Daniele Capezzone con il vicedirettore Claudio Antonelli: corsa al Colle (e attivismo di Draghi). Futuro del greenpass, governance digitale (e relative questioni di democrazia e di libertà).
Daniele Capezzone con il vicedirettore Claudio Antonelli: corsa al Colle (e attivismo di Draghi). Futuro del greenpass, governance digitale (e relative questioni di democrazia e di libertà).
Ansa
Disgrazie in Catalogna causate dai crolli di un muro e di alcuni massi. Audio choc sulla tragedia in Andalusia: il conducente avvisò di essere uscito dalle rotaie, ma la centrale rispose che non vi erano treni in arrivo.
Tre incidenti ferroviari in pochi giorni mostrano che il governo di Pedro Sánchez deraglia. Binari usurati, passeggeri che perdono la vita o rimangono gravemente feriti rivelano gravi falle nella manutenzione della rete ferroviaria spagnola, calata in dieci anni di oltre il 40%.
Secondo i dati Eurostat del 2024, la Spagna aveva un tasso di deragliamento pari al 21,05% di tutti gli incidenti ferroviari, rispetto al 4,18% dell’Unione europea. I deragliamenti sono quadruplicati in un decennio: dai 5 registrati nel 2014 ai 22 nel 2024. Nel 2018, primo anno del governo Sánchez, erano 7. Nel frattempo, il premier approvava miliardi di euro di prestiti per progetti ferroviari all’estero, principalmente in Marocco ma anche in Egitto e Uzbekistan.
Partendo dalla cronaca, ieri è circolato l’audio impressionante delle conversazioni telefoniche estratte dalla scatola nera del treno ad alta velocità Iryo e diffuse dall’emittente Cordópolis. Nelle registrazioni, il macchinista del treno 6189 proveniente da Malaga e diretto a Madrid, deragliato nel tardo pomeriggio di domenica ad Adamuz (Cordoba), parlava due volte con il centro di controllo dell’Adif a Madrid.
Nella prima, a un operatore dell’Amministratore delle infrastrutture ferroviarie di Spagna che dipende dal ministero dei Trasporti segnalava problemi tecnici riferendosi a un non precisato «intoppo». Quattro minuti dopo, alle 19 e 49 contattava nuovamente la stazione di Atocha per dire: «Devo informarvi che si tratta di un deragliamento. Sto invadendo il binario adiacente».
Chiede che il traffico sui binari venga fermato «urgentemente» e dal centro di comando Adif gli rispondono: «Sì, sì, sì… non ci sono treni in arrivo». Tra il deragliamento e la collisione con il treno Renfe Alvia 2384 partito da Madrid e che viaggiava nella direzione opposta verso Huelva, nel sud della Spagna, trascorrono invece «meno di 9 secondi» e l’impatto è tremendo. Muoiono 43 persone, anche il macchinista dell’Alvia, e sono oltre un centinaio i feriti. Due persone risultano ancora disperse tra i rottami dell’Alvia non ancora rimossi.
Per il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, il treno proveniente da Madrid invece era già passato «e la collisione era già avvenuta», ha spiegato in un’intervista a Telecinco. «Il macchinista non si era accorto di essersi schiantato», ha insistito il ministro. L’esame approfondito della scatola nera fornirà maggiori dettagli, sulla dinamica di questo tremendo incidente.
Quel che è certo, sono i problemi presenti sull’infrastruttura ferroviaria. Pur sottolineando che i binari erano stati ristrutturati a maggio, Puente ha confermato nelle sue apparizioni televisive che il treno deragliato mostrava segni di usura sulle ruote, così come i tre treni precedenti che avevano attraversato quella tratta. I treni Iryo presentano «un’ammaccatura spessa un millimetro e larga diversi centimetri». C’era qualcosa sui binari o i binari stessi stavano iniziando a cedere?
La scorsa estate, il sindacato dei macchinisti Semaf aveva pubblicamente denunciato il progressivo deterioramento delle rotaie, segnalando vibrazioni nelle linee ad alta velocità che collegano Madrid a Malaga, Siviglia, Valencia e Barcellona. Il sindacato ha proclamato tre giorni di sciopero.
Non bastava la tragedia in Andalusia. In Catalogna, vicino a Gelida, il crollo di un muro di contenimento è stato la causa dell’incidente ferroviario suburbano R4 Rodalies di martedì sera, in cui un apprendista macchinista ha perso la vita e oltre 30 persone sono rimaste ferite, cinque in modo grave. Puente si è affrettato a spiegare che l’incidente mortale di Gelida «non ha nulla a che fare con il servizio ferroviario», e l’ha attribuito alle «condizioni meteorologiche».
Sempre in Catalogna, nelle stesse ore c’era stato un altro deragliamento per dei massi caduti su binari, per fortuna senza vittime. Nel dolore e nella rabbia, cresce lo sconcerto dei cittadini spagnoli per i prestiti esteri a Marocco, Egitto e Uzbekistan che hanno superato 1,511 miliardi di euro dal 2021. Uno degli ultimi progetti approvati, l’11 febbraio 2025, ha riguardato la concessione di un prestito rimborsabile di 754,3 milioni di euro destinato all’acquisto di 40 treni interurbani in Marocco.
Dal 2021, il governo di Sánchez ha concesso circa 700 milioni di prestiti all’Egitto, soprattutto per la manutenzione e la fornitura di pezzi di ricambio per il materiale rotabile delle linee 1 e 2 della metropolitana del Cairo. Nel 2019 approvava un prestito di 57,4 milioni di euro all’Uzbekistan per l’acquisizione di treni ad alta velocità Talgo 250.
Nel frattempo, in Spagna l’investimento ferroviario da parte del gestore dell’infrastruttura Adif «ha accumulato un calo impressionante», nella manutenzione, riporta Libremercado, «e l’investimento effettivo - misurato in relazione alle dimensioni dei binari e all’utilizzo - è stato ridotto del 42,5%».
Non è finita. Nuove accuse arrivano al cerchio di fedelissimi del premier. Koldo García, ex consigliere dell’ex ministro dei Trasporti José Luis Ábalos (entrambi in carcere), tra il 2023 e il 2024 (data del suo arresto) aveva ricoperto il ruolo di consigliere di Azvi, una delle aziende legate allo scandalo dei lavori pubblici che ha coinvolto il Psoe e diversi dirigenti socialisti.
Azvi è stata una delle aziende a cui è stato assegnato l’appalto nell’aprile 2022 per la ristrutturazione e il miglioramento del tratto di binario interessato dall’incidente di Adamuz. «La corruzione distrugge la fiducia nelle istituzioni. E la corruzione uccide», ha tuonato ieri su X il leader di Vox, Santiago Abascal.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint a margine del voto in plenaria sul Mercosur, dove è stato approvato il passaggio alla Corte di Giustizia europea.
Papa Leone XIV con la Guardia svizzera pontificia (Ansa)
Il 22 gennaio 1506 veniva istituita da Papa Giulio II la Guardia svizzera pontificia, oggi il più antico corpo militare in servizio. Decimata nel «Sacco di Roma» del 1527, sopravvisse a Carlo V e alle soppressioni di Napoleone e della Repubblica Romana. Oggi conta 135 effettivi a protezione di Leone XIV.
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Il 22 gennaio 1506, centocinquanta mercenari svizzeri fecero ingresso a Roma e si misero al servizio di Giuliano della Rovere, Papa Giulio II. Negli stessi mesi la Penisola era flagellata dalle Guerre d’Italia, scatenate dalle grandi potenze dinastiche per il predominio in Europa e in Vaticano iniziava la costruzione della basilica di San Pietro. Già nel 1478 il pontefice Sisto IV aveva concluso accordi con la Confederazione Elvetica, patria storica di soldati mercenari, per l’impiego di soldati svizzeri da impiegare a fianco dell’esercito pontificio, che all’alba del secolo XVI rappresentava il braccio armato dello Stato della Chiesa impegnato in quegli anni in una forte politica di espansione territoriale in Italia. Nel 1503 Giulio II chiese alla Dieta svizzera la fornitura di 200 uomini a protezione del Papa e della Santa Sede. Nel settembre 1505 furono inviati a Roma i primi 150 uomini che costituiranno il primo nucleo della Guardia Svizzera Pontificia, comandati da Kaspar von Silenen, membro di una nobile famiglia del Cantone Uri di lunga tradizione militare. Al servizio di Giulio II, i soldati elvetici proteggono il pontefice e gli edifici papali in un periodo storico turbolento per Roma, caratterizzato dalle lotte intestine fra le famiglie nobili della Città eterna, che mettevano quotidianamente a rischio la vita del Papa oggetto di intrighi e congiure. Ma la minaccia più grande arrivava dall’esterno ed in particolare dalle armate di Carlo V, in guerra contro la Francia per il dominio sulla Penisola. Il 6 maggio 1527 i lanzichenecchi, mercenari tedeschi, assaltavano la città del Papa nel giorno passato alla storia come il «Sacco di Roma». La Guardia svizzera fu decisiva per la salvezza del pontefice Clemente VII, che fu trasferito attraverso il Passetto di Borgo nella residenza di Castel sant’Angelo dove il Papa rimase prigioniero per mesi. Gli svizzeri pagarono un altissimo tributo di sangue, con soltanto 42 superstiti su 189 effettivi. Dopo l’ingresso di Carlo V, la guardia pontificia fu sostituita da un corpo di spagnoli e lanzichenecchi. Fu sotto Paolo III che nel 1548 un nuovo contingente elvetico fu richiamato a difesa della Santa Sede, grazie all’intercessione del cardinale Ennio Filonardi, già Nunzio apostolico in Svizzera. Per i due secoli successivi la «Päpstliche Schweizergarde» smise definitivamente di essere impiegata in campagne militari e rimase unicamente a difesa del Pontefice e impiegata nei cerimoniali. Comandata prevalentemente da membri di nobili famiglie di Lucerna (in particolare quella degli Altishofen), la guardia venne sciolta una prima volta durante il dominio napoleonico e, dopo la ricostituzione nel 1814, nuovamente soppressa durante l’effimera Repubblica Romana del 1848. Nuovamente richiamata da Pio IX, la Guardia pontificia non combatté in occasione della Presa di Roma del 1870, in quanto la difesa della Capitale era stata affidata agli Zuavi.
All’inizio del XX secolo il Corpo fu oggetto di una profonda riforma ad opera del comandante Jules Repond, con la volontà di aumentare la disciplina, addestrare all’uso di armi moderne e limitare il reclutamento ai soli candidati svizzeri di nascita. Fu durante questo periodo che furono adottate le uniformi che ancora oggi sono adottate, ispirate a quelle del Cinquecento. Con la nascita dello Stato Vaticano dopo il Concordato del 1929, la Guardia svizzera divenne il corpo ufficiale di Stato e gli effettivi furono aumentati da Pio XII durante la Seconda guerra mondiale a 300.
Dal dopoguerra fu impiagata assieme alla Gendarmeria vaticana, mentre gli antichi corpi nobiliari rimasti furono soppressi nel 1970 da Paolo VI. Il 13 maggio 1981 la Guardia Svizzera Pontificia si trovò coinvolta nell’attentato a Giovanni Paolo II e svolse un ruolo cruciale nella protezione del Pontefice ferito dai colpi di Ali Agca. L’episodio portò alla necessità di modernizzare l’addestramento e l’armamento del Corpo, includendo la presenza delle guardie in borghese anche durante i viaggi all’estero del Papa. Attualmente l’organico è di 135 effettivi, aumentati di 25 unità nel 2019 sotto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.
La Guardia svizzera pontificia è il corpo militare più antico attualmente in servizio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Approvata a Strasburgo una risoluzione che invia alla Corte di giustizia il testo dell’accordo: i giudici stabiliranno se viola o meno i trattati, ma ci vorrà da uno a tre anni. Esulta la Lega, risultata decisiva. Uno schiaffo a Ursula Von der Leyen, su cui oggi si vota la sfiducia.
«Ora la baronessa s’attacca al Trump». La battuta circolava ieri con divertita insistenza all’Eurocamera, e in più lingue: il voto con cui il Parlamento Ue ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché esprima un parere di legittimità sull’accordo col Mercosur rappresenta una doppia novità politica, oltreché una rivincita della rappresentanza democratica su Ursula von der Leyen. Ora il trattato resta congelato: il Parlamento potrà ratificarlo solo dopo la sentenza dei giudici e ci possono volere da uno a tre anni. A difenderlo resta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: «È un buon affare che tutela l’economia nazionale e noi lo abbiamo fatto cambiare. I rischi per i settori sensibili sono sovrastimati». È però un brusco risveglio dalla molta retorica che la presidente della Commissione ed Emmanuel Macron hanno sparso a Davos.
La baronessa è arrivata a proclamare beffarda verso Trump: «Col Mercosur l’Europa invia un messaggio potente al mondo: scegliamo il commercio equo al posto dei dazi». Solo che il messaggio, chissà per quanto, torna nel cassetto. Peraltro dall’altra parte dell’Atlantico sono già sorti serissimi dubbi se sia davvero conveniente commerciare così con Bruxelles. È una doppia novità politica perché ultradestra, ultrasinistra, verdi e una folta pattuglia dei liberali hanno votato insieme contro la «maggioranza Ursula» e soprattutto il Ppe ha avuto un’emorragia di voti: una cinquantina di eurodeputati popolari è andata in direzione ostinata e contraria agli ordini del gran capo Manfred Weber. Il quale aveva rampognato: «Ricordatevi che è un voto anti Trump». La seconda novità è che in questa Europa anti sovranismi i deputati dei cinque Paesi - più la Grecia - da sempre dichiaratisi contro il Mercosur - francesi, polacchi, irlandesi, ungheresi e austriaci - incuranti dei richiami di partito hanno detto no all’accordo. Anche tra gli italiani ci sono anomalie. Lega (entusiasta) 5 Stelle e Avs hanno votato a favore della mozione; contrari Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd.
Per la baronessa è un colpo durissimo. Si era spesa prima di partire per Davos con i big dei gruppi parlamentari: «Se non passa il Mercosur dite addio all’Europa come protagonista globale». Detto fatto. Alle 12.30 di ieri, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, su una mozione proposta da Renew (i liberali macroniani) e dai Verdi (è stata respinta una mozione analoga presentata da Patriots, che è l’ala ultradestra: ha avuto solo 253 voti favorevoli) il Parlamento europeo ha inoltrato alla Corte di giustizia con sede in Lussemburgo un quesito specifico: se l’accordo col Mercosur e i conseguenti comportamenti della Commissione violano o meno i trattati dell’Unione. In particolare c’è un punto che è speculare a quanto sta avvenendo in Sudamerica. Il cartello della soia Cargill, Jbs, Dreyfus si è accorto che nel trattato ci sono troppi vincoli ambientali. Lo stesso vale per l’Argentina. Invece i parlamentari europei sono convinti che Ursula von der Leyen abbia svenduto il rigore normativo. Il portavoce della Commissione Olof Gill - il solo ad aprire bocca - ha dichiarato: «La Commissione si rammarica della decisione del Parlamento. Le questioni sollevate non sono giustificate, perché la Commissione le ha già affrontate in modo molto dettagliato». Gill nulla ha detto se si farà ricorso all’esercizio provvisorio. E la ragione c’è: Ursula von der Leyen oggi va di nuovo a giudizio. Il Parlamento vota la mozione di sfiducia alla Commissione proposta da Jordan Bardella (gruppo Patriots) e ora la baronessa non è tranquillissima. Come non lo sono né i popolari (che con Forza Italia dicono: «Inutili ritardi in un momento in cui c’è bisogno invece di scelte») né i socialisti («Ci rammarichiamo che non si possa avviare il controllo democratico a causa di queste tattiche dilatorie»).
In Italia esulta la Lega anche con Gian Marco Centinaio: «È una vittoria di chi, come noi, ha sempre detto che questo trattato non tutela le nostre imprese agricole, la salute dei consumatori, una concorrenza leale. Ora la baronessa sarà costretta a fermarsi». I 5 Stelle aggiungono: «È una nostra vittoria, degli agricoltori e una clamorosa sconfitta personale di Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni». E l’Europa unita? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, sottolinea: «La Francia sa dire di “no” quando serve; la lotta continua per garantire la nostra sovranità alimentare». Gli risponde il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È una decisione deplorevole: l’accordo deve essere applicato in via provvisoria». Chi ha ragione di cantare vittoria è Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. Martedì era alla testa di 10.000 agricoltori e migliaia di trattori e ora può sostenere: «È una risposta politica alle follie della presidente e della sua cerchia di tecnocrati; continuiamo la nostra battaglia per l’agricoltura». Sui cartelli c’era scritto: «Von der Leyen go home». Oggi c’è la sfiducia. Chissà che anche stavolta l’Eurocamera dia ragione ai contadini…
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