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2019-07-14
L’avvocato massone guidava la trattativa all’hotel Metropol
Ansa
Il puzzle si sta componendo e, uno a uno, stanno uscendo i nomi dei sei partecipanti alla colazione dell'hotel Metropol di Mosca, tre russi e tre italiani, che hanno discusso di petrolio e ipotetici finanziamenti alla Lega. Il primo nome emerso è stato quello di Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini. Il secondo protagonista si è rivelato da solo. Ed è l'uomo che con le sue parole ha fatto ipotizzare il reato di corruzione internazionale. Infatti, quando i sei parlano di come far avere un finanziamento alla Lega, entra nei dettagli e calcola anche la commissione per i russi: «Se ora dici che lo sconto è del 10%, direi che il 6% è vostro» esclama. «Oltre il 4%, noi non ne abbiamo bisogno».
In una lettera a Repubblica ha svelato di essere non «il banchiere Luca», ma un avvocato internazionalista, «che esercita la professione da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles anche nel ramo del diritto d'affari». Quindi ha precisato di aver partecipato alla riunione del 18 ottobre all'hotel Metropol a Mosca «in qualità di general counsel di una banca d'affari anglotedesca debitamente autorizzata al commodity trading e interessata all'acquisto di prodotti petroliferi di origine russa». Ha pure confermato «di aver conosciuto il Gianluca Savoini e di averne apprezzato l'assoluto disinteresse personale nei pochi incontri avuti in relazione alle trattative». Però nella missiva non rivela i nomi dei restanti interlocutori, salvo specificare che si tratterebbe di «esperti sia in compravendite internazionali» e di petrolio. Ma l'affare «non si perfezionò». L'avvocato è il cosentino Gianluca Meranda, classe 1970, iscritto all'albo dal 2001. Alla Camera di commercio risulta socio al 50% di Giovanni Orsolini, imprenditore edile di Monterotondo (Roma), in due ditte: la Costruzioni Edil Piave srl e la Orsolini costruzioni, dichiarata fallita nel 2013. Ma dal 2018 è diventato general counsel della Euro-IB, una banca d'investimenti con uffici a Londra, Francoforte e una rappresentanza a Roma. Fondatore e amministratore delegato dell'istituto è Alexander von Ungern-Sternberg, rampollo di una nobile famiglia tedesca, con ottime entrature nelle principali banche internazionali. La Euro-IB in Gran Bretagna ha acquisito circa un anno e mezzo fa le licenze per operare nel settore delle materie prime, tra cui il petrolio. «Ma finora non abbiamo acquistato e rivenduto neanche un litro di oro nero. È un mercato complesso», sospira Glauco Verdoia, cinquantanovenne piemontese, a capo dell'ufficio di Roma. Verdoia, però, ci tiene a precisare: «Sapevamo che Meranda era andato a Mosca a trattare delle partite di petrolio, ma ha organizzato direttamente gli incontri, senza coinvolgere la banca, che non conosceva i suoi interlocutori, e ha riferito i contenuti degli accordi in termini generali solo dopo il ritorno in Italia».
Meranda sarebbe molto geloso dei suoi contatti, ma non ha mai fatto mistero di conoscere Savoini e di essere un simpatizzante di Salvini (su Facebook è collegato a un sito aperto nel 2018 e intitolato «Salvini premier»). Assicura, però, di non votare da dieci anni. Chi lo frequenta dice anche che avrebbe mal digerito, lui uomo di destra, l'alleanza della Lega con M5s. Nega di essersi «mai occupato di finanziamenti ai partiti» o di aver avuto incarichi politici. L'unica tessera a cui tiene è quella di libero muratore. Dovrebbe far parte della Serenissima gran loggia d'Italia guidata dal gran maestro Massimo Criscuoli Tortora e nel maggio 2015 un giornale per grembiulini pubblicò una notizia che lo riguardava: «Per la prima volta nella storia della massoneria italiana è stata costituita una fondazione massonica. Oggi, infatti, alcuni lungimiranti massoni, con il supporto del Supremo Consiglio Unito d'Italia e della Serenissima Gran Loggia d'Italia, hanno rogitato (…) ed hanno costituito la Fondazione massonica». Tra i fondatori anche Meranda che venne nominato vicepresidente.
Ma torniamo al Metropol. Chi erano i russi presenti all'incontro? Qualcuno dice che tra i partecipanti ci fosse Konstantin Malofeev, l'oligarca incaricato dal Cremlino di tenere i rapporti e appoggiare i sovranisti occidentali. Non è un mistero che sia in contatto con Savoini. Dopo l'incontro del 18 ottobre, Meranda è tornato a Roma e il 20 ha informato i suoi assistiti della Euro-IB della possibilità di acquistare a buon prezzo 3 milioni di tonnellate di petrolio, il quantitativo citato nella registrazione del Metropol. E la compagnia che avrebbe dovuto fornirlo è la Rosneft, la principale compagnia petrolifera pubblica russa, più volte citata nell'audio. Si parla anche di una «banca d'investimento» che dovrà firmare l'accordo e ottenere «il margine aggiuntivo», quello destinato alla Lega. Meranda si fa prendere dall'entusiasmo: «Con la prima consegna, Gianluca (Savoini, ndr), prendiamo la banca. Voglio essere nella sala di comando. […] La banca sarà necessaria per altre enne operazioni».
Dopo il ritorno di Italia di Meranda, la Euro-IB, il 29 ottobre, consegna al suo consigliere legale una lettera di intenti non vincolante con una richiesta di quotazione da inviare alla Rosneft, per avere una proposta di prezzo. Ma da quel momento dalla Russia, a quanto risulta, non sono più arrivate risposte. «Meranda diceva che c'erano problematiche, che bisognava rimandare a dopo Natale, che non si riuscivano a raggiungere gli accordi», ricorda Verdoia. «Chiesi: “Quali accordi?" e rispose che c'erano delle cose da vedere, dei bilanciamenti da fare, ma da lì non ho più nemmeno chiesto, avendo perso interesse nell'operazione». Tra il 12 e il 14 dicembre Meranda è tornato a Mosca e dalla Russia ha scritto a Verdoia questo Whatsapp: «Non ci sono sviluppi». A quanto risulta alla Verità l'avvocato a inizio 2019 tentò di cambiare cavallo e si rivolse a un noto lobbista romano con solidi rapporti a Mosca. Ma anche in questo caso non si concretizzò nulla.
Meranda ha anche raccontato in banca di aver partecipato a un'importante serata con Savoini, che aveva già incontrato in Italia, e alti papaveri russi, propedeutica all'incontro del Metropol. Ma il legale cosentino, ieri, con le agenzie di stampa, ha puntualizzato: «Durante il nostro incontro a Mosca - dove si è trattato di una normale operazione professionale - non era presente Matteo Salvini ed escluderei che lui sapesse qualcosa di questo incontro». Poi ha aggiunto: «Non posso dire di non aver mai incontrato Matteo Salvini, ma non è stato per questioni professionali. Posso dire di averlo incontrato in occasioni pubbliche».
Sa qualcosa di quei giorni anche il vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, imprenditore con radici di sinistra che, però, è entrato in confidenza con Matteo Salvini (i due si frequentano a Pinzolo, dove hanno casa). Quattro o cinque anni fa venne incaricato di individuare personalità politiche di livello disponibili a riconoscere la Crimea. «Salvini era un europarlamentare e in modo altruistico ha preso un aereo e lo abbiamo portato a Mosca da Putin e poi ha fatto la sua scalata politica», ricorda. Nel 2018 Candoni avrebbe messo in guardia il vicepremier, come ha svelato con questo post su Facebook: «Mosca. Mercoledì 17 ottobre 2018. Confindustria Russia. Matteo lo sai vero che se domani vai al Metropol con Savoini ti prendo a calci nel culo fino a Vladivostok…!!! Sì certo. Mica sono così scemo. Domani prendo il primo volo e vado a chiudere la campagna elettorale a Trento». Candoni spiega così quel messaggio: «Se ci sono questioni di business un politico non ce lo faccio andare. E poi al Metropol non ci porti neanche l'amante perché è pieno di microspie, a meno che tu non ci voglia andare per fare una recita. Io sapevo che il 18 Salvini doveva fare altri incontri a Mosca, ma sapevo anche che c'era un importante elezione a Trento e gli ho suggerito di tornare in Italia. Salvini ha grande naso politico, ma ha una totale disintermediazione, incontra tutti e si fa portare come una madonna incoronata ovunque. Mal sopporto, anche epidermicamente, tutto il giro leghista che si muove in modo scomposto intorno a lui. Le due regole che ti insegnano a Mosca sono di non andare alle cene in cui non sai chi ci sia e di non occuparti di intermediazioni di gas e petrolio. Regole che questo giro di apprendisti stregoni leghisti non ha rispettato. Non faccio parte del team di Salvini, ma penso che non abbia una struttura adeguata per tutelarlo. Savoini fa più danni che altro, non so se millanti, ma ha questo atteggiamento da spia russa, anche se per me i delinquenti veri sono altri».
Giacomo Amadori
Il Pd ne approfitta: «Dimissioni immediate»
Il Pd va all'attacco di Matteo Salvini: l'affaire Savoini viene utilizzato per tentare di mettere in difficoltà il ministro dell'Interno. Ieri è stato proprio Salvini a ironizzare: «Mamma mia che vento! Speriamo», ha scritto Salvini, pubblicando su Facebook una foto in spiaggia, «che non arrivi dalla Russia, altrimenti partono altre cinque inchieste sulla Lega».
La raffica di attacchi viene soprattutto dal Pd. «Salvini nervoso, sprezzante, sempre sopra le righe. Si vede», scrive su Twitter Paolo Gentiloni, «che non può dire la cosa più semplice: il mio fedelissimo Savoini è un truffatore». «Questi», scrive Matteo Renzi su Facebook, pubblicando una foto che ritrae insieme Matteo Salvini e l'ex vicecancelliere austriaco Heinz Christian Strache, «sono i leader sovranisti di Italia e Austria. I loro collaboratori sono stati registrati mentre chiedono soldi russi: sovranisti coi rubli. Uno dei due si è dimesso. L'altro è Matteo Salvini. Se i leghisti che erano al tavolo hanno preso soldi per la campagna elettorale è corruzione e finanziamento illecito. Ma se li hanno anche solo semplicemente chiesti è alto tradimento. Prima gli italiani coi soldi dei russi?».
Chiede le dimissioni di Salvini il tesoriere del Pd Luigi Zanda: «È improprio», ha detto a Repubblica, «che Salvini continui a fare il ministro dell'Interno. Se in Gran Bretagna, in Francia, in Germania o in Spagna un ministro dell'Interno si trovasse coinvolto in una vicenda così nera e così equivoca, mi chiedo se rimarrebbe al suo posto un minuto di più. Stupisce che Salvini non comprenda che spiegare in Parlamento, dimostrare che la registrazione è un atto ribaldo di Savoini e che né lui né la Lega c'entrano nulla, è nel suo interesse personale e politico. Salvini dovrebbe portare in giudizio Savoini, querelarlo e chiedergli i danni economici. Non dovrebbe tollerare che Savoini vada dicendo che non ci sono prove, che non ci sia stato un passaggio di soldi. Quando si fanno operazioni di questa natura, è chiaro che si fa il possibile per non lasciare in giro tracce».
Il Pd ha anche presentato interrogazioni, al Senato e alla Camera, per chiedere a Salvini di chiarire il ruolo del suo consulente a Palazzo Chigi, Claudio D'Amico, nell'associazione Lombardia-Russia. «Il Claudio D'Amico che risulta responsabile dello sviluppo progetti dell'associazione Lombardia-Russia diretta da Savoini», chiede il senatore dem Dario Parrini, «è lo stesso Claudio D'Amico che lavora negli uffici di diretta collaborazione del vicepremier della Lega?». Sulla stessa linea anche le uscite di Alessia Morani e Matteo Orfini.
Il leghista Giulio Centemero sul Messaggero ha risposto respingendo tutte le accuse («Altro che rubli. Le nostre casse, come si sa, piangono») e ha mandato un messaggio sibillino, che si sono detti favorevoli a una commissione d'inchiesta sui finanziamenti ai partiti, purché coinvolga tutti gli schieramenti: «Hanno poco da parlare, se si sveglia un magistrato...».
Carlo Tarallo
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Gianluca Meranda cercava di agganciare la società petrolifera russa Rosneft (che non gli ha mai risposto) insieme con l'ex portavoce di Matteo Salvini.Attacchi da Matteo Renzi e Luigi Zanda. Il leghista Giulio Centemero: «Altro che rubli, le casse piangono».Lo speciale contiene due articoli Il puzzle si sta componendo e, uno a uno, stanno uscendo i nomi dei sei partecipanti alla colazione dell'hotel Metropol di Mosca, tre russi e tre italiani, che hanno discusso di petrolio e ipotetici finanziamenti alla Lega. Il primo nome emerso è stato quello di Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini. Il secondo protagonista si è rivelato da solo. Ed è l'uomo che con le sue parole ha fatto ipotizzare il reato di corruzione internazionale. Infatti, quando i sei parlano di come far avere un finanziamento alla Lega, entra nei dettagli e calcola anche la commissione per i russi: «Se ora dici che lo sconto è del 10%, direi che il 6% è vostro» esclama. «Oltre il 4%, noi non ne abbiamo bisogno». In una lettera a Repubblica ha svelato di essere non «il banchiere Luca», ma un avvocato internazionalista, «che esercita la professione da più di 20 anni tra Roma e Bruxelles anche nel ramo del diritto d'affari». Quindi ha precisato di aver partecipato alla riunione del 18 ottobre all'hotel Metropol a Mosca «in qualità di general counsel di una banca d'affari anglotedesca debitamente autorizzata al commodity trading e interessata all'acquisto di prodotti petroliferi di origine russa». Ha pure confermato «di aver conosciuto il Gianluca Savoini e di averne apprezzato l'assoluto disinteresse personale nei pochi incontri avuti in relazione alle trattative». Però nella missiva non rivela i nomi dei restanti interlocutori, salvo specificare che si tratterebbe di «esperti sia in compravendite internazionali» e di petrolio. Ma l'affare «non si perfezionò». L'avvocato è il cosentino Gianluca Meranda, classe 1970, iscritto all'albo dal 2001. Alla Camera di commercio risulta socio al 50% di Giovanni Orsolini, imprenditore edile di Monterotondo (Roma), in due ditte: la Costruzioni Edil Piave srl e la Orsolini costruzioni, dichiarata fallita nel 2013. Ma dal 2018 è diventato general counsel della Euro-IB, una banca d'investimenti con uffici a Londra, Francoforte e una rappresentanza a Roma. Fondatore e amministratore delegato dell'istituto è Alexander von Ungern-Sternberg, rampollo di una nobile famiglia tedesca, con ottime entrature nelle principali banche internazionali. La Euro-IB in Gran Bretagna ha acquisito circa un anno e mezzo fa le licenze per operare nel settore delle materie prime, tra cui il petrolio. «Ma finora non abbiamo acquistato e rivenduto neanche un litro di oro nero. È un mercato complesso», sospira Glauco Verdoia, cinquantanovenne piemontese, a capo dell'ufficio di Roma. Verdoia, però, ci tiene a precisare: «Sapevamo che Meranda era andato a Mosca a trattare delle partite di petrolio, ma ha organizzato direttamente gli incontri, senza coinvolgere la banca, che non conosceva i suoi interlocutori, e ha riferito i contenuti degli accordi in termini generali solo dopo il ritorno in Italia». Meranda sarebbe molto geloso dei suoi contatti, ma non ha mai fatto mistero di conoscere Savoini e di essere un simpatizzante di Salvini (su Facebook è collegato a un sito aperto nel 2018 e intitolato «Salvini premier»). Assicura, però, di non votare da dieci anni. Chi lo frequenta dice anche che avrebbe mal digerito, lui uomo di destra, l'alleanza della Lega con M5s. Nega di essersi «mai occupato di finanziamenti ai partiti» o di aver avuto incarichi politici. L'unica tessera a cui tiene è quella di libero muratore. Dovrebbe far parte della Serenissima gran loggia d'Italia guidata dal gran maestro Massimo Criscuoli Tortora e nel maggio 2015 un giornale per grembiulini pubblicò una notizia che lo riguardava: «Per la prima volta nella storia della massoneria italiana è stata costituita una fondazione massonica. Oggi, infatti, alcuni lungimiranti massoni, con il supporto del Supremo Consiglio Unito d'Italia e della Serenissima Gran Loggia d'Italia, hanno rogitato (…) ed hanno costituito la Fondazione massonica». Tra i fondatori anche Meranda che venne nominato vicepresidente. Ma torniamo al Metropol. Chi erano i russi presenti all'incontro? Qualcuno dice che tra i partecipanti ci fosse Konstantin Malofeev, l'oligarca incaricato dal Cremlino di tenere i rapporti e appoggiare i sovranisti occidentali. Non è un mistero che sia in contatto con Savoini. Dopo l'incontro del 18 ottobre, Meranda è tornato a Roma e il 20 ha informato i suoi assistiti della Euro-IB della possibilità di acquistare a buon prezzo 3 milioni di tonnellate di petrolio, il quantitativo citato nella registrazione del Metropol. E la compagnia che avrebbe dovuto fornirlo è la Rosneft, la principale compagnia petrolifera pubblica russa, più volte citata nell'audio. Si parla anche di una «banca d'investimento» che dovrà firmare l'accordo e ottenere «il margine aggiuntivo», quello destinato alla Lega. Meranda si fa prendere dall'entusiasmo: «Con la prima consegna, Gianluca (Savoini, ndr), prendiamo la banca. Voglio essere nella sala di comando. […] La banca sarà necessaria per altre enne operazioni». Dopo il ritorno di Italia di Meranda, la Euro-IB, il 29 ottobre, consegna al suo consigliere legale una lettera di intenti non vincolante con una richiesta di quotazione da inviare alla Rosneft, per avere una proposta di prezzo. Ma da quel momento dalla Russia, a quanto risulta, non sono più arrivate risposte. «Meranda diceva che c'erano problematiche, che bisognava rimandare a dopo Natale, che non si riuscivano a raggiungere gli accordi», ricorda Verdoia. «Chiesi: “Quali accordi?" e rispose che c'erano delle cose da vedere, dei bilanciamenti da fare, ma da lì non ho più nemmeno chiesto, avendo perso interesse nell'operazione». Tra il 12 e il 14 dicembre Meranda è tornato a Mosca e dalla Russia ha scritto a Verdoia questo Whatsapp: «Non ci sono sviluppi». A quanto risulta alla Verità l'avvocato a inizio 2019 tentò di cambiare cavallo e si rivolse a un noto lobbista romano con solidi rapporti a Mosca. Ma anche in questo caso non si concretizzò nulla.Meranda ha anche raccontato in banca di aver partecipato a un'importante serata con Savoini, che aveva già incontrato in Italia, e alti papaveri russi, propedeutica all'incontro del Metropol. Ma il legale cosentino, ieri, con le agenzie di stampa, ha puntualizzato: «Durante il nostro incontro a Mosca - dove si è trattato di una normale operazione professionale - non era presente Matteo Salvini ed escluderei che lui sapesse qualcosa di questo incontro». Poi ha aggiunto: «Non posso dire di non aver mai incontrato Matteo Salvini, ma non è stato per questioni professionali. Posso dire di averlo incontrato in occasioni pubbliche». Sa qualcosa di quei giorni anche il vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, imprenditore con radici di sinistra che, però, è entrato in confidenza con Matteo Salvini (i due si frequentano a Pinzolo, dove hanno casa). Quattro o cinque anni fa venne incaricato di individuare personalità politiche di livello disponibili a riconoscere la Crimea. «Salvini era un europarlamentare e in modo altruistico ha preso un aereo e lo abbiamo portato a Mosca da Putin e poi ha fatto la sua scalata politica», ricorda. Nel 2018 Candoni avrebbe messo in guardia il vicepremier, come ha svelato con questo post su Facebook: «Mosca. Mercoledì 17 ottobre 2018. Confindustria Russia. Matteo lo sai vero che se domani vai al Metropol con Savoini ti prendo a calci nel culo fino a Vladivostok…!!! Sì certo. Mica sono così scemo. Domani prendo il primo volo e vado a chiudere la campagna elettorale a Trento». Candoni spiega così quel messaggio: «Se ci sono questioni di business un politico non ce lo faccio andare. E poi al Metropol non ci porti neanche l'amante perché è pieno di microspie, a meno che tu non ci voglia andare per fare una recita. Io sapevo che il 18 Salvini doveva fare altri incontri a Mosca, ma sapevo anche che c'era un importante elezione a Trento e gli ho suggerito di tornare in Italia. Salvini ha grande naso politico, ma ha una totale disintermediazione, incontra tutti e si fa portare come una madonna incoronata ovunque. Mal sopporto, anche epidermicamente, tutto il giro leghista che si muove in modo scomposto intorno a lui. Le due regole che ti insegnano a Mosca sono di non andare alle cene in cui non sai chi ci sia e di non occuparti di intermediazioni di gas e petrolio. Regole che questo giro di apprendisti stregoni leghisti non ha rispettato. Non faccio parte del team di Salvini, ma penso che non abbia una struttura adeguata per tutelarlo. Savoini fa più danni che altro, non so se millanti, ma ha questo atteggiamento da spia russa, anche se per me i delinquenti veri sono altri».Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-massone-guidava-la-trattativa-allhotel-metropol-2639185435.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-ne-approfitta-dimissioni-immediate" data-post-id="2639185435" data-published-at="1767767355" data-use-pagination="False"> Il Pd ne approfitta: «Dimissioni immediate» Il Pd va all'attacco di Matteo Salvini: l'affaire Savoini viene utilizzato per tentare di mettere in difficoltà il ministro dell'Interno. Ieri è stato proprio Salvini a ironizzare: «Mamma mia che vento! Speriamo», ha scritto Salvini, pubblicando su Facebook una foto in spiaggia, «che non arrivi dalla Russia, altrimenti partono altre cinque inchieste sulla Lega». La raffica di attacchi viene soprattutto dal Pd. «Salvini nervoso, sprezzante, sempre sopra le righe. Si vede», scrive su Twitter Paolo Gentiloni, «che non può dire la cosa più semplice: il mio fedelissimo Savoini è un truffatore». «Questi», scrive Matteo Renzi su Facebook, pubblicando una foto che ritrae insieme Matteo Salvini e l'ex vicecancelliere austriaco Heinz Christian Strache, «sono i leader sovranisti di Italia e Austria. I loro collaboratori sono stati registrati mentre chiedono soldi russi: sovranisti coi rubli. Uno dei due si è dimesso. L'altro è Matteo Salvini. Se i leghisti che erano al tavolo hanno preso soldi per la campagna elettorale è corruzione e finanziamento illecito. Ma se li hanno anche solo semplicemente chiesti è alto tradimento. Prima gli italiani coi soldi dei russi?». Chiede le dimissioni di Salvini il tesoriere del Pd Luigi Zanda: «È improprio», ha detto a Repubblica, «che Salvini continui a fare il ministro dell'Interno. Se in Gran Bretagna, in Francia, in Germania o in Spagna un ministro dell'Interno si trovasse coinvolto in una vicenda così nera e così equivoca, mi chiedo se rimarrebbe al suo posto un minuto di più. Stupisce che Salvini non comprenda che spiegare in Parlamento, dimostrare che la registrazione è un atto ribaldo di Savoini e che né lui né la Lega c'entrano nulla, è nel suo interesse personale e politico. Salvini dovrebbe portare in giudizio Savoini, querelarlo e chiedergli i danni economici. Non dovrebbe tollerare che Savoini vada dicendo che non ci sono prove, che non ci sia stato un passaggio di soldi. Quando si fanno operazioni di questa natura, è chiaro che si fa il possibile per non lasciare in giro tracce». Il Pd ha anche presentato interrogazioni, al Senato e alla Camera, per chiedere a Salvini di chiarire il ruolo del suo consulente a Palazzo Chigi, Claudio D'Amico, nell'associazione Lombardia-Russia. «Il Claudio D'Amico che risulta responsabile dello sviluppo progetti dell'associazione Lombardia-Russia diretta da Savoini», chiede il senatore dem Dario Parrini, «è lo stesso Claudio D'Amico che lavora negli uffici di diretta collaborazione del vicepremier della Lega?». Sulla stessa linea anche le uscite di Alessia Morani e Matteo Orfini. Il leghista Giulio Centemero sul Messaggero ha risposto respingendo tutte le accuse («Altro che rubli. Le nostre casse, come si sa, piangono») e ha mandato un messaggio sibillino, che si sono detti favorevoli a una commissione d'inchiesta sui finanziamenti ai partiti, purché coinvolga tutti gli schieramenti: «Hanno poco da parlare, se si sveglia un magistrato...». Carlo Tarallo
Enrico Costa (Imagoeconomica)
Quindi qual è il vero obiettivo di questo prendere tempo?
«Il vero obiettivo è quello di mettere in atto una sorta di piano B: sanno che perderanno il referendum, e quindi hanno studiato il modo per mantenere il potere delle correnti sul Csm nonostante la conferma della riforma da parte degli elettori. Vogliono che il prossimo Csm sia ancora eletto e non sorteggiato, anche in caso di vittoria del sì».
Come si potrebbe arrivare a una situazione di questo tipo?
«Quelli che si oppongono sanno che la riforma ha bisogno di norme attuative, leggi ordinarie, per disciplinare il sorteggio e i due Csm come scritto anche nella norma transitoria della stessa riforma. Sanno quindi che più tardi si celebra il referendum meno tempo c’è per approvare le leggi attuative prima della scadenza di questo Csm, a gennaio 2027, e soprattutto prima della convocazione delle elezioni per il rinnovo, a ottobre-novembre 2026. Rinviando più avanti possibile il referendum e quindi restringendosi la finestra temporale per varare le norme attuative, e aggiungendo magari un ostruzionismo parlamentare su di esse, si potrebbe giungere ad un punto in cui arriva il momento di convocare le elezioni del nuovo Csm senza che siano state approvate le leggi attuative della riforma. A quel punto il fronte del no cercherebbe di forzare la mano invocando l’applicazione delle norme ordinarie esistenti, che prevedono un solo Csm anziché due e l’elezione anziché il sorteggio. Per raggiungere il loro obiettivo, in sostanza, puntano ad arrivare a ottobre-novembre 2026 con la riforma approvata, ma senza leggi attuative. Ovviamente sarebbe un’interpretazione strampalata, ma qualcuno ci proverebbe, come qualcuno sta provando oggi a dire che il referendum non si può indire fino alla fine della raccolta delle firme».
C’è possibilità che questo disegno vada in porto?
«Questo disegno resterà nella mente di chi non si rassegna ad un Csm che non sia più in mano alle correnti, e non troverà applicazione, perché il Parlamento lavorerà per dare attuazione tempestivamente alla riforma».
Teme una invasione di campo di Mattarella per portare avanti questo piano?
«Assolutamente no, ho grande stima ed apprezzamento per l’equilibrio e per la sensibilità del presidente della Repubblica che saprà svolgere il suo ruolo come di consueto nel modo più corretto».
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Nel riquadro Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna (Getty Images)
E in effetti quando gli agenti arrivano ed entrano nell’appartamento trovano un ventiquattrenne egiziano con un coltello in mano che urla qualsiasi cosa e non accenna né a placarsi né ad arrendersi. Anzi, nonostante le condizioni di inferiorità numerica, punta uno dei poliziotti, lo atterra, lo blocca e gli infila ripetutamente il coltello nel petto. Per fortuna il giubbotto in dotazione «rallenta» l’azione della lama. Nel tentativo di fermare lo scalmanato delinquente, il capoequipaggio della Volante prima tenta di bloccargli il braccio mentre affonda i fendenti col coltello, poi estrae l'arma d'ordinanza e spara all’egiziano ferendolo alla gamba. Fady Helmy Abdelmalak Hanna, questo è il nome del nordafricano, era noto alle forze dell’ordine in quanto senza una fissa dimora in Italia con precedenti per resistenza, danneggiamento e occupazione abusiva. Era regolare, ma a questo punto uno domanda: abbiamo davvero bisogno di questa gente? E soprattutto perché era libero? E perché era libero anche Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna? Anch’egli era noto alle forze dell’ordine; anche lui era un osservato speciale nelle stazioni del Nord Italia a tal punto che quando le telecamere lo hanno immortalato, non è stato difficile mettere a fuoco il profilo delinquenziale. Dunque, perché questi vagabondi - armati di coltello per sopravvivere nel Far West dei disperati - possono mettere a rischio le persone perbene?
La questione è sempre la stessa. Ne aveva già parlato anche Belpietro l’altro giorno a proposito dell’omicidio di Aurora Livoli, la ragazza uccisa da un peruviano clandestino, senza fissa dimora e con pericolosi precedenti: Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni. Anche questo signore era assai noto alle nostre questure e ai comandi dei carabinieri perché ne aveva combinate di davvero grosse, sempre per reati a sfondo sessuale. Non solo, era già stato colpito da un ordine di espulsione ma si sa che le vie della burocrazia italiana sono davvero infinite. E varie, tant’è che persino al Cpr dove lo avevano collocato la permanenza è durata poco: una asserita patologia alle vie urinarie, accertata da un medico, gli aveva permesso di uscire. E delinquere, finanche uccidere Aurora. Ci sarebbe anche, almeno secondo le vittime, il nordafricano che ha accoltellato un quindicenne fuori dal cinema di Milano, «reo» di aver cercato di impedire il furto del giubbotto dell’amico. Ma sì, tanto mica c’è la correlazione tra clandestini e delinquenza: sono cose che ci inventiamo da queste parti per vendere i giornali oppure le urlano quei cattivoni del centrodestra per un pugno di voti in più. Purtroppo per i protagonisti del centrosinistra e per i loro gazzettieri, il nesso c’è eccome e non da oggi: già nel 2008 il professore Marzio Barbagli scrisse un libro assai documentato su immigrazione e sicurezza; e importanti report analoghi arrivano da un altro sociologo, Luca Ricolfi. Per non dire delle statistiche che arrivano dal Viminale. Insomma, i dati ci sono per poter affrontare seriamente la questione.
Invece che cosa accade? Accade che, come dicevamo all’inizio, quando le guardie acciuffano i ladri e i delinquenti, poi costoro non finiscono in galera o non vengono isolati affinché non delinquano ulteriormente. Dunque il problema non è nel campo degli agenti (il cui numero e le cui competenze vorremmo sempre che crescessero) ma è nel campo di chi li rimette in libertà approfittando di smagliature legislative o burocratiche. Così quando la gente dice che non ne può più o si lamenta che questi delinquenti «se ne fregano perché non hanno paura» afferma concetti più che comprensibili. Quando mi capita di stare nelle trasmissioni di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano e di sentir parlare certi maranza, resto di stucco: è come se davvero non avessero paura di niente. E infatti poi ti ritrovi l’egiziano che assale il poliziotto, il peruviano che uccide la ragazza, il croato che accoltella il capostazione. Le forze dell’ordine li prendono e poi…
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Sergio Mattarella (Ansa)
In pratica, votare il più tardi possibile significa rendere inapplicabili per almeno altri quattro anni le nuove norme. Infatti, se non si vota entro marzo ma più in là nel tempo, allo scadere dell’attuale Csm rischiano di non essere pronti i decreti attuativi che dovranno rendere esecutiva la legge Nordio e, dunque, la componente della magistratura che si oppone alla separazione delle carriere otterrà il risultato di rinnovare il Consiglio con le vecchie regole. Cioè per quattro anni ancora tutto rimarrà così com’è, con le correnti della magistratura a farla da padrone quando si tratta di nominare il capo di una Procura o di decidere sanzioni a carico di un pm o un giudice che ha sbagliato. In barba al volere degli italiani a favore del cambiamento, il gruppo di potere che determina le carriere delle toghe otterrebbe di ritardare l’entrata in vigore della riforma.
Quanto raccontato da Alessandro Sallusti non è un’ipotesi, ma un pericolo concreto, uno sgambetto alla volontà popolare per impedire che la legge di cui si discute da anni entri in vigore. Ma qui non si tratta solo di denunciare le manovre dilatorie della coalizione di magistrati e sinistra che si oppone a cambiare la giustizia. Si tratta anche di capire da che parte sta Sergio Mattarella: se con il Parlamento e con la maggioranza degli italiani che eventualmente approvassero la riforma o con quella parte politica che mira a sabotarne l’applicazione. Il capo dello Stato è vero che secondo la Costituzione ha il ruolo di notaio della Repubblica, e a lui compete la firma di decisioni prese dal governo o dal Parlamento, ma da tempo, anche se non ufficialmente, i suoi interventi indirizzano le scelte politiche. Per di più, da presidente del Csm, Mattarella dovrebbe avere tutto l’interesse a fare in modo che il Consiglio superiore della magistratura sia eletto con norme che godono del consenso della maggioranza degli elettori e non con le vecchie. In altre parole, il presidente dovrebbe stare dalla parte di chi ha fretta di far esprimere gli italiani e non da quella di chi ha intenzione di allontanare l’espressione della volontà popolare allo scopo di continuare a far valere nei tribunali il potere delle correnti.
Il Consiglio superiore della magistratura negli anni scorsi è stato al centro di una serie di scandali che hanno alzato il velo sulle logiche spartitorie delle Procure. Le nomine non erano dettate dalla volontà di assicurare agli italiani giudizi equi e competenti, ma dagli interessi di componenti politicizzate delle toghe. Non erano i più bravi a ricevere la promozione o l’assoluzione dalle accuse loro rivolte ma, come abbiamo scoperto, gli iscritti alle correnti maggioritarie del Csm. Il presidente della Repubblica intende avallare un’operazione che, nel caso in cui gli italiani approvassero la riforma Nordio, consenta di continuare con questo andazzo? Da presidente del Csm, incarico che gli è assegnato dalla Costituzione e non è puramente formale, accetterebbe l’elezione dei membri del Consiglio con regole vecchie, in spregio alla decisione degli italiani? Le domande non sono peregrine perché, come accaduto in passato, la moral suasion del presidente può fare molto, anche evitare l’aggiramento della volontà popolare.
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Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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