Le guerre moltiplicano le spese di riarmo: ogni persona sul pianeta versa 300 euro per mantenere gli apparati bellici. Tra i gruppi che hanno visto esplodere utili e valori in Borsa pure Rheinmetall, Rtx e la nostra Leonardo.
Mentre l’economia zoppica e famiglie e imprese sono alle prese con il rincaro dell’energia, le aziende del comparto della difesa fanno affari d’oro. I clienti, naturalmente, sono soprattutto i governi. Stimolati dalla nuova situazione internazionale, in particolare dopo l’invasione dell’Ucraina, gli Stati hanno innescato una forte domanda di armamenti e le aziende del comparto sono sommerse di ordinativi. La guerra in Iran sta spingendo ulteriormente la domanda di armamenti e sistemi di difesa.
Il Sipri, l’istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla spesa militare mondiale da cui si evince che i governi del mondo hanno speso per attrezzare le proprie forze armate nel 2025 ben 2.887 miliardi di dollari (circa 2.500 miliardi di euro), il 2,9% in più rispetto all’anno precedente, l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Rapportata al Pil globale, la spesa militare ha raggiunto il 2,5%, il livello più alto dal 2009. In termini pro capite, ogni persona sul pianeta ha contribuito con 352 dollari al mantenimento degli apparati bellici mondiali.
I Paesi europei hanno aumentato il loro budget del 14% nel 2025, raggiungendo 864 miliardi di dollari, la crescita più rapida dal 1953. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi, con 22 Paesi che hanno superato la soglia del 2% del Pil. La Germania, con una crescita del 24% a 114 miliardi, ha superato per la prima volta dal 1990 il 2% del Pil. La Spagna ha aumentato la spesa del 50% a 40,2 miliardi, superando anch’essa quella soglia per la prima volta dal 1994.
Nel frattempo, il Congresso americano ha già approvato per il 2026 una spesa superiore a mille miliardi di dollari, con l’amministrazione Trump che chiede al Congresso di autorizzare spese fino a 1.500 miliardi nel 2027. Sarebbe la cifra più alta nella storia americana.
Se piange il bilancio degli Stati, quello delle aziende del settore ride, e parecchio. Nel 2024 le prime cento aziende produttrici di armi hanno registrato ricavi complessivi per 679 miliardi di dollari, il 5,9% in più rispetto all’anno precedente e il 26% in più rispetto a dieci anni fa. I bilanci 2025 delle singole aziende confermano che la tendenza non ha rallentato.
La tedesca Rheinmetall ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 29%, a 9,9 miliardi di euro, con un margine operativo salito al 18,5%. Il portafoglio ordini ha raggiunto il massimo storico di 63,8 miliardi di euro, in crescita del 36% sull’anno precedente. Per il 2026 il management prevede una crescita delle vendite tra il 40% e il 45%.
Leonardo ha archiviato il 2025 con ricavi in crescita dell’11% a 19,5 miliardi di euro, con l’Ebita in aumento del 18% a 1,75 miliardi, ordini cresciuti del 15% a 23,8 miliardi e un portafoglio ordini che ha raggiunto 47 miliardi.
L’americana Rtx ha visto un 2025 a 88,6 miliardi di dollari di ricavi, il 10% in più rispetto al 2024, con un portafoglio ordini difesa record a 107 miliardi. Lockheed Martin ha registrato ricavi annui 2025 per 75 miliardi di dollari, il 6% in più rispetto al 2024, con un portafoglio ordini a 194 miliardi, circa due volte e mezzo il fatturato annuo. Tra il 2020 e il 2024, le prime cinque aziende americane del settore (Lockheed, Rtx, Boeing, General Dynamics e Northrop Grumman) hanno ricevuto dal Pentagono contratti per 771 miliardi di dollari.
L’inglese Bae Systems ha aumentato i ricavi del 10% nel 2025 arrivando a 30,7 miliardi di sterline. L’utile operativo sottostante è salito del 12%, il portafoglio ordini ha raggiunto il record storico di 83,6 miliardi di sterline e l’acquisizione di nuovi ordini nel 2025 è stata pari a 36,8 miliardi. La francese Thales ha fatto segnare nel 2025 ricavi in crescita dell’8,8% a 22,14 miliardi di euro e utile operativo in aumento del 14% a 2,74 miliardi. Le vendite nel solo segmento difesa sono cresciute dell’11,5% a 12,2 miliardi. Il Czechoslovak Group ha visto ricavi in crescita del 71,7% a 6,7 miliardi di euro, con utile netto di 872 milioni. Per il 2026 il gruppo prevede ricavi tra 7,4 e 7,6 miliardi.
Dal febbraio 2022 al gennaio 2025 l’indice borsistico europeo del comparto aerospazio-difesa ha guadagnato il 125,2%, contro il 44,6% dell'equivalente americano. Il mercato dell’IA applicata alla difesa valeva 27,9 miliardi nel 2025 e dovrebbe raggiungere i 42,7 miliardi entro il 2030.
Insomma, una pioggia di denaro e di commesse pubbliche miliardarie.
Dall’altra parte, in Europa l’economia arranca e il caro energia inizia a farsi sentire. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che la famiglia media europea perderà circa 375 euro di potere d’acquisto nel 2026, con l’Italia nello scenario avverso a 2.270 euro per nucleo familiare.
Sul piano fiscale, il nuovo Patto di stabilità europeo prevede una deroga al tetto del deficit fino all’1,5% del Pil per i Paesi che aumentano la spesa militare, mentre non c’è una clausola equivalente per il sostegno a famiglie e imprese per il caro energia. La spesa per la difesa dell’Ue ha raggiunto i 343 miliardi nel 2025, il 63% in più rispetto al 2020. Il governo italiano, con deficit al 3,1% del Pil, sta discutendo con l’Unione europea di uno spazio fiscale per contenere la spesa energetica di famiglie e imprese. Non a caso, qualche giorno fa, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha affermato: «È molto difficile da sostenere politicamente una clausola che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto di stabilità le spese per la difesa, mentre si escludono quelle per l’energia e le famiglie».
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Papa Leone XIV (Ansa)
Il primo Papa americano, Leone XIV, sta sanando le ferite del precedente pontificato. Senza prestare il fianco agli attacchi di Donald Trump.
«Sparire perché rimanga Cristo», questo il programma che papa Leone XIV un anno fa scolpì nella sua prima omelia da pontefice, quella che pronunciò nella Cappella sistina davanti ai cardinali che lo avevano eletto. E ieri a Pompei, esattamente un anno dopo, ha dato il suo corollario: «Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!».
È difficile riuscire a far passare la forza di questo programma «cristocentrico» in un mondo abituato agli slogan facili, ai ritornelli e a escludere l’ipotesi di Dio quasi di riflesso. Un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, il primo Papa americano della storia, figlio spirituale di Sant’Agostino, quel programma resta l’unica valida interpretazione per capire quale è la natura del pontificato di Leone XIV. Le sfrontate e ridicole tirate d’orecchi che arrivano da Oltreoceano per bocca del presidente Donald Trump sono come cinepanettoni, come un rumore di fondo, per quanto sia importante il pulpito da cui provengono. All’ultima uscita del tycoon, che addirittura accusava il Papa di essere in qualche modo a favore dell’arma nucleare all’Iran, papa Prevost ha risposto che «se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità», aggiungendo che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». Un ruggito gentile quello di papa Leone, ma di certo libero e non facilmente incasellabile (il dibattito sulla «guerra giusta», su cui lo si vorrebbe tirare per la talare, è spesso mal posto pur essendo un dilemma etico colossale).
Matematico, con un dottorato in diritto canonico all’Angelicum, papa Prevost ha una forma mentis che non può non tener conto dei passaggi logico-deduttivi e del rigore strutturale del diritto. Attento alla forma, senza farne un idolo, non è di certo impegnato a obliterare chi lo ha preceduto, come taluni desidererebbero, né può definirsi un «bergogliano», come molti si affrettano a etichettare. In questo primo anno Leone XIV guida la Chiesa con quello che si può definire «metodo Prevost», quello di chi sta cercando di armonizzare il governo della Chiesa, superando personalismi per tornare a una dimensione più corale e meno polarizzata. La sua sfida non è quella di rinnegare l’eredità di chi lo ha preceduto, ma di «disinnescare» le onde d’urto che avevano caratterizzato il passato recente, portando la Chiesa in un porto più sicuro. Come peraltro gli è stato richiesto, nemmeno troppo tra le righe, già dalle congregazioni generali del Conclave che nel maggio 2025 lo ha eletto, un po’ a sorpresa, già al quarto scrutinio.
Mentre Francesco tendeva a scavalcare uffici e gerarchie tradizionali, l’attuale pontefice sta riportando al centro il diritto canonico e la professionalità istituzionale. Le sue nomine sono lo specchio di questa visione, ne possiamo citare alcune in particolare: ha scelto canonisti di comprovata esperienza come l’arcivescovo Roberto Maria Redaelli alla Segreteria del Dicastero per il clero e Filippo Iannone come prefetto al Dicastero per i vescovi. Anche la scelta dell’australiano Anthony Randazzo al Dicastero per i testi legislativi conferma questa linea: un uomo che conosce la Curia dai tempi di Ratzinger, ma che porta con sé l’esperienza pastorale di un vescovo «dell’altro mondo». La nomina dell’arcivescovo Paolo Rudelli a Sostituto per gli Affari generali - la «terza carica» più potente del Vaticano - è un altro segno di questa nuova fase, anche lui canonista, diplomatico di lungo corso, prende il posto del venezuelano Edgar Peña Parra, il quale ha vissuto anni difficili segnati dal processo sull’immobile di Londra. Sono nomine forse poco appariscenti, ma che segnano quella linea del ruggito gentile, della «transizione» verso acque più tranquille, che è parte intrinseca di quello che sembra essere il «metodo Prevost».
Così anche alcune nomine episcopali importanti, Westminster e New York, colgono questo stile. Per la diocesi inglese, il Papa ha selezionato Richard Moth, mentre per la metropoli americana ha scelto Ronald Hicks. Due profili di vescovi appunto simili a papa Prevost, figure «centriste», per così dire, e non facilmente etichettabili.
La gestione del Sinodo sul sinodo, e la conseguente questione della sinodalità, è una partita aperta. Ci sono le corse in avanti della chiesa tedesca, pronta a formalizzare la benedizione fast per coppie irregolari (comprese quelle omosessuali) secondo il celebre documento Fiducia supplicans, ma già stoppate dallo stesso Papa anche in una recente conferenza stampa sull’aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Africa. E poi sono in ballo i lavori di attuazione del lungo cammino sinodale (2021-2024) che culminerà in un’assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028. È di questi giorni la polemica sollevata dal Rapporto finale del gruppo di studio n. 9, che ha sollevato diverse polemiche in merito al passaggio sull’esperienza delle persone omosessuali. Per ora solo documenti di lavoro, ma Leone XIV finora si è limitato ad ascoltare, tratto forte del suo governo, senza esporsi troppo, ma anche dando qualche segnale.
Come il suo consiglio, quasi sussurrato, dato su un problema tra i più spinosi della vita ecclesiale, quello della cosiddetta «questione liturgica». Senza abrogare formalmente le restrizioni apportate dal predecessore, Leone XIV ha inaugurato quella che si potrebbe definire una «pace liturgica». In un messaggio ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, ha esortato a trovare «soluzioni concrete» per l’inclusione generosa di chi aderisce al Vetus Ordo, citando le linee guida del Vaticano II, ma omettendo significativamente ogni riferimento al motu proprio del predecessore Traditiones custodes. Così il Papa sembra voler relativizzare lo scontro ideologico, cercando di assorbire le divisioni e restaurare l’unità partendo dal basso, caso per caso. È il «metodo Prevost», quello che conosce anche i tempi della Chiesa. Che non sono quelli con cui si misurano le cose del mondo.
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Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
Secondo una ricerca condotta da Gpf, il 39% dei cittadini è contro la guerra e le sanzioni a Mosca che rendono più care le bollette. Solo il 14% segue la linea oltranzista antirussa del governo. Ben 4 intervistati su 10 si dicono arrabbiati e non intenzionati a votare.
Ci sono «quattro Italie» posizionate su letture, interpretazioni e opinioni differenti riguardo al conflitto tra Russia e Ucraina: quattro anime corrispondenti a distinti e ben definiti profili di cittadini italiani. Ma la maggioranza di essi, il 39 per cento, non ne può più della guerra, delle inutili sanzioni, dell’abbandono del gas russo che tanto ha inciso sulle nostre bollette, delle discriminazioni di atleti e artisti e soprattutto degli aiuti militari a Kiev, pari a più di 3 miliardi di euro. Sono in netta minoranza, invece, i cosiddetti «atlantisti», ossia gli italiani più vicini alle posizioni finora adottate dal governo di Giorgia Meloni, tendenza Forza Italia: uno spaccato di popolazione nettamente anti Russia, pro Ucraina e pro sanzioni, che rappresenta però soltanto il 14,2 per cento della popolazione italiana.
Sarebbe da sussurrare all’orecchio del presidente del Consiglio il risultato della ricerca «Il conflitto Russia-Ucraina. Percezione, opinioni, grado d’informazione e valutazioni dei cittadini italiani», condotta da Gpf, storico istituto di ricerche sociali e di mercato, fondato oltre 40 anni fa da Giampaolo Fabris e oggi parte del gruppo Qubit, guidato da Luca Morvilli. La rilevazione, firmata dal direttore scientifico di Gpf, Carlo Berruti, si è conclusa a fine aprile e rappresenta un campione di 1.000 italiani cui è stato sottoposto un ampio questionario su tutte le tematiche chiave della guerra ancora in corso, dalle responsabilità del conflitto alle «soluzioni», si fa per dire, adottate finora, dalle sanzioni, ai costi della guerra.
Pur emergendo una percezione articolata sulla crisi russo-ucraina, il blocco che spicca maggiormente, rappresentando ben 4 italiani su 10, è quello dei critici verso la linea occidentale, le sanzioni e anche il governo. Questo cluster dei cosiddetti «sovranisti anti atlantici» (profilo istruito e «diploma-centrico», la pancia del Paese, si direbbe), politicamente mostra il segnale più netto di distanza dal sistema, al punto che al momento dichiara che non voterà alle prossime elezioni (attenzione, Meloni). Ed è questa «prima Italia» a essere arrabbiata non soltanto con le scelte del partito del premier (che anche prima di arrivare al governo, va detto, dichiarava fermamente il proprio sostegno a Kiev), ma anche con i media, che danno una copertura «non equilibrata» delle diverse prospettive.
Questa maggioranza quasi assoluta di italiani ritiene dannoso per l’Italia l’abbandono delle forniture di gas russe, vuole eliminare o allentare le sanzioni e giudica sproporzionati o inefficaci i sacrifici richiesti sin dal 2022, a partire da quel «volete la pace o il condizionatore acceso?», rivolto dall’allora premier Mario Draghi, in diretta televisiva, a una pletora di telespettatori attoniti dalla mediocrità del messaggio, pur istituzionale. Anche le frequenti discriminazioni di atleti o artisti russi suscitano le loro (e le nostre) perplessità.
La «seconda Italia» che emerge dal sondaggio è quella dei «critici moderati» (cluster di casalinghe con più licenze medie che diplomi), che rappresenta poco più di un quarto del campione (il 27,3 per cento): pur riconoscendo le responsabilità russe, sono più cauti e più critici rispetto ai costi economici e sociali del conflitto. Il gruppo giudica le scelte energetiche «necessarie ma mal gestite», è favorevole ad allentamenti parziali delle sanzioni e considera l’informazione italiana un po’ di parte. A seguire, i «pragmatici» (19,5 per cento, un italiano su cinque), caratterizzati da un approccio focalizzato sulla necessità di una rapida conclusione della guerra. È il segmento meno ideologico, «quello più lavorabile in termini comunicativi», spiegano i ricercatori, perché «non respinge alcuna posizione, non si sente informato per assumerla».
In coda al gruppo, come anticipato, il cluster degli «atlantisti»: di gran lunga minoritario in termini numerici (poco più di un settimo del campione), è però estremamente compatto e «ideologico». Alcune risposte fornite al sondaggio sono emblematiche: sebbene la maggioranza degli intervistati (il 31,2 per cento) sappia che l’origine del conflitto derivi dagli eventi del Donbass nel 2014-2015, gli atlantisti la collocano a febbraio 2022; eppure sono gli unici, tra gli intervistati, a conoscere bene gli accordi di Minsk. E nonostante costituiscano il gruppo che sa, più di tutti gli altri, che nella storia recente i governi italiani e la Ue non hanno mai invitato a fare sacrifici per altre guerre (Yemen, Palestina, Sudan), gli atlantisti li ritengono, per l’Ucraina, «pienamente giustificati: difendere la democrazia vale qualsiasi costo». Non li smuove neanche la notizia che il Pil europeo in questi anni sia cresciuto molto meno di quello russo: «Mi sorprende», dichiarano, «pensavo che le sanzioni avessero indebolito molto di più l’economia russa».
Inoltre, nonostante la maggioranza degli italiani (39,8 per cento) pensi che «le sanzioni non dovrebbero ricadere sui contribuenti, indipendentemente dalla loro entità», secondo gli atlantisti «è un costo giustificato: fa parte delle sanzioni e serve a fare pressione sulla Russia». Come no. Del resto, sono il profilo più istruito della media; rappresentano, se vogliamo, quella fascia di elettori cui si rivolgerebbe il partito di centro fantasticato dalle parti del Quirinale e da spezzoni di Pd, partitini centristi e Forza Italia e infatti votano per Azione di Carlo Calenda e per Italia viva (Matteo Renzi), i cui partiti si attestano sul 2 o 3 per cento, non di più. Sono probabilmente più liberi imprenditori che dipendenti: sarà forse per questo che, «sapendo che il gas russo costava circa 22-26 euro/Mwh e che i prezzi di mercato sono saliti fino a 346 euro nel 2022, attestandosi oggi intorno a 47 euro», continuano a ritenere che il sacrificio «valga il costo nel lungo periodo». E pazienza per quel 34,1 per cento di poveri italiani che non ce la fanno più con le bollette ritenendo, pour cause, che la scelta di abbandonare le forniture sia stata «dannosa» per le proprie tasche o comunque «mal gestita» (35,7 per cento).
Gli autori del questionario, dopo la compilazione, che ha suscitato una maggiore informazione e sensibilizzazione sulla materia, hanno rilevato un cambiamento nelle risposte: il convincimento della prevalente responsabilità russa si è attenuato, mentre è cresciuta la lettura di «responsabilità condivisa». «Il dato indica», sottolineano, «che la maggior informazione, pur non ribaltando il giudizio, lo rende meno lineare e più complesso». Forse anche meno assertivo dell’eterna retorica dell’«aggressore e dell’aggredito», che non ha portato, a distanza di quattro anni, da nessuna parte.
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