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2020-11-23
La guerra degli affitti
iStock
Il M5s consegna un altro regalo agli inquilini che non pagano l'affitto. I proprietari degli immobili dovranno aspettare altri mesi per tornare in possesso del loro bene. Quattro senatori grillini hanno presentato un emendamento al decreto Ristori per prorogare fino al 31 marzo 2021 il blocco degli sfratti in scadenza a fine dicembre. Si prevede inoltre la proroga al 30 giugno dei pignoramenti e si lavora al blocco dei protesti. Chi da anni fa il furbo tira un sospiro di sollievo anche perché, in pratica, sarà molto più lunga: poiché i tribunali sono ingolfati dalle pratiche sospese causa Covid, i primi sfratti potrebbero avvenire addirittura nel 2022.
Nel frattempo, i proprietari dovranno continuare a pagare tasse, bollette e condominio. Il blocco degli sfratti è stato introdotto -si disse - per «proteggere le categorie più deboli», tra cui gli inquilini colpiti dalla crisi. Il provvedimento però tutela anche chi ne approfitta e congela tutte le esecuzioni di sfratto decretate prima del Covid, che nulla quindi hanno a che fare con gli effetti della pandemia. «Non ti pago, fammi causa»: è la frase che i proprietari di immobili si sentono ripetere sempre più spesso. E la loro risposta è «mai più locazioni lunghe. Solo affitti brevi ai turisti». Gli operatori del settore stimano che, quando le case occupate dai morosi torneranno ai proprietari, il mercato dell'edilizia residenziale si orienterà più che in passato verso i contratti sotto i 30 giorni con il raddoppio dell'offerta dei b&b.
Una certa narrazione politica ha coniato l'espressione politicamente corretta di «morosità incolpevole», assolvendo senza ombra di dubbio l'inquilino che non paga perché colpito dalla crisi della pandemia e condannando il proprietario, «colpevole» di voler rientrare in possesso del bene in un momento di generale difficoltà. Ed è partendo da questa visione ideologica delle cose, in cui le vittime sono solo da una parte, che il governo ha deciso di sospendere l'esecuzione degli sfratti, espropriando di fatto i proprietari del diritto di poter disporre del proprio bene. Il blocco degli sfratti ha interrotto il corso di cause che si trascinavano da anni. Non stiamo parlando di grandi immobiliaristi, ma di persone per le quali riscuotere un affitto è una fonte di reddito con cui deve pagare il mutuo; di chi ha ricevuto un appartamento in eredità e spesso se ne serve per mantenere il figlio disoccupato o arrotondare la pensione; di chi è in cassa integrazione e deve pagare tasse e bollette per un immobile da cui non riceve il canone.
Queste categorie, quindi, dovrebbero fungere da ammortizzatore sociale di altre vittime della crisi o, peggio, chiudere un occhio sulle morosità furbesche. Ma soprattutto, nessuna indennità economica né alcun ristoro è stato previsto per risarcire i proprietari dai canoni non percepiti. Questi comunque devono continuare a versare le quote dell'Imu e dell'Irpef oltre a far fronte alle spese del condominio che gli inquilini si rifiutano di pagare.
Sono oltre 100.000 le richieste di esecuzione di sfratto arrivate nel 2019, secondo una rilevazione del ministero dell'Interno. Ma i provvedimenti emessi sono solo 48.543 e gli eseguiti con intervento dell'ufficiale giudiziario 25.930. Quelli che riguardano le morosità sono in netta prevalenza, circa il 90%: 42.326 mentre poco più di 4.000 per finita locazione. Rispetto al 2018 gli sfratti eseguiti sono diminuiti del 14%. Quindi la situazione era già difficile prima del Covid. A questo arretrato si aggiungeranno le richieste di sfratto che esploderanno alla fine del blocco.
Secondo l'Unione inquilini, ad agosto stavano arrivando alla Cancelleria di Roma 100 richieste al giorno di udienze per convalidare sfratti in gran parte per morosità. Prima del Covid, il tribunale di Bergamo destinava alle udienze per liberare gli immobili un giorno a settimana: oggi non ne bastano tre. A Torino, secondo Confedilizia, durante la pandemia il numero dei locatari che non ha pagato l'affitto con regolarità è cresciuto del 25% mentre da marzo 2019 a marzo 2020 l'incremento era circa del 10%. Lo scorso anno nel capoluogo piemontese sono stati convalidati 3.000 sfratti. Ora ben il 40% degli inquilini ritiene che nel 2021 avrà difficoltà a far fronte ai canoni. Quattro volte in più rispetto al 2019. Spesso, quando si taglia il budget familiare, le prime voci che saltano sono proprio l'affitto di casa e le spese condominiali. Ma accanto a chi è in una condizione di necessità ce ne sono altrettanti che pur potendo pagare, si approfittano di un clima che favorisce le morosità.
A complicare le cose ci si è messo poi un parere dell'Ufficio massimario della Corte di Cassazione di luglio: l'inquilino che smette di pagare l'affitto sarebbe in buona fede e il proprietario dovrebbe rinegoziare il canone di locazione; nel caso non ci sia accordo tra le due parti il giudice ha la facoltà di rideterminare lui stesso il canone. A Milano è già successo ed è un precedente che turba il mercato degli affitti. A questo si aggiunge la sentenza del Tribunale di Roma che ha dato ragione a un esercizio commerciale stabilendo uno sconto sui canoni del passato oltre che su quelli futuri.
In Confedilizia arrivano ogni giorno decine di segnalazioni di morosità colpevoli, alcune con foto postate su Facebook che ritraggono gli inquilini, presunti indigenti, in località di vacanza. C'è chi dalla stipula del contratto ha ricevuto un solo canone, come denuncia Giovanni Gennaro, proprietario di un appartamento a Gallarate, costretto da marzo 2019 a pagare le spese condominiali e tutte le utenze perché «la legge mi impedisce di staccarle». La sentenza di sfratto è antecedente il Covid ma è incappata nel blocco. Giuliana Panico di Napoli e la sua famiglia di artigiani da quattro anni non riceve un soldo: gli inquilini non hanno mai risposto alle chiamate. «La legge sta aiutando il comportamento criminale di queste persone», dice accorata. Sempre più frequenti i casi in cui il proprietario è minacciato, se cerca di far valere i propri diritti. Ci sono situazioni come quella segnalata alla Confedilizia da Silvia Codella di Milano, in cui l'inquilino risulta nullatenente «e quindi il pignoramento va a vuoto». Dopo due anni d'inferno, scrive la proprietaria, ha ricevuto l'aiuto della polizia ma il blocco degli sfratti ha fermato tutto: «Se mi andasse bene, l'intervento delle forze dell'ordine potrebbe avvenire ad aprile 2021, ma temo di dover aspettare più a lungo. A Milano si stanno accumulando migliaia e migliaia di procedimenti». Spesso sono gli stessi avvocati che consigliano agli inquilini morosi di non preoccuparsi per l'arrivo dello sfratto, «tanto prima dell'intervento dell'ufficiale giudiziario e dei carabinieri passano almeno due anni», racconta Joanne Rocco, altra proprietaria, che ha scritto alla Confedilizia. «Per noi non c'è nessun ristoro», dice Carlo, pensionato di 74 anni. «Con l'Irpef 2021 dovrò dichiarare un anno di affitto mai percepito. Questa sì, che è una dichiarazione mendace».
«Lo Stato è troppo lento con gli aiuti. Per questo serve la nuova proroga»

Massimo Pasquini (Facebook)
«È necessaria un'ulteriore proroga degli sfratti e nel frattempo realizzare un piano di edilizia residenziale pubblica. La sospensione delle esecuzioni dovrebbe andare di pari passo almeno con lo stop ai licenziamenti, quindi fino a marzo. Non solo mancano le case popolari, ma la legislazione sugli affitti è sbagliata. Servirebbero due soli canali: il libero mercato senza tassazione agevolata e i contratti concordati. Ora i canoni sono troppo alti rispetto al reddito medio di chi vi abita». È l'opinione del segretario nazionale dell'Unione inquilini, Massimo Pasquini.
Che legame c'è tra il blocco degli sfratti e quello dei licenziamenti? Numerosi proprietari potrebbero aver perso il lavoro, essere in condizioni di bisogno e desiderare di rientrare in possesso del proprio bene se l'inquilino non paga.
«Gli inquilini sono la parte debole, è nei numeri. Da aprile a oggi da 600.000 a 800.000 famiglie hanno chiesto contributi all'affitto. In Campania sono 65.000, nel Lazio 85.000. I contributi medi arrivati a oggi sono dai 100 ai 300 euro una tantum. A Roma, a febbraio, hanno chiesto l'aiuto all'affitto 15.000 famiglie e sono quelle che normalmente partecipano al bando, ma dopo due mesi, aprile e maggio, erano 49.000: triplicate. Di queste, a metà ottobre avevano ricevuto il contributo di 245 euro una tantum solo 6.000 famiglie».
Ma questo è un problema di cui non si possono far carico i proprietari di immobili.
«Per questo occorre un'ulteriore proroga del blocco degli sfratti, per dare il tempo al governo di erogare i sussidi agli affitti. Il meccanismo attuale è vecchio e lento. Per fare il bando servono 6 mesi: il governo stanzia le risorse, le ripartisce tra le Regioni e queste avrebbero 30 giorni per darle ai Comuni che devono emanare i bandi per i quali impiegano almeno un altro mese. I fondi arrivano in tempi biblici e nel frattempo si accumulano nei tribunali migliaia di richieste di sfratto per morosità. A questo si aggiungono le richieste di affitti troppo elevati».
Chiedete di abolire il libero mercato degli affitti?
«Il contratto con cedolare secca al 21% andrebbe eliminato. Sarebbe un vantaggio anche per il fisco. Nel Rapporto immobiliare del 2017 c'è scritto che la cedolare secca vale 2,2 miliardi di euro di minori entrate. Perché dare un'agevolazione a chi vuole il massimo dal mercato? Perché dare il 21% di aliquota a chi affitta a libero mercato? Serve un Piano di edilizia residenziale pubblica finanziato con parte del Recovery fund. Vuol dire aumentare l'offerta di alloggi a canone sociale non con la cementificazione delle città ma riutilizzando il patrimonio immobiliare lasciato inutilizzato, pubblico e privato. Vanno mappati gli edifici disabitati che si possono utilizzare. A Milano le tre torri ex Ligresti, oggi Unipol, sono vuote, inutilizzate da 25 anni. Dal 2014 tutti i palazzi sgomberati dalla forza pubblica sono vuoti».
Mentre il governo risolve tali problemi, i proprietari di immobili che fanno? Dovrebbero aspettare un altro anno per liberare la casa da chi non paga?
«Ci sono 650.000 famiglie in attesa di case popolari che devono avere una risposta. Qualche intervento si può fare subito. Nella riforma fiscale toglierei l'Imu per gli enti gestori delle case popolari e abolirei la cedolare secca per il libero mercato. La sospensione degli sfratti ha aiutato a stemperare le punte dei contrasti sociali. Quando finirà il blocco degli sfratti, sarà dura».
«E si prepara un altro giro di vite»

Matteo Bianchi (Facebook)
«Il Parlamento è sordo alle esigenze dei proprietari di immobili vittime del blocco degli sfratti. Mi aspetto che appoggi la richiesta dei 5 stelle di prorogare la sospensione a marzo. L'emendamento sarà appoggiato da Leu e Pd. Le associazioni degli inquilini hanno fatto un pressing serrato sulla sinistra per allungare la scadenza e hanno trovato una sponda». Matteo Bianchi, deputato della Lega, ha da tempo avviato una campagna a favore dei proprietari di immobili. Due ordini del giorno e altrettante interpellanze sono però caduti nel vuoto.
È una scelta ideologica?
«Certo. È un attacco alla proprietà. Ma qui non parliamo di palazzinari».
Di chi parliamo?
«Ho appena ricevuto la mail dal proprietario di un piccolo immobile. L'inquilino non lo paga da un anno e il Covid ha congelato l'esecuzione dello sfratto. Ora lui è in cassa integrazione ma dovrà farsi carico di Imu e tasse. La situazione di questa persona era stata definita prima della pandemia, ma questo particolare al governo non interessa. Ci sono cause di sfratto che si trascinano da anni e ora sono state sospese».
Come spiega l'atteggiamento del Parlamento?
«Domina la solita narrazione di sinistra del proprietario benestante e quindi soggetto forte, e dell'inquilino debole. Ho presentato un ordine del giorno in appendice al decreto Rilancio chiedendo al governo di farsi parte attiva, levando il blocco degli sfratti e disponendo indennizzi per i proprietari delle case che non ricevono i canoni. Non si può scaricare su una categoria di cittadini i problemi di altri, non possono diventare ammortizzatori sociali anche perché molti stanno subendo a loro volta gli effetti economici della pandemia. L'ordine del giorno è stato accolto ma quando ho presentato un'ulteriore interpellanza, ho ottenuto risposte evasive».
A quanto pare il problema non interessa al Parlamento.
«È così, ma io intanto sono inondato di mail e messaggi di persone disperate che non sanno come rientrare in possesso del loro bene. Tante hanno perso il lavoro, non riescono a pagare il mutuo e la banca le ha segnalate alla Centrale rischi. Capita invece che l'inquilino moroso sia in buone condizioni economiche e approfitti della tolleranza giudiziaria di questo momento».
Lei ha anche chiesto di accelerare le procedure di sfratto quando il blocco sarà terminato. Ha avuto risposta?
«Nessuna. In una interpellanza ho chiesto al sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis (Pd) di attivarsi affinché i tribunali fissino sin da ora le esecuzioni degli sfratti per gennaio. La calendarizzazione andrebbe fatta subito. Se non si anticipano i tempi, i primi sfratti saranno eseguiti dopo l'estate. Una beffa, dopo il danno, per i proprietari».
Che risposta ha avuto dal sottosegretario Giorgis?
«Mi ha detto che il governo sta pensando di inserire nella legge di bilancio gli indennizzi per i proprietari in attesa dello sfratto, ma non ho visto nulla. Invece è stata inserita una norma che penalizza gli affitti brevi togliendo la tassazione agevolata per locazioni superiori a 4 appartamenti. Non si tratta di grandi patrimoni immobiliari. Nella maggior parte dei casi sono monolocali o bilocali affittati a turisti, che danno poco reddito. Ma dal prossimo anno saranno considerate attività imprenditoriali e il proprietario dovrà aprire una partita Iva. È un ulteriore attacco al mercato delle locazioni».
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All'inizio della pandemia Palazzo Chigi ha sospeso gli sfratti, compresi quelli già decisi con sentenza. Ora il M5s ha chiesto di prolungare il blocco. Ma i possessori sono disperati: non incassano le mensilità dovute, sono sempre costretti a pagare tasse, bollette e condominio, mentre per loro non è stato previsto alcun ristoro.Il segretario dell'Unione inquilini Massimo Pasquini è favorevole ad abolire la cedolare secca del 21%Il deputato leghista Matteo Bianchi: «Chi ha dato più di 4 immobili in locazione dovrà avere partita Iva. È un ulteriore attacco ideologico contro chi ha investito i propri risparmi nel mattone».Lo speciale contiene tre articoli.Il M5s consegna un altro regalo agli inquilini che non pagano l'affitto. I proprietari degli immobili dovranno aspettare altri mesi per tornare in possesso del loro bene. Quattro senatori grillini hanno presentato un emendamento al decreto Ristori per prorogare fino al 31 marzo 2021 il blocco degli sfratti in scadenza a fine dicembre. Si prevede inoltre la proroga al 30 giugno dei pignoramenti e si lavora al blocco dei protesti. Chi da anni fa il furbo tira un sospiro di sollievo anche perché, in pratica, sarà molto più lunga: poiché i tribunali sono ingolfati dalle pratiche sospese causa Covid, i primi sfratti potrebbero avvenire addirittura nel 2022. Nel frattempo, i proprietari dovranno continuare a pagare tasse, bollette e condominio. Il blocco degli sfratti è stato introdotto -si disse - per «proteggere le categorie più deboli», tra cui gli inquilini colpiti dalla crisi. Il provvedimento però tutela anche chi ne approfitta e congela tutte le esecuzioni di sfratto decretate prima del Covid, che nulla quindi hanno a che fare con gli effetti della pandemia. «Non ti pago, fammi causa»: è la frase che i proprietari di immobili si sentono ripetere sempre più spesso. E la loro risposta è «mai più locazioni lunghe. Solo affitti brevi ai turisti». Gli operatori del settore stimano che, quando le case occupate dai morosi torneranno ai proprietari, il mercato dell'edilizia residenziale si orienterà più che in passato verso i contratti sotto i 30 giorni con il raddoppio dell'offerta dei b&b.Una certa narrazione politica ha coniato l'espressione politicamente corretta di «morosità incolpevole», assolvendo senza ombra di dubbio l'inquilino che non paga perché colpito dalla crisi della pandemia e condannando il proprietario, «colpevole» di voler rientrare in possesso del bene in un momento di generale difficoltà. Ed è partendo da questa visione ideologica delle cose, in cui le vittime sono solo da una parte, che il governo ha deciso di sospendere l'esecuzione degli sfratti, espropriando di fatto i proprietari del diritto di poter disporre del proprio bene. Il blocco degli sfratti ha interrotto il corso di cause che si trascinavano da anni. Non stiamo parlando di grandi immobiliaristi, ma di persone per le quali riscuotere un affitto è una fonte di reddito con cui deve pagare il mutuo; di chi ha ricevuto un appartamento in eredità e spesso se ne serve per mantenere il figlio disoccupato o arrotondare la pensione; di chi è in cassa integrazione e deve pagare tasse e bollette per un immobile da cui non riceve il canone. Queste categorie, quindi, dovrebbero fungere da ammortizzatore sociale di altre vittime della crisi o, peggio, chiudere un occhio sulle morosità furbesche. Ma soprattutto, nessuna indennità economica né alcun ristoro è stato previsto per risarcire i proprietari dai canoni non percepiti. Questi comunque devono continuare a versare le quote dell'Imu e dell'Irpef oltre a far fronte alle spese del condominio che gli inquilini si rifiutano di pagare.Sono oltre 100.000 le richieste di esecuzione di sfratto arrivate nel 2019, secondo una rilevazione del ministero dell'Interno. Ma i provvedimenti emessi sono solo 48.543 e gli eseguiti con intervento dell'ufficiale giudiziario 25.930. Quelli che riguardano le morosità sono in netta prevalenza, circa il 90%: 42.326 mentre poco più di 4.000 per finita locazione. Rispetto al 2018 gli sfratti eseguiti sono diminuiti del 14%. Quindi la situazione era già difficile prima del Covid. A questo arretrato si aggiungeranno le richieste di sfratto che esploderanno alla fine del blocco.Secondo l'Unione inquilini, ad agosto stavano arrivando alla Cancelleria di Roma 100 richieste al giorno di udienze per convalidare sfratti in gran parte per morosità. Prima del Covid, il tribunale di Bergamo destinava alle udienze per liberare gli immobili un giorno a settimana: oggi non ne bastano tre. A Torino, secondo Confedilizia, durante la pandemia il numero dei locatari che non ha pagato l'affitto con regolarità è cresciuto del 25% mentre da marzo 2019 a marzo 2020 l'incremento era circa del 10%. Lo scorso anno nel capoluogo piemontese sono stati convalidati 3.000 sfratti. Ora ben il 40% degli inquilini ritiene che nel 2021 avrà difficoltà a far fronte ai canoni. Quattro volte in più rispetto al 2019. Spesso, quando si taglia il budget familiare, le prime voci che saltano sono proprio l'affitto di casa e le spese condominiali. Ma accanto a chi è in una condizione di necessità ce ne sono altrettanti che pur potendo pagare, si approfittano di un clima che favorisce le morosità.A complicare le cose ci si è messo poi un parere dell'Ufficio massimario della Corte di Cassazione di luglio: l'inquilino che smette di pagare l'affitto sarebbe in buona fede e il proprietario dovrebbe rinegoziare il canone di locazione; nel caso non ci sia accordo tra le due parti il giudice ha la facoltà di rideterminare lui stesso il canone. A Milano è già successo ed è un precedente che turba il mercato degli affitti. A questo si aggiunge la sentenza del Tribunale di Roma che ha dato ragione a un esercizio commerciale stabilendo uno sconto sui canoni del passato oltre che su quelli futuri.In Confedilizia arrivano ogni giorno decine di segnalazioni di morosità colpevoli, alcune con foto postate su Facebook che ritraggono gli inquilini, presunti indigenti, in località di vacanza. C'è chi dalla stipula del contratto ha ricevuto un solo canone, come denuncia Giovanni Gennaro, proprietario di un appartamento a Gallarate, costretto da marzo 2019 a pagare le spese condominiali e tutte le utenze perché «la legge mi impedisce di staccarle». La sentenza di sfratto è antecedente il Covid ma è incappata nel blocco. Giuliana Panico di Napoli e la sua famiglia di artigiani da quattro anni non riceve un soldo: gli inquilini non hanno mai risposto alle chiamate. «La legge sta aiutando il comportamento criminale di queste persone», dice accorata. Sempre più frequenti i casi in cui il proprietario è minacciato, se cerca di far valere i propri diritti. Ci sono situazioni come quella segnalata alla Confedilizia da Silvia Codella di Milano, in cui l'inquilino risulta nullatenente «e quindi il pignoramento va a vuoto». Dopo due anni d'inferno, scrive la proprietaria, ha ricevuto l'aiuto della polizia ma il blocco degli sfratti ha fermato tutto: «Se mi andasse bene, l'intervento delle forze dell'ordine potrebbe avvenire ad aprile 2021, ma temo di dover aspettare più a lungo. A Milano si stanno accumulando migliaia e migliaia di procedimenti». Spesso sono gli stessi avvocati che consigliano agli inquilini morosi di non preoccuparsi per l'arrivo dello sfratto, «tanto prima dell'intervento dell'ufficiale giudiziario e dei carabinieri passano almeno due anni», racconta Joanne Rocco, altra proprietaria, che ha scritto alla Confedilizia. «Per noi non c'è nessun ristoro», dice Carlo, pensionato di 74 anni. «Con l'Irpef 2021 dovrò dichiarare un anno di affitto mai percepito. Questa sì, che è una dichiarazione mendace». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-degli-affitti-2649009936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stato-e-troppo-lento-con-gli-aiuti-per-questo-serve-la-nuova-proroga" data-post-id="2649009936" data-published-at="1606075426" data-use-pagination="False"> «Lo Stato è troppo lento con gli aiuti. 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I fondi arrivano in tempi biblici e nel frattempo si accumulano nei tribunali migliaia di richieste di sfratto per morosità. A questo si aggiungono le richieste di affitti troppo elevati». Chiedete di abolire il libero mercato degli affitti? «Il contratto con cedolare secca al 21% andrebbe eliminato. Sarebbe un vantaggio anche per il fisco. Nel Rapporto immobiliare del 2017 c'è scritto che la cedolare secca vale 2,2 miliardi di euro di minori entrate. Perché dare un'agevolazione a chi vuole il massimo dal mercato? Perché dare il 21% di aliquota a chi affitta a libero mercato? Serve un Piano di edilizia residenziale pubblica finanziato con parte del Recovery fund. Vuol dire aumentare l'offerta di alloggi a canone sociale non con la cementificazione delle città ma riutilizzando il patrimonio immobiliare lasciato inutilizzato, pubblico e privato. Vanno mappati gli edifici disabitati che si possono utilizzare. A Milano le tre torri ex Ligresti, oggi Unipol, sono vuote, inutilizzate da 25 anni. Dal 2014 tutti i palazzi sgomberati dalla forza pubblica sono vuoti». Mentre il governo risolve tali problemi, i proprietari di immobili che fanno? Dovrebbero aspettare un altro anno per liberare la casa da chi non paga? «Ci sono 650.000 famiglie in attesa di case popolari che devono avere una risposta. Qualche intervento si può fare subito. Nella riforma fiscale toglierei l'Imu per gli enti gestori delle case popolari e abolirei la cedolare secca per il libero mercato. La sospensione degli sfratti ha aiutato a stemperare le punte dei contrasti sociali. 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Due ordini del giorno e altrettante interpellanze sono però caduti nel vuoto. È una scelta ideologica? «Certo. È un attacco alla proprietà. Ma qui non parliamo di palazzinari». Di chi parliamo? «Ho appena ricevuto la mail dal proprietario di un piccolo immobile. L'inquilino non lo paga da un anno e il Covid ha congelato l'esecuzione dello sfratto. Ora lui è in cassa integrazione ma dovrà farsi carico di Imu e tasse. La situazione di questa persona era stata definita prima della pandemia, ma questo particolare al governo non interessa. Ci sono cause di sfratto che si trascinano da anni e ora sono state sospese». Come spiega l'atteggiamento del Parlamento? «Domina la solita narrazione di sinistra del proprietario benestante e quindi soggetto forte, e dell'inquilino debole. Ho presentato un ordine del giorno in appendice al decreto Rilancio chiedendo al governo di farsi parte attiva, levando il blocco degli sfratti e disponendo indennizzi per i proprietari delle case che non ricevono i canoni. Non si può scaricare su una categoria di cittadini i problemi di altri, non possono diventare ammortizzatori sociali anche perché molti stanno subendo a loro volta gli effetti economici della pandemia. L'ordine del giorno è stato accolto ma quando ho presentato un'ulteriore interpellanza, ho ottenuto risposte evasive». A quanto pare il problema non interessa al Parlamento. «È così, ma io intanto sono inondato di mail e messaggi di persone disperate che non sanno come rientrare in possesso del loro bene. Tante hanno perso il lavoro, non riescono a pagare il mutuo e la banca le ha segnalate alla Centrale rischi. Capita invece che l'inquilino moroso sia in buone condizioni economiche e approfitti della tolleranza giudiziaria di questo momento». Lei ha anche chiesto di accelerare le procedure di sfratto quando il blocco sarà terminato. Ha avuto risposta? «Nessuna. In una interpellanza ho chiesto al sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis (Pd) di attivarsi affinché i tribunali fissino sin da ora le esecuzioni degli sfratti per gennaio. La calendarizzazione andrebbe fatta subito. Se non si anticipano i tempi, i primi sfratti saranno eseguiti dopo l'estate. Una beffa, dopo il danno, per i proprietari». Che risposta ha avuto dal sottosegretario Giorgis? «Mi ha detto che il governo sta pensando di inserire nella legge di bilancio gli indennizzi per i proprietari in attesa dello sfratto, ma non ho visto nulla. Invece è stata inserita una norma che penalizza gli affitti brevi togliendo la tassazione agevolata per locazioni superiori a 4 appartamenti. Non si tratta di grandi patrimoni immobiliari. Nella maggior parte dei casi sono monolocali o bilocali affittati a turisti, che danno poco reddito. Ma dal prossimo anno saranno considerate attività imprenditoriali e il proprietario dovrà aprire una partita Iva. È un ulteriore attacco al mercato delle locazioni».
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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