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2026-01-23
La Groenlandia mugugna. Intanto Trump intasca accesso totale e basi militari
Donald Trump (Ansa)
A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.
Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.
«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.
Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.
Nuuk chiese investimenti a Usa e Ue e ora Donald approfitta dell’inerzia
Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.
In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.
Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.
Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.
Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.
Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.
L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.
Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.
Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.
Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.
Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.
Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.
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Le indiscrezioni sull’accordo prevedono truppe in loco e il diritto di estrarre terre rare, escludendo Russia e Cina. Malumori di Nielsen e Frederiksen: «Sovranità intoccabile»Già un anno fa, il governo dell’isola informava della necessità di capitali per sviluppare l’estrazione mineraria. L’intervento americano è provvidenziale, vista la sonnolenza di Bruxelles e Biden davanti all’avanzata di Xi.Lo speciale contiene due articoliContinua a tenere banco l’accordo in via di definizione sulla Groenlandia. Donald Trump punta a far sì che questa intesa, annunciata mercoledì sera, possa consentire a Washington di conseguire i suoi obiettivi strategici nell’Artico. «Se questo accordo andrà in porto, e il presidente Trump ne è molto fiducioso, gli Stati Uniti raggiungeranno tutti i loro obiettivi strategici riguardo alla Groenlandia a costi contenuti», ha affermato ieri la Casa Bianca. «Il presidente Trump sta dimostrando ancora una volta di essere un vero negoziatore. Non appena i dettagli saranno definiti, saranno resi noti», ha aggiunto.A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-groenlandia-mugugna-intanto-trump-intasca-accesso-totale-e-basi-militari-2675007687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuuk-chiese-investimenti-a-usa-e-ue-e-ora-donald-approfitta-dellinerzia" data-post-id="2675007687" data-published-at="1769159465" data-use-pagination="False"> Nuuk chiese investimenti a Usa e Ue e ora Donald approfitta dell’inerzia Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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