
Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà.
Ci è stato ripetuto fino allo sfinimento che non si può fare nulla per fermare i flussi di stranieri che dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare in Europa. Ci è stato detto che abbiamo il dovere di abbracciare questi poveri cristi che arrivano in cerca di una vita migliore. Ma la verità - provata dai fatti - è estremamente diversa. La realtà ci mostra che l’immigrazione di massa è una gigantesca macchina che produce morte e sofferenza. Non è un fenomeno epocale o strutturale, qualcosa di fatale, naturale o connaturato all’uomo. Nel modo in cui si manifesta da qualche decennio a questa parte è, al contrario, un fenomeno indotto, deliberatamente favorito per fini squisitamente politici e economici.
I flussi sono «armi di immigrazione di massa», come li ha definiti l’autorevole studiosa americana Kelly Greenhill. A sfruttare queste armi sono gli Stati che utilizzano gli esseri umani come strumento di ricatto o leva politica, e questa è solo una parte tutto sommato superficiale del problema. Scendendo appena più in profondità ci si rende conto che l’immigrazione serve a reclutare quell’esercito industriale di riserva su cui perfino Karl Marx aveva messo in guardia. Un esempio di scuola lo fornisce il caso dei cosiddetti rider: spesso sono stranieri, talvolta stranieri irregolari che sono disposti (o costretti) a sottoporsi a turni massacranti per stipendi da fame e alimentano una economia delle piattaforme di cui non beneficia nessuno se non qualche grande azienda digitale. Se non ci fosse il sistema dell’immigrazione, questo tipo di economia probabilmente non esisterebbe, o comunque sarebbe molto meno invasiva. Invece grazie alla manodopera a bassissimo costo che continuiamo a importare essa è divenuta dominante.
È un piccolo esempio fra tanti, ma mostra il «mondo senza confini» per quello che realmente è: un sistema di sfruttamento dei più deboli. In questa prospettiva, l’immigrazione diviene un male da combattere per evitare che milioni di persone siano sradicate dalla propria terra, siano costrette a sottoporsi a viaggi atroci a rischio della vita per poi finire sulle strade come manovalanza per la criminalità o come massa di sfruttati senza diritti. Ecco, se cominciamo a pensare all’immigrazione in questi termini ci rendiamo conto che spalancare le frontiere e sostenere l’accoglienza senza limiti non sono affatto azioni caritatevoli o umanitarie, anzi sono clamorosi errori che favoriscono il perdurare di un ecosistema mortifero. In questo quadro, a emergere come pratica umanitaria e rispettosa della diversità e dei diritti di tutti è invece la remigrazione.
Se ne parla tanto, da qualche tempo, per lo più a sproposito. Come sempre, chi la propone viene accusato di essere fascista, razzista, addirittura nazista. Martin Sellner, l’autore del libro che tenete fra le mani, viene ogni volta dipinto come una sorta di mostro. Ma basta sfogliare il suo saggio per rendersi conto che non lo è affatto. Egli ripete più volte che razzismo e discriminazione non c’entrano nulla con le sue idee, e che sia vero risulta chiaro a chiunque voglia ascoltare e leggere senza pregiudizi. La remigrazione si basa sulla convinzione che esista un diritto a rimanere in patria e a vivere serenamente nella propria terra, senza essere costretti a lasciare tutto perché non si hanno mezzi sufficienti per vivere. La remigrazione prevede che i popoli dell’Europa non debbano più essere costretti ad affrontare i disagi sociali causati dallo spostamento massivo di orde di uomini che tutti hanno attualmente sotto gli occhi. La remigrazione non consiste nella deportazione violenta o nella persecuzione di chicchessia, anzi prevede un aiuto concreto per chi decidesse di ritornare nella propria terra d’origine. È insomma, un progetto sostenibile, umano, rispettoso. Comprenderlo non è difficile, basta appunto cambiare prospettiva per un attimo, liberarsi dei pregiudizi e delle false credenze che troppo a lungo hanno annebbiato la mente occidentale. Certo, si può sostenere che mettere in pratica la remigrazione sia difficile, se non impossibile. Il punto, però, è che dell’argomento bisognerebbe per lo meno discutere, a prescindere da ogni eventuale approdo politico. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere valutata prima di tutto sul piano teorico, affrontata con profondità e attenzione, e poi eventualmente adattata alle diverse sensibilità e circostanze.
Il vero problema è che, finora, è stato praticamente impossibile anche solo affrontare serenamente il tema. I convegni sull’argomento vengono sabotati o impediti con la forza. I promotori del progetto sono costantemente attaccati dai media e subiscono incredibili ingiustizie (è il caso di Martin Sellner, che ha difficoltà pure a mantenere rapporti sereni con le banche). Insomma una riflessione seria è impedita in ogni modo. Il risultato è che sulla remigrazione si sentono per lo più luoghi comuni e falsità, a ogni latitudine. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il saggio originale di Martin Sellner: per dare a tutti la possibilità di leggere e valutare con la propria testa. Si può ovviamente non approvare la remigrazione, si può discuterla o avere forti riserve in merito. Ma bisogna almeno sapere che cosa sia davvero. E per farlo non vi resta che leggere.






