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2026-01-23
La Groenlandia mugugna. Intanto Trump intasca accesso totale e basi militari
Donald Trump (Ansa)
A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.
Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.
«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.
Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.
Nuuk chiese investimenti a Usa e Ue e ora Donald approfitta dell’inerzia
Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.
In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.
Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.
Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.
Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.
Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.
L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.
Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.
Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.
Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.
Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.
Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.
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Le indiscrezioni sull’accordo prevedono truppe in loco e il diritto di estrarre terre rare, escludendo Russia e Cina. Malumori di Nielsen e Frederiksen: «Sovranità intoccabile»Già un anno fa, il governo dell’isola informava della necessità di capitali per sviluppare l’estrazione mineraria. L’intervento americano è provvidenziale, vista la sonnolenza di Bruxelles e Biden davanti all’avanzata di Xi.Lo speciale contiene due articoliContinua a tenere banco l’accordo in via di definizione sulla Groenlandia. Donald Trump punta a far sì che questa intesa, annunciata mercoledì sera, possa consentire a Washington di conseguire i suoi obiettivi strategici nell’Artico. «Se questo accordo andrà in porto, e il presidente Trump ne è molto fiducioso, gli Stati Uniti raggiungeranno tutti i loro obiettivi strategici riguardo alla Groenlandia a costi contenuti», ha affermato ieri la Casa Bianca. «Il presidente Trump sta dimostrando ancora una volta di essere un vero negoziatore. Non appena i dettagli saranno definiti, saranno resi noti», ha aggiunto.A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-groenlandia-mugugna-intanto-trump-intasca-accesso-totale-e-basi-militari-2675007687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuuk-chiese-investimenti-a-usa-e-ue-e-ora-donald-approfitta-dellinerzia" data-post-id="2675007687" data-published-at="1769159465" data-use-pagination="False"> Nuuk chiese investimenti a Usa e Ue e ora Donald approfitta dell’inerzia Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.
Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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