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2022-07-12
La quarta dose agli over 60. Ma l’Europa ci chiede di prepararci già alla quinta
Imagoeconomica
«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css).
«Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani».
Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta.
Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam.
Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre».
Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio.
«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure
L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati.
A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave.
Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più.
Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax.
Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati».
Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
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Ema ed Ecdc: «Richiamo pure per i fragili di ogni età». Il ministero include i guariti, fuori (per adesso) i più giovani e i sanitari. Matteo Bassetti: «La campagna sarà fallimentare».«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure. Massimo Galli: «Coinvolgere i dottori di base». Pier Luigi Lopalco: «Manca la cultura delle prescrizioni».Lo speciale comprende due articoli.«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css). «Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani». Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta. Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam. Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre». Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. 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Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati. A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave. Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più. Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax. Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati». Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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