True
2018-06-23
La Procura di Trapani sta indagando sulle Ong con «bandiere di comodo»
ANSA
A Trapani da tempo la Procura indaga su alcune Ong tedesche le cui navi usano bandiere ombra, violando i codici di navigazione. Le segnalazioni sono arrivate ai magistrati siciliani nell'ambito delle inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, una delle quali ha portato al sequestro della nave Iuventa. La denuncia del governo italiano sulla nuova nave pirata ha fatto drizzare le orecchie agli investigatori.
Equipaggio compreso, sulla Lifeline, una nave da 50 posti della Ong tedesca Missione Lifeline, ci sono 224 persone stipate a bordo. E al timone un capitano determinato a portare in Italia i migranti presi in acque libiche. Ma il vero problema è Malta, le cui autorità si girano dall'altra parte pur di non aprire i porti. «Malta non era né l'autorità coordinatrice né quella competente dei soccorsi», puntano i piedi da La Valletta. E rimpallano verso l'Italia, sostenendo che il soccorso è avvenuto tra la Libia e Lampedusa.
Ora la priorità è mettere in salvo le persone. «Ma sia chiaro che poi quella nave dovrà essere sequestrata e il suo equipaggio fermato. Mai più in mare a trafficare». Il tweet del ministro dell'Interno Matteo Salvini non lascia spazio a interpretazioni. Per lui quella nave è fuorilegge. E non attraccherà in Italia. Da Malta hanno continuano a fare gli gnorri per tutta la mattina di ieri: fonti del governo maltese hanno fatto sapere al quotidiano Malta Today che né la Lifeline, né il centro di coordinamento di Roma hanno trasmesso a La Valletta una richiesta formale di accogliere la nave dell'Ong con a bordo i migranti. Verso ora di pranzo, però, è stata comunicata la richiesta ufficiale della Capitaneria di porto italiana: «Fate attraccare la Lifeline». Anche perché non è Roma a guidare l'operazione questa volta. È da Frontex che hanno individuato l'area di mare Search and rescue come maltese.
Nel frattempo, su Twitter, la Ong Missione Lifeline ha messo le mani avanti, postando il documento che confermerebbe la registrazione della bandiera e l'indicazione di Amsterdam come home port. E sostenendo: «Abbiamo agito come in tutte le precedenti missioni in acque internazionali». Il governo italiano non si accontenta e Salvini ha fatto sapere di aver già mandato una nota ufficiale al governo olandese per chiedere delucidazioni sulle due navi sospette: la Lifeline e la Sealife, entrambe di Ong tedesche ed entrambe battenti bandiera olandese. Dai Paesi Bassi hanno fatto sapere che le due navi appartengono a Ong tedesche e non sono presenti nel registro navale olandese. Quindi l'Olanda non è in grado di dare istruzioni a queste imbarcazioni.
Affinché il legame con la bandiera issata a bordo abbia valore giuridico, ogni imbarcazione deve essere regolarmente registrata nel Paese di cui espone il vessillo, altrimenti è soggetta alla giurisdizione di tutti gli Stati. L'accertamento della nazionalità è un atto di polizia giudiziaria disciplinato dal codice della navigazione e da più di una convenzione internazionale.
«L'Italia è consapevole della posizione olandese», hanno ribattuto da Amsterdam, costringendo il governo italiano ad annunciare un'inchiesta su quelle che hanno tutte le caratteristiche per essere definite navi fantasma. Se dovessero arrivare in acque italiane, quindi, scatterà il loro sequestro. La storia della Lifeline è facile da ricostruire con le informazioni disponibili online. E dimostra facilmente che è una nave da avventurieri: già Sea Watch 2, ex Clupea, ha uno scafo da 32 metri di lunghezza e 8 di larghezza. La costruzione è del 1968. In origine era un peschereccio, comprato nel 2015 dalla Ong Sea Watch che se la portò ad Amburgo per ribattezzarla Sea Watch 2 il 18 marzo 2016. Poco dopo è passata di mano a Mission Lifeline per 200.000 euro. «Unaltra Ong ci ha offerto in vendita la sua nave di soccorso», è scritto sul sito nella Ong nella sezione in cui viene descritta la missione dedicata ai salvataggi nel Mediterraneo. Una nave «quasi completamente attrezzata», anche se «qua e là da riparare».
Dopo i ritocchi, il peschereccio cinquantenne è finito di nuovo in acqua. E infatti il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli su Facebook ha sottolineato che sulla Lifeline sono stati imbarcati «circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi e dellequipaggio». Ma c'è di più, da informazioni acquisite nell'immediatezza dal governo italiano, la Ong non avrebbe collaborato con la guardia costiera libica, che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli su suolo libico.
Axel Steier, portavoce di Lifeline, ha confermato questa versione all'agenzia Reuters, aggiungendo però che i migranti erano in pericolo e che non c'era il tempo di aspettare. Steier ha anche aggiunto che i migranti sarebbero stati comunque in pericolo se fossero stati trasportati in Libia, dove ci sono centri di detenzione nei quali vengono spesso violati i loro diritti umani. «È da irresponsabili, non da filantropi, incentivare la partenza dei barconi della morte», ha rincarato la dose Toninelli, ribadendo che la soluzione resta quella di fermare le partenze dei barconi attivando gli hotspot in Africa. Una possibilità di cui si parlerà, nei prossimi giorni, in un vertice europeo in programma a Bruxelles.
Fino a quel momento la posizione dell'Italia sulla chiusura dei porti resta ferma. Porti chiusi per le navi delle Ong che battono bandiera straniera: «Vadano in Olanda». La flotta italiana, composta da navi militari e Guardia costiera, continuerà a pattugliare il Mar Mediterraneo e salvare vite, ma a condizioni diverse dal passato. «Staranno più vicine alle coste italiane», ha spiegato Salvini. Che ha aggiunto: «Ci sono altri che devono intervenire: la Tunisia, Malta, Francia, Spagna». La portavoce del governo spagnolo Ibabel Celaà questa volta non si è fatta attendere e ha comunicato che il ministero degli Esteri è in contatto con Malta, Italia e Francia. La linea dura, a quanto pare, paga.
Fabio Amendolara
Altri 200 morti nel Mediterraneo I libici: «È colpa dei taxi del mare»
Il conteggio dell'orrore sembra non avere fine: sono 220, secondo l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, i migranti annegati negli ultimi giorni al largo delle coste libiche, portando il numero dei morti nel Mediterraneo a oltre 1.000 dall'inizio del 2018. Una mattanza di fronte alla quale è facile urlare «basta». Ma contro chi?
Le Ong, da tempo, si sono autoinvestite del ruolo di uniche detentrici della moralità nautica, ma le cose sembrano essere più complesse. «Quando vedono le navi delle Ong i migranti che abbiamo appena imbarcato si rituffano in mare, anche se non sanno nuotare; questa storia deve finire», ha detto all'agenzia Dire il colonnello Abu Ageila Abdul Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera della Libia. Che tuona: «Le Ong sono taxi del mare, che di fatto aiutano i migranti a raggiungere l'Europa». Gli attivisti sedicenti umanitari, spiega ancora il militare libico, «complicano il nostro lavoro, che nonostante alcuni successi, resta difficile». Fra le autorità libiche, sul punto sembrano concordare tutti. Ieri Repubblica riportava le parole del comandante Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera libica, secondo cui «i trafficanti ne stanno facendo partire a migliaia e altri ancora li spingeranno in mare nei prossimi giorni». In mare, dice Qassim, «noi abbiamo soltanto nemici: i trafficanti di benzina, quelli di armi che ci sparano addosso a cannonate; poi i mercanti di migranti. Ma ci sono anche le Ong che non ci rispettano, che sono un ostacolo per noi e non fanno salvataggio, assicurano ai trafficanti le ultime miglia del loro trasporto marittimo. Noi salviamo quei migranti».
Parole chiare, che svelano una volta di più il ruolo nefasto delle Ong. Parole che, certo, vengono dalla Guardia costiera libica, la cattivissima forza anti migranti che, ci dicono, spara, sperona, affonda, tortura e chi più ne ha più ne metta.
Già, ma chi è che ha iniziato a collaborare con la Guardia costiera libica? Ma il governo del Pd, ovviamente. È sotto la supervisione dell'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che le nostre navi hanno iniziato a operare insieme agli uomini del Paese nordafricano. A marzo 2016, Fayez Al Sarraj aveva chiesto all'Ue mezzi e apparecchiature per un totale di almeno 800 milioni di euro. Ne era nato un accordo bilaterale che prevedeva l'addestramento, l'equipaggiamento e il sostegno alla Guardia costiera libica. Nei mesi successivi, i regali a pioggia erano quindi iniziati. Non che l'idea di puntare a fermare le partenze direttamente dalla Libia, fosse sbagliata, anzi. Quel ponte gettato verso Tripoli, tuttavia, avrebbe dovuto essere il primo passo per una partnership, al fine di porre fine alle partenze. Tutte cose che potrebbe e dovrebbe fare Matteo Salvini, che ha finalmente deciso di buttarsi anima e corpo sul dossier libico. Cominciando con l'andare in loco.
Mentre nella zona dei terminal petroliferi dell'Est Khalifa Haftar sta in queste ore guerreggiando con delle milizie criminali e jihadiste per il controllo dei pozzi (il generale ha comunque annunciato di aver ripreso sia Sider che Ras Lanuf), Salvini sarà a Tripoli lunedì 25. La visita è stata accuratamente preparata dall'ambasciatore Giuseppe Perrone, che ha incontrato Al Serraj e i ministri Taher Siala (Esteri) e Salam Ashur (Interno). Il titolare del Viminale offrirà ai partner nordafricani dieci nuove motovedette, finanziate con fondi europei, e altre tre unità navali. Sul piatto, tuttavia, ci sarà anche la questione Ong, con cui, come già detto, italiani e libici sembrano ora decisamente in sintonia. Ma la partnership verrà rinforzata, passando anche per i protocolli di intesa tra le autorità giudiziarie locali e la Procura nazionale antimafia. Un'ulteriore svolta per una risoluzione definitiva della questione potrebbe arrivare da un altro passaggio cruciale di questi giorni: le autorità libiche, infatti, stanno per dichiarare l'istituzione di una propria zona di ricerca e soccorso (Sar). Finora, infatti, le Ong avevano giocato molto su una sorta di vuoto normativo. Tripoli, infatti, non aveva ancora una zona Sar riconosciuta a livello internazionale, il che faceva sì che l'area del mar libico a Sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia non fosse posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. È per questa ragione che, in caso di naufragio in quell'area, la prima centrale contattata per iniziare il salvataggio era sistematicamente quella italiana. Il che, in qualche modo, legittimava le Ong a portare qui da noi i migranti recuperati (anche perché Malta, benché abbia una Sar enorme, pari a 750 volte il suo territorio, non apre le porte). Ora, però, le cose potrebbero cambiare.
Qualche giorno fa, le autorità libiche hanno inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc, Rescue coordination centre) di stanza a Tripoli. Contattata dal sito Altreconomia.it il 20 giugno, l'Imo ha riferito di attendersi dettagli al più «presto». Si tratta di un primo passo per mettere ordine in quel tratto di mare in cui trafficanti, Ong, navi militari e predoni vari fanno il bello e il cattivo tempo, in un caos assoluto che fa solo il gioco degli schiavisti. Chi risolve questo rebus, risolve gran parte del problema migranti. Per Salvini è la sfida il cui esito potrebbe segnare la differenza tra il comunicatore brillante e lo statista.
Adriano Scianca
Continua a leggereRiduci
La Lifeline dovrebbe approdare a Malta, ma pare intenzionata a sbarcare in Italia, dove rischia il sequestro I giudici italiani sono al lavoro da qualche tempo sulle organizzazioni tedesche che usano «vessilli ombra».Dopo l'ennesima strage davanti alle coste nordafricane sono più di 1.000 le vittime da inizio 2018. La Guardia costiera di Tripoli attacca le Ong. Lunedì arriva il ministro dell'Interno, si va verso una strategia comune.Lo speciale contiene due articoliA Trapani da tempo la Procura indaga su alcune Ong tedesche le cui navi usano bandiere ombra, violando i codici di navigazione. Le segnalazioni sono arrivate ai magistrati siciliani nell'ambito delle inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, una delle quali ha portato al sequestro della nave Iuventa. La denuncia del governo italiano sulla nuova nave pirata ha fatto drizzare le orecchie agli investigatori. Equipaggio compreso, sulla Lifeline, una nave da 50 posti della Ong tedesca Missione Lifeline, ci sono 224 persone stipate a bordo. E al timone un capitano determinato a portare in Italia i migranti presi in acque libiche. Ma il vero problema è Malta, le cui autorità si girano dall'altra parte pur di non aprire i porti. «Malta non era né l'autorità coordinatrice né quella competente dei soccorsi», puntano i piedi da La Valletta. E rimpallano verso l'Italia, sostenendo che il soccorso è avvenuto tra la Libia e Lampedusa.Ora la priorità è mettere in salvo le persone. «Ma sia chiaro che poi quella nave dovrà essere sequestrata e il suo equipaggio fermato. Mai più in mare a trafficare». Il tweet del ministro dell'Interno Matteo Salvini non lascia spazio a interpretazioni. Per lui quella nave è fuorilegge. E non attraccherà in Italia. Da Malta hanno continuano a fare gli gnorri per tutta la mattina di ieri: fonti del governo maltese hanno fatto sapere al quotidiano Malta Today che né la Lifeline, né il centro di coordinamento di Roma hanno trasmesso a La Valletta una richiesta formale di accogliere la nave dell'Ong con a bordo i migranti. Verso ora di pranzo, però, è stata comunicata la richiesta ufficiale della Capitaneria di porto italiana: «Fate attraccare la Lifeline». Anche perché non è Roma a guidare l'operazione questa volta. È da Frontex che hanno individuato l'area di mare Search and rescue come maltese. Nel frattempo, su Twitter, la Ong Missione Lifeline ha messo le mani avanti, postando il documento che confermerebbe la registrazione della bandiera e l'indicazione di Amsterdam come home port. E sostenendo: «Abbiamo agito come in tutte le precedenti missioni in acque internazionali». Il governo italiano non si accontenta e Salvini ha fatto sapere di aver già mandato una nota ufficiale al governo olandese per chiedere delucidazioni sulle due navi sospette: la Lifeline e la Sealife, entrambe di Ong tedesche ed entrambe battenti bandiera olandese. Dai Paesi Bassi hanno fatto sapere che le due navi appartengono a Ong tedesche e non sono presenti nel registro navale olandese. Quindi l'Olanda non è in grado di dare istruzioni a queste imbarcazioni.Affinché il legame con la bandiera issata a bordo abbia valore giuridico, ogni imbarcazione deve essere regolarmente registrata nel Paese di cui espone il vessillo, altrimenti è soggetta alla giurisdizione di tutti gli Stati. L'accertamento della nazionalità è un atto di polizia giudiziaria disciplinato dal codice della navigazione e da più di una convenzione internazionale. «L'Italia è consapevole della posizione olandese», hanno ribattuto da Amsterdam, costringendo il governo italiano ad annunciare un'inchiesta su quelle che hanno tutte le caratteristiche per essere definite navi fantasma. Se dovessero arrivare in acque italiane, quindi, scatterà il loro sequestro. La storia della Lifeline è facile da ricostruire con le informazioni disponibili online. E dimostra facilmente che è una nave da avventurieri: già Sea Watch 2, ex Clupea, ha uno scafo da 32 metri di lunghezza e 8 di larghezza. La costruzione è del 1968. In origine era un peschereccio, comprato nel 2015 dalla Ong Sea Watch che se la portò ad Amburgo per ribattezzarla Sea Watch 2 il 18 marzo 2016. Poco dopo è passata di mano a Mission Lifeline per 200.000 euro. «Unaltra Ong ci ha offerto in vendita la sua nave di soccorso», è scritto sul sito nella Ong nella sezione in cui viene descritta la missione dedicata ai salvataggi nel Mediterraneo. Una nave «quasi completamente attrezzata», anche se «qua e là da riparare». Dopo i ritocchi, il peschereccio cinquantenne è finito di nuovo in acqua. E infatti il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli su Facebook ha sottolineato che sulla Lifeline sono stati imbarcati «circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi e dellequipaggio». Ma c'è di più, da informazioni acquisite nell'immediatezza dal governo italiano, la Ong non avrebbe collaborato con la guardia costiera libica, che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli su suolo libico. Axel Steier, portavoce di Lifeline, ha confermato questa versione all'agenzia Reuters, aggiungendo però che i migranti erano in pericolo e che non c'era il tempo di aspettare. Steier ha anche aggiunto che i migranti sarebbero stati comunque in pericolo se fossero stati trasportati in Libia, dove ci sono centri di detenzione nei quali vengono spesso violati i loro diritti umani. «È da irresponsabili, non da filantropi, incentivare la partenza dei barconi della morte», ha rincarato la dose Toninelli, ribadendo che la soluzione resta quella di fermare le partenze dei barconi attivando gli hotspot in Africa. Una possibilità di cui si parlerà, nei prossimi giorni, in un vertice europeo in programma a Bruxelles. Fino a quel momento la posizione dell'Italia sulla chiusura dei porti resta ferma. Porti chiusi per le navi delle Ong che battono bandiera straniera: «Vadano in Olanda». La flotta italiana, composta da navi militari e Guardia costiera, continuerà a pattugliare il Mar Mediterraneo e salvare vite, ma a condizioni diverse dal passato. «Staranno più vicine alle coste italiane», ha spiegato Salvini. Che ha aggiunto: «Ci sono altri che devono intervenire: la Tunisia, Malta, Francia, Spagna». La portavoce del governo spagnolo Ibabel Celaà questa volta non si è fatta attendere e ha comunicato che il ministero degli Esteri è in contatto con Malta, Italia e Francia. La linea dura, a quanto pare, paga.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-trapani-sta-indagando-sulle-ong-con-bandiere-di-comodo-2580383307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-200-morti-nel-mediterraneo-i-libici-e-colpa-dei-taxi-del-mare" data-post-id="2580383307" data-published-at="1774890017" data-use-pagination="False"> Altri 200 morti nel Mediterraneo I libici: «È colpa dei taxi del mare» Il conteggio dell'orrore sembra non avere fine: sono 220, secondo l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, i migranti annegati negli ultimi giorni al largo delle coste libiche, portando il numero dei morti nel Mediterraneo a oltre 1.000 dall'inizio del 2018. Una mattanza di fronte alla quale è facile urlare «basta». Ma contro chi? Le Ong, da tempo, si sono autoinvestite del ruolo di uniche detentrici della moralità nautica, ma le cose sembrano essere più complesse. «Quando vedono le navi delle Ong i migranti che abbiamo appena imbarcato si rituffano in mare, anche se non sanno nuotare; questa storia deve finire», ha detto all'agenzia Dire il colonnello Abu Ageila Abdul Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera della Libia. Che tuona: «Le Ong sono taxi del mare, che di fatto aiutano i migranti a raggiungere l'Europa». Gli attivisti sedicenti umanitari, spiega ancora il militare libico, «complicano il nostro lavoro, che nonostante alcuni successi, resta difficile». Fra le autorità libiche, sul punto sembrano concordare tutti. Ieri Repubblica riportava le parole del comandante Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera libica, secondo cui «i trafficanti ne stanno facendo partire a migliaia e altri ancora li spingeranno in mare nei prossimi giorni». In mare, dice Qassim, «noi abbiamo soltanto nemici: i trafficanti di benzina, quelli di armi che ci sparano addosso a cannonate; poi i mercanti di migranti. Ma ci sono anche le Ong che non ci rispettano, che sono un ostacolo per noi e non fanno salvataggio, assicurano ai trafficanti le ultime miglia del loro trasporto marittimo. Noi salviamo quei migranti». Parole chiare, che svelano una volta di più il ruolo nefasto delle Ong. Parole che, certo, vengono dalla Guardia costiera libica, la cattivissima forza anti migranti che, ci dicono, spara, sperona, affonda, tortura e chi più ne ha più ne metta. Già, ma chi è che ha iniziato a collaborare con la Guardia costiera libica? Ma il governo del Pd, ovviamente. È sotto la supervisione dell'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che le nostre navi hanno iniziato a operare insieme agli uomini del Paese nordafricano. A marzo 2016, Fayez Al Sarraj aveva chiesto all'Ue mezzi e apparecchiature per un totale di almeno 800 milioni di euro. Ne era nato un accordo bilaterale che prevedeva l'addestramento, l'equipaggiamento e il sostegno alla Guardia costiera libica. Nei mesi successivi, i regali a pioggia erano quindi iniziati. Non che l'idea di puntare a fermare le partenze direttamente dalla Libia, fosse sbagliata, anzi. Quel ponte gettato verso Tripoli, tuttavia, avrebbe dovuto essere il primo passo per una partnership, al fine di porre fine alle partenze. Tutte cose che potrebbe e dovrebbe fare Matteo Salvini, che ha finalmente deciso di buttarsi anima e corpo sul dossier libico. Cominciando con l'andare in loco. Mentre nella zona dei terminal petroliferi dell'Est Khalifa Haftar sta in queste ore guerreggiando con delle milizie criminali e jihadiste per il controllo dei pozzi (il generale ha comunque annunciato di aver ripreso sia Sider che Ras Lanuf), Salvini sarà a Tripoli lunedì 25. La visita è stata accuratamente preparata dall'ambasciatore Giuseppe Perrone, che ha incontrato Al Serraj e i ministri Taher Siala (Esteri) e Salam Ashur (Interno). Il titolare del Viminale offrirà ai partner nordafricani dieci nuove motovedette, finanziate con fondi europei, e altre tre unità navali. Sul piatto, tuttavia, ci sarà anche la questione Ong, con cui, come già detto, italiani e libici sembrano ora decisamente in sintonia. Ma la partnership verrà rinforzata, passando anche per i protocolli di intesa tra le autorità giudiziarie locali e la Procura nazionale antimafia. Un'ulteriore svolta per una risoluzione definitiva della questione potrebbe arrivare da un altro passaggio cruciale di questi giorni: le autorità libiche, infatti, stanno per dichiarare l'istituzione di una propria zona di ricerca e soccorso (Sar). Finora, infatti, le Ong avevano giocato molto su una sorta di vuoto normativo. Tripoli, infatti, non aveva ancora una zona Sar riconosciuta a livello internazionale, il che faceva sì che l'area del mar libico a Sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia non fosse posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. È per questa ragione che, in caso di naufragio in quell'area, la prima centrale contattata per iniziare il salvataggio era sistematicamente quella italiana. Il che, in qualche modo, legittimava le Ong a portare qui da noi i migranti recuperati (anche perché Malta, benché abbia una Sar enorme, pari a 750 volte il suo territorio, non apre le porte). Ora, però, le cose potrebbero cambiare. Qualche giorno fa, le autorità libiche hanno inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc, Rescue coordination centre) di stanza a Tripoli. Contattata dal sito Altreconomia.it il 20 giugno, l'Imo ha riferito di attendersi dettagli al più «presto». Si tratta di un primo passo per mettere ordine in quel tratto di mare in cui trafficanti, Ong, navi militari e predoni vari fanno il bello e il cattivo tempo, in un caos assoluto che fa solo il gioco degli schiavisti. Chi risolve questo rebus, risolve gran parte del problema migranti. Per Salvini è la sfida il cui esito potrebbe segnare la differenza tra il comunicatore brillante e lo statista. Adriano Scianca
I genitori della famiglia nel bosco, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha scritto il libro sbagliato. A maggio dovrebbe uscire per Solferino un volume a sua firma intitolato La nostra vita libera. L’editore lo presenta come «un libro che va oltre il caso di cronaca, raccontando una scelta di vita autentica, vicina alla natura, capace di fare appello alla coscienza di molti. Il memoir-manifesto della mamma dei bambini nel bosco».
Come prevedibile, da qualche giorno sui social si leggono attacchi di ogni genere, come se Catherine stesse cercando di lucrare sulla sua tragedia o fosse incoerente perché, invece di rifiutare la modernità, abbraccia il sistema mediatico affidandogli la sua opera. In realtà, questo non è il primo libro di Catherine. Ne ha scritti altri due, di cui uno Ride for Life (Cavalca per la vita) uscito anche in italiano. Posto che una donna sottoposta al trattamento riservato a Catherine ha il sacrosanto diritto di scrivere tutti i libri che vuole per dare la sua versione degli eventi, il fatto che pubblichi un saggio, come dice giustamente Tonino Cantelmi, «dimostra due cose: la prima è che Catherine non è quella persona asociale che hanno cercato di accreditare, ma è una che ha una rete sociale immensa, è intelligente e propone uno stile di vita sicuramente sfidante per noi borghesi. La seconda è che le scelte di questa famiglia sono frutto di un pensiero molto riflettuto, non sono degli instabili che improvvisano, ma delle persone che hanno fatto scelte molto ponderate». Il problema, dicevamo, è che Catherine ha scritto il libro sbagliato, ha scelto lo stile di vita sbagliato. Se avesse pubblicato saggi sul diritto di abortire o sul cambiamento di genere dei suoi figli (come fanno molte madri di ragazzini transgender) oggi probabilmente non sarebbe costretta ad affrontare un dramma che prosegue da mesi.
La vicenda della famiglia nel bosco svela la profonda ipocrisia della nostra società. La quale da un lato consente a ragazzine minorenni di prendere senza ricetta farmaci abortivi o di assumere a spese dello stato bloccanti della pubertà, poi però giudica insana l'esistenza di bambini che vivono nei pressi di un bosco.Quei piccoli sono stati tolti ai genitori perché ritenuti socialmente isolati. Anche se erano sereni, interagivano con i vicini ed erano gioviali con tutti, a differenza di altri minorenni come il tredicenne del bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Costui viveva in un mondo digitale parallelo fatto di rabbia e violenza, ha assaltato l'insegnante come in un videogioco, e pare abbia detto ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», e di aver avuto in programma di ammazzare anche i propri genitori. Mica viveva nel bosco, questo ragazzo. Stava con i suoi normalissimi genitori nella sua normalissima casa, e almeno una delle sue normalissime amiche sembra si fosse accorta che qualcosa non andava, ma non è scattato alcun meccanismo preventivo.
No, la macchina coercitiva si è mossa per Catherine e i suoi figli, che ora non stanno bene per niente. Nei giorni scorsi i consulenti della famiglia hanno assistito a una videochiamata tra la mamma e i piccoli e, dice Cantelmi, «siamo rimasti impressionati dallo stato di grande sofferenza dei bambini, e non voglio entrare nei dettagli. Questo materiale sarà messo a disposizione dei giudici per la valutazione. Ma la domanda è semplice: a che serve tenere tre bambini di quell’età in quella struttura? Non serve certo socializzare, non serve certo ad andare a scuola, non serve certo a farli stare meglio», prosegue l’esperto. «Ormai è chiaro a tutti che questa situazione procura solo dolore». Ma forse, oggi, provare dolore è considerato normale.L’avvocato: «Normalmente prima di separare i figli dai genitori ci vogliono anni, qui invece si è agito di fretta e “manu militari”. E senza nemmeno usare, come si fa di solito, mediatori linguistici e culturali».
«Ignorata perfino la Cassazione per togliere i bimbi ai Trevallion»
Giorgio Vaccaro è avvocato e docente a Verona, da molti anni si occupa di diritto di famiglia e sta seguendo con attenzione dall’inizio la vicenda della famiglia del bosco.
Avvocato, che cosa non torna secondo lei nel provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha allontanato i tre bambini dei Trevallion?
«Gli aspetti dei provvedimenti che maggiormente richiamano l’attenzione riguardano la tempistica e la estremizzazione della soluzione adottata sin dall’inizio. Più precisamente la tempistica dei provvedimenti che hanno impattato su questa famiglia è, rispetto alle tantissime altre situazioni nelle quali viene chiamato un Tribunale per i minorenni da una segnalazione dei servizi, singolarmente breve».
Cioè?
«Normalmente un intervento così estremo, come l’allontanamento di tre fratelli dal luogo della loro vita, interviene molto dopo, con una scansione di anni e non certo di pochi mesi. Il tempo che passa dalla segnalazione a un intervento giudiziale così invasivo come quello adottato è quello necessario alla effettuazione di interventi di sostegno con un programma di recupero delle competenze genitoriali. E, nei casi di difficoltà linguistica, come quelli evidentemente esistenti nel caso in questione, con la presenza – a garanzia dei genitori e della conseguente serena crescita nella vita dei minori – di più figure di mediatori, sia linguistici che culturali. Nel caso della famiglia “silvestre” non c’è, nei provvedimenti adottati, alcun richiamo a tali percorsi e al coinvolgimento di tali figure professionali che, per altro, non rappresentano una eccezione, ma sono ben conosciute dagli operatori del Tribunale per i minorenni, perché costantemente presenti, a fianco dei servizi sociali, quando si tratti di intervenire sulle dinamiche familiari. La stella polare dell’intervento è la tutela della serenità dei minori e l’intervento disposto si deve orientare a tutelare le figure genitoriali, esaltandone le competenze e, laddove immaginate deficitarie (dai servizi), adottando degli interventi formativi e di supporto e non certamente ablativi della serena convivenza di una famiglia».
Questo però è un caso particolare rispetto alla media degli interventi.
«Sì, è un caso straordinario rispetto alla normale realtà nella quale si trovano a dover operare i servizi sociali: questi infatti si trovano a svolgere la loro attività normale intervenendo su famiglie difficili in crisi manifesta e che presentano un ambiente quotidiano fatto di violenze fisiche e verbali nella coppia e in danno e in presenza di figli minori, fatto di condotte genitoriali con problematiche di grave dipendenza o abuso di sostanze (droghe o alcool), fatto di abbandoni o gravi inadeguatezze nell’assicurare ai figli conviventi un ambiente affettivo stabile e formativo. Tali specifiche non sono il frutto di un mio ragionamento personale, ma sono il senso che deriva dallo studio di quanto affermato dalle innumerevoli ordinanze della Prima sezione della Suprema Corte di Cassazione , quella che si occupa di “insegnare” ai giudici del Tribunale e a quelli delle Corti di appello la corretta lettura e il corretto modo di interpretare le norme di legge che regolano la materia».
E che possiamo dedurne riguardo ai Trevallion?
«Che nel caso della famiglia del bosco non vi era nessuna delle gravi criticità che sono presenti nella normalità degli interventi dei servizi sociali. A maggior ragione, quindi, era necessario un intervento in punta di piedi per assicurare ai quei minori e a quei genitori di poter raggiungere un grado di funzionamento migliore rispetto a quello immaginato non sufficiente dalla relazione dei servizi. Ma questo non è stato fatto; non è stata assicurata la presenza di mediatori, né linguistici né culturali, e si è preferito intervenire manu militari, come rispondendo ad una provocazione rispetto alle resistenze dei due genitori».
C’è stato un indubbio irrigidimento delle istituzioni.
«Questo è un aspetto centrale, ricordo infatti come il Tribunale per i minorenni abbia il compito di tutelare i minori, rispetto a quelle deficienze genitoriali che siano talmente gravi da poter richiedere l’applicazione di provvedimenti limitativi del libero esercizio della responsabilità genitoriale che, in forza del codice civile, costituisce l’unica legge alla quale deve richiamarsi ogni genitore nel vivere il suo rapporto con i figli. Il codice civile assicura a tutti i genitori in Italia la massima libertà nella esplicazione della responsabilità genitoriale e la sua eventuale limitazione, proprio perché impatta sul diritto del figlio a crescere nella propria famiglia (principio di legge anch’esso), deve essere assicurata non solo da una ipotesi di lettura della relazione dei servizi ma da un intervento specialistico che in un primo momento è quello del servizio pubblico della psichiatria infantile. Poi il processo, come è il caso di cui ci occupiamo, deve svolgersi con le modalità del giusto processo, attraverso la nomina di un consulente del giudice affiancato dall’opera insostituibile dei consulenti delle parti».
Insomma sarebbe stato necessario sentire più consulenti prima di togliere i bambini?
«Prima, e senza una relazione del Ctu, ogni provvedimento che limiti l’esercizio della responsabilità genitoriale, come è accaduto a L’Aquila, deve ritenersi atto straordinario ed è tanto straordinario che la Corte di Cassazione ha statuito come ben possa essere immediatamente ricorso avanti al suo cospetto, senza attendere il provvedimento finale di quel processo. Riassumendo, il tempo dei genitori con i figli è tema delicatissimo e centrale per la serena crescita dei minori e non può essere compresso e limitato senza il controllo immediato della Corte Superiore, proprio perché segna - sulla crescita dei minori coinvolti in una qualsivoglia limitazione del tempo con la mamma o il papà – un vero e proprio danno esistenziale e una compressione del primo diritto di ogni bambino, quello di vedersi assicurata la costante presenza dei genitori nella sua crescita».
Riassumendo: sono state fatte tutte le verifiche necessarie prima di togliere i bambini?
«No, non è stata fatta la prima e la più importante verifica a tutela dei bambini, ovvero quella dell’esistenza di una modalità di esercizio della responsabilità genitoriale che fosse di danno alla loro serena crescita, danno tanto grave da creargli dei problemi di sviluppo. Questo accertamento, che come è evidente costituisce il cuore di ogni processo della crisi famigliare, tema che studio ed affronto quotidianamente nei 30 anni della mia professione, è prodromico ad ogni provvedimento ablativo della competenza genitoriale, non per tutelare i genitori, ma proprio per garantire ai minori di non subire quei danni che sono stati somministrati purtroppo ai bambini di cui ci occupiamo. Quella triade di fratellini si è infatti vista - prima di ogni accertamento processuale degno di questo nome e da svolgersi nel loro interesse e che doveva essere il risultato finale della relazione del consulente di ufficio - stravolgere la realtà famigliare fatta non di abusi, urla, violenze o deprivazioni affettive, ma solo di un modo di vivere non consueto, in presenza di una diade genitoriale in armonia ed accogliente per tutti i figli: insomma un provvedimento abnorme».
Che cosa di potrebbe fare concretamente per uscire da questa situazione ?
«Credo che si debba rimettere al primo posto quanto richiesto, da sempre, dalla legge in Italia a tutti i giudici che si occupano delle crisi della famiglia: la centralità dell’interesse dei minori. E non un interesse generico o solo immaginato, ma quello indicato dalla norma stessa, ovvero il diritto di ogni figlio minore a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con i parenti e le famiglie dei genitori: nel nostro caso è stata immaginata una criticità dei genitori tale da troncare frettolosamente, e in assenza di una consulenza svolta con le garanzie del giusto processo, la vita di tre bambini, stravolgendoli e privandoli della figura del padre che hanno sempre avuto vicino con dei tempi di cura molto più importanti di tante altre famiglie, e limitando loro la figura della madre, con una compressione della attività di cura e supporto affettivo, che ha provocato molti più danni di quelli che immaginava di risolvere. Per uscire da questa situazione si potrebbe provvedere a riunire quella famiglia immediatamente, dando loro la possibilità di collocarsi nella casa messa a disposizione da terzi (se tanto preoccupa quella da sempre abitata) e così da proseguire gli accertamenti peritali in un contesto famigliare, che finalmente consenta al consulente esperto nominato, di far conoscere al giudice la verità di quella relazione familiare e non una cosa diversa. Che tutto è, meno che la verità di vita di quella famiglia e di quei minori, che per legge devono essere tutelati nella loro serenità di crescita».
«C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati»
Dall’ultima relazione sull’aborto in Italia, appena resa disponibile dal ministero della Sanità, emerge come l’uso delle pillole abortive in Italia sia in continuo aumento, soprattutto fra le giovani donne. Di questo argomento si occupa da tempo il dottor Bruno Mozzanega, presidente della Sipre (Società Italiana Procreazione Responsabile). Di recente si è occupato soprattutto del farmaco chiamato EllaOne.
Dottore, che differenza c’è tra la nota pillola abortiva Ru486 e un farmaco come EllaOne?
«La Ru486 o mifepristone è ufficialmente utilizzata per l’interruzione di gravidanza e i suoi numeri rientrano in quelli che ha citato lei, nei 65.000 aborti circa riferiti dal ministero. È un farmaco che impedisce l’azione del progesterone, cioè dell’ormone pro-gestazione, pro gravidanza, che prepara l’utero ad accogliere il figlio. E lo è esattamente come EllaOne, che è un farmaco venduto senza alcuna necessità di ricetta nelle farmacie e nei siti medici di alcuni grandi supermercati. Quest’ultimo è un antiprogestinico, viene venduto alle donne come antiovulatorio da usare nella contraccezione d’emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto ritenuto a rischio. Uno studio pubblicato sul più importante giornale mondiale di medicina, il New England Journal of Medicine, ha dimostrato che con l’assunzione di due sole compresse di EllaOne si può interrompere la gravidanza fino a nove settimane».
In sostanza la differenza è che la Ru486 è trattata da pillola abortiva, mentre EllaOne è trattato come un anticoncezionale di emergenza, anche se può provare aborti.
«Questa pillola agisce impedendo l’annidamento di un concepito e i suoi numeri non rientrano in quelli comunicati dal ministero, ma si può stimare che su 500.000 pazienti che attualmente ne fanno uso all’anno solo in Italia, un 5% - quindi 25.000 gravidanze - non compaiano clinicamente perché l’embrione concepito non riesce ad annidarsi. Preciso: la nostra è una specie a bassa fertilità, su 100 rapporti a rischio nel periodo fertile ci si aspettano 6 gravidanze. Con questo farmaco ne compare meno di una, da qui la deduzione che ne spariscano 25.000 su 500.000».
Quindi sostanzialmente si sta commercializzando una pillola contraccettiva che in realtà può essere considerata una pillola abortiva, questo è il punto?
«Il punto è che si sta commercializzando, presentandola ingannevolmente come antiovulatoria, una pillola che è antinidatoria, meccanismo che non sarebbe permesso dalle nostre leggi. Viene data senza prescrizione e basta che una donna si rechi in due diverse farmacie per ottenerne due, cioè la dose che consente di interrompere la gravidanza fino a nove settimane. Peraltro ne bastano 60 milligrammi contro i 200 della Ru486, quindi è anche molto più potente della Ru486».
Ma lei pensa che chi ne fa uso sappia che può essere usata come pillola abortiva?
«Penso che tutti i medici sappiano queste cose. Mettiamo che io sia un medico che non ha a cuore la tutela della vita umana, un medico che va per le sbrigative. Viene una paziente e mi dice: “Dottore, saltiamola tutta questa trafila della legge, non ho voglia di farmi vedere, non ho voglia di andare in ospedale, di fare le procedure...”».
Ebbene questo medico che potrebbe fare?
«Potrebbe dire: “Prendi queste due compresse in due farmacie diverse, le mangi e quando sanguini vieni da me che ti ricovero per aborto spontaneo”. Questa è una via breve ma le strutture che hanno questo tipo di mentalità esistono: parlando con alcune persone che hanno una visione opposta rispetto alla mia sulla vita, mi hanno risposto che cosi per le donne è più facile abortire».
Come Sipre vi siete rivolti a Aifa, l’agenzia del farmaco, facendo notare questi problemi.
«Sì, il 16 febbraio dello scorso anno abbiamo fatto un’istanza ad Aifa per chiedere che EllaOne venisse trattata esattamente con la stessa normativa con cui è trattata la Ru486, di cui peraltro è più potente. Cioè tolta dalla farmacia e riservata solo a un uso ospedaliero».
Risposta di Aifa?
«Aifa si è riunita soltanto dopo che io ho mandato a tutti i membri della commissione scientifico-economica il testo dell’istanza, perché altrimenti penso che neanche si sarebbero occupati della cosa. Si sono riuniti in novembre e a metà gennaio mi hanno dato una risposta in cui si è scritto che lo studio da me citato è stato fatto in Messico, cioè in un contesto diverso dal nostro. Mi hanno risposto che in quello studio hanno usato due compresse, e che per la contraccezione d’emergenza ne viene raccomandata una e quindi non si possono fare paragoni. Come se la gravidanza in Messico fosse diversa da quella in Italia... Tutto ciò senza tener conto che lo studio che ho citato è stato così irrilevante da essere pubblicato sul più importante giornale medico del mondo, il New England Journal of Medicine. Da Aifa poi hanno aggiunto che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, non se n’è ancora occupata. Dato che noi facciamo quello che dice l’Ema non abbiamo ragione per prendere provvedimenti».
È così?
«Dal 2009 l’Ema descrive questo farmaco come un farmaco potenzialmente abortivo nel documento con cui l’ha messo in commercio in Europa. Nel 2009 hanno discusso del possibile uso off label del farmaco e hanno deciso che non c’è alcuna possibilità di evitare che venga usato per l’aborto. Nel 2015, quando hanno tolto l’obbligo di ricetta medica e deciso di continuare a darlo come anti ovulatorio, hanno scritto di aver chiesto al produttore di documentare che non potesse essere usato per interrompere la gravidanza, e che non era uscito alcuno studio al riguardo. Ma adesso la risposta c’è, ed è venuta da un gruppo indipendente che non ha alcuno sponsor. Aifa avrebbe il dovere di sollecitare Ema ad esaminare il problema, tanto più che per i farmaci che riguardano aborto e contraccezione ogni Stato può far valere la propria legislazione e tutte le nostre leggi tutelano la vita umana dal concepimento».
Forse tutte queste lentezze e reticenze nascono dal fatto che la vendita di questo farmaco genera parecchi soldi.
«Parliamo di un giro d’affari da 15 milioni all’anno solo in Italia».
Quindi limitandone la circolazione si andrebbero a toccare notevoli interessi.
«Questa è una delle spiegazioni più probabili. La seconda cosa che si può pensare è che si voglia continuare ad escludere l’embrione dal novero di chi ha diritto di cittadinanza e di tutela, nonostante le nostre leggi lo ribadiscano: anche la stessa 194 che dice che la vita umana va tutelata dal suo inizio. Inizio che la Corte di giustizia europea riconosce essere nel momento della fecondazione. La cosa grave è che ci sono 500.000 donne che usano questo farmaco e penso che la grande maggioranza di queste credano di impedire l’ovulazione, quindi sono ingannate. E lo sono in un ambito che è estremamente importante dal punto di vista intimo ed esistenziale. Io non posso dire a una donna che questa pillola fermerà l’ovulazione e al contempo sapere che con estrema probabilità quella donna concepirà, ma suo figlio a causa del farmaco non potrà proseguire la vita. Come si può disinformare a questi livelli?».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 30 marzo 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci rivela tutte le insidie della guerra in Iran.
Lo ha dichiarato il ministro dell'Agricoltura e della sovranità alimentare a margine del consiglio «Agrifish» a Bruxelles.
Per il generale Marco Bertolini dietro la decisione di proibire l’ingresso al santo sepolcro al cardinal Pizzaballa nasconde una precisa strategia politica. E una sfida al Vaticano.