{{ subpage.title }}

La Rai censura i cattolici massacrati

«La libertà è la nostra vita», diceva il generale Enrique Gorostieta Velarde ai suoi. «E dobbiamo difenderla o morire per lei. Viva Cristo Re!». Era il capo dei cristeros che arringava un esercito di campesiños, contadini del popolo messicano, insieme a nobili e commercianti, artigiani e insegnanti, uniti per difendere la loro libertà religiosa, la loro fede cattolica divorata dall'odio mortale scatenato dal presidente del Messico, il comunista e massone Plutarco Elías Calles, nel 1924.

Cristiada, il film che racconta questa sanguinosa vicenda (uno dei martiri, José Sánchez del Rio, 15 anni, sarà proclamato santo da papa Francesco il prossimo 16 ottobre), è arrivato nelle sale italiane a scoppio ritardato, sul finire del 2014. Grazie a una ex dirigente della banca di affari JP Morgan, neanche particolarmente cinefila.

Cristiada, produzione messicana-statunitense girata tra il 2010 e il 2011 con un cast di assoluto valore (Andy Garcia, Eva Longoria, Peter O'Toole), esce negli Usa nel 2012, promossa anche dalla critica liberal del New York Times. Ma in Italia non si trova proprio nessuno pronto a doppiarla e a distribuirla. Se ne parlava sì, ma quasi clandestinamente, con visioni catacombali.

La mattanza di circa 85.000 cattolici avvenuta in Messico tra il 1926 e il 1929, evidentemente, è cosa non interessante per i distributori del nostro cinema. Eppure per far circolare questo film sono bastati i 200.000 euro della ex dirigente di una banca di affari.

Federica Picchi Roncali, quarantenne ligure trapiantata a Firenze per amore e per lavoro, prima di dedicarsi al cinema, si occupava di progetti di copertura dei debiti dei Paesi in via di sviluppo per conto di JP Morgan e di Standard bank nella capitale britannica.

Scusi, ma chi gliel'ha fatto fare?

«Ho saltato un capodanno a St. Moritz».

Prego? Fatico a seguirla.

«Siamo nel 2004. La mia passione era il lavoro. Per me tutto girava intorno all'economia. Studio in Bocconi e a Washington. Prima faccio consulenza strategica a Roma, poi, appunto, a Londra con la carriera in JP Morgan e Standard bank. Viaggiavo moltissimo e incontravo ministri delle Finanze soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, lavoravo dalle 8 di mattina fino alle 9 di sera, a volte senza dormire. E guadagnavo tanti soldi. Nel 2004 però si ammala mia madre e le cose cambiano, fino a farmi saltare quel capodanno a St. Moritz».

Che cosa è accaduto quel 31 gennaio?

«È accaduto che la malattia di mia madre, per la prima volta, mi ha fatto toccare l'esperienza del limite. Ho capito che ci sono cose che non puoi modificare solo con la tua professionalità, con i soldi, con il lavoro. Così una collega londinese, che neanche pensavo cristiana, anzi credevo di un'altra religione, mi propose di cancellare il capodanno a St. Moritz per andare con lei a Medjugorje».

Quindi una conversione?

«Io avevo ricevuto i sacramenti, ma poi, come tanti, pensavo che Cristo fosse un mito. Che in realtà non fosse mai esistito. L'esperienza di Medjugorje mi ha messo di fronte una realtà viva, presente, travolgente. Da quel capodanno l'esperienza londinese ha cominciato a farsi più difficile».

Come ha preso la decisione di darsi al cinema?

«Una sera del 2008 mi trovavo in ospedale da mia madre, vedova: mio padre se n'era andato inaspettatamente. Anche la fine della sua vita ormai volgeva al termine. Guardavamo distratte la televisione. Proprio quella sera un forte senso di ripugnanza si è fatto largo: io non guardavo mai la tv, nemmeno a Londra. L'esperienza di quelle serate davanti al teleschermo mi hanno fatto crescere una forte convinzione, e cioè che nessuna educazione al bello poteva venire da quelle proposte. Devo tornare in Italia, mi sono detta. E così è nata la Dominus production. Un Paese come il nostro non può buttare via la sua cultura e la sua storia in cambio di qualche reality. Ma ero ancora un po' ingenua...».

In che senso?

«Pensavo che bastasse produrre programmi di qualità».

Invece?

«Mi hanno subito riportata sulla terra. “Guarda, Federica", mi dissero in Assolombarda, di cui ero entrata a far parte, con un posto nel consiglio editoriale, “che la tv non deve educare, ma solo vendere". Così mi sono resa conto che il problema non è avere bei progetti, ma riuscire a distribuirli. A quel punto la Dominus production virava verso la distribuzione. Ma non bastava ancora».

Lo ha scoperto con Cristiada?

«Sì. Nel 2013 a Zagabria vado a un incontro con padre Jozo Zovko, uno dei francescani particolarmente coinvolti nelle presunte apparizioni di Medjugorje. Insieme a lui incontro anche Stephen McEveety, un produttore che, fra l'altro, ha affiancato Mel Gibson in The Passion. Fu lui a parlarmi di Cristiada. Vidi il film, entrai in contatto con i produttori e presi la mia decisione: investire tutti gli utili della società per distribuirlo in Italia».

E come è andata?

«Parlai con alcune delle più importanti catene del cinema italiane. Mi ascoltarono, ma con sufficienza. In Italia la distribuzione cinematografica è in mano a una sorta di oligopolio e farsi largo non è facile. Un agente cinematografico mi disse: “Se farai 5.000 biglietti staccati, è festa grossa". Per tutti era un film dall'argomento ostico, senza tratti alla moda. Altri mi dicevano che in Italia bisogna distribuire commedie».

Ma alla fine li ha superati quei 5.000 biglietti al botteghino?

«Certo, anzi con il mini budget di lancio di 200.000 euro abbiamo staccato circa 45.000 biglietti, a cui bisogna aggiungere quelli del circuito dei cinema parrocchiali. In totale siamo entrati in 140 sale. Con la collaborazione incredibile di un popolo associativo che non aspettava altro, penso al coinvolgimento del Movimento per la vita, dei salesiani, del settimanale Tempi, del mensile Il Timone, di Rinnovamento nello Spirito, di Cl, e tanti altri. E poi, con il secondo film distribuito, God's not dead, abbiamo addirittura raggiunto le 200 sale. Il responsabile di Uci cinemas, dopo una fredda diffidenza, dovette ricredersi e congratularsi».

E lei che cosa gli rispose?

«Che il cinema è in crisi, pirateria a parte, perché chi lo fa e chi lo distribuisce ha smesso di ascoltare la sensibilità e il gusto del pubblico. Prendono la gente solo per la pancia. E poi ai temi trattati con la Dominus tanti produttori e distributori sono pregiudizialmente avversi».

Che cosa intende dire?

«Nel 2015, grazie al successo di pubblico, Cristiada mi fu chiesto anche dall'ufficio acquisti Rai, perché poteva essere un film da proporre in prima serata, magari diviso in due puntate. Questa cosa però non è mai andata a buon fine e sinceramente non ho capito perché. O meglio, mi hanno detto che i direttori di Rai 1, Rai 2 e Rai 3 avevano ritenuto il film “inopportuno"».

Nel 2015 il direttore di Rai 1 era Giancarlo Leone, figlio di un cattolicissimo presidente della Repubblica. In quello stesso anno ritenne opportuno invitare la drag queen Conchita Wurst al Festival di Sanremo...

«Io non so come siano andate ufficialmente le cose con Cristiada, però mi pare proprio che il controllo dei mezzi di comunicazione sia in mano a un 10 per cento di persone alle quali della sensibilità religiosa del pubblico non sembra importare nulla. Un critico cinematografico, quando gli feci vedere Cristiada, mi disse che non era interessante, perché ci vogliono film impegnati e trasgressivi».

Ma di trasgressivo che cosa è rimasto al cinema?

«Nulla. L'unico tabù è rimasto Dio. E io allora insisto, sto per lanciare un altro film. S'intitola Il missionario: una guerra tra mondanità e spiritualità combattuta con l'arma della preghiera. Credo che sia sufficientemente trasgressivo, no?».

Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

Continua a leggereRiduci
Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

Continua a leggereRiduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy