2019-09-07
Ansa
Germania fuori dalla recessione, grazie all’addio ai vincoli di spesa a scopi di riarmo Merz fa ammenda per lo stop al nucleare. Sorpresa Spagna: +100% di gas da Donald.
La Germania esce dalla recessione. Dopo due anni di crisi profonda, l’economia torna a crescere grazie sostanzialmente a due strategie: il potenziamento degli investimenti nell’industria bellica, spinti dall’occasione favorevole concessa dal conflitto in Ucraina, ma soprattutto lo smantellamento dei vincoli sulla spesa pubblica che il cancelliere, Friedrich Merz, ha lasciato correre a piene mani.
Berlino, da fustigatore, nel passato, dei Paesi «cicale» quali la Grecia (impossibile dimenticare la troika voluta proprio dalla Germania per bastonare un governo considerato incapace di tenere stretti i cordoni della spesa) e l’Italia (altrettanto scolpiti nella memoria gli attacchi dell’ex cancelliera Angela Merkel al governo Berlusconi e le manovre per la sostituzione con Mario Monti), ha cambiato passo. Ora la spesa pubblica da «demonio» è un booster per l’economia. Così Merz può applaudire al +0,2% del PIl nel 2025 rispetto all’anno precedente, brindando all’uscita dalla crisi. «Dopo due anni di recessione, l’economia è tornata a crescere leggermente, soprattutto grazie al fatto che nel 2025 le famiglie hanno ripreso a consumare. La crescita è dovuta principalmente all’aumento della spesa per consumi delle famiglie e dello Stato. Le esportazioni, invece, sono diminuite», ha commentato il presidente dell’ufficio federale di Statistica tedesco, Ruth Brand. Per l’Italia si tratta certamente di una buona notizia perché la Germania continua a rappresentare il primo mercato di sbocco delle nostre esportazioni con il 12% del totale.
Un ripensamento rispetto all’austerità dei governi passati che riguarda anche un altro tema strategico per la Germania, il nucleare. «Abbandonarlo è stato un grave errore strategico», ha ammesso Merz nel suo intervento all’Unione delle Camere di commercio e dell’industria tedesche. La dichiarazione è stata accolta dagli applausi. «Ora stiamo attraversando la transizione energetica più costosa in tutto il mondo», ha aggiunto il cancelliere. «Non conosco un altro Paese che renda le cose così difficili e dispendiose come la Germania». Un cambio di passo coerente con l’impostazione del governo italiano, che sta valutando un ritorno al settore con reattori di nuova generazione.
Anche affidarsi totalmente alle rinnovabili non pare la soluzione giusta e perseguibile. È il caso della Spagna, che ha puntato fortemente, con il governo Sánchez, sull’energia pulita. Ora si scopre che Madrid, nel 2025, ha raddoppiato l’acquisto di gas dagli Stati Uniti. In un anno le importazioni sono aumentate del 100% (passando da 56.435 GWh nel 2024 a 111.660 GWh) mentre, contestualmente, quelle dalla Russia sono crollate del 40%, scendendo da 72,360 GWh a 42,629 GWh. L’aumento delle forniture statunitensi è stato favorito dalla politica commerciale del presidente Donald Trump, che ha ridotto i dazi sulle esportazioni europee in cambio dell’impegno dell’Ue di aumentare le importazioni di energia, inclusi gas e petrolio. Nel complesso contesto geopolitico, l’accordo ha avuto l’effetto di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico dell’Europa, anche alla luce delle sanzioni contro la Russia per la guerra in Ucraina. Rispetto alle esportazioni di gas in Spagna, l’Algeria ha mantenuto costante il suo contributo, mentre il Qatar ha ridotto le sue vendite alla penisola iberica a meno della metà. La Spagna, che dispone della maggiore capacità di rigassificazione in Europa (con sette impianti) non avendo avuto le resistenze dei teorici italiani della «decrescita felice», continua a essere un hub fondamentale per la distribuzione del gas in Europa. Una parte della quantità di gas proveniente dagli Stati Uniti, infatti, non è destinata al consumo nazionale - secondo quanto riportato nel Bollettino Statistico di Enagas - ma viene redistribuita ad altri Paesi.
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Sanae Takaichi e Giorgia Meloni a Tokyo (Ansa)
«Questa è la terza volta che io vengo in Giappone in tre anni che sono al governo e non è stato un caso, è stata una scelta». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in apertura del bilaterale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi a Tokyo, sottolineando che dalla sua terza visita «Il messaggio è che crediamo molto in questa alleanza». «La prima volta che sono venuta qui – ricorda Meloni – abbiamo elevato i nostri rapporti a livello di partenariato strategico. La seconda volta che sono stata qui nell’ambito del G7 di Hiroshima abbiamo approfittato per discutere di un Piano di azione triennale 2024-2027 per darci degli obiettivi che fossero chiari, definiti e con delle scadenze temporali, che abbiamo rispettato». La sua terza visita in Giappone, aggiunge il premier, si tiene in occasione del «160esimo anniversario delle nostre relazioni bilaterali che racconta anche quanto siano profonde, durature e continuative le nostre relazioni».
Primi drappelli nell’Artico. I tedeschi incolpano russi e cinesi, Macron accusa ancora di colonialismo Trump. Che però ha svegliato la Nato, tanto che Mosca ammette: «Siamo preoccupati». Oggi delegati Usa dai danesi.
La ministra di Nuuk scoppia quasi a piangere durante un’intervista, Donald Trump assicura che «si troverà una soluzione». Di certo, il vertice a Washington con i rappresentanti di Groenlandia e Danimarca da un lato, Marco Rubio e JD Vance dall’altro, non ha sbloccato l’impasse sull’isola artica, di cui la Casa Bianca rivendica il possesso. Anzi, il premier danese, Mette Frederiksen, conferma che «l’ambizione americana rimane intatta». E l’Unione europea - lo ha riferito una fonte a Politico - diffida proprio del vicepresidente: «Ci odia». Dopodiché, all’acme dell’attrito, si colgono segnali di distensione. Il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen, si accontenta di aver istituito un gruppo di lavoro con gli Usa: «Meglio di niente». Il primo ministro groenlandese conferma che è il dialogo «la via da seguire». Oggi, una delegazione a stelle e strisce vedrà la Frederiksen nella capitale danese. Intanto, la sveglia del tycoon sollecita i Paesi europei a rafforzare i loro presidi armati e finisce per irritare la Russia. A riprova che, su quell’area, convergono gli appetiti dei nostri avversari.
Ieri, sull’isola, sono arrivati 15 soldati francesi. A essi si unirà una squadra di ricognizione tedesca. Emmanuel Macron ha annunciato che spedirà presto rinforzi terrestri, aerei e marittimi. Alla missione, cui avevano subito aderito svedesi e norvegesi, si sono aggiunti un ufficiale olandese, uno inglese e due finlandesi. La Spagna ci pensa su; il Belgio temporeggia. Italia e Polonia si sono sfilate. Secondo Antonio Tajani, che non vede «all’orizzonte» un’invasione dei Marines, la strategia di Roma «non prevede la presenza di militari». Guido Crosetto, alla Camera, ha invitato ad agire nell’ambito dell’Alleanza atlantica, «dove ci sono anche gli Stati Uniti», evitando «una corsa a chi arriva prima a fare una esercitazione in Groenlandia». «Inviare 100, 200, 300 soldati… Cosa fanno? Sembra l’inizio di una barzelletta».
Non troppo velato il riferimento a Parigi e Berlino, che sgomitano per intestarsi il ruolo di protagonisti, pur con differenti approcci: i transalpini sono in polemica con Trump, che l’inquilino dell’Eliseo è tornato ad accusare di «nuovo colonialismo»; la Germania è più prudente, punta a blindare il coinvolgimento degli europei e, forse, ad accaparrarsi una parte dei vantaggi che deriverebbero dal controllo delle rotte tra i ghiacci. Speculari, nella competizione, le mosse dei vertici politici delle due nazioni: Macron ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza, Friedrich Merz ha chiamato i membri del governo in cancelleria, per un vertice di crisi. Il suo ministro della Difesa, Boris Pistorius, ci ha tenuto a ribadire che l’attenzione va concentrata sul vero obiettivo: «Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza militare nell’Artico», ha spiegato, «mettendo a rischio la libertà delle rotte di trasporto, comunicazione e commercio. La Nato non lo permetterà e continuerà a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole».
Anche la Danimarca preferisce restare nell’ovile: «La difesa e la protezione della Groenlandia», ha ricordato la Frederiksen, «sono una preoccupazione comune per tutta l’alleanza Nato». L’intenzione, ha chiarito Poulsen, è di «stabilire una presenza militare più permanente con un contributo danese più consistente». Sembra di rileggere il copione del battibecco sulle spese per gli armamenti: esaurite le proteste, tutti si sono adeguati al parametro del 5% del Pil. Persino Madrid, che sbandierava l’orgoglioso rifiuto di piegarsi al diktat trumpiano, ha dovuto pagare pegno: nel 2025, ha aumentato del 100% l’import di gas americano.
The Donald un risultato lo ha già incassato: inducendo gli alleati, ancorché strapazzati e indignati, a mobilitarsi, ha costretto Mosca a uscire allo scoperto. Ieri, l’ambasciata russa in Belgio, rispondendo al quotidiano Izvestia, ha ammesso: «La situazione che si sta sviluppando alle alte latitudini è per noi motivo di massima preoccupazione». Le angosce del Cremlino sono state ricondotte alle politiche dell’Occidente: «La Nato», è l’accusa dei diplomatici di Vladimir Putin, «ha intrapreso un percorso di militarizzazione accelerata del Nord, aumentando la sua presenza militare con il falso pretesto di una crescente minaccia da parte di Mosca e Pechino». È inaccettabile, ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che l’Occidente continui ad affermare che la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per la Groenlandia. «Qualunque tentativo di ignorare gli interessi, in particolare di sicurezza, della Russia nell’Artico», ha giurato la funzionaria, «non rimarrà senza risposta». Al solito elegante l’augurio agli europei: «Mangino ciò che hanno prodotto senza strozzarsi».
Il vero miracolo è che a Bruxelles qualcuno si sia destato. Alla depressione di Kaja Kallas (il caos globale, avrebbe sospirato in un incontro privato, è l’occasione per «iniziare a bere») e all’esortazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, secondo il quale l’Ue ha «una responsabilità strategica» a Nuuk, ha risposto Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione ha anticipato la pubblicazione di una «nuova strategia di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli di contenuto. Il documento uscirà entro fine giugno. Che fretta c’è? Chissà se, per quel dì, in Groenlandia si sarà sciolto il ghiaccio.
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Ansa
Dal turista che non può recuperare i bagagli rubati all’ultima tentata razzia in una villetta: cos’altro deve accadere per agire?
Ma cos’altro deve accadere in questa Italia per mettere fine ai campi rom? Nel giro di pochi giorni ci siamo ritrovati a commentare l’assurda vicenda di un turista brasiliano in visita a Roma a cui avevano rubato i bagagli dall’auto, bagagli che - grazie al geolocalizzatore - era riuscito a tracciare e a individuare in un campo nomadi: andato lì per riprendersi la sua roba, è stato accerchiato e minacciato dai rom e nonostante la presenza dei vigili non ha potuto tornare in possesso dei suo
i bagagli nonostante fossero lì, in una di quelle «case», perché non c’era il permesso del giudice a entrare nel campo.
Ora quest’altra storiaccia che si consuma tra la brughiera attorno a Malpensa e la periferia di Torino, in corso Unione Sovietica dove si trova il campo rom, il «Sangone» di Mirafiori. Da qui l’altra notte erano partite circa 200 persone - ripeto: 200 persone! - alla volta dell’ospedale di Magenta per vegliare il loro compare che aveva da poche ore tentato di rubare in una casa di Lonate Pozzolo (Varese). Purtroppo per lui però la rapina era finita con l’inquilino di casa che, accortosi dei rumori, li ha beccati in cucina e per difendersi nella colluttazione si era difeso con un coltello. Legittima difesa, o almeno così speriamo visto che ormai nelle aule di tribunale per questi casi è un terno al lotto. Da Lonate Pozzolo, luogo della rapina, all’ospedale di Magenta il ladro si era ritrovato perché il suo complice lo aveva prima caricato in macchina in condizioni gravi per la ferita da taglio e poi scaricato davanti al pronto soccorso. Giunta la notizia al campo rom di provenienza (distante 120 chilometri dalla struttura sanitaria), cosa succedeva? Che partivano in 200 con la madre del moribondo, per conoscere le condizioni di salute. Appena arrivati cominciavano a creare disordine e trambusto assalendo il pronto soccorso del piccolo ospedale Fornaroli del Comune nel Parco del Ticino, al confine tra Lombardia e Piemonte. Facevano casino perché volevano sapere del loro compare, volevano entrare per vederlo. E siccome erano in tanti hanno cercato di imporre le abitudini della (loro) casa: prepotenza e arroganza. Per fortuna il cordone formato dai carabinieri ha evitato il peggio, soprattutto quando si è saputo della morte del ragazzo sinti. «Perché me l’hanno ammazzato?», urlava la madre all’indirizzo della sua comunità, cercando il conforto e una ragione all’accaduto tra quelle 200 persone. Del resto, fuori dalla cerchia di quelle 200 persone, la risposta che diamo alla madre è abbastanza semplice: perché suo figlio è entrato a casa di altri per rubare e ha trovato il padrone di casa che, per difendersi, ha usato un coltello. In altre parole, se il figliolo fosse rimasto a casa sarebbe vivo.
Le gesta di quel figliolo erano note all’interno del campo nei pressi di Mirafiori: reati contro il patrimonio; un bel curriculum fatto di i furti in abitazione e truffe agli anziani, quando - insieme ai complici di turno (del campo?) - si spacciava per poliziotto, tecnico del gas o dell’acquedotto, al fine di sottrarre alle vittime soldi, ori, gioielli e preziosi. Nel corso degli anni, gli avevano trovato di tutto: auto e moto «camuffate», targhe clonate, sirene e distintivi farlocchi, ricetrasmittenti, mezzi trasformati in camerini mobili per indossare parrucche e divise d’ogni tipo. Era questo il «campione» dello storico campo rom di corso Unione Sovietica per cui si sono mobilitati in 200. Quasi a mo’ di sfida: loro contro quel ragazzo che per difendersi ha usato un coltello.
Staremo a vedere cosa diranno i giudici. E soprattutto staremo a vedere cosa farà il Comune di Torino con quel campo da dove è partita l’ennesima sfida. Una sfida che noi raccogliamo perché non può essere che ogni volta si trova un motivo per consentire la persistenza di ecosistemi dove l’illegalità diventa un comportamento tollerato. Non è possibile che il turista non possa recuperare i bagagli dentro il campo perché manca la disposizione del giudice. Non è possibile che in 200 arrivino a ridosso di un ospedale come fossero i giustizieri della notte. Così come non è possibile che extracomunitari e stranieri vari si sentano i padroni delle aree circostanti le stazioni o pezzi di periferia. O che i maranza spadroneggino nei centri urbani. Ora basta.
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