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2018-06-23
La Procura di Trapani sta indagando sulle Ong con «bandiere di comodo»
ANSA
A Trapani da tempo la Procura indaga su alcune Ong tedesche le cui navi usano bandiere ombra, violando i codici di navigazione. Le segnalazioni sono arrivate ai magistrati siciliani nell'ambito delle inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, una delle quali ha portato al sequestro della nave Iuventa. La denuncia del governo italiano sulla nuova nave pirata ha fatto drizzare le orecchie agli investigatori.
Equipaggio compreso, sulla Lifeline, una nave da 50 posti della Ong tedesca Missione Lifeline, ci sono 224 persone stipate a bordo. E al timone un capitano determinato a portare in Italia i migranti presi in acque libiche. Ma il vero problema è Malta, le cui autorità si girano dall'altra parte pur di non aprire i porti. «Malta non era né l'autorità coordinatrice né quella competente dei soccorsi», puntano i piedi da La Valletta. E rimpallano verso l'Italia, sostenendo che il soccorso è avvenuto tra la Libia e Lampedusa.
Ora la priorità è mettere in salvo le persone. «Ma sia chiaro che poi quella nave dovrà essere sequestrata e il suo equipaggio fermato. Mai più in mare a trafficare». Il tweet del ministro dell'Interno Matteo Salvini non lascia spazio a interpretazioni. Per lui quella nave è fuorilegge. E non attraccherà in Italia. Da Malta hanno continuano a fare gli gnorri per tutta la mattina di ieri: fonti del governo maltese hanno fatto sapere al quotidiano Malta Today che né la Lifeline, né il centro di coordinamento di Roma hanno trasmesso a La Valletta una richiesta formale di accogliere la nave dell'Ong con a bordo i migranti. Verso ora di pranzo, però, è stata comunicata la richiesta ufficiale della Capitaneria di porto italiana: «Fate attraccare la Lifeline». Anche perché non è Roma a guidare l'operazione questa volta. È da Frontex che hanno individuato l'area di mare Search and rescue come maltese.
Nel frattempo, su Twitter, la Ong Missione Lifeline ha messo le mani avanti, postando il documento che confermerebbe la registrazione della bandiera e l'indicazione di Amsterdam come home port. E sostenendo: «Abbiamo agito come in tutte le precedenti missioni in acque internazionali». Il governo italiano non si accontenta e Salvini ha fatto sapere di aver già mandato una nota ufficiale al governo olandese per chiedere delucidazioni sulle due navi sospette: la Lifeline e la Sealife, entrambe di Ong tedesche ed entrambe battenti bandiera olandese. Dai Paesi Bassi hanno fatto sapere che le due navi appartengono a Ong tedesche e non sono presenti nel registro navale olandese. Quindi l'Olanda non è in grado di dare istruzioni a queste imbarcazioni.
Affinché il legame con la bandiera issata a bordo abbia valore giuridico, ogni imbarcazione deve essere regolarmente registrata nel Paese di cui espone il vessillo, altrimenti è soggetta alla giurisdizione di tutti gli Stati. L'accertamento della nazionalità è un atto di polizia giudiziaria disciplinato dal codice della navigazione e da più di una convenzione internazionale.
«L'Italia è consapevole della posizione olandese», hanno ribattuto da Amsterdam, costringendo il governo italiano ad annunciare un'inchiesta su quelle che hanno tutte le caratteristiche per essere definite navi fantasma. Se dovessero arrivare in acque italiane, quindi, scatterà il loro sequestro. La storia della Lifeline è facile da ricostruire con le informazioni disponibili online. E dimostra facilmente che è una nave da avventurieri: già Sea Watch 2, ex Clupea, ha uno scafo da 32 metri di lunghezza e 8 di larghezza. La costruzione è del 1968. In origine era un peschereccio, comprato nel 2015 dalla Ong Sea Watch che se la portò ad Amburgo per ribattezzarla Sea Watch 2 il 18 marzo 2016. Poco dopo è passata di mano a Mission Lifeline per 200.000 euro. «Unaltra Ong ci ha offerto in vendita la sua nave di soccorso», è scritto sul sito nella Ong nella sezione in cui viene descritta la missione dedicata ai salvataggi nel Mediterraneo. Una nave «quasi completamente attrezzata», anche se «qua e là da riparare».
Dopo i ritocchi, il peschereccio cinquantenne è finito di nuovo in acqua. E infatti il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli su Facebook ha sottolineato che sulla Lifeline sono stati imbarcati «circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi e dellequipaggio». Ma c'è di più, da informazioni acquisite nell'immediatezza dal governo italiano, la Ong non avrebbe collaborato con la guardia costiera libica, che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli su suolo libico.
Axel Steier, portavoce di Lifeline, ha confermato questa versione all'agenzia Reuters, aggiungendo però che i migranti erano in pericolo e che non c'era il tempo di aspettare. Steier ha anche aggiunto che i migranti sarebbero stati comunque in pericolo se fossero stati trasportati in Libia, dove ci sono centri di detenzione nei quali vengono spesso violati i loro diritti umani. «È da irresponsabili, non da filantropi, incentivare la partenza dei barconi della morte», ha rincarato la dose Toninelli, ribadendo che la soluzione resta quella di fermare le partenze dei barconi attivando gli hotspot in Africa. Una possibilità di cui si parlerà, nei prossimi giorni, in un vertice europeo in programma a Bruxelles.
Fino a quel momento la posizione dell'Italia sulla chiusura dei porti resta ferma. Porti chiusi per le navi delle Ong che battono bandiera straniera: «Vadano in Olanda». La flotta italiana, composta da navi militari e Guardia costiera, continuerà a pattugliare il Mar Mediterraneo e salvare vite, ma a condizioni diverse dal passato. «Staranno più vicine alle coste italiane», ha spiegato Salvini. Che ha aggiunto: «Ci sono altri che devono intervenire: la Tunisia, Malta, Francia, Spagna». La portavoce del governo spagnolo Ibabel Celaà questa volta non si è fatta attendere e ha comunicato che il ministero degli Esteri è in contatto con Malta, Italia e Francia. La linea dura, a quanto pare, paga.
Fabio Amendolara
Altri 200 morti nel Mediterraneo I libici: «È colpa dei taxi del mare»
Il conteggio dell'orrore sembra non avere fine: sono 220, secondo l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, i migranti annegati negli ultimi giorni al largo delle coste libiche, portando il numero dei morti nel Mediterraneo a oltre 1.000 dall'inizio del 2018. Una mattanza di fronte alla quale è facile urlare «basta». Ma contro chi?
Le Ong, da tempo, si sono autoinvestite del ruolo di uniche detentrici della moralità nautica, ma le cose sembrano essere più complesse. «Quando vedono le navi delle Ong i migranti che abbiamo appena imbarcato si rituffano in mare, anche se non sanno nuotare; questa storia deve finire», ha detto all'agenzia Dire il colonnello Abu Ageila Abdul Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera della Libia. Che tuona: «Le Ong sono taxi del mare, che di fatto aiutano i migranti a raggiungere l'Europa». Gli attivisti sedicenti umanitari, spiega ancora il militare libico, «complicano il nostro lavoro, che nonostante alcuni successi, resta difficile». Fra le autorità libiche, sul punto sembrano concordare tutti. Ieri Repubblica riportava le parole del comandante Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera libica, secondo cui «i trafficanti ne stanno facendo partire a migliaia e altri ancora li spingeranno in mare nei prossimi giorni». In mare, dice Qassim, «noi abbiamo soltanto nemici: i trafficanti di benzina, quelli di armi che ci sparano addosso a cannonate; poi i mercanti di migranti. Ma ci sono anche le Ong che non ci rispettano, che sono un ostacolo per noi e non fanno salvataggio, assicurano ai trafficanti le ultime miglia del loro trasporto marittimo. Noi salviamo quei migranti».
Parole chiare, che svelano una volta di più il ruolo nefasto delle Ong. Parole che, certo, vengono dalla Guardia costiera libica, la cattivissima forza anti migranti che, ci dicono, spara, sperona, affonda, tortura e chi più ne ha più ne metta.
Già, ma chi è che ha iniziato a collaborare con la Guardia costiera libica? Ma il governo del Pd, ovviamente. È sotto la supervisione dell'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che le nostre navi hanno iniziato a operare insieme agli uomini del Paese nordafricano. A marzo 2016, Fayez Al Sarraj aveva chiesto all'Ue mezzi e apparecchiature per un totale di almeno 800 milioni di euro. Ne era nato un accordo bilaterale che prevedeva l'addestramento, l'equipaggiamento e il sostegno alla Guardia costiera libica. Nei mesi successivi, i regali a pioggia erano quindi iniziati. Non che l'idea di puntare a fermare le partenze direttamente dalla Libia, fosse sbagliata, anzi. Quel ponte gettato verso Tripoli, tuttavia, avrebbe dovuto essere il primo passo per una partnership, al fine di porre fine alle partenze. Tutte cose che potrebbe e dovrebbe fare Matteo Salvini, che ha finalmente deciso di buttarsi anima e corpo sul dossier libico. Cominciando con l'andare in loco.
Mentre nella zona dei terminal petroliferi dell'Est Khalifa Haftar sta in queste ore guerreggiando con delle milizie criminali e jihadiste per il controllo dei pozzi (il generale ha comunque annunciato di aver ripreso sia Sider che Ras Lanuf), Salvini sarà a Tripoli lunedì 25. La visita è stata accuratamente preparata dall'ambasciatore Giuseppe Perrone, che ha incontrato Al Serraj e i ministri Taher Siala (Esteri) e Salam Ashur (Interno). Il titolare del Viminale offrirà ai partner nordafricani dieci nuove motovedette, finanziate con fondi europei, e altre tre unità navali. Sul piatto, tuttavia, ci sarà anche la questione Ong, con cui, come già detto, italiani e libici sembrano ora decisamente in sintonia. Ma la partnership verrà rinforzata, passando anche per i protocolli di intesa tra le autorità giudiziarie locali e la Procura nazionale antimafia. Un'ulteriore svolta per una risoluzione definitiva della questione potrebbe arrivare da un altro passaggio cruciale di questi giorni: le autorità libiche, infatti, stanno per dichiarare l'istituzione di una propria zona di ricerca e soccorso (Sar). Finora, infatti, le Ong avevano giocato molto su una sorta di vuoto normativo. Tripoli, infatti, non aveva ancora una zona Sar riconosciuta a livello internazionale, il che faceva sì che l'area del mar libico a Sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia non fosse posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. È per questa ragione che, in caso di naufragio in quell'area, la prima centrale contattata per iniziare il salvataggio era sistematicamente quella italiana. Il che, in qualche modo, legittimava le Ong a portare qui da noi i migranti recuperati (anche perché Malta, benché abbia una Sar enorme, pari a 750 volte il suo territorio, non apre le porte). Ora, però, le cose potrebbero cambiare.
Qualche giorno fa, le autorità libiche hanno inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc, Rescue coordination centre) di stanza a Tripoli. Contattata dal sito Altreconomia.it il 20 giugno, l'Imo ha riferito di attendersi dettagli al più «presto». Si tratta di un primo passo per mettere ordine in quel tratto di mare in cui trafficanti, Ong, navi militari e predoni vari fanno il bello e il cattivo tempo, in un caos assoluto che fa solo il gioco degli schiavisti. Chi risolve questo rebus, risolve gran parte del problema migranti. Per Salvini è la sfida il cui esito potrebbe segnare la differenza tra il comunicatore brillante e lo statista.
Adriano Scianca
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La Lifeline dovrebbe approdare a Malta, ma pare intenzionata a sbarcare in Italia, dove rischia il sequestro I giudici italiani sono al lavoro da qualche tempo sulle organizzazioni tedesche che usano «vessilli ombra».Dopo l'ennesima strage davanti alle coste nordafricane sono più di 1.000 le vittime da inizio 2018. La Guardia costiera di Tripoli attacca le Ong. Lunedì arriva il ministro dell'Interno, si va verso una strategia comune.Lo speciale contiene due articoliA Trapani da tempo la Procura indaga su alcune Ong tedesche le cui navi usano bandiere ombra, violando i codici di navigazione. Le segnalazioni sono arrivate ai magistrati siciliani nell'ambito delle inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, una delle quali ha portato al sequestro della nave Iuventa. La denuncia del governo italiano sulla nuova nave pirata ha fatto drizzare le orecchie agli investigatori. Equipaggio compreso, sulla Lifeline, una nave da 50 posti della Ong tedesca Missione Lifeline, ci sono 224 persone stipate a bordo. E al timone un capitano determinato a portare in Italia i migranti presi in acque libiche. Ma il vero problema è Malta, le cui autorità si girano dall'altra parte pur di non aprire i porti. «Malta non era né l'autorità coordinatrice né quella competente dei soccorsi», puntano i piedi da La Valletta. E rimpallano verso l'Italia, sostenendo che il soccorso è avvenuto tra la Libia e Lampedusa.Ora la priorità è mettere in salvo le persone. «Ma sia chiaro che poi quella nave dovrà essere sequestrata e il suo equipaggio fermato. Mai più in mare a trafficare». Il tweet del ministro dell'Interno Matteo Salvini non lascia spazio a interpretazioni. Per lui quella nave è fuorilegge. E non attraccherà in Italia. Da Malta hanno continuano a fare gli gnorri per tutta la mattina di ieri: fonti del governo maltese hanno fatto sapere al quotidiano Malta Today che né la Lifeline, né il centro di coordinamento di Roma hanno trasmesso a La Valletta una richiesta formale di accogliere la nave dell'Ong con a bordo i migranti. Verso ora di pranzo, però, è stata comunicata la richiesta ufficiale della Capitaneria di porto italiana: «Fate attraccare la Lifeline». Anche perché non è Roma a guidare l'operazione questa volta. È da Frontex che hanno individuato l'area di mare Search and rescue come maltese. Nel frattempo, su Twitter, la Ong Missione Lifeline ha messo le mani avanti, postando il documento che confermerebbe la registrazione della bandiera e l'indicazione di Amsterdam come home port. E sostenendo: «Abbiamo agito come in tutte le precedenti missioni in acque internazionali». Il governo italiano non si accontenta e Salvini ha fatto sapere di aver già mandato una nota ufficiale al governo olandese per chiedere delucidazioni sulle due navi sospette: la Lifeline e la Sealife, entrambe di Ong tedesche ed entrambe battenti bandiera olandese. Dai Paesi Bassi hanno fatto sapere che le due navi appartengono a Ong tedesche e non sono presenti nel registro navale olandese. Quindi l'Olanda non è in grado di dare istruzioni a queste imbarcazioni.Affinché il legame con la bandiera issata a bordo abbia valore giuridico, ogni imbarcazione deve essere regolarmente registrata nel Paese di cui espone il vessillo, altrimenti è soggetta alla giurisdizione di tutti gli Stati. L'accertamento della nazionalità è un atto di polizia giudiziaria disciplinato dal codice della navigazione e da più di una convenzione internazionale. «L'Italia è consapevole della posizione olandese», hanno ribattuto da Amsterdam, costringendo il governo italiano ad annunciare un'inchiesta su quelle che hanno tutte le caratteristiche per essere definite navi fantasma. Se dovessero arrivare in acque italiane, quindi, scatterà il loro sequestro. La storia della Lifeline è facile da ricostruire con le informazioni disponibili online. E dimostra facilmente che è una nave da avventurieri: già Sea Watch 2, ex Clupea, ha uno scafo da 32 metri di lunghezza e 8 di larghezza. La costruzione è del 1968. In origine era un peschereccio, comprato nel 2015 dalla Ong Sea Watch che se la portò ad Amburgo per ribattezzarla Sea Watch 2 il 18 marzo 2016. Poco dopo è passata di mano a Mission Lifeline per 200.000 euro. «Unaltra Ong ci ha offerto in vendita la sua nave di soccorso», è scritto sul sito nella Ong nella sezione in cui viene descritta la missione dedicata ai salvataggi nel Mediterraneo. Una nave «quasi completamente attrezzata», anche se «qua e là da riparare». Dopo i ritocchi, il peschereccio cinquantenne è finito di nuovo in acqua. E infatti il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli su Facebook ha sottolineato che sulla Lifeline sono stati imbarcati «circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi e dellequipaggio». Ma c'è di più, da informazioni acquisite nell'immediatezza dal governo italiano, la Ong non avrebbe collaborato con la guardia costiera libica, che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli su suolo libico. Axel Steier, portavoce di Lifeline, ha confermato questa versione all'agenzia Reuters, aggiungendo però che i migranti erano in pericolo e che non c'era il tempo di aspettare. Steier ha anche aggiunto che i migranti sarebbero stati comunque in pericolo se fossero stati trasportati in Libia, dove ci sono centri di detenzione nei quali vengono spesso violati i loro diritti umani. «È da irresponsabili, non da filantropi, incentivare la partenza dei barconi della morte», ha rincarato la dose Toninelli, ribadendo che la soluzione resta quella di fermare le partenze dei barconi attivando gli hotspot in Africa. Una possibilità di cui si parlerà, nei prossimi giorni, in un vertice europeo in programma a Bruxelles. Fino a quel momento la posizione dell'Italia sulla chiusura dei porti resta ferma. Porti chiusi per le navi delle Ong che battono bandiera straniera: «Vadano in Olanda». La flotta italiana, composta da navi militari e Guardia costiera, continuerà a pattugliare il Mar Mediterraneo e salvare vite, ma a condizioni diverse dal passato. «Staranno più vicine alle coste italiane», ha spiegato Salvini. Che ha aggiunto: «Ci sono altri che devono intervenire: la Tunisia, Malta, Francia, Spagna». La portavoce del governo spagnolo Ibabel Celaà questa volta non si è fatta attendere e ha comunicato che il ministero degli Esteri è in contatto con Malta, Italia e Francia. La linea dura, a quanto pare, paga.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-trapani-sta-indagando-sulle-ong-con-bandiere-di-comodo-2580383307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-200-morti-nel-mediterraneo-i-libici-e-colpa-dei-taxi-del-mare" data-post-id="2580383307" data-published-at="1777883983" data-use-pagination="False"> Altri 200 morti nel Mediterraneo I libici: «È colpa dei taxi del mare» Il conteggio dell'orrore sembra non avere fine: sono 220, secondo l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, i migranti annegati negli ultimi giorni al largo delle coste libiche, portando il numero dei morti nel Mediterraneo a oltre 1.000 dall'inizio del 2018. Una mattanza di fronte alla quale è facile urlare «basta». Ma contro chi? Le Ong, da tempo, si sono autoinvestite del ruolo di uniche detentrici della moralità nautica, ma le cose sembrano essere più complesse. «Quando vedono le navi delle Ong i migranti che abbiamo appena imbarcato si rituffano in mare, anche se non sanno nuotare; questa storia deve finire», ha detto all'agenzia Dire il colonnello Abu Ageila Abdul Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera della Libia. Che tuona: «Le Ong sono taxi del mare, che di fatto aiutano i migranti a raggiungere l'Europa». Gli attivisti sedicenti umanitari, spiega ancora il militare libico, «complicano il nostro lavoro, che nonostante alcuni successi, resta difficile». Fra le autorità libiche, sul punto sembrano concordare tutti. Ieri Repubblica riportava le parole del comandante Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera libica, secondo cui «i trafficanti ne stanno facendo partire a migliaia e altri ancora li spingeranno in mare nei prossimi giorni». In mare, dice Qassim, «noi abbiamo soltanto nemici: i trafficanti di benzina, quelli di armi che ci sparano addosso a cannonate; poi i mercanti di migranti. Ma ci sono anche le Ong che non ci rispettano, che sono un ostacolo per noi e non fanno salvataggio, assicurano ai trafficanti le ultime miglia del loro trasporto marittimo. Noi salviamo quei migranti». Parole chiare, che svelano una volta di più il ruolo nefasto delle Ong. Parole che, certo, vengono dalla Guardia costiera libica, la cattivissima forza anti migranti che, ci dicono, spara, sperona, affonda, tortura e chi più ne ha più ne metta. Già, ma chi è che ha iniziato a collaborare con la Guardia costiera libica? Ma il governo del Pd, ovviamente. È sotto la supervisione dell'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che le nostre navi hanno iniziato a operare insieme agli uomini del Paese nordafricano. A marzo 2016, Fayez Al Sarraj aveva chiesto all'Ue mezzi e apparecchiature per un totale di almeno 800 milioni di euro. Ne era nato un accordo bilaterale che prevedeva l'addestramento, l'equipaggiamento e il sostegno alla Guardia costiera libica. Nei mesi successivi, i regali a pioggia erano quindi iniziati. Non che l'idea di puntare a fermare le partenze direttamente dalla Libia, fosse sbagliata, anzi. Quel ponte gettato verso Tripoli, tuttavia, avrebbe dovuto essere il primo passo per una partnership, al fine di porre fine alle partenze. Tutte cose che potrebbe e dovrebbe fare Matteo Salvini, che ha finalmente deciso di buttarsi anima e corpo sul dossier libico. Cominciando con l'andare in loco. Mentre nella zona dei terminal petroliferi dell'Est Khalifa Haftar sta in queste ore guerreggiando con delle milizie criminali e jihadiste per il controllo dei pozzi (il generale ha comunque annunciato di aver ripreso sia Sider che Ras Lanuf), Salvini sarà a Tripoli lunedì 25. La visita è stata accuratamente preparata dall'ambasciatore Giuseppe Perrone, che ha incontrato Al Serraj e i ministri Taher Siala (Esteri) e Salam Ashur (Interno). Il titolare del Viminale offrirà ai partner nordafricani dieci nuove motovedette, finanziate con fondi europei, e altre tre unità navali. Sul piatto, tuttavia, ci sarà anche la questione Ong, con cui, come già detto, italiani e libici sembrano ora decisamente in sintonia. Ma la partnership verrà rinforzata, passando anche per i protocolli di intesa tra le autorità giudiziarie locali e la Procura nazionale antimafia. Un'ulteriore svolta per una risoluzione definitiva della questione potrebbe arrivare da un altro passaggio cruciale di questi giorni: le autorità libiche, infatti, stanno per dichiarare l'istituzione di una propria zona di ricerca e soccorso (Sar). Finora, infatti, le Ong avevano giocato molto su una sorta di vuoto normativo. Tripoli, infatti, non aveva ancora una zona Sar riconosciuta a livello internazionale, il che faceva sì che l'area del mar libico a Sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia non fosse posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. È per questa ragione che, in caso di naufragio in quell'area, la prima centrale contattata per iniziare il salvataggio era sistematicamente quella italiana. Il che, in qualche modo, legittimava le Ong a portare qui da noi i migranti recuperati (anche perché Malta, benché abbia una Sar enorme, pari a 750 volte il suo territorio, non apre le porte). Ora, però, le cose potrebbero cambiare. Qualche giorno fa, le autorità libiche hanno inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc, Rescue coordination centre) di stanza a Tripoli. Contattata dal sito Altreconomia.it il 20 giugno, l'Imo ha riferito di attendersi dettagli al più «presto». Si tratta di un primo passo per mettere ordine in quel tratto di mare in cui trafficanti, Ong, navi militari e predoni vari fanno il bello e il cattivo tempo, in un caos assoluto che fa solo il gioco degli schiavisti. Chi risolve questo rebus, risolve gran parte del problema migranti. Per Salvini è la sfida il cui esito potrebbe segnare la differenza tra il comunicatore brillante e lo statista. Adriano Scianca
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Arrivando a Venezia, se uno chiede dove si trova il palazzo della Biennale, la risposta è questa: Ca’ Giustinian è in fondo, a destra. Sicuri? Aveva promesso il governo quasi più longevo della Repubblica che l’egemonia culturale della sinistra sarebbe tramontata. Al netto che Gennaro Sangiuliano è stato fatto secco per aver osato toccare il fondo del cinema, è curioso che il suo successore abbia rischiato pure lui con i fili scoperti delle cineprese rosse e che, per ingaggiare una polemica, sia stato «colto» sul fatto da Repubblica che è diventata la tribuna da cui i maîtres à pensere della destra si scambiano fendenti parlando a un pubblico di sinistra.
Ad aprire il fuoco, ci si perdoni il calembour, è stato Pietrangelo Buttafuoco che è presidente della Fondazione Biennale di Venezia, il più importante evento al mondo per quel che riguarda le arti figurative, il quale da Repubblica a marzo ha annunciato: la Russia espone alla Biennale. Apriti cielo, manco fosse stato un concerto di Beatrice Venezi alla Fenice, che ci sia ognuno lo dice, nessun lo sa come faccia a stare in piedi se non becca una trentina di milioni di soldi dei contribuenti. Succede che 22 ministri dell’Ue scrivono a Giorgia Meloni: se fate arrivare i russi, contravvenite alle sanzioni contro Vladimir Putin e non solo togliamo i due milioni di contributi europei, ma vi esponiamo al ludibrio democratico. Giorgia Meloni, obbediente alla massima pas d’ennemies à gauche, chiama Alessandro Giuli e gli dice: occupatene. E Giuli che fa? Esecra Buttafuoco e, come i Bravi manzoniani, intima al suo «fratello sbagliato» - così lo ha etichettato ieri nell’intervista a Repubblica - che questa esposizione dei russi non s’ha da fare né domani né mai. E intanto gli manda gli ispettori ministeriali che proprio ieri hanno concluso il lavoro con una relazione che è un non luogo a procedere.
Buttafuoco tiene duro e risponde non solo che il padiglione è della Russia - lo ha costruito lo Zar ai Giardini di Castello, risale al 1914 ed è opera dell’architetto russo Alexej Shchusev - ma che lui non si piega alle censure. Nel frattempo scoppia un’altra grana: la giuria si rifiuta non solo di premiare artisti russi, ma anche israeliani. Tra questi ultimi, Belu-Simion Fainaru, sentendosi discriminato, denuncia e vuole un sacco di quattrini. A cinque giorni dall’apertura (la Biennale apre sabato), il pasticcio è infinito perché se Alessandro Giuli - come ha ribadito ieri a Repubblica avanzando giudizi non proprio lusinghieri sul «fratello sbagliato» Pietrangelo Buttafuoco- non va a inaugurarla, pure la giuria intera si è dimessa e i premi verranno assegnati dai visitatori, per i quali Russia e Israele sono, però, vietati. Ci sarebbe da dire che la Costituzione più bella del mondo, all’articolo 33, recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Ma evidentemente Bruxelles conta di più. Una parola di chiarimento l’hanno detta gli ispettori del ministero della Cultura. Nella loro relazione di sette pagine scrivono che «Nessun invito formale di partecipazione alla Federazione russa è stato inviato».
E per quanto concerne il taglio dei finanziamenti Ue e l’eventuale causa per danni da parte dell’artista israeliano, «nel bilancio 2025 - già approvato da autorità di vigilanza e ministero dell’Economia - è stata prudenzialmente iscritta a fondo rischi la quota dell’acconto ricevuto che si riferisce al 2026-2027». Gli ispettori smontano il caso delle dimissioni in blocco della giuria intervenute dopo che i giurati sono stati avvertiti «del personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni». Particolarmente efficace è la spiegazione sui rapporti con la Russia: «La Federazione russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni». La ragione? Non si tratta di una fiera a inviti - strano che il ministro Giuli non lo sappia - «sono gli Stati che decidono di partecipare». E in base alle sanzioni, «la Russia non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico» visitabile solo su invito.
Verrebbe da dire - citando William Shakespeare che amava Venezia - «tanto rumore per nulla» se non fosse che, su Repubblica, Giuli insiste: «Pietrangelo è l’inesorabile espressione di un ancien régime: isolazionista e borbonico, ma la fondazione lagunare non è uno Stato sovrano. Se ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti coi russi, sarebbe stato un trionfo chiedere, in cambio della partecipazione alla Biennale, un cessate il fuoco con la liberazione di bambini ucraini».
A quel che pare, se non il cessate il fuoco, c’è almeno il Buttafuoco perché proprio di fianco al padiglione russo s’erge una gru con appeso un cervo: è l’installazione principe degli ucraini opera di Zhanna Kadyrova che proprio la Biennale ha chiesto di piazzare lì. Ah, sia detto per inciso: Giuli alla Biennale prima o poi ci andrà e forse farà pace col «fratello sbagliato».
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In arabo significa «porta delle lacrime» perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra Penisola arabica e Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo Stato dell’Eritrea, 1.200 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di Ue e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’Oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale.
Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti, Etiopia e Kenya.
Non solo. Sebbene l’Ue abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo Stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove.
Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni Novanta l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli Usa come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale. Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del presidente Usa per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il Tplf, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora segretario di Stato della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo.
Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo, visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai Paesi del Golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Huthi era sul tavolo da mesi.
Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico Paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabaab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. «Legalmente, se possibile, militarmente se necessario» ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari, Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze. Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi Paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fmi e Banca mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo, ma che l’ha senz’altro aiutata a dialogare con tutti, dagli Usa alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i Paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. Spesso destabilizzanti
Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (Rfs) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso. Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.
Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (Stc), un gruppo separatista che come gli Huthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki. Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. «Il presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione», ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi, «quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa».
Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga Gerd, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale.
Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del «cambio di regime». L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà «di invertire le politiche della precedente amministrazione» e «ripristinare relazioni rispettose tra Usa ed Eritrea». Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso Usaid accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli Usa decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali.
Qui passa il 27% del greggio per la Ue. Ma a pattugliare è quasi solo l’Italia
È la prima missione europea in quelli che vengono chiamati «hot theatres», scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Huthi contro le navi commerciali.Lo scorso febbraio il Consiglio dell’Ue l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono inoltre 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e Penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. A partire dalle navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1,9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. «Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso» ha recentemente sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli Stati membri.Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’Ue nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa. Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’Ue non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi; in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che come se non bastasse, ad oggi si sono opposti a eventuali tentativi di integrazione. Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli Stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, un unico coordinamento sotto la bandiera europea che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura utopia.A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i Paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni Ue. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiere nazionali di riferimento. Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari Paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche coinvolgendo organizzazioni regionali, in particolare Red Sea Council e Gcc, Consiglio di cooperazione del Golfo. Starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime. Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. «Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’Ue» spiega alla Verità Marcel Roijen, responsabile del Seae per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. «I Paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia. Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte», continua. «Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi Paesi aumenti progressivamente». Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero.
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Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
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