True
2022-07-12
La quarta dose agli over 60. Ma l’Europa ci chiede di prepararci già alla quinta
Imagoeconomica
«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css).
«Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani».
Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta.
Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam.
Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre».
Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio.
«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure
L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati.
A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave.
Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più.
Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax.
Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati».
Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
Continua a leggereRiduci
Ema ed Ecdc: «Richiamo pure per i fragili di ogni età». Il ministero include i guariti, fuori (per adesso) i più giovani e i sanitari. Matteo Bassetti: «La campagna sarà fallimentare».«Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure. Massimo Galli: «Coinvolgere i dottori di base». Pier Luigi Lopalco: «Manca la cultura delle prescrizioni».Lo speciale comprende due articoli.«Guai a pensare che la battaglia contro il Covid sia vinta». Roberto Speranza, al congresso della Uil pensionati, rimette la tuta antivirus. Stiamo ancora a raccomandare «attenzione e prudenza», quando i vaccini dovevano portarci fuori dalla pandemia. Se non l’hanno fatto, recita la dottrina ufficiale, è solo perché non ne erano abbastanza. Così, dopo la terza dose, arriva la quarta: ieri è stata ufficializzata l’indicazione dell’Ema e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia, rivolta agli over 60 e a tutti i fragili, a prescindere dall’età. Il booster potrà essere iniettato 120 giorni dopo il precedente shot, con particolare urgenza per chi ha porto il braccio l’ultima volta oltre sei mesi fa. Mancano raccomandazioni riguardanti i guariti. A includerli, se sono trascorsi 4 mesi dall’infezione seguita al primo richiamo, ci pensa la circolare di Gianni Rezza (ministero), Nicola Magrini (Aifa), Silvio Brusaferro (Iss) e Franco Locatelli (Css). «Chiedo agli Stati membri» dell’Ue, ha detto il commissario per la Salute, Stella Kyriakides, «di lanciare immediatamente un secondo richiamo. È così che proteggiamo noi stessi, i nostri cari e le nostre popolazioni vulnerabili. Non c’è tempo da perdere». Un «fate presto» per ogni stagione. Le Regioni riattivano gli hub, già da ieri la Lombardia ha riaperto alcuni centri, mentre, nel Lazio, le prenotazioni decorrono da dopodomani. C’è chi si frega le mani, al pensiero di un ulteriore allargamento della platea di inoculabili: «L’Emilia Romagna», ha garantito, ad esempio, il governatore Stefano Bonaccini, «è pronta a estendere la quarta dose alle fasce più giovani». Per il momento, comunque, le agenzie europee non hanno individuato «prove chiare a sostegno di un secondo booster per la popolazione al di sotto dei 60 anni d’età, che non sia a maggior rischio di malattia grave». Manca pure l’evidenza del beneficio di un richiamo precoce ai sanitari e ai lavoratori delle strutture d’assistenza a lungo termine, a meno che non siano, appunto, ad alto rischio. In compenso, Ema ed Ecdc annunciano subito che bisognerà pianificare, per l’autunno e l’inverno, ulteriori iniezioni per i fragili, magari in combinazione con le vaccinazioni antinfluenzali. Insomma, ancora non comincia la campagna per la quarta dose, che si va prefigurando quella per la quinta. Si candida il medicinale aggiornato per combattere Omicron: Emer Cooke, direttrice del regolatore Ue, auspica un’approvazione a settembre, mentre Moderna si precipita con un comunicato, in cui spiega che 50 microgrammi di una dose del nuovo farmaco suscitano «risposte anticorpali significativamente più elevate», pure contro le sottovarianti del ceppo sudafricano. Marco Cavaleri, responsabile della task force sui vaccini dell’Ema, parla di una «protezione sistemica dalle forme gravi di malattia, quella che genera ospedalizzazioni e morti» e di una «barriera un po’ più efficace anche rispetto alla malattia lieve». Messa giù papale papale, significa che non potremo aspettarci vaccini sterilizzanti neppure stavolta. Per il resto, i dati forniti dai produttori si limitano a descrivere l’innalzamento del livello di anticorpi; ma come ha ammesso la stessa Pfizer, in audizione con Fda, nessuno è riuscito a stabilire un «correlato di protezione». Non si sa se quegli anticorpi schermino veramente. L’unica certezza è che Big pharma ha investito capitali. E che nessuno ha voglia di buttare soldi. Nemmeno l’Italia, che ha comprato praticamente cinque dosi pro capite del rimedio tarato sul virus di Wuhan e che vede di buon occhio la possibilità di smaltirne una parte. Ieri pomeriggio, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa ha dato il via libera alle somministrazioni, mentre Speranza provvedeva ad adeguare le linee guida alle istruzioni di Solna e Amsterdam. Sul piano logistico, l’impegno sarà considerevole: gli ultrasessantenni sono all’incirca 16 milioni e mezzo e a essi vanno aggiunti i fragili delle altre classi d’età. Certo, nulla a che vedere con il primo giro di vaccinazioni a tappeto, che dimostrò l’inconcludenza dell’allora commissario (poco) straordinario, Domenico Arcuri. Il grosso problema, adesso che persino Magrini esclude obblighi e green pass, sarà garantirsi l’adesione dei vaccinabili. «Questa campagna sarà un fallimento», pronostica infatti Matteo Bassetti. «Non si può organizzare da un momento all’altro. Vogliamo fare le vaccinazioni ad agosto, correndo, e invece rischiamo di avere lo stesso insuccesso della campagna sulla quarta dose», iniziata, per fragili over 60 e nonni over 80, a primavera. «Partiamo allora in maniera rigorosa dal primo di settembre». Ad ogni modo, con l’immunità che svanisce rapidamente, il loop è ineludibile: più contagi, nuova liturgia del terrore, altre iniezioni, poi «ripetere la frase», come direbbe Sleepy Joe Biden. Ne usciremo con i vaccini, ci avevano promesso. Invece, ci siamo rimasti dentro, se non fino al collo, almeno fino al braccio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-quarta-dose-agli-over-60-ma-leuropa-ci-chiede-di-prepararci-gia-alla-quinta-2657649786.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-antivirali-si-usano-troppo-poco-i-medici-si-svegliano-e-invocano-cure" data-post-id="2657649786" data-published-at="1657568070" data-use-pagination="False"> «Gli antivirali si usano troppo poco». I medici si svegliano e invocano cure L’allarme, su queste colonne, era stato lanciato già da tempo. Oltre ai vaccini per il Covid, esiste una cura. È la terapia degli antivirali, che se somministrata per tempo, è capace di guarire la malattia ed evitare il ricovero in ospedale. Ma sono ancora molto bassi i numeri delle prescrizioni e delle somministrazioni di antivirali in Italia. Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono 600.000 le confezioni di Paxlovid preordinate, mentre solo 21.000 i trattamenti somministrati. A pagarne le conseguenze sono gli ospedali, dove arrivano pazienti Covid che potevano essere curati prima e a casa. Oggi, nel pieno della quanta ondata, anche i virologi sembrano essersene accorti. «Almeno il 40% dei ricoveri che vediamo può essere evitato con la pillola antivirale a domicilio», sottolinea Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il concetto è ribadito anche dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. «È un dato di fatto che gli antivirali contro Covid-19 siano molto sottoutilizzati. Credo si tratti di un mix di mancanza di organizzazione e cultura della prescrizione», spiega il docente di Igiene all’Università del Salento. «Gli antivirali riducono sostanzialmente il rischio di ricovero bloccando la progressione della malattia verso le forme gravi. In questa fase sono, con i vaccini, lo strumento fondamentale per passare ad una fase ordinaria e non più emergenziale di Covid-19». Lopalco dice «in questa fase», ma in realtà sarebbero stati fondamentali anche prima ma forse non c’era interesse che si sapesse. Forse un’insensata paura che potessero ostacolare la campagna vaccinale ha indotto le autorità sanitarie a spingerli meno del dovuto. E se fosse così sarebbe molto grave. Intanto anche Fabrizio Pregliasco si unisce al coro degli improvvisati supporter delle terapie precoci. «Finalmente c’è un leggero incremento delle prescrizioni», osserva il professore di Igiene generale e applicata dell’Università degli Studi di Milano. «Servirebbe però una sorta di accompagnamento dei medici di medicina generale perché spesso osserviamo una non tranquillità da parte loro a prescriverli, per i possibili effetti collaterali nel caso vengano assunti insieme ad altre tipologie di farmaci. Ma se vogliamo fermare gli effetti pesanti di questa pandemia sugli anziani e i fragili questo scoglio dobbiamo superarlo al più presto». Insomma, Pregliasco se la prende con i medici di medicina generale che avrebbero la colpa di prescrivere poco questi farmaci ancora sconosciuti ai più. Ma a sorprendere più di tutti, sono le parole di Massimo Galli, che ultimamente ha cambiato posizione diverse volte su molti argomenti. «È indubbio che non stiamo usando granché gli antivirali contro Covid. Ma ci sono e in alcuni casi sarebbero meritevoli di utilizzo. Perché non si fanno? Non sono io che posso rispondere a questo. Si sa che ci sono. E tutti i medici di famiglia, che sono il primo filtro, dovrebbero essere ben aggiornati». Peccato che in mesi di ospitate, lui e i suoi colleghi non ne abbiano parlato molto, preferendo spendere il loro tempo in televisione per sparare a zero su chi aveva remore contro i vaccini, alimentando così l’odio contro i no vax. Ma il prof insiste sui medici di famiglia, anche questi mai considerati nelle fasi più acute della pandemia: «È su di loro che dobbiamo puntare, dovrebbero essere più stimolati. E sarebbe utile chiarire ancora meglio dove, come e quando vanno utilizzati». Insomma, sembra proprio che i virologi si siano ricordati di fare il loro mestiere, finalmente. Adesso si svegliano e si ricordano che oltre ai vaccini esistono anche le cure. Potevano pensarci mesi fa, parlandone nell’enorme spazio a disposizione che hanno avuto sulle tv nazionali, invece se ne ricordano solo adesso. Meglio tardi che mai, è proprio il caso di dirlo.
content.jwplatform.com
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».