True
2018-06-23
La Procura di Trapani sta indagando sulle Ong con «bandiere di comodo»
ANSA
A Trapani da tempo la Procura indaga su alcune Ong tedesche le cui navi usano bandiere ombra, violando i codici di navigazione. Le segnalazioni sono arrivate ai magistrati siciliani nell'ambito delle inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, una delle quali ha portato al sequestro della nave Iuventa. La denuncia del governo italiano sulla nuova nave pirata ha fatto drizzare le orecchie agli investigatori.
Equipaggio compreso, sulla Lifeline, una nave da 50 posti della Ong tedesca Missione Lifeline, ci sono 224 persone stipate a bordo. E al timone un capitano determinato a portare in Italia i migranti presi in acque libiche. Ma il vero problema è Malta, le cui autorità si girano dall'altra parte pur di non aprire i porti. «Malta non era né l'autorità coordinatrice né quella competente dei soccorsi», puntano i piedi da La Valletta. E rimpallano verso l'Italia, sostenendo che il soccorso è avvenuto tra la Libia e Lampedusa.
Ora la priorità è mettere in salvo le persone. «Ma sia chiaro che poi quella nave dovrà essere sequestrata e il suo equipaggio fermato. Mai più in mare a trafficare». Il tweet del ministro dell'Interno Matteo Salvini non lascia spazio a interpretazioni. Per lui quella nave è fuorilegge. E non attraccherà in Italia. Da Malta hanno continuano a fare gli gnorri per tutta la mattina di ieri: fonti del governo maltese hanno fatto sapere al quotidiano Malta Today che né la Lifeline, né il centro di coordinamento di Roma hanno trasmesso a La Valletta una richiesta formale di accogliere la nave dell'Ong con a bordo i migranti. Verso ora di pranzo, però, è stata comunicata la richiesta ufficiale della Capitaneria di porto italiana: «Fate attraccare la Lifeline». Anche perché non è Roma a guidare l'operazione questa volta. È da Frontex che hanno individuato l'area di mare Search and rescue come maltese.
Nel frattempo, su Twitter, la Ong Missione Lifeline ha messo le mani avanti, postando il documento che confermerebbe la registrazione della bandiera e l'indicazione di Amsterdam come home port. E sostenendo: «Abbiamo agito come in tutte le precedenti missioni in acque internazionali». Il governo italiano non si accontenta e Salvini ha fatto sapere di aver già mandato una nota ufficiale al governo olandese per chiedere delucidazioni sulle due navi sospette: la Lifeline e la Sealife, entrambe di Ong tedesche ed entrambe battenti bandiera olandese. Dai Paesi Bassi hanno fatto sapere che le due navi appartengono a Ong tedesche e non sono presenti nel registro navale olandese. Quindi l'Olanda non è in grado di dare istruzioni a queste imbarcazioni.
Affinché il legame con la bandiera issata a bordo abbia valore giuridico, ogni imbarcazione deve essere regolarmente registrata nel Paese di cui espone il vessillo, altrimenti è soggetta alla giurisdizione di tutti gli Stati. L'accertamento della nazionalità è un atto di polizia giudiziaria disciplinato dal codice della navigazione e da più di una convenzione internazionale.
«L'Italia è consapevole della posizione olandese», hanno ribattuto da Amsterdam, costringendo il governo italiano ad annunciare un'inchiesta su quelle che hanno tutte le caratteristiche per essere definite navi fantasma. Se dovessero arrivare in acque italiane, quindi, scatterà il loro sequestro. La storia della Lifeline è facile da ricostruire con le informazioni disponibili online. E dimostra facilmente che è una nave da avventurieri: già Sea Watch 2, ex Clupea, ha uno scafo da 32 metri di lunghezza e 8 di larghezza. La costruzione è del 1968. In origine era un peschereccio, comprato nel 2015 dalla Ong Sea Watch che se la portò ad Amburgo per ribattezzarla Sea Watch 2 il 18 marzo 2016. Poco dopo è passata di mano a Mission Lifeline per 200.000 euro. «Unaltra Ong ci ha offerto in vendita la sua nave di soccorso», è scritto sul sito nella Ong nella sezione in cui viene descritta la missione dedicata ai salvataggi nel Mediterraneo. Una nave «quasi completamente attrezzata», anche se «qua e là da riparare».
Dopo i ritocchi, il peschereccio cinquantenne è finito di nuovo in acqua. E infatti il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli su Facebook ha sottolineato che sulla Lifeline sono stati imbarcati «circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi e dellequipaggio». Ma c'è di più, da informazioni acquisite nell'immediatezza dal governo italiano, la Ong non avrebbe collaborato con la guardia costiera libica, che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli su suolo libico.
Axel Steier, portavoce di Lifeline, ha confermato questa versione all'agenzia Reuters, aggiungendo però che i migranti erano in pericolo e che non c'era il tempo di aspettare. Steier ha anche aggiunto che i migranti sarebbero stati comunque in pericolo se fossero stati trasportati in Libia, dove ci sono centri di detenzione nei quali vengono spesso violati i loro diritti umani. «È da irresponsabili, non da filantropi, incentivare la partenza dei barconi della morte», ha rincarato la dose Toninelli, ribadendo che la soluzione resta quella di fermare le partenze dei barconi attivando gli hotspot in Africa. Una possibilità di cui si parlerà, nei prossimi giorni, in un vertice europeo in programma a Bruxelles.
Fino a quel momento la posizione dell'Italia sulla chiusura dei porti resta ferma. Porti chiusi per le navi delle Ong che battono bandiera straniera: «Vadano in Olanda». La flotta italiana, composta da navi militari e Guardia costiera, continuerà a pattugliare il Mar Mediterraneo e salvare vite, ma a condizioni diverse dal passato. «Staranno più vicine alle coste italiane», ha spiegato Salvini. Che ha aggiunto: «Ci sono altri che devono intervenire: la Tunisia, Malta, Francia, Spagna». La portavoce del governo spagnolo Ibabel Celaà questa volta non si è fatta attendere e ha comunicato che il ministero degli Esteri è in contatto con Malta, Italia e Francia. La linea dura, a quanto pare, paga.
Fabio Amendolara
Altri 200 morti nel Mediterraneo I libici: «È colpa dei taxi del mare»
Il conteggio dell'orrore sembra non avere fine: sono 220, secondo l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, i migranti annegati negli ultimi giorni al largo delle coste libiche, portando il numero dei morti nel Mediterraneo a oltre 1.000 dall'inizio del 2018. Una mattanza di fronte alla quale è facile urlare «basta». Ma contro chi?
Le Ong, da tempo, si sono autoinvestite del ruolo di uniche detentrici della moralità nautica, ma le cose sembrano essere più complesse. «Quando vedono le navi delle Ong i migranti che abbiamo appena imbarcato si rituffano in mare, anche se non sanno nuotare; questa storia deve finire», ha detto all'agenzia Dire il colonnello Abu Ageila Abdul Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera della Libia. Che tuona: «Le Ong sono taxi del mare, che di fatto aiutano i migranti a raggiungere l'Europa». Gli attivisti sedicenti umanitari, spiega ancora il militare libico, «complicano il nostro lavoro, che nonostante alcuni successi, resta difficile». Fra le autorità libiche, sul punto sembrano concordare tutti. Ieri Repubblica riportava le parole del comandante Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera libica, secondo cui «i trafficanti ne stanno facendo partire a migliaia e altri ancora li spingeranno in mare nei prossimi giorni». In mare, dice Qassim, «noi abbiamo soltanto nemici: i trafficanti di benzina, quelli di armi che ci sparano addosso a cannonate; poi i mercanti di migranti. Ma ci sono anche le Ong che non ci rispettano, che sono un ostacolo per noi e non fanno salvataggio, assicurano ai trafficanti le ultime miglia del loro trasporto marittimo. Noi salviamo quei migranti».
Parole chiare, che svelano una volta di più il ruolo nefasto delle Ong. Parole che, certo, vengono dalla Guardia costiera libica, la cattivissima forza anti migranti che, ci dicono, spara, sperona, affonda, tortura e chi più ne ha più ne metta.
Già, ma chi è che ha iniziato a collaborare con la Guardia costiera libica? Ma il governo del Pd, ovviamente. È sotto la supervisione dell'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che le nostre navi hanno iniziato a operare insieme agli uomini del Paese nordafricano. A marzo 2016, Fayez Al Sarraj aveva chiesto all'Ue mezzi e apparecchiature per un totale di almeno 800 milioni di euro. Ne era nato un accordo bilaterale che prevedeva l'addestramento, l'equipaggiamento e il sostegno alla Guardia costiera libica. Nei mesi successivi, i regali a pioggia erano quindi iniziati. Non che l'idea di puntare a fermare le partenze direttamente dalla Libia, fosse sbagliata, anzi. Quel ponte gettato verso Tripoli, tuttavia, avrebbe dovuto essere il primo passo per una partnership, al fine di porre fine alle partenze. Tutte cose che potrebbe e dovrebbe fare Matteo Salvini, che ha finalmente deciso di buttarsi anima e corpo sul dossier libico. Cominciando con l'andare in loco.
Mentre nella zona dei terminal petroliferi dell'Est Khalifa Haftar sta in queste ore guerreggiando con delle milizie criminali e jihadiste per il controllo dei pozzi (il generale ha comunque annunciato di aver ripreso sia Sider che Ras Lanuf), Salvini sarà a Tripoli lunedì 25. La visita è stata accuratamente preparata dall'ambasciatore Giuseppe Perrone, che ha incontrato Al Serraj e i ministri Taher Siala (Esteri) e Salam Ashur (Interno). Il titolare del Viminale offrirà ai partner nordafricani dieci nuove motovedette, finanziate con fondi europei, e altre tre unità navali. Sul piatto, tuttavia, ci sarà anche la questione Ong, con cui, come già detto, italiani e libici sembrano ora decisamente in sintonia. Ma la partnership verrà rinforzata, passando anche per i protocolli di intesa tra le autorità giudiziarie locali e la Procura nazionale antimafia. Un'ulteriore svolta per una risoluzione definitiva della questione potrebbe arrivare da un altro passaggio cruciale di questi giorni: le autorità libiche, infatti, stanno per dichiarare l'istituzione di una propria zona di ricerca e soccorso (Sar). Finora, infatti, le Ong avevano giocato molto su una sorta di vuoto normativo. Tripoli, infatti, non aveva ancora una zona Sar riconosciuta a livello internazionale, il che faceva sì che l'area del mar libico a Sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia non fosse posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. È per questa ragione che, in caso di naufragio in quell'area, la prima centrale contattata per iniziare il salvataggio era sistematicamente quella italiana. Il che, in qualche modo, legittimava le Ong a portare qui da noi i migranti recuperati (anche perché Malta, benché abbia una Sar enorme, pari a 750 volte il suo territorio, non apre le porte). Ora, però, le cose potrebbero cambiare.
Qualche giorno fa, le autorità libiche hanno inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc, Rescue coordination centre) di stanza a Tripoli. Contattata dal sito Altreconomia.it il 20 giugno, l'Imo ha riferito di attendersi dettagli al più «presto». Si tratta di un primo passo per mettere ordine in quel tratto di mare in cui trafficanti, Ong, navi militari e predoni vari fanno il bello e il cattivo tempo, in un caos assoluto che fa solo il gioco degli schiavisti. Chi risolve questo rebus, risolve gran parte del problema migranti. Per Salvini è la sfida il cui esito potrebbe segnare la differenza tra il comunicatore brillante e lo statista.
Adriano Scianca
Continua a leggereRiduci
La Lifeline dovrebbe approdare a Malta, ma pare intenzionata a sbarcare in Italia, dove rischia il sequestro I giudici italiani sono al lavoro da qualche tempo sulle organizzazioni tedesche che usano «vessilli ombra».Dopo l'ennesima strage davanti alle coste nordafricane sono più di 1.000 le vittime da inizio 2018. La Guardia costiera di Tripoli attacca le Ong. Lunedì arriva il ministro dell'Interno, si va verso una strategia comune.Lo speciale contiene due articoliA Trapani da tempo la Procura indaga su alcune Ong tedesche le cui navi usano bandiere ombra, violando i codici di navigazione. Le segnalazioni sono arrivate ai magistrati siciliani nell'ambito delle inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, una delle quali ha portato al sequestro della nave Iuventa. La denuncia del governo italiano sulla nuova nave pirata ha fatto drizzare le orecchie agli investigatori. Equipaggio compreso, sulla Lifeline, una nave da 50 posti della Ong tedesca Missione Lifeline, ci sono 224 persone stipate a bordo. E al timone un capitano determinato a portare in Italia i migranti presi in acque libiche. Ma il vero problema è Malta, le cui autorità si girano dall'altra parte pur di non aprire i porti. «Malta non era né l'autorità coordinatrice né quella competente dei soccorsi», puntano i piedi da La Valletta. E rimpallano verso l'Italia, sostenendo che il soccorso è avvenuto tra la Libia e Lampedusa.Ora la priorità è mettere in salvo le persone. «Ma sia chiaro che poi quella nave dovrà essere sequestrata e il suo equipaggio fermato. Mai più in mare a trafficare». Il tweet del ministro dell'Interno Matteo Salvini non lascia spazio a interpretazioni. Per lui quella nave è fuorilegge. E non attraccherà in Italia. Da Malta hanno continuano a fare gli gnorri per tutta la mattina di ieri: fonti del governo maltese hanno fatto sapere al quotidiano Malta Today che né la Lifeline, né il centro di coordinamento di Roma hanno trasmesso a La Valletta una richiesta formale di accogliere la nave dell'Ong con a bordo i migranti. Verso ora di pranzo, però, è stata comunicata la richiesta ufficiale della Capitaneria di porto italiana: «Fate attraccare la Lifeline». Anche perché non è Roma a guidare l'operazione questa volta. È da Frontex che hanno individuato l'area di mare Search and rescue come maltese. Nel frattempo, su Twitter, la Ong Missione Lifeline ha messo le mani avanti, postando il documento che confermerebbe la registrazione della bandiera e l'indicazione di Amsterdam come home port. E sostenendo: «Abbiamo agito come in tutte le precedenti missioni in acque internazionali». Il governo italiano non si accontenta e Salvini ha fatto sapere di aver già mandato una nota ufficiale al governo olandese per chiedere delucidazioni sulle due navi sospette: la Lifeline e la Sealife, entrambe di Ong tedesche ed entrambe battenti bandiera olandese. Dai Paesi Bassi hanno fatto sapere che le due navi appartengono a Ong tedesche e non sono presenti nel registro navale olandese. Quindi l'Olanda non è in grado di dare istruzioni a queste imbarcazioni.Affinché il legame con la bandiera issata a bordo abbia valore giuridico, ogni imbarcazione deve essere regolarmente registrata nel Paese di cui espone il vessillo, altrimenti è soggetta alla giurisdizione di tutti gli Stati. L'accertamento della nazionalità è un atto di polizia giudiziaria disciplinato dal codice della navigazione e da più di una convenzione internazionale. «L'Italia è consapevole della posizione olandese», hanno ribattuto da Amsterdam, costringendo il governo italiano ad annunciare un'inchiesta su quelle che hanno tutte le caratteristiche per essere definite navi fantasma. Se dovessero arrivare in acque italiane, quindi, scatterà il loro sequestro. La storia della Lifeline è facile da ricostruire con le informazioni disponibili online. E dimostra facilmente che è una nave da avventurieri: già Sea Watch 2, ex Clupea, ha uno scafo da 32 metri di lunghezza e 8 di larghezza. La costruzione è del 1968. In origine era un peschereccio, comprato nel 2015 dalla Ong Sea Watch che se la portò ad Amburgo per ribattezzarla Sea Watch 2 il 18 marzo 2016. Poco dopo è passata di mano a Mission Lifeline per 200.000 euro. «Unaltra Ong ci ha offerto in vendita la sua nave di soccorso», è scritto sul sito nella Ong nella sezione in cui viene descritta la missione dedicata ai salvataggi nel Mediterraneo. Una nave «quasi completamente attrezzata», anche se «qua e là da riparare». Dopo i ritocchi, il peschereccio cinquantenne è finito di nuovo in acqua. E infatti il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli su Facebook ha sottolineato che sulla Lifeline sono stati imbarcati «circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi e dellequipaggio». Ma c'è di più, da informazioni acquisite nell'immediatezza dal governo italiano, la Ong non avrebbe collaborato con la guardia costiera libica, che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli su suolo libico. Axel Steier, portavoce di Lifeline, ha confermato questa versione all'agenzia Reuters, aggiungendo però che i migranti erano in pericolo e che non c'era il tempo di aspettare. Steier ha anche aggiunto che i migranti sarebbero stati comunque in pericolo se fossero stati trasportati in Libia, dove ci sono centri di detenzione nei quali vengono spesso violati i loro diritti umani. «È da irresponsabili, non da filantropi, incentivare la partenza dei barconi della morte», ha rincarato la dose Toninelli, ribadendo che la soluzione resta quella di fermare le partenze dei barconi attivando gli hotspot in Africa. Una possibilità di cui si parlerà, nei prossimi giorni, in un vertice europeo in programma a Bruxelles. Fino a quel momento la posizione dell'Italia sulla chiusura dei porti resta ferma. Porti chiusi per le navi delle Ong che battono bandiera straniera: «Vadano in Olanda». La flotta italiana, composta da navi militari e Guardia costiera, continuerà a pattugliare il Mar Mediterraneo e salvare vite, ma a condizioni diverse dal passato. «Staranno più vicine alle coste italiane», ha spiegato Salvini. Che ha aggiunto: «Ci sono altri che devono intervenire: la Tunisia, Malta, Francia, Spagna». La portavoce del governo spagnolo Ibabel Celaà questa volta non si è fatta attendere e ha comunicato che il ministero degli Esteri è in contatto con Malta, Italia e Francia. La linea dura, a quanto pare, paga.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-trapani-sta-indagando-sulle-ong-con-bandiere-di-comodo-2580383307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-200-morti-nel-mediterraneo-i-libici-e-colpa-dei-taxi-del-mare" data-post-id="2580383307" data-published-at="1768712615" data-use-pagination="False"> Altri 200 morti nel Mediterraneo I libici: «È colpa dei taxi del mare» Il conteggio dell'orrore sembra non avere fine: sono 220, secondo l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, i migranti annegati negli ultimi giorni al largo delle coste libiche, portando il numero dei morti nel Mediterraneo a oltre 1.000 dall'inizio del 2018. Una mattanza di fronte alla quale è facile urlare «basta». Ma contro chi? Le Ong, da tempo, si sono autoinvestite del ruolo di uniche detentrici della moralità nautica, ma le cose sembrano essere più complesse. «Quando vedono le navi delle Ong i migranti che abbiamo appena imbarcato si rituffano in mare, anche se non sanno nuotare; questa storia deve finire», ha detto all'agenzia Dire il colonnello Abu Ageila Abdul Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera della Libia. Che tuona: «Le Ong sono taxi del mare, che di fatto aiutano i migranti a raggiungere l'Europa». Gli attivisti sedicenti umanitari, spiega ancora il militare libico, «complicano il nostro lavoro, che nonostante alcuni successi, resta difficile». Fra le autorità libiche, sul punto sembrano concordare tutti. Ieri Repubblica riportava le parole del comandante Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera libica, secondo cui «i trafficanti ne stanno facendo partire a migliaia e altri ancora li spingeranno in mare nei prossimi giorni». In mare, dice Qassim, «noi abbiamo soltanto nemici: i trafficanti di benzina, quelli di armi che ci sparano addosso a cannonate; poi i mercanti di migranti. Ma ci sono anche le Ong che non ci rispettano, che sono un ostacolo per noi e non fanno salvataggio, assicurano ai trafficanti le ultime miglia del loro trasporto marittimo. Noi salviamo quei migranti». Parole chiare, che svelano una volta di più il ruolo nefasto delle Ong. Parole che, certo, vengono dalla Guardia costiera libica, la cattivissima forza anti migranti che, ci dicono, spara, sperona, affonda, tortura e chi più ne ha più ne metta. Già, ma chi è che ha iniziato a collaborare con la Guardia costiera libica? Ma il governo del Pd, ovviamente. È sotto la supervisione dell'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che le nostre navi hanno iniziato a operare insieme agli uomini del Paese nordafricano. A marzo 2016, Fayez Al Sarraj aveva chiesto all'Ue mezzi e apparecchiature per un totale di almeno 800 milioni di euro. Ne era nato un accordo bilaterale che prevedeva l'addestramento, l'equipaggiamento e il sostegno alla Guardia costiera libica. Nei mesi successivi, i regali a pioggia erano quindi iniziati. Non che l'idea di puntare a fermare le partenze direttamente dalla Libia, fosse sbagliata, anzi. Quel ponte gettato verso Tripoli, tuttavia, avrebbe dovuto essere il primo passo per una partnership, al fine di porre fine alle partenze. Tutte cose che potrebbe e dovrebbe fare Matteo Salvini, che ha finalmente deciso di buttarsi anima e corpo sul dossier libico. Cominciando con l'andare in loco. Mentre nella zona dei terminal petroliferi dell'Est Khalifa Haftar sta in queste ore guerreggiando con delle milizie criminali e jihadiste per il controllo dei pozzi (il generale ha comunque annunciato di aver ripreso sia Sider che Ras Lanuf), Salvini sarà a Tripoli lunedì 25. La visita è stata accuratamente preparata dall'ambasciatore Giuseppe Perrone, che ha incontrato Al Serraj e i ministri Taher Siala (Esteri) e Salam Ashur (Interno). Il titolare del Viminale offrirà ai partner nordafricani dieci nuove motovedette, finanziate con fondi europei, e altre tre unità navali. Sul piatto, tuttavia, ci sarà anche la questione Ong, con cui, come già detto, italiani e libici sembrano ora decisamente in sintonia. Ma la partnership verrà rinforzata, passando anche per i protocolli di intesa tra le autorità giudiziarie locali e la Procura nazionale antimafia. Un'ulteriore svolta per una risoluzione definitiva della questione potrebbe arrivare da un altro passaggio cruciale di questi giorni: le autorità libiche, infatti, stanno per dichiarare l'istituzione di una propria zona di ricerca e soccorso (Sar). Finora, infatti, le Ong avevano giocato molto su una sorta di vuoto normativo. Tripoli, infatti, non aveva ancora una zona Sar riconosciuta a livello internazionale, il che faceva sì che l'area del mar libico a Sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia non fosse posta sotto la responsabilità di alcuno Stato. È per questa ragione che, in caso di naufragio in quell'area, la prima centrale contattata per iniziare il salvataggio era sistematicamente quella italiana. Il che, in qualche modo, legittimava le Ong a portare qui da noi i migranti recuperati (anche perché Malta, benché abbia una Sar enorme, pari a 750 volte il suo territorio, non apre le porte). Ora, però, le cose potrebbero cambiare. Qualche giorno fa, le autorità libiche hanno inoltrato all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) i primi riferimenti di un centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc, Rescue coordination centre) di stanza a Tripoli. Contattata dal sito Altreconomia.it il 20 giugno, l'Imo ha riferito di attendersi dettagli al più «presto». Si tratta di un primo passo per mettere ordine in quel tratto di mare in cui trafficanti, Ong, navi militari e predoni vari fanno il bello e il cattivo tempo, in un caos assoluto che fa solo il gioco degli schiavisti. Chi risolve questo rebus, risolve gran parte del problema migranti. Per Salvini è la sfida il cui esito potrebbe segnare la differenza tra il comunicatore brillante e lo statista. Adriano Scianca
Rocco Commisso (Ansa)
A 76 anni, li ha compiuti a fine novembre, ha ceduto. È stata la moglie Catherine, che forse dei due era la vera tifosa della Fiorentina, a dire: «Giocate, lui avrebbe voluto così». Nel derby dell’Appennino oggi si incontrano il presente affannato della Fiorentina e il sogno mai nato di Commisso di portare a Firenze un trofeo europeo. Sulla panchina del Bologna c’è Vincenzo Italiano su cui Rocco aveva scommesso. Per tre anni ha guidato la Viola con due finali di Conference Legue perse. Oggi la Serie A si ferma per un minuto; Commisso è ricordato da tutti i presidenti come un gentiluomo del calcio. I tifosi della «Fiesole» fanno oggi pace col presidente: finalmente anche se tristemente. Quest’uomo che nel 2019 aveva rilevato da Diego e Andrea Della Valle il club viola per 150 milioni di dollari lo hanno sempre guardato di sottecchi: voleva la vulgata che come tantissimi emigrati fosse tifoso della Juventus. Ha fatto ottimi affari con i bianconeri, ma Firenze è un sacrilegio. Eppure lui si presentò così: «Ho detto a mia moglie che volevo tornare in Italia per il calcio; lei mi ha detto sì, ma in una città bella e io scelto la più bella». Rocco Commisso era il secondo più facoltoso presidente della serie A – Forbes lo ha accreditato di un patrimonio di 5,9 miliardi di dollari - e i tifosi si aspettavano meraviglie. Lui una l’ha fatta: ha costruito in tre anni a Bagno a Ripoli il Viola Park Rocco B. Commisso; 130 milioni di euro per il miglior centro sportivo del calcio europeo progettato da un architetto fiorentinissimo, Marco Casamonti con lo studio Archea e Associati, con l’idea di un nuovo rinascimento, anche calcistico. Ma è rimasto a metà per la morte di Joe Barone l’uomo a cui Commisso aveva dato pieni poteri in Italia; che non si è sostanziato perché, come già con i Della Valle, a Firenze non gli hanno fatto fare lo stadio che avrebbe dato alla Fiorentina una dimensione «americana». Rocco B Commisso incarnava una doppia natura: italianissimo nel tifo, totalmente yankee negli affari. A New York ci era arrivato bambino, da Gioiosa Jonica, con la mamma e due sorelline per ricongiungersi al padre falegname nel Bronx. Grazie al calcio ha potuto studiare. Lo vedono giocare quelli della Colombia University e lo tesserano per la squadra e lo iscrivono all’Università. Laurea in ingegneria, poi approdo alla Pfizer, ma con un’ idea in testa: mettersi in proprio. L’occasione arriva quando per la Bank of Canada deve occuparsi di comunicazione. Entra nella Cablevision come vicepresidente finanziario e capisce che ci sono zone degli Usa dove le major televisive non arrivano. Stende migliaia di miglia di fibra e in 9 anni porta la Cablevision all’ottava posizione tra le televisioni via cavo. Successiva trasformazione in Mediacom, abbandono di Wall Street con un clamoroso delisting per tenere in famiglia il controllo delle società di cui si occupano ora i figli Joseph e Marisa e che Commisso aveva già avviato sulla frontiera dei nuovi media. Il calcio però era la passione di sempre. Aveva rilevato i Cosmos, la squadra di soccer di New York, dal fallimento rivitalizzandola semplicemente cambiando stadio. Poi l’incontro con i Della Valle, il desiderio d’Italia, la felicità della first lady viola Catherine passeggiando in via Tornabuoni.
La Fiorentina è rimasta una sua incompiuta. Questo calabrese con slang del Bronx in cuor suo forse avrebbe voluto rispondere all’appello di Narciso Parigi che nella «Canzone Viola» intona: «Per esser di Firenze vanto e gloria». Di Rocco oggi resta una commossa memoria.
Continua a leggereRiduci
@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
Continua a leggereRiduci
«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
Continua a leggereRiduci