True
2022-07-12
La quarta dose agli over 60. Ma l’Europa ci chiede di prepararci già alla quinta
Imagoeconomica
«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css).
«Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani».
Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta.
Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam.
Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre».
Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio.
«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure
L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati.
A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave.
Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più.
Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax.
Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati».
Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
Continua a leggereRiduci
Ema ed Ecdc: «Richiamo pure per i fragili di ogni età». Il ministero include i guariti, fuori (per adesso) i più giovani e i sanitari. Matteo Bassetti: «La campagna sarà fallimentare».«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure. Massimo Galli: «Coinvolgere i dottori di base». Pier Luigi Lopalco: «Manca la cultura delle prescrizioni».Lo speciale comprende due articoli.«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css). «Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani». Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta. Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam. Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre». Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-quarta-dose-agli-over-60-ma-leuropa-ci-chiede-di-prepararci-gia-alla-quinta-2657649786.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-antivirali-si-usano-troppo-poco-i-medici-si-svegliano-e-invocano-cure" data-post-id="2657649786" data-published-at="1657568070" data-use-pagination="False"> «Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati. A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave. Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più. Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax. Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati». Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
Vincent Bolloré (Ansa)
Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.
Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.
Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.
Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.
Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.
Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Che, ma siamo all’ovvio, dovrebbe essere lo stesso obiettivo di Landini e compagni. Eppure a Mario Zazzaro, responsabile dell’ufficio nuovi diritti di Napoli e Campania, il primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali legati al lavoro, pubblicato a fine aprile dall’Ilo, non è andato proprio giù.
Motivo? Deve averla letta tutto d’un fiato, l’analisi, e alla fine delle 100 e passa pagine dello studio, il dirigente della Cgil non ha trovato un’indicazione specifica, un riferimento che sia uno, all’acronimo più prolisso e impronunciabile del mondo: Lgbtqia+. Insomma, com’è stato possibile, spendersi così intensamente su un tema tanto sentito e delicato e non dedicare almeno un capitolo alle discriminazioni subite dalle persone che hanno orientamenti sessuali e identità di genere non tradizionali?
Lo sfogo di Zazzaro potrebbe lasciare anche il tempo che trova, se non fosse che riceve ampio spazio e visibilità su «Collettiva», piattaforma multimediale e giornale ufficiale del sindacato di Landini, con una tesi ben precisa: «Nel rapporto non c’è nessun riferimento al minority stress: il peso derivante dallo status di minoranza stigmatizzata. I dati ci sono, ignorarli è una scelta politica che invia un segnale di impunità a governi e datori di lavoro».
E qui la situazione si fa seria. L’Onu che scientemente prende una posizione politica contro lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex, asessuali ecc ecc. Talmente tanto seria che vale la pena leggerlo il rapporto e capire di cosa stiamo parlando. Partendo da un presupposto: si tratta del primo studio di questo tipo. E come tale rappresenta un passo in avanti rispetto alla linea evidentemente auspicata dalla Cgil.
Ma andiamo oltre. «I rischi psicosociali correlati al lavoro», si legge nell’analisi, «rappresentano una minaccia importante e crescente non solo per la salute e la sicurezza dei lavoratori, ma anche per la produttività delle organizzazioni e per l’economia nel suo complesso». Secondo le stime più recenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro i fattori di rischio psicosociale causano ogni anno oltre 840.000 decessi per malattie cardiovascolari (soprattutto ictus e cardiopatie ischemiche) e disturbi mentali correlati (soprattutto depressione). «Si prevede, inoltre», continua, «che l’impatto complessivo dei fenomeni analizzati determini una perdita annua pari all’1,37 per cento del prodotto interno lordo (Pil) mondiale».
Le cause? «In questo contesto», procede il report, «la persistenza di orari di lavoro prolungati emerge come un fattore critico di rischio psicosociale correlato all’aumento del rischio di malattie cardiovascolari e ictus». L’Ilo stima che, a livello globale, il 35% dei lavoratori superi le 48 ore di lavoro settimanali. «E altrettanto preoccupanti sono il bullismo e le altre forme di violenza e molestie». Tant’è che secondo l’organizzazione internazionale del lavoro quasi un quarto dei lavoratori (23%) ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa, con la violenza e molestia psicologica segnalata come la più diffusa (18%).
Soluzioni. La principale resta la prevenzione. Seguendo la gerarchia delle misure di controllo, la priorità va data agli interventi organizzativi e collettivi che agiscono sulle cause profonde. Quindi? Si parte dalla gestione del carico di lavoro e dalla chiarezza dei ruoli e si arriva fino alla necessità di migliorare la comunicazione, la partecipazione e la qualità della leadership.
«Se per situazioni critiche come violenza e molestie è necessario un intervento immediato», evidenzia l’organizzazione internazionale del lavoro, «le strategie a lungo termine devono puntare alla riprogettazione delle mansioni e alla revisione dei sistemi aziendali. Le misure individuali volte a proteggere e promuovere la salute mentale, seppure utili per supportare il lavoratore nel fronteggiare la situazione, devono integrare e mai sostituire gli interventi sulle condizioni organizzative».
Insomma, per la prima volta, attraverso l’analisi di statistiche, pubblicazioni recenti e questionari, vengono messi in fila numeri e stime su un fenomeno probabilmente sottovalutato e sicuramente non adeguatamente monitorato come quello dei rischi psicosociali legati al lavoro. La Cgil dovrebbe applaudire e invece mastica amaro, critica e parla di scelte politiche contro i lavoratori Lgbtqia+ che, anche se non citati in modo esplicito, evidentemente rientrano nelle fattispecie legate ad abusi e molestie sul lavoro analizzate dal report.
Ma c’è poco da fare quando l’ideologia prende il sopravvento non c’è dato della realtà che possa farla arretrare.
Continua a leggereRiduci