True
2022-07-12
La quarta dose agli over 60. Ma l’Europa ci chiede di prepararci già alla quinta
Imagoeconomica
«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css).
«Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani».
Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta.
Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam.
Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre».
Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio.
«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure
L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati.
A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave.
Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più.
Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax.
Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati».
Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
Continua a leggereRiduci
Ema ed Ecdc: «Richiamo pure per i fragili di ogni età». Il ministero include i guariti, fuori (per adesso) i più giovani e i sanitari. Matteo Bassetti: «La campagna sarà fallimentare».«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure. Massimo Galli: «Coinvolgere i dottori di base». Pier Luigi Lopalco: «Manca la cultura delle prescrizioni».Lo speciale comprende due articoli.«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css). «Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani». Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta. Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam. Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre». Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-quarta-dose-agli-over-60-ma-leuropa-ci-chiede-di-prepararci-gia-alla-quinta-2657649786.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-antivirali-si-usano-troppo-poco-i-medici-si-svegliano-e-invocano-cure" data-post-id="2657649786" data-published-at="1657568070" data-use-pagination="False"> «Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati. A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave. Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più. Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax. Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati». Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.