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2019-03-30
La grillina eretica sfila per la famiglia e sfida Di Maio
Ansa
«Il vento del cambiamento: l'Europa e il movimento globale pro family». Con questo titolo, in una piazza Bra blindata, è iniziata ieri, all'interno del palazzo della Gran Guardia di Verona, la tre giorni del contestatissimo Congresso mondiale delle famiglie. L'evento, fortemente voluto dal ministro della Famiglia, il leghista e veronese doc Lorenzo Fontana, è organizzato da sigle pro life tra cui: Pro vita, Citizen Go, Generazione famiglia, comitato Difendiamo i nostri figli, coordinate dall'Organizzazione internazionale per la famiglia, guidata da Brian Brown.
L'evento, a favore della famiglia «tradizionale», è stato accompagnato da feroci polemiche politiche con tanto di divisione all'interno del governo gialloblù. Da una parte i pentastellati contrari, con il vicepremier Luigi Di Maio che ha parlato di «raduno medievale di una destra di sfigati»; dall'altra la Lega che invece ci ha messo la faccia di tre ministri: il titolare del Viminale, Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Vado a Verona per difendere la famiglia composta da mamma e papà, ma le conquiste sociali non si toccano, non si discute sulla revisione dell'aborto, del divorzio, della libertà di scelta per donne e uomini»; quello della Famiglia, Fontana, e il collega dell'Istruzione, Marco Bussetti. Prudente invece il premier, Giuseppe Conte, che già aveva tolto il patrocinio di Palazzo Chigi: «Non andrò perché non sono stato invitato, ma non ci deve spaventare il fatto che circolino delle idee». Il mantra ripetuto a sinistra sui partecipanti invece è quello di un covo di retrogradi che vuole sminuire il ruolo della donna, segregarla in casa e non permetterle di lavorare per far trionfare il modello della famiglia tradizionale.
Negli interventi della prima giornata, quello del sindaco veronese, Federico Sboarina, che ha ricordato la mozione approvata lo scorso ottobre e che dichiara «Verona città della vita» (non più solo dell'amore grazie a Giulietta e Romeo), impegnando il Comune a sostenere le associazioni cittadine che aiutano le donne incinta, «tentate di non accogliere il proprio bambino». A seguire l'affondo del vescovo, Giuseppe Zenti, contro l'aborto: «Un vero e proprio delitto».
Poi, il giallo del gadget: sul Web ieri circolava la foto di un feto di gomma con la scritta: «L'aborto ferma un cuore che batte!». Ma gli organizzatori hanno prontamente chiarito che il Congresso di Verona non ha alcun gadget ufficiale.
«In Italia, dal 1978 a oggi, sono stati uccisi 6 milioni di bambini. Lo Stato ha tradito sé stesso», ha dichiarato Massimo Gandolfini, leader del Family day, a margine del Congresso. Stessa linea per il senatore Simone Pillon, «padre» del ddl sull'affido condiviso: «Sull'aborto c'è una legge nazionale che va applicata completamente, soprattutto nella prima parte, che parla di tutela della donna e della gravidanza».
Ieri i lavori si sono aperti con una sorpresa: sul palco si è presentata la senatrice del M5s ,Tiziana Drago: «Ho ricevuto l'invito tempo fa», ha detto la pentastellata, accolta da un applauso, «e ci ho pensato. Non è stato facile venire qui e voglio dire che è stata una scelta personale. Il M5s non è una realtà politica legata solo alle dichiarazioni di questi giorni, ci sono anche senatori e deputati che hanno un'apertura verso la famiglia tradizionale. Bisogna tutelare i diritti di tutti, e quelli dei bambini vanno al primo posto. Auspico che su questi temi ci sia un dialogo». Il governatore del Veneto, Luca Zaia, che, nonostante le polemiche non ha ritirato il patrocinio, ha invitato alla moderazione, perché «gli estremismi non portano da nessuna parte. Comunque questo non è il Medioevo. Il Medioevo da combattere è quello dove alle donne è negata perfino l'istruzione». Zaia inoltre ha ribadito la sua posizione tanto sui i gay («È l'omofobia, non l'omosessualità, a essere patologica»), quanto sull'aborto («La legge 194 non si tocca»). Altro colpo di scena quando sul palco è salito l'irriverente giornalista radiofonico Giuseppe Cruciani: «Non sono uno di voi. Ma non trovo giusto quello che è stato messo in atto da coloro che vorrebbero spegnere questo microfono: una vera campagna di criminalizzazione. Quindi sono qui. Ovunque vieteranno di esprimere il vostro pensiero, io sarò uno di voi».
Nella giornata di ieri anche una plenaria su «Prospettive e buone prassi per la promozione della famiglia», alla quale ha partecipato l'amministratore delegato della Verità e di Panorama, Enrico Scio, mentre oggi è prevista la presenza del direttore, Maurizio Belpietro. E mentre a Cinecittà i grillini organizzano un evento su giovani e futuro, oggi sarà il clou del Congresso quando, in contemporanea con l'arrivo del vicepremier Salvini, per le vie della città scaligera si terrà un corteo a favore dei diritti delle donne e degli omosessuali organizzato dal collettivo di «Non una di meno», a cui parteciperanno, tra gli altri, la Cgil con Susanna Camusso, Laura Boldrini e il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
Sarina Biraghi
Eva Crosetta: «Le minoranze oggi dettano legge e si muovono in vista delle europee»
A 13 anni interpretò il Caino di Lord Byron, «che non domanda nulla al Creatore» e quel ruolo maschile, crudele, le era piaciuto tanto. Eva Crosetta, la quarantaduenne madrina del Congresso delle famiglie ha smesso di recitare, malgrado sia una sua grande passione, ma con Dio ha un rapporto molto stretto e non solo perché conduce Sulla via di Damasco. La prima donna che ha raccolto l'eredità di monsignor Giovanni D'Ercole, ideatore e conduttore per 24 anni del format su Rai 2, racconta di «credere nell'impegno quotidiano per mettere in pratica il Vangelo». Lo spiega con semplicità e pacatezza, prendendo le distanze dai violenti toni che accompagnano le critiche alla convention di Verona. Originaria di Castelfranco Veneto, da diversi anni a Roma, volto noto di Unomattina, Linea Verde e Apprescindere, ma anche della trasmissione L'ora della salute su La7 e di Donne a cavallo su Sky, Evachiarisce che non è stata scelta dagli organizzatori del congresso per il fisico o perché buca lo schermo, ma semplicemente perché è «una persona per bene».
Carlo Freccero l'ha voluta in Rai per dare una nuova immagine ai programmi religiosi.
«È una bella sfida, ma credo di potercela fare. Con pacatezza, senza alzare i toni e magari cercando di dare voce anche a chi non crede, o ha perso la fede. A interrogativi quali “Dov'è Dio?", o “Come si può perdonare?", invito a rispondere persone comuni che raccontano la loro esperienza. Molte volte è la mancanza di amore che ci ferisce e ci fa allontanare da un percorso di fede. Voglio riportare l'attenzione sulla persona, sulla sofferenza dell'uomo. Certo, anche la fede di un politico può essere interessante e importante per un telespettatore, ma raccontare la normalità di una lotta e di una ricerca è di grande impatto».
È sempre stata credente?
«Da ragazza ho passato alcuni anni avendocela con il Signore. Dedicavo molto tempo a fare la volontaria nei reparti di pediatria oncologica, recitavo, cercavo di portare un sorriso. Improvvisavo, inventavo personaggi strampalati come quello della Maria matta che lava i piedi, perché tanti piccoli hanno anche difficoltà a compiere semplici gesti quotidiani. Nella sofferenza che provano non sembrano bambini, ma già adulti. Non capivo perché Dio potesse permettere tutto questo dolore».
Poi cosa è successo?
«Ho conosciuto don Matteo Galloni, fondatore e presidente della comunità Amore e libertà, un'associazione che supporta i più bisognosi. Mi ha portata in Congo, a Kinshasa, dove nel mio stentato francese per un mese ho cercato di insegnare italiano ai bambini. È stato illuminante, Dio c'è sempre, siamo noi che dobbiamo darci da fare ogni giorno per fare la nostra parte. Non sono una basabanchi (bigotta, ndr), come si dice dalle mie parti, la domenica vado a messa e quando posso dedico tempo a chi ha bisogno».
Quando le hanno proposto di fare la madrina di questa manifestazione, che cosa ha pensato?
«Mi sono detta: perché no? La famiglia è importante, fondamentale. Non capisco per quale motivo delle minoranze debbano dettare legge e affermare che è un valore superato. Il mondo si è proprio stravolto. E poi tutto questo odio verso i temi del congresso, espresso con una violenza inaudita. Si capisce davvero che è un attacco politico in vista delle europee».
Lei è sposata?
«No. Ma spero di poterlo fare con una persona che condivide i valori in cui credo. Per poi trasmetterli ai nostri figli, credo sia fondamentale».
I detrattori accusano questo Congresso di avere una visione medioevale perché sostiene la famiglia naturale. Lei che cosa ne pensa?
«Per le persone dello stesso sesso già ci sono le unioni civili. Magari si vorranno più bene di molte coppie in circolazione, ma non possono pensare di far crescere dei bambini senza la figura di un padre e di una madre».
Quale messaggio forte deve uscire da questi tre giorni di discussioni?
«Devono emergere linee guida ben precise. La famiglia deve diventare uno dei temi principali dell'agenda politica e se non abbiamo idee, andiamo a vedere, a copiare quello che fanno in altri Paesi. Ieri ho ascoltato con grande interesse l'intervento di Katalin Novak, il ministro ungherese della Famiglia. Possibile che non siamo capaci anche noi di aiutare e sostenere in concreto le necessità di genitori con figli?».
Le piacerebbe tornare a recitare?
«Il teatro rimane una grande passione. Ho recitato anche nella Venexiana con Elisabetta Gardini, al Teatro Valle di Roma. Non ho più il tempo per farlo, ma chissà».
Patrizia Floder Reitter
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Tiziana Drago (M5s) a sorpresa ai lavori: «Tanti come me» Lega compatta, Salvini: «Le conquiste sociali non si toccano».La madrina dell'evento Eva Crosetta: «Non ho avuto paura di accettare l'invito. C'è un attacco concentrico contro i valori fondamentali. In tv porto la fede delle persone comuni».Lo speciale contiene due articoli.«Il vento del cambiamento: l'Europa e il movimento globale pro family». Con questo titolo, in una piazza Bra blindata, è iniziata ieri, all'interno del palazzo della Gran Guardia di Verona, la tre giorni del contestatissimo Congresso mondiale delle famiglie. L'evento, fortemente voluto dal ministro della Famiglia, il leghista e veronese doc Lorenzo Fontana, è organizzato da sigle pro life tra cui: Pro vita, Citizen Go, Generazione famiglia, comitato Difendiamo i nostri figli, coordinate dall'Organizzazione internazionale per la famiglia, guidata da Brian Brown.L'evento, a favore della famiglia «tradizionale», è stato accompagnato da feroci polemiche politiche con tanto di divisione all'interno del governo gialloblù. Da una parte i pentastellati contrari, con il vicepremier Luigi Di Maio che ha parlato di «raduno medievale di una destra di sfigati»; dall'altra la Lega che invece ci ha messo la faccia di tre ministri: il titolare del Viminale, Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Vado a Verona per difendere la famiglia composta da mamma e papà, ma le conquiste sociali non si toccano, non si discute sulla revisione dell'aborto, del divorzio, della libertà di scelta per donne e uomini»; quello della Famiglia, Fontana, e il collega dell'Istruzione, Marco Bussetti. Prudente invece il premier, Giuseppe Conte, che già aveva tolto il patrocinio di Palazzo Chigi: «Non andrò perché non sono stato invitato, ma non ci deve spaventare il fatto che circolino delle idee». Il mantra ripetuto a sinistra sui partecipanti invece è quello di un covo di retrogradi che vuole sminuire il ruolo della donna, segregarla in casa e non permetterle di lavorare per far trionfare il modello della famiglia tradizionale. Negli interventi della prima giornata, quello del sindaco veronese, Federico Sboarina, che ha ricordato la mozione approvata lo scorso ottobre e che dichiara «Verona città della vita» (non più solo dell'amore grazie a Giulietta e Romeo), impegnando il Comune a sostenere le associazioni cittadine che aiutano le donne incinta, «tentate di non accogliere il proprio bambino». A seguire l'affondo del vescovo, Giuseppe Zenti, contro l'aborto: «Un vero e proprio delitto». Poi, il giallo del gadget: sul Web ieri circolava la foto di un feto di gomma con la scritta: «L'aborto ferma un cuore che batte!». Ma gli organizzatori hanno prontamente chiarito che il Congresso di Verona non ha alcun gadget ufficiale. «In Italia, dal 1978 a oggi, sono stati uccisi 6 milioni di bambini. Lo Stato ha tradito sé stesso», ha dichiarato Massimo Gandolfini, leader del Family day, a margine del Congresso. Stessa linea per il senatore Simone Pillon, «padre» del ddl sull'affido condiviso: «Sull'aborto c'è una legge nazionale che va applicata completamente, soprattutto nella prima parte, che parla di tutela della donna e della gravidanza». Ieri i lavori si sono aperti con una sorpresa: sul palco si è presentata la senatrice del M5s ,Tiziana Drago: «Ho ricevuto l'invito tempo fa», ha detto la pentastellata, accolta da un applauso, «e ci ho pensato. Non è stato facile venire qui e voglio dire che è stata una scelta personale. Il M5s non è una realtà politica legata solo alle dichiarazioni di questi giorni, ci sono anche senatori e deputati che hanno un'apertura verso la famiglia tradizionale. Bisogna tutelare i diritti di tutti, e quelli dei bambini vanno al primo posto. Auspico che su questi temi ci sia un dialogo». Il governatore del Veneto, Luca Zaia, che, nonostante le polemiche non ha ritirato il patrocinio, ha invitato alla moderazione, perché «gli estremismi non portano da nessuna parte. Comunque questo non è il Medioevo. Il Medioevo da combattere è quello dove alle donne è negata perfino l'istruzione». Zaia inoltre ha ribadito la sua posizione tanto sui i gay («È l'omofobia, non l'omosessualità, a essere patologica»), quanto sull'aborto («La legge 194 non si tocca»). Altro colpo di scena quando sul palco è salito l'irriverente giornalista radiofonico Giuseppe Cruciani: «Non sono uno di voi. Ma non trovo giusto quello che è stato messo in atto da coloro che vorrebbero spegnere questo microfono: una vera campagna di criminalizzazione. Quindi sono qui. Ovunque vieteranno di esprimere il vostro pensiero, io sarò uno di voi». Nella giornata di ieri anche una plenaria su «Prospettive e buone prassi per la promozione della famiglia», alla quale ha partecipato l'amministratore delegato della Verità e di Panorama, Enrico Scio, mentre oggi è prevista la presenza del direttore, Maurizio Belpietro. E mentre a Cinecittà i grillini organizzano un evento su giovani e futuro, oggi sarà il clou del Congresso quando, in contemporanea con l'arrivo del vicepremier Salvini, per le vie della città scaligera si terrà un corteo a favore dei diritti delle donne e degli omosessuali organizzato dal collettivo di «Non una di meno», a cui parteciperanno, tra gli altri, la Cgil con Susanna Camusso, Laura Boldrini e il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. 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La prima donna che ha raccolto l'eredità di monsignor Giovanni D'Ercole, ideatore e conduttore per 24 anni del format su Rai 2, racconta di «credere nell'impegno quotidiano per mettere in pratica il Vangelo». Lo spiega con semplicità e pacatezza, prendendo le distanze dai violenti toni che accompagnano le critiche alla convention di Verona. Originaria di Castelfranco Veneto, da diversi anni a Roma, volto noto di Unomattina, Linea Verde e Apprescindere, ma anche della trasmissione L'ora della salute su La7 e di Donne a cavallo su Sky, Evachiarisce che non è stata scelta dagli organizzatori del congresso per il fisico o perché buca lo schermo, ma semplicemente perché è «una persona per bene». Carlo Freccero l'ha voluta in Rai per dare una nuova immagine ai programmi religiosi. «È una bella sfida, ma credo di potercela fare. Con pacatezza, senza alzare i toni e magari cercando di dare voce anche a chi non crede, o ha perso la fede. A interrogativi quali “Dov'è Dio?", o “Come si può perdonare?", invito a rispondere persone comuni che raccontano la loro esperienza. Molte volte è la mancanza di amore che ci ferisce e ci fa allontanare da un percorso di fede. Voglio riportare l'attenzione sulla persona, sulla sofferenza dell'uomo. Certo, anche la fede di un politico può essere interessante e importante per un telespettatore, ma raccontare la normalità di una lotta e di una ricerca è di grande impatto». È sempre stata credente? «Da ragazza ho passato alcuni anni avendocela con il Signore. Dedicavo molto tempo a fare la volontaria nei reparti di pediatria oncologica, recitavo, cercavo di portare un sorriso. Improvvisavo, inventavo personaggi strampalati come quello della Maria matta che lava i piedi, perché tanti piccoli hanno anche difficoltà a compiere semplici gesti quotidiani. Nella sofferenza che provano non sembrano bambini, ma già adulti. Non capivo perché Dio potesse permettere tutto questo dolore». Poi cosa è successo? «Ho conosciuto don Matteo Galloni, fondatore e presidente della comunità Amore e libertà, un'associazione che supporta i più bisognosi. Mi ha portata in Congo, a Kinshasa, dove nel mio stentato francese per un mese ho cercato di insegnare italiano ai bambini. È stato illuminante, Dio c'è sempre, siamo noi che dobbiamo darci da fare ogni giorno per fare la nostra parte. Non sono una basabanchi (bigotta, ndr), come si dice dalle mie parti, la domenica vado a messa e quando posso dedico tempo a chi ha bisogno». Quando le hanno proposto di fare la madrina di questa manifestazione, che cosa ha pensato? «Mi sono detta: perché no? La famiglia è importante, fondamentale. Non capisco per quale motivo delle minoranze debbano dettare legge e affermare che è un valore superato. Il mondo si è proprio stravolto. E poi tutto questo odio verso i temi del congresso, espresso con una violenza inaudita. Si capisce davvero che è un attacco politico in vista delle europee». Lei è sposata? «No. Ma spero di poterlo fare con una persona che condivide i valori in cui credo. Per poi trasmetterli ai nostri figli, credo sia fondamentale». I detrattori accusano questo Congresso di avere una visione medioevale perché sostiene la famiglia naturale. Lei che cosa ne pensa? «Per le persone dello stesso sesso già ci sono le unioni civili. Magari si vorranno più bene di molte coppie in circolazione, ma non possono pensare di far crescere dei bambini senza la figura di un padre e di una madre». Quale messaggio forte deve uscire da questi tre giorni di discussioni? «Devono emergere linee guida ben precise. La famiglia deve diventare uno dei temi principali dell'agenda politica e se non abbiamo idee, andiamo a vedere, a copiare quello che fanno in altri Paesi. Ieri ho ascoltato con grande interesse l'intervento di Katalin Novak, il ministro ungherese della Famiglia. Possibile che non siamo capaci anche noi di aiutare e sostenere in concreto le necessità di genitori con figli?». Le piacerebbe tornare a recitare? «Il teatro rimane una grande passione. Ho recitato anche nella Venexiana con Elisabetta Gardini, al Teatro Valle di Roma. Non ho più il tempo per farlo, ma chissà». Patrizia Floder Reitter
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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