interlocutori, salvo specificare che si tratterebbe di «esperti sia in compravendite internazionali» e di petrolio. Ma l'affare «non si perfezionò». L'avvocato è il cosentino Gianluca Meranda, classe 1970, iscritto all'albo dal 2001. Alla Camera di commercio risulta socio al 50% di Giovanni Orsolini, imprenditore edile di Monterotondo (Roma), in due ditte: la Costruzioni Edil Piave srl e la Orsolini costruzioni, dichiarata fallita nel 2013. Ma dal 2018 è diventato general counsel della Euro-IB, una banca d'investimenti con uffici a Londra, Francoforte e una rappresentanza a Roma. Fondatore e amministratore delegato dell'istituto è Alexander von Ungern-Sternberg, rampollo di una nobile famiglia tedesca, con ottime entrature nelle principali banche internazionali. La Euro-IB in Gran Bretagna ha acquisito circa un anno e mezzo fa le licenze per operare nel settore delle materie prime, tra cui il petrolio. «Ma finora non abbiamo acquistato e rivenduto neanche un litro di oro nero. È un mercato complesso», sospira Glauco Verdoia, cinquantanovenne piemontese, a capo dell'ufficio di Roma. Verdoia, però, ci tiene a precisare: «Sapevamo che Meranda era andato a Mosca a trattare delle partite di petrolio, ma ha organizzato direttamente gli incontri, senza coinvolgere la banca, che non conosceva i suoi interlocutori, e ha riferito i contenuti degli accordi in termini generali solo dopo il ritorno in Italia».
Meranda sarebbe molto geloso dei suoi contatti, ma non ha mai fatto mistero di conoscere Savoini e di essere un simpatizzante di Salvini (su Facebook è collegato a un sito aperto nel 2018 e intitolato «Salvini premier»). Assicura, però, di non votare da dieci anni. Chi lo frequenta dice anche che avrebbe mal digerito, lui uomo di destra, l'alleanza della Lega con M5s. Nega di essersi «mai occupato di finanziamenti ai partiti» o di aver avuto incarichi politici. L'unica tessera a cui tiene è quella di libero muratore. Dovrebbe far parte della Serenissima gran loggia d'Italia guidata dal gran maestro Massimo Criscuoli Tortora e nel maggio 2015 un giornale per grembiulini pubblicò una notizia che lo riguardava: «Per la prima volta nella storia della massoneria italiana è stata costituita una fondazione massonica. Oggi, infatti, alcuni lungimiranti massoni, con il supporto del Supremo Consiglio Unito d'Italia e della Serenissima Gran Loggia d'Italia, hanno rogitato (…) ed hanno costituito la Fondazione massonica». Tra i fondatori anche Meranda che venne nominato vicepresidente.
Ma torniamo al Metropol. Chi erano i russi presenti all'incontro? Qualcuno dice che tra i partecipanti ci fosse Konstantin Malofeev, l'oligarca incaricato dal Cremlino di tenere i rapporti e appoggiare i sovranisti occidentali. Non è un mistero che sia in contatto con Savoini. Dopo l'incontro del 18 ottobre, Meranda è tornato a Roma e il 20 ha informato i suoi assistiti della Euro-IB della possibilità di acquistare a buon prezzo 3 milioni di tonnellate di petrolio, il quantitativo citato nella registrazione del Metropol. E la compagnia che avrebbe dovuto fornirlo è la Rosneft, la principale compagnia petrolifera pubblica russa, più volte citata nell'audio. Si parla anche di una «banca d'investimento» che dovrà firmare l'accordo e ottenere «il margine aggiuntivo», quello destinato alla Lega. Meranda si fa prendere dall'entusiasmo: «Con la prima consegna, Gianluca (Savoini, ndr), prendiamo la banca. Voglio essere nella sala di comando. […] La banca sarà necessaria per altre enne operazioni».
Dopo il ritorno di Italia di Meranda, la Euro-IB, il 29 ottobre, consegna al suo consigliere legale una lettera di intenti non vincolante con una richiesta di quotazione da inviare alla Rosneft, per avere una proposta di prezzo. Ma da quel momento dalla Russia, a quanto risulta, non sono più arrivate risposte. «Meranda diceva che c'erano problematiche, che bisognava rimandare a dopo Natale, che non si riuscivano a raggiungere gli accordi», ricorda Verdoia. «Chiesi: “Quali accordi?" e rispose che c'erano delle cose da vedere, dei bilanciamenti da fare, ma da lì non ho più nemmeno chiesto, avendo perso interesse nell'operazione». Tra il 12 e il 14 dicembre Meranda è tornato a Mosca e dalla Russia ha scritto a Verdoia questo Whatsapp: «Non ci sono sviluppi». A quanto risulta alla Verità l'avvocato a inizio 2019 tentò di cambiare cavallo e si rivolse a un noto lobbista romano con solidi rapporti a Mosca. Ma anche in questo caso non si concretizzò nulla.
Meranda ha anche raccontato in banca di aver partecipato a un'importante serata con Savoini, che aveva già incontrato in Italia, e alti papaveri russi, propedeutica all'incontro del Metropol. Ma il legale cosentino, ieri, con le agenzie di stampa, ha puntualizzato: «Durante il nostro incontro a Mosca - dove si è trattato di una normale operazione professionale - non era presente Matteo Salvini ed escluderei che lui sapesse qualcosa di questo incontro». Poi ha aggiunto: «Non posso dire di non aver mai incontrato Matteo Salvini, ma non è stato per questioni professionali. Posso dire di averlo incontrato in occasioni pubbliche».
Sa qualcosa di quei giorni anche il vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, imprenditore con radici di sinistra che, però, è entrato in confidenza con Matteo Salvini (i due si frequentano a Pinzolo, dove hanno casa). Quattro o cinque anni fa venne incaricato di individuare personalità politiche di livello disponibili a riconoscere la Crimea. «Salvini era un europarlamentare e in modo altruistico ha preso un aereo e lo abbiamo portato a Mosca da Putin e poi ha fatto la sua scalata politica», ricorda. Nel 2018 Candoni avrebbe messo in guardia il vicepremier, come ha svelato con questo post su Facebook: «Mosca. Mercoledì 17 ottobre 2018. Confindustria Russia. Matteo lo sai vero che se domani vai al Metropol con Savoini ti prendo a calci nel culo fino a Vladivostok…!!! Sì certo. Mica sono così scemo. Domani prendo il primo volo e vado a chiudere la campagna elettorale a Trento». Candoni spiega così quel messaggio: «Se ci sono questioni di business un politico non ce lo faccio andare. E poi al Metropol non ci porti neanche l'amante perché è pieno di microspie, a meno che tu non ci voglia andare per fare una recita. Io sapevo che il 18 Salvini doveva fare altri incontri a Mosca, ma sapevo anche che c'era un importante elezione a Trento e gli ho suggerito di tornare in Italia. Salvini ha grande naso politico, ma ha una totale disintermediazione, incontra tutti e si fa portare come una madonna incoronata ovunque. Mal sopporto, anche epidermicamente, tutto il giro leghista che si muove in modo scomposto intorno a lui. Le due regole che ti insegnano a Mosca sono di non andare alle cene in cui non sai chi ci sia e di non occuparti di intermediazioni di gas e petrolio. Regole che questo giro di apprendisti stregoni leghisti non ha rispettato. Non faccio parte del team di Salvini, ma penso che non abbia una struttura adeguata per tutelarlo. Savoini fa più danni che altro, non so se millanti, ma ha questo atteggiamento da spia russa, anche se per me i delinquenti veri sono altri».
Giacomo Amadori
Il Pd ne approfitta: «Dimissioni immediate»
Il Pd va all'attacco di Matteo Salvini: l'affaire Savoini viene utilizzato per tentare di mettere in difficoltà il ministro dell'Interno. Ieri è stato proprio Salvini a ironizzare: «Mamma mia che vento! Speriamo», ha scritto Salvini, pubblicando su Facebook una foto in spiaggia, «che non arrivi dalla Russia, altrimenti partono altre cinque inchieste sulla Lega».
La raffica di attacchi viene soprattutto dal Pd. «Salvini nervoso, sprezzante, sempre sopra le righe. Si vede», scrive su Twitter Paolo Gentiloni, «che non può dire la cosa più semplice: il mio fedelissimo Savoini è un truffatore». «Questi», scrive Matteo Renzi su Facebook, pubblicando una foto che ritrae insieme Matteo Salvini e l'ex vicecancelliere austriaco Heinz Christian Strache, «sono i leader sovranisti di Italia e Austria. I loro collaboratori sono stati registrati mentre chiedono soldi russi: sovranisti coi rubli. Uno dei due si è dimesso. L'altro è Matteo Salvini. Se i leghisti che erano al tavolo hanno preso soldi per la campagna elettorale è corruzione e finanziamento illecito. Ma se li hanno anche solo semplicemente chiesti è alto tradimento. Prima gli italiani coi soldi dei russi?».
Chiede le dimissioni di Salvini il tesoriere del Pd Luigi Zanda: «È improprio», ha detto a Repubblica, «che Salvini continui a fare il ministro dell'Interno. Se in Gran Bretagna, in Francia, in Germania o in Spagna un ministro dell'Interno si trovasse coinvolto in una vicenda così nera e così equivoca, mi chiedo se rimarrebbe al suo posto un minuto di più. Stupisce che Salvini non comprenda che spiegare in Parlamento, dimostrare che la registrazione è un atto ribaldo di Savoini e che né lui né la Lega c'entrano nulla, è nel suo interesse personale e politico. Salvini dovrebbe portare in giudizio Savoini, querelarlo e chiedergli i danni economici. Non dovrebbe tollerare che Savoini vada dicendo che non ci sono prove, che non ci sia stato un passaggio di soldi. Quando si fanno operazioni di questa natura, è chiaro che si fa il possibile per non lasciare in giro tracce».
Il Pd ha anche presentato interrogazioni, al Senato e alla Camera, per chiedere a Salvini di chiarire il ruolo del suo consulente a Palazzo Chigi, Claudio D'Amico, nell'associazione Lombardia-Russia. «Il Claudio D'Amico che risulta responsabile dello sviluppo progetti dell'associazione Lombardia-Russia diretta da Savoini», chiede il senatore dem Dario Parrini, «è lo stesso Claudio D'Amico che lavora negli uffici di diretta collaborazione del vicepremier della Lega?». Sulla stessa linea anche le uscite di Alessia Morani e Matteo Orfini.
Il leghista Giulio Centemero sul Messaggero ha risposto respingendo tutte le accuse («Altro che rubli. Le nostre casse, come si sa, piangono») e ha mandato un messaggio sibillino, che si sono detti favorevoli a una commissione d'inchiesta sui finanziamenti ai partiti, purché coinvolga tutti gli schieramenti: «Hanno poco da parlare, se si sveglia un magistrato...».
Carlo Tarallo
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Gianluca Meranda cercava di agganciare la società petrolifera russa Rosneft (che non gli ha mai risposto) insieme con l'ex portavoce di Matteo Salvini.Attacchi da Matteo Renzi e Luigi Zanda. Il leghista Giulio Centemero: «Altro che rubli, le casse piangono».Lo speciale contiene due articoli Il puzzle si sta componendo e, uno a uno, stanno uscendo i nomi dei sei partecipanti alla colazione dell'hotel Metropol di Mosca, tre russi e tre italiani, che hanno discusso di petrolio e ipotetici finanziamenti alla Lega. Il primo nome emerso è stato quello di Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini. Il secondo protagonista si è rivelato da solo. Ed è l'uomo che con le sue parole ha fatto ipotizzare il reato di corruzione internazionale. Infatti, quando i sei parlano di come far avere un finanziamento alla Lega, entra nei dettagli e calcola anche la commissione per i russi: «Se ora dici che lo sconto è del 10%, direi che il 6% è vostro» esclama. «Oltre il 4%, noi non ne abbiamo bisogno». In una lettera a Repubblica ha svelato di essere non «il banchiere Luca», ma un avvocato internazionalista, «che esercita la professione da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles anche nel ramo del diritto d'affari». Quindi ha precisato di aver partecipato alla riunione del 18 ottobre all'hotel Metropol a Mosca «in qualità di general counsel di una banca d'affari anglotedesca debitamente autorizzata al commodity trading e interessata all'acquisto di prodotti petroliferi di origine russa». Ha pure confermato «di aver conosciuto il Gianluca Savoini e di averne apprezzato l'assoluto disinteresse personale nei pochi incontri avuti in relazione alle trattative». Però nella missiva non rivela i nomi dei restanti interlocutori, salvo specificare che si tratterebbe di «esperti sia in compravendite internazionali» e di petrolio. Ma l'affare «non si perfezionò». L'avvocato è il cosentino Gianluca Meranda, classe 1970, iscritto all'albo dal 2001. Alla Camera di commercio risulta socio al 50% di Giovanni Orsolini, imprenditore edile di Monterotondo (Roma), in due ditte: la Costruzioni Edil Piave srl e la Orsolini costruzioni, dichiarata fallita nel 2013. Ma dal 2018 è diventato general counsel della Euro-IB, una banca d'investimenti con uffici a Londra, Francoforte e una rappresentanza a Roma. Fondatore e amministratore delegato dell'istituto è Alexander von Ungern-Sternberg, rampollo di una nobile famiglia tedesca, con ottime entrature nelle principali banche internazionali. La Euro-IB in Gran Bretagna ha acquisito circa un anno e mezzo fa le licenze per operare nel settore delle materie prime, tra cui il petrolio. «Ma finora non abbiamo acquistato e rivenduto neanche un litro di oro nero. È un mercato complesso», sospira Glauco Verdoia, cinquantanovenne piemontese, a capo dell'ufficio di Roma. Verdoia, però, ci tiene a precisare: «Sapevamo che Meranda era andato a Mosca a trattare delle partite di petrolio, ma ha organizzato direttamente gli incontri, senza coinvolgere la banca, che non conosceva i suoi interlocutori, e ha riferito i contenuti degli accordi in termini generali solo dopo il ritorno in Italia». Meranda sarebbe molto geloso dei suoi contatti, ma non ha mai fatto mistero di conoscere Savoini e di essere un simpatizzante di Salvini (su Facebook è collegato a un sito aperto nel 2018 e intitolato «Salvini premier»). Assicura, però, di non votare da dieci anni. Chi lo frequenta dice anche che avrebbe mal digerito, lui uomo di destra, l'alleanza della Lega con M5s. Nega di essersi «mai occupato di finanziamenti ai partiti» o di aver avuto incarichi politici. L'unica tessera a cui tiene è quella di libero muratore. Dovrebbe far parte della Serenissima gran loggia d'Italia guidata dal gran maestro Massimo Criscuoli Tortora e nel maggio 2015 un giornale per grembiulini pubblicò una notizia che lo riguardava: «Per la prima volta nella storia della massoneria italiana è stata costituita una fondazione massonica. Oggi, infatti, alcuni lungimiranti massoni, con il supporto del Supremo Consiglio Unito d'Italia e della Serenissima Gran Loggia d'Italia, hanno rogitato (…) ed hanno costituito la Fondazione massonica». Tra i fondatori anche Meranda che venne nominato vicepresidente. Ma torniamo al Metropol. Chi erano i russi presenti all'incontro? Qualcuno dice che tra i partecipanti ci fosse Konstantin Malofeev, l'oligarca incaricato dal Cremlino di tenere i rapporti e appoggiare i sovranisti occidentali. Non è un mistero che sia in contatto con Savoini. Dopo l'incontro del 18 ottobre, Meranda è tornato a Roma e il 20 ha informato i suoi assistiti della Euro-IB della possibilità di acquistare a buon prezzo 3 milioni di tonnellate di petrolio, il quantitativo citato nella registrazione del Metropol. E la compagnia che avrebbe dovuto fornirlo è la Rosneft, la principale compagnia petrolifera pubblica russa, più volte citata nell'audio. Si parla anche di una «banca d'investimento» che dovrà firmare l'accordo e ottenere «il margine aggiuntivo», quello destinato alla Lega. Meranda si fa prendere dall'entusiasmo: «Con la prima consegna, Gianluca (Savoini, ndr), prendiamo la banca. Voglio essere nella sala di comando. […] La banca sarà necessaria per altre enne operazioni». Dopo il ritorno di Italia di Meranda, la Euro-IB, il 29 ottobre, consegna al suo consigliere legale una lettera di intenti non vincolante con una richiesta di quotazione da inviare alla Rosneft, per avere una proposta di prezzo. Ma da quel momento dalla Russia, a quanto risulta, non sono più arrivate risposte. «Meranda diceva che c'erano problematiche, che bisognava rimandare a dopo Natale, che non si riuscivano a raggiungere gli accordi», ricorda Verdoia. «Chiesi: “Quali accordi?" e rispose che c'erano delle cose da vedere, dei bilanciamenti da fare, ma da lì non ho più nemmeno chiesto, avendo perso interesse nell'operazione». Tra il 12 e il 14 dicembre Meranda è tornato a Mosca e dalla Russia ha scritto a Verdoia questo Whatsapp: «Non ci sono sviluppi». A quanto risulta alla Verità l'avvocato a inizio 2019 tentò di cambiare cavallo e si rivolse a un noto lobbista romano con solidi rapporti a Mosca. Ma anche in questo caso non si concretizzò nulla.Meranda ha anche raccontato in banca di aver partecipato a un'importante serata con Savoini, che aveva già incontrato in Italia, e alti papaveri russi, propedeutica all'incontro del Metropol. Ma il legale cosentino, ieri, con le agenzie di stampa, ha puntualizzato: «Durante il nostro incontro a Mosca - dove si è trattato di una normale operazione professionale - non era presente Matteo Salvini ed escluderei che lui sapesse qualcosa di questo incontro». Poi ha aggiunto: «Non posso dire di non aver mai incontrato Matteo Salvini, ma non è stato per questioni professionali. Posso dire di averlo incontrato in occasioni pubbliche». Sa qualcosa di quei giorni anche il vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, imprenditore con radici di sinistra che, però, è entrato in confidenza con Matteo Salvini (i due si frequentano a Pinzolo, dove hanno casa). Quattro o cinque anni fa venne incaricato di individuare personalità politiche di livello disponibili a riconoscere la Crimea. «Salvini era un europarlamentare e in modo altruistico ha preso un aereo e lo abbiamo portato a Mosca da Putin e poi ha fatto la sua scalata politica», ricorda. Nel 2018 Candoni avrebbe messo in guardia il vicepremier, come ha svelato con questo post su Facebook: «Mosca. Mercoledì 17 ottobre 2018. Confindustria Russia. Matteo lo sai vero che se domani vai al Metropol con Savoini ti prendo a calci nel culo fino a Vladivostok…!!! Sì certo. Mica sono così scemo. Domani prendo il primo volo e vado a chiudere la campagna elettorale a Trento». Candoni spiega così quel messaggio: «Se ci sono questioni di business un politico non ce lo faccio andare. E poi al Metropol non ci porti neanche l'amante perché è pieno di microspie, a meno che tu non ci voglia andare per fare una recita. Io sapevo che il 18 Salvini doveva fare altri incontri a Mosca, ma sapevo anche che c'era un importante elezione a Trento e gli ho suggerito di tornare in Italia. Salvini ha grande naso politico, ma ha una totale disintermediazione, incontra tutti e si fa portare come una madonna incoronata ovunque. Mal sopporto, anche epidermicamente, tutto il giro leghista che si muove in modo scomposto intorno a lui. Le due regole che ti insegnano a Mosca sono di non andare alle cene in cui non sai chi ci sia e di non occuparti di intermediazioni di gas e petrolio. Regole che questo giro di apprendisti stregoni leghisti non ha rispettato. Non faccio parte del team di Salvini, ma penso che non abbia una struttura adeguata per tutelarlo. Savoini fa più danni che altro, non so se millanti, ma ha questo atteggiamento da spia russa, anche se per me i delinquenti veri sono altri».Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-massone-guidava-la-trattativa-allhotel-metropol-2639185435.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-ne-approfitta-dimissioni-immediate" data-post-id="2639185435" data-published-at="1767697355" data-use-pagination="False"> Il Pd ne approfitta: «Dimissioni immediate» Il Pd va all'attacco di Matteo Salvini: l'affaire Savoini viene utilizzato per tentare di mettere in difficoltà il ministro dell'Interno. Ieri è stato proprio Salvini a ironizzare: «Mamma mia che vento! Speriamo», ha scritto Salvini, pubblicando su Facebook una foto in spiaggia, «che non arrivi dalla Russia, altrimenti partono altre cinque inchieste sulla Lega». La raffica di attacchi viene soprattutto dal Pd. «Salvini nervoso, sprezzante, sempre sopra le righe. Si vede», scrive su Twitter Paolo Gentiloni, «che non può dire la cosa più semplice: il mio fedelissimo Savoini è un truffatore». «Questi», scrive Matteo Renzi su Facebook, pubblicando una foto che ritrae insieme Matteo Salvini e l'ex vicecancelliere austriaco Heinz Christian Strache, «sono i leader sovranisti di Italia e Austria. I loro collaboratori sono stati registrati mentre chiedono soldi russi: sovranisti coi rubli. Uno dei due si è dimesso. L'altro è Matteo Salvini. Se i leghisti che erano al tavolo hanno preso soldi per la campagna elettorale è corruzione e finanziamento illecito. Ma se li hanno anche solo semplicemente chiesti è alto tradimento. Prima gli italiani coi soldi dei russi?». Chiede le dimissioni di Salvini il tesoriere del Pd Luigi Zanda: «È improprio», ha detto a Repubblica, «che Salvini continui a fare il ministro dell'Interno. Se in Gran Bretagna, in Francia, in Germania o in Spagna un ministro dell'Interno si trovasse coinvolto in una vicenda così nera e così equivoca, mi chiedo se rimarrebbe al suo posto un minuto di più. Stupisce che Salvini non comprenda che spiegare in Parlamento, dimostrare che la registrazione è un atto ribaldo di Savoini e che né lui né la Lega c'entrano nulla, è nel suo interesse personale e politico. Salvini dovrebbe portare in giudizio Savoini, querelarlo e chiedergli i danni economici. Non dovrebbe tollerare che Savoini vada dicendo che non ci sono prove, che non ci sia stato un passaggio di soldi. Quando si fanno operazioni di questa natura, è chiaro che si fa il possibile per non lasciare in giro tracce». Il Pd ha anche presentato interrogazioni, al Senato e alla Camera, per chiedere a Salvini di chiarire il ruolo del suo consulente a Palazzo Chigi, Claudio D'Amico, nell'associazione Lombardia-Russia. «Il Claudio D'Amico che risulta responsabile dello sviluppo progetti dell'associazione Lombardia-Russia diretta da Savoini», chiede il senatore dem Dario Parrini, «è lo stesso Claudio D'Amico che lavora negli uffici di diretta collaborazione del vicepremier della Lega?». Sulla stessa linea anche le uscite di Alessia Morani e Matteo Orfini. Il leghista Giulio Centemero sul Messaggero ha risposto respingendo tutte le accuse («Altro che rubli. Le nostre casse, come si sa, piangono») e ha mandato un messaggio sibillino, che si sono detti favorevoli a una commissione d'inchiesta sui finanziamenti ai partiti, purché coinvolga tutti gli schieramenti: «Hanno poco da parlare, se si sveglia un magistrato...». Carlo Tarallo
Uno scatto della manifestazione a Roma per Maduro (Ansa)
A Roma Anpi, Cgil e decine di associazioni chiedono l’intervento dell’Onu. Landini attacca la Meloni.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
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Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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