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2022-07-12
La quarta dose agli over 60. Ma l’Europa ci chiede di prepararci già alla quinta
Imagoeconomica
«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css).
«Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani».
Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta.
Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam.
Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre».
Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio.
«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure
L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati.
A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave.
Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più.
Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax.
Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati».
Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
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Ema ed Ecdc: «Richiamo pure per i fragili di ogni età». Il ministero include i guariti, fuori (per adesso) i più giovani e i sanitari. Matteo Bassetti: «La campagna sarà fallimentare».«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure. Massimo Galli: «Coinvolgere i dottori di base». Pier Luigi Lopalco: «Manca la cultura delle prescrizioni».Lo speciale comprende due articoli.«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css). «Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani». Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta. Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam. Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre». Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. 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Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati. A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave. Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più. Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax. Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati». Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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