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2019-03-30
La grillina eretica sfila per la famiglia e sfida Di Maio
Ansa
«Il vento del cambiamento: l'Europa e il movimento globale pro family». Con questo titolo, in una piazza Bra blindata, è iniziata ieri, all'interno del palazzo della Gran Guardia di Verona, la tre giorni del contestatissimo Congresso mondiale delle famiglie. L'evento, fortemente voluto dal ministro della Famiglia, il leghista e veronese doc Lorenzo Fontana, è organizzato da sigle pro life tra cui: Pro vita, Citizen Go, Generazione famiglia, comitato Difendiamo i nostri figli, coordinate dall'Organizzazione internazionale per la famiglia, guidata da Brian Brown.
L'evento, a favore della famiglia «tradizionale», è stato accompagnato da feroci polemiche politiche con tanto di divisione all'interno del governo gialloblù. Da una parte i pentastellati contrari, con il vicepremier Luigi Di Maio che ha parlato di «raduno medievale di una destra di sfigati»; dall'altra la Lega che invece ci ha messo la faccia di tre ministri: il titolare del Viminale, Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Vado a Verona per difendere la famiglia composta da mamma e papà, ma le conquiste sociali non si toccano, non si discute sulla revisione dell'aborto, del divorzio, della libertà di scelta per donne e uomini»; quello della Famiglia, Fontana, e il collega dell'Istruzione, Marco Bussetti. Prudente invece il premier, Giuseppe Conte, che già aveva tolto il patrocinio di Palazzo Chigi: «Non andrò perché non sono stato invitato, ma non ci deve spaventare il fatto che circolino delle idee». Il mantra ripetuto a sinistra sui partecipanti invece è quello di un covo di retrogradi che vuole sminuire il ruolo della donna, segregarla in casa e non permetterle di lavorare per far trionfare il modello della famiglia tradizionale.
Negli interventi della prima giornata, quello del sindaco veronese, Federico Sboarina, che ha ricordato la mozione approvata lo scorso ottobre e che dichiara «Verona città della vita» (non più solo dell'amore grazie a Giulietta e Romeo), impegnando il Comune a sostenere le associazioni cittadine che aiutano le donne incinta, «tentate di non accogliere il proprio bambino». A seguire l'affondo del vescovo, Giuseppe Zenti, contro l'aborto: «Un vero e proprio delitto».
Poi, il giallo del gadget: sul Web ieri circolava la foto di un feto di gomma con la scritta: «L'aborto ferma un cuore che batte!». Ma gli organizzatori hanno prontamente chiarito che il Congresso di Verona non ha alcun gadget ufficiale.
«In Italia, dal 1978 a oggi, sono stati uccisi 6 milioni di bambini. Lo Stato ha tradito sé stesso», ha dichiarato Massimo Gandolfini, leader del Family day, a margine del Congresso. Stessa linea per il senatore Simone Pillon, «padre» del ddl sull'affido condiviso: «Sull'aborto c'è una legge nazionale che va applicata completamente, soprattutto nella prima parte, che parla di tutela della donna e della gravidanza».
Ieri i lavori si sono aperti con una sorpresa: sul palco si è presentata la senatrice del M5s ,Tiziana Drago: «Ho ricevuto l'invito tempo fa», ha detto la pentastellata, accolta da un applauso, «e ci ho pensato. Non è stato facile venire qui e voglio dire che è stata una scelta personale. Il M5s non è una realtà politica legata solo alle dichiarazioni di questi giorni, ci sono anche senatori e deputati che hanno un'apertura verso la famiglia tradizionale. Bisogna tutelare i diritti di tutti, e quelli dei bambini vanno al primo posto. Auspico che su questi temi ci sia un dialogo». Il governatore del Veneto, Luca Zaia, che, nonostante le polemiche non ha ritirato il patrocinio, ha invitato alla moderazione, perché «gli estremismi non portano da nessuna parte. Comunque questo non è il Medioevo. Il Medioevo da combattere è quello dove alle donne è negata perfino l'istruzione». Zaia inoltre ha ribadito la sua posizione tanto sui i gay («È l'omofobia, non l'omosessualità, a essere patologica»), quanto sull'aborto («La legge 194 non si tocca»). Altro colpo di scena quando sul palco è salito l'irriverente giornalista radiofonico Giuseppe Cruciani: «Non sono uno di voi. Ma non trovo giusto quello che è stato messo in atto da coloro che vorrebbero spegnere questo microfono: una vera campagna di criminalizzazione. Quindi sono qui. Ovunque vieteranno di esprimere il vostro pensiero, io sarò uno di voi».
Nella giornata di ieri anche una plenaria su «Prospettive e buone prassi per la promozione della famiglia», alla quale ha partecipato l'amministratore delegato della Verità e di Panorama, Enrico Scio, mentre oggi è prevista la presenza del direttore, Maurizio Belpietro. E mentre a Cinecittà i grillini organizzano un evento su giovani e futuro, oggi sarà il clou del Congresso quando, in contemporanea con l'arrivo del vicepremier Salvini, per le vie della città scaligera si terrà un corteo a favore dei diritti delle donne e degli omosessuali organizzato dal collettivo di «Non una di meno», a cui parteciperanno, tra gli altri, la Cgil con Susanna Camusso, Laura Boldrini e il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
Sarina Biraghi
Eva Crosetta: «Le minoranze oggi dettano legge e si muovono in vista delle europee»
A 13 anni interpretò il Caino di Lord Byron, «che non domanda nulla al Creatore» e quel ruolo maschile, crudele, le era piaciuto tanto. Eva Crosetta, la quarantaduenne madrina del Congresso delle famiglie ha smesso di recitare, malgrado sia una sua grande passione, ma con Dio ha un rapporto molto stretto e non solo perché conduce Sulla via di Damasco. La prima donna che ha raccolto l'eredità di monsignor Giovanni D'Ercole, ideatore e conduttore per 24 anni del format su Rai 2, racconta di «credere nell'impegno quotidiano per mettere in pratica il Vangelo». Lo spiega con semplicità e pacatezza, prendendo le distanze dai violenti toni che accompagnano le critiche alla convention di Verona. Originaria di Castelfranco Veneto, da diversi anni a Roma, volto noto di Unomattina, Linea Verde e Apprescindere, ma anche della trasmissione L'ora della salute su La7 e di Donne a cavallo su Sky, Evachiarisce che non è stata scelta dagli organizzatori del congresso per il fisico o perché buca lo schermo, ma semplicemente perché è «una persona per bene».
Carlo Freccero l'ha voluta in Rai per dare una nuova immagine ai programmi religiosi.
«È una bella sfida, ma credo di potercela fare. Con pacatezza, senza alzare i toni e magari cercando di dare voce anche a chi non crede, o ha perso la fede. A interrogativi quali “Dov'è Dio?", o “Come si può perdonare?", invito a rispondere persone comuni che raccontano la loro esperienza. Molte volte è la mancanza di amore che ci ferisce e ci fa allontanare da un percorso di fede. Voglio riportare l'attenzione sulla persona, sulla sofferenza dell'uomo. Certo, anche la fede di un politico può essere interessante e importante per un telespettatore, ma raccontare la normalità di una lotta e di una ricerca è di grande impatto».
È sempre stata credente?
«Da ragazza ho passato alcuni anni avendocela con il Signore. Dedicavo molto tempo a fare la volontaria nei reparti di pediatria oncologica, recitavo, cercavo di portare un sorriso. Improvvisavo, inventavo personaggi strampalati come quello della Maria matta che lava i piedi, perché tanti piccoli hanno anche difficoltà a compiere semplici gesti quotidiani. Nella sofferenza che provano non sembrano bambini, ma già adulti. Non capivo perché Dio potesse permettere tutto questo dolore».
Poi cosa è successo?
«Ho conosciuto don Matteo Galloni, fondatore e presidente della comunità Amore e libertà, un'associazione che supporta i più bisognosi. Mi ha portata in Congo, a Kinshasa, dove nel mio stentato francese per un mese ho cercato di insegnare italiano ai bambini. È stato illuminante, Dio c'è sempre, siamo noi che dobbiamo darci da fare ogni giorno per fare la nostra parte. Non sono una basabanchi (bigotta, ndr), come si dice dalle mie parti, la domenica vado a messa e quando posso dedico tempo a chi ha bisogno».
Quando le hanno proposto di fare la madrina di questa manifestazione, che cosa ha pensato?
«Mi sono detta: perché no? La famiglia è importante, fondamentale. Non capisco per quale motivo delle minoranze debbano dettare legge e affermare che è un valore superato. Il mondo si è proprio stravolto. E poi tutto questo odio verso i temi del congresso, espresso con una violenza inaudita. Si capisce davvero che è un attacco politico in vista delle europee».
Lei è sposata?
«No. Ma spero di poterlo fare con una persona che condivide i valori in cui credo. Per poi trasmetterli ai nostri figli, credo sia fondamentale».
I detrattori accusano questo Congresso di avere una visione medioevale perché sostiene la famiglia naturale. Lei che cosa ne pensa?
«Per le persone dello stesso sesso già ci sono le unioni civili. Magari si vorranno più bene di molte coppie in circolazione, ma non possono pensare di far crescere dei bambini senza la figura di un padre e di una madre».
Quale messaggio forte deve uscire da questi tre giorni di discussioni?
«Devono emergere linee guida ben precise. La famiglia deve diventare uno dei temi principali dell'agenda politica e se non abbiamo idee, andiamo a vedere, a copiare quello che fanno in altri Paesi. Ieri ho ascoltato con grande interesse l'intervento di Katalin Novak, il ministro ungherese della Famiglia. Possibile che non siamo capaci anche noi di aiutare e sostenere in concreto le necessità di genitori con figli?».
Le piacerebbe tornare a recitare?
«Il teatro rimane una grande passione. Ho recitato anche nella Venexiana con Elisabetta Gardini, al Teatro Valle di Roma. Non ho più il tempo per farlo, ma chissà».
Patrizia Floder Reitter
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Tiziana Drago (M5s) a sorpresa ai lavori: «Tanti come me» Lega compatta, Salvini: «Le conquiste sociali non si toccano».La madrina dell'evento Eva Crosetta: «Non ho avuto paura di accettare l'invito. C'è un attacco concentrico contro i valori fondamentali. In tv porto la fede delle persone comuni».Lo speciale contiene due articoli.«Il vento del cambiamento: l'Europa e il movimento globale pro family». Con questo titolo, in una piazza Bra blindata, è iniziata ieri, all'interno del palazzo della Gran Guardia di Verona, la tre giorni del contestatissimo Congresso mondiale delle famiglie. L'evento, fortemente voluto dal ministro della Famiglia, il leghista e veronese doc Lorenzo Fontana, è organizzato da sigle pro life tra cui: Pro vita, Citizen Go, Generazione famiglia, comitato Difendiamo i nostri figli, coordinate dall'Organizzazione internazionale per la famiglia, guidata da Brian Brown.L'evento, a favore della famiglia «tradizionale», è stato accompagnato da feroci polemiche politiche con tanto di divisione all'interno del governo gialloblù. Da una parte i pentastellati contrari, con il vicepremier Luigi Di Maio che ha parlato di «raduno medievale di una destra di sfigati»; dall'altra la Lega che invece ci ha messo la faccia di tre ministri: il titolare del Viminale, Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Vado a Verona per difendere la famiglia composta da mamma e papà, ma le conquiste sociali non si toccano, non si discute sulla revisione dell'aborto, del divorzio, della libertà di scelta per donne e uomini»; quello della Famiglia, Fontana, e il collega dell'Istruzione, Marco Bussetti. Prudente invece il premier, Giuseppe Conte, che già aveva tolto il patrocinio di Palazzo Chigi: «Non andrò perché non sono stato invitato, ma non ci deve spaventare il fatto che circolino delle idee». Il mantra ripetuto a sinistra sui partecipanti invece è quello di un covo di retrogradi che vuole sminuire il ruolo della donna, segregarla in casa e non permetterle di lavorare per far trionfare il modello della famiglia tradizionale. Negli interventi della prima giornata, quello del sindaco veronese, Federico Sboarina, che ha ricordato la mozione approvata lo scorso ottobre e che dichiara «Verona città della vita» (non più solo dell'amore grazie a Giulietta e Romeo), impegnando il Comune a sostenere le associazioni cittadine che aiutano le donne incinta, «tentate di non accogliere il proprio bambino». A seguire l'affondo del vescovo, Giuseppe Zenti, contro l'aborto: «Un vero e proprio delitto». Poi, il giallo del gadget: sul Web ieri circolava la foto di un feto di gomma con la scritta: «L'aborto ferma un cuore che batte!». Ma gli organizzatori hanno prontamente chiarito che il Congresso di Verona non ha alcun gadget ufficiale. «In Italia, dal 1978 a oggi, sono stati uccisi 6 milioni di bambini. Lo Stato ha tradito sé stesso», ha dichiarato Massimo Gandolfini, leader del Family day, a margine del Congresso. Stessa linea per il senatore Simone Pillon, «padre» del ddl sull'affido condiviso: «Sull'aborto c'è una legge nazionale che va applicata completamente, soprattutto nella prima parte, che parla di tutela della donna e della gravidanza». Ieri i lavori si sono aperti con una sorpresa: sul palco si è presentata la senatrice del M5s ,Tiziana Drago: «Ho ricevuto l'invito tempo fa», ha detto la pentastellata, accolta da un applauso, «e ci ho pensato. Non è stato facile venire qui e voglio dire che è stata una scelta personale. Il M5s non è una realtà politica legata solo alle dichiarazioni di questi giorni, ci sono anche senatori e deputati che hanno un'apertura verso la famiglia tradizionale. Bisogna tutelare i diritti di tutti, e quelli dei bambini vanno al primo posto. Auspico che su questi temi ci sia un dialogo». Il governatore del Veneto, Luca Zaia, che, nonostante le polemiche non ha ritirato il patrocinio, ha invitato alla moderazione, perché «gli estremismi non portano da nessuna parte. Comunque questo non è il Medioevo. Il Medioevo da combattere è quello dove alle donne è negata perfino l'istruzione». Zaia inoltre ha ribadito la sua posizione tanto sui i gay («È l'omofobia, non l'omosessualità, a essere patologica»), quanto sull'aborto («La legge 194 non si tocca»). Altro colpo di scena quando sul palco è salito l'irriverente giornalista radiofonico Giuseppe Cruciani: «Non sono uno di voi. Ma non trovo giusto quello che è stato messo in atto da coloro che vorrebbero spegnere questo microfono: una vera campagna di criminalizzazione. Quindi sono qui. Ovunque vieteranno di esprimere il vostro pensiero, io sarò uno di voi». Nella giornata di ieri anche una plenaria su «Prospettive e buone prassi per la promozione della famiglia», alla quale ha partecipato l'amministratore delegato della Verità e di Panorama, Enrico Scio, mentre oggi è prevista la presenza del direttore, Maurizio Belpietro. E mentre a Cinecittà i grillini organizzano un evento su giovani e futuro, oggi sarà il clou del Congresso quando, in contemporanea con l'arrivo del vicepremier Salvini, per le vie della città scaligera si terrà un corteo a favore dei diritti delle donne e degli omosessuali organizzato dal collettivo di «Non una di meno», a cui parteciperanno, tra gli altri, la Cgil con Susanna Camusso, Laura Boldrini e il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. 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La prima donna che ha raccolto l'eredità di monsignor Giovanni D'Ercole, ideatore e conduttore per 24 anni del format su Rai 2, racconta di «credere nell'impegno quotidiano per mettere in pratica il Vangelo». Lo spiega con semplicità e pacatezza, prendendo le distanze dai violenti toni che accompagnano le critiche alla convention di Verona. Originaria di Castelfranco Veneto, da diversi anni a Roma, volto noto di Unomattina, Linea Verde e Apprescindere, ma anche della trasmissione L'ora della salute su La7 e di Donne a cavallo su Sky, Evachiarisce che non è stata scelta dagli organizzatori del congresso per il fisico o perché buca lo schermo, ma semplicemente perché è «una persona per bene». Carlo Freccero l'ha voluta in Rai per dare una nuova immagine ai programmi religiosi. «È una bella sfida, ma credo di potercela fare. Con pacatezza, senza alzare i toni e magari cercando di dare voce anche a chi non crede, o ha perso la fede. A interrogativi quali “Dov'è Dio?", o “Come si può perdonare?", invito a rispondere persone comuni che raccontano la loro esperienza. Molte volte è la mancanza di amore che ci ferisce e ci fa allontanare da un percorso di fede. Voglio riportare l'attenzione sulla persona, sulla sofferenza dell'uomo. Certo, anche la fede di un politico può essere interessante e importante per un telespettatore, ma raccontare la normalità di una lotta e di una ricerca è di grande impatto». È sempre stata credente? «Da ragazza ho passato alcuni anni avendocela con il Signore. Dedicavo molto tempo a fare la volontaria nei reparti di pediatria oncologica, recitavo, cercavo di portare un sorriso. Improvvisavo, inventavo personaggi strampalati come quello della Maria matta che lava i piedi, perché tanti piccoli hanno anche difficoltà a compiere semplici gesti quotidiani. Nella sofferenza che provano non sembrano bambini, ma già adulti. Non capivo perché Dio potesse permettere tutto questo dolore». Poi cosa è successo? «Ho conosciuto don Matteo Galloni, fondatore e presidente della comunità Amore e libertà, un'associazione che supporta i più bisognosi. Mi ha portata in Congo, a Kinshasa, dove nel mio stentato francese per un mese ho cercato di insegnare italiano ai bambini. È stato illuminante, Dio c'è sempre, siamo noi che dobbiamo darci da fare ogni giorno per fare la nostra parte. Non sono una basabanchi (bigotta, ndr), come si dice dalle mie parti, la domenica vado a messa e quando posso dedico tempo a chi ha bisogno». Quando le hanno proposto di fare la madrina di questa manifestazione, che cosa ha pensato? «Mi sono detta: perché no? La famiglia è importante, fondamentale. Non capisco per quale motivo delle minoranze debbano dettare legge e affermare che è un valore superato. Il mondo si è proprio stravolto. E poi tutto questo odio verso i temi del congresso, espresso con una violenza inaudita. Si capisce davvero che è un attacco politico in vista delle europee». Lei è sposata? «No. Ma spero di poterlo fare con una persona che condivide i valori in cui credo. Per poi trasmetterli ai nostri figli, credo sia fondamentale». I detrattori accusano questo Congresso di avere una visione medioevale perché sostiene la famiglia naturale. Lei che cosa ne pensa? «Per le persone dello stesso sesso già ci sono le unioni civili. Magari si vorranno più bene di molte coppie in circolazione, ma non possono pensare di far crescere dei bambini senza la figura di un padre e di una madre». Quale messaggio forte deve uscire da questi tre giorni di discussioni? «Devono emergere linee guida ben precise. La famiglia deve diventare uno dei temi principali dell'agenda politica e se non abbiamo idee, andiamo a vedere, a copiare quello che fanno in altri Paesi. Ieri ho ascoltato con grande interesse l'intervento di Katalin Novak, il ministro ungherese della Famiglia. Possibile che non siamo capaci anche noi di aiutare e sostenere in concreto le necessità di genitori con figli?». Le piacerebbe tornare a recitare? «Il teatro rimane una grande passione. Ho recitato anche nella Venexiana con Elisabetta Gardini, al Teatro Valle di Roma. Non ho più il tempo per farlo, ma chissà». Patrizia Floder Reitter
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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