2020-03-06
Nel riquadro il vicepresidente comunale di Avs a Firenze, Vincenzo Pizzolo (iStock)
Il vicepresidente comunale di Avs Vincenzo Pizzolo chiede di espropriare le case non affittate. E ricorda che a livello nazionale è stata già presentata una proposta che va in quella direzione. Avallata da dem e dai 5 stelle.
Non gli sono bastati l’obbligo di richiedere un’autorizzazione comunale per ogni singolo appartamento destinato ad affitto breve, il blocco delle nuove locazioni nel centro storico e le sanzioni amministrative che arrivano fino a 10.000 euro.
Così come non sembra sufficiente l’alta probabilità che a stretto giro (la giunta ha già approvato una delibera) i vincoli e i paletti (camere singole e cucine da almeno 9 metri quadrati, norme rigide sull’impatto acustico ecc) vengano estesi ad altre 500 e passa strade della cosiddetta “prima cintura” urbana. No a Firenze, la sinistra vuole di più e quel di più è scappato in modo consapevolmente semi-ufficiale al vicepresidente del Consiglio Comunale a Vincenzo Pizzolo.
Il rappresentante del gruppo consiliare AVS-Ecolò che un paio di giorni fa, nel corso di un’accalorata riunione della Commissione Sviluppo, ha apertamente dichiarato la disponibilità dei suoi a sostenere forme di requisizione delle case sfitte. «...Non so se suggerivano una forma di requisizione delle case sfitte», ha replicato a un intervento di alcuni colleghi in aula, «nel caso noi come gruppo consiliare siamo favorevoli, a livello parlamentare abbiamo anche fatto una proposta di legge». Boom.
Quanto c’è da tremare? Per quanti giorni un legittimo proprietario di casa può lasciare il suo immobile «vuoto» prima che arrivi l’esproprio di Stato? Alla fine sarà prevista un’indennità, un risarcimento o neanche quello?
Di primo acchito sembra una provocazione, ma visto che Pizzolo non è un passante ma un rappresentante autorevole della maggioranza di governo in città, è difficile derubricare la faccenda a boutade. E visto che già oggi il capoluogo toscano fa da battistrada nel Paese rispetto alla nuova battaglia rossa contro gli affitti brevi, la cosa diventa seria.
E seriamente la prende anche il vicepresidente del consiglio comunale fiorentino, lato opposizione, Alessandro Draghi di Fdi. «Credo sia allucinante», spiega alla Verità, «proporre di requisire le case sfitte dei nostri concittadini, nemmeno il Venezuela di Maduro era giunto a tanto. La proposta di legge di Avs sulla patrimoniale la conoscevo, la pirateria no! Forse il consigliere Pizzolo è stanco ed ha voglia di vacanze, gli suggerirei Pyongyang, dove magari le sue idee dell’abitare attecchiscono di più».
E a dimostrazione che Venezuela e Corea del Nord possono essere meno distanti di quanto si pensa, va presa sul serio anche la seconda parte dell’esternazione di Pizzolo. A cosa si riferisce l’avvocato di Avs quando dice che «a livello parlamentare abbiamo già fatto una proposta di legge...»?.
Basta fare qualche passo indietro con la memoria per ricordare che non molti mesi fa (eravamo a ottobre 2025), Pd, Avs e M5s avevano presentato quello che potremmo definire l’anti piano Casa che prevedeva la «requisizione temporanea, non per la piccola proprietà, ma per i grandi speculatori che tengono immobili sfitti».
I testimonial della proposta a Montecitorio erano Marco Furfaro, elemento di spicco del Partito Democratico, Marco Grimaldi, pro-Pal di Alleanza Verdi e Sinistra, e Agostino Santillo del Movimento 5 Stelle. «Non è estremismo, piuttosto giustizia abitativa», evidenziava Grimaldi. «Vogliamo trasformare la casa in un diritto reale», sentenziava Furfaro, «perché avere un tetto sopra la testa non è un lusso ma la base della dignità, della sicurezza di ogni persona».
Parole in libertà dietro alle quali si nascondeva un principio decisamente illiberale: il censimento delle case degli italiani con minacce di requisizioni degli immobili vuoti. Oggi Furfaro, Grimaldi e Santillo sono all’opposizione, quindi la proposta resterà sulla carta. Ma domani?
Del resto c’è poco da essere sorpresi. A indicare la direzione dell’esproprio ci ha pensato da tempo fa uno dei nuovi punti di riferimento della sinistra. Da anni ormai Ilaria Salis spiega tra gli applausi dei suoi che «chi entra in una casa disabitata prende senza togliere a nessuno, se non al degrado, al racket e ai palazzinari». «Anche perché», prosegue, «vivere in una casa occupata non è una svolta, non è qualcosa da furbetti. È logorante».
Diciamo che il consigliere fiorentino Pizzolo, ma anche Pd, Avs e Movimento 5 Stelle non stanno facendo altro che estendere i concetti della maestra «ungherese» ad libitum. Dal blocco degli sfratti, dalla resistenza agli sgomberi e dalle pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, siamo passati all’esproprio di Stato.
A ben guardare, la naturale evoluzione della deriva illiberale della sinistra di Elly Schlein.
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Un primo piatto abbondante, ma facile che potete fare anche in versione vegetariana e che si richiama ai sapori della primavera di montagna. Semplice e molto rapida questa pasta risolve in pochi minuti un pranzo o una cena con un sapore che invita a immaginare pascoli e prati di montagna.
Ingredienti – Un mazzetto di asparagi (meglio se di calibro ridotto) uno o due cipollotti di Tropea, 100 gr di speck (facoltativo) in due fette spesse, 100 gr di ricotta meglio se di mucca, 360 gr di pasta corta di semola di grano italiano, 4 o 5 noci, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, 4 cucchiai di Parmigiano Reggiano o Grana padano grattugiato, sale e pepe qb.
Procedimento – Mettete a scaldare l’acqua per la pasta, in una padella fate sudare lo speck che avrete ridotto a cubetti o a fiammifero, nel frattempo fate a rondelle gli asparagi salvaguardando intere le punte e tritate finemente la cipolla. Appena lo speck è diventato croccante toglietelo dalla padella e aggiungete l’olio extravergine di oliva, le cipolle e gli asparagi, fate stufare aggiustando di sale e pepe. Mettete a cuocere la pasta in acqua leggermente salata. Appena gli asparagi saranno morbidi ritirateli dalla padella e tenete da parte le punte: in un bicchiere da frullatore mettete gli asparagi, un paio di cucchiai di formaggio grattugiato e la ricotta. Passate al mixer fino a ottenere una crema.
Rimettete in padella speck e punte di asparagi scolate la pasta bene al dente saltatela in padella aggiungendo la crema di asparagi e ricotta (se serve aiutatevi con un po’ di acqua di cottura) portando la pasta a perfetta cottura e del caso aggiustando di sale e pepe. Servite con la granella di noci che avrete ottenuto dopo averle sgusciate e aver tritato grossolanamente al coltello i gherigli e una buona spolverata di formaggio grattugiato. Nel caso vogliate una versione vegetariana eliminate lo speck.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di guarnire il piatto con le noci.
Abbinamento – Abbiamo pensato a uno spumante metodo classico dei Monti Lessini da uva durella. In alternativa Sauvignon del Collio, Malvasia del Carso o Muller Thurgau della Val di Cembra.
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Nel riquadro la vittima Pietro Alberto Paolo Signor. Sullo sfondo i Giardini di Villetta Di Negro (iStock)
A Genova un milanese è stato aggredito e assassinato da un senegalese a cui la Prefettura nel 2018 ha negato la protezione internazionale. Poi ha fatto ricorso e da otto anni vive in Italia dove ha collezionato di reati. E ieri ha massacrato un senzatetto.
La burocrazia uccide. Il 5 febbraio 2017 era sbarcato da clandestino a Vibo Marina. Tre settimane dopo, Camara Cissé, senegalese classe 1984, aveva chiesto asilo presso la questura di Lecco. L’anno dopo, il 27 settembre, la commissione territoriale di Milano/Monza glielo aveva negato. Il 30 ottobre 2019 è iniziato un interminabile contenzioso davanti alla giustizia italiana senza più aggiornamenti, che, sette anni dopo, è costato la vita a Pietro Alberto Paolo Signor, quarantottenne originario di Milano, in un parco del centro di Genova.
In questi anni, mentre era in attesa di regolarizzare la propria posizione, il senegalese ha deciso di segnalarsi per una condotta non proprio modello. È stato denunciato per rapina, furto, spaccio, ricettazione oltraggio, resistenza e violenza nei confronti di pubblici ufficiali. Un curriculum criminale di tutto rispetto che, però, non è bastato a farlo espellere.
Risultato? La morte di Signor, il quale, a sua volta, in passato era stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Al momento della richiesta, a Cissé era stato rilasciato un permesso temporaneo, rinnovabile fino alla conclusione della procedura. Che, nel caso del quarantaduenne africano, è diventata interminabile. Durante l’attesa, molti richiedenti vengono inseriti nel sistema di accoglienza, mentre Cissé è diventato un balordo di strada.
Davanti alla commissione territoriale, come tutti gli stranieri nella sua posizione, aveva dovuto raccontare la propria storia, spiegare le ragioni della fuga e rispondere alle domande dei commissari. Che, però, alla fine, hanno respinto la sua richiesta. Cissé ha impugnato il provvedimento davanti alla sezione specializzata del Tribunale competente, che in questo caso dovrebbe essere Milano. Quando il giudice conferma il rigetto, è possibile ricorrere in Cassazione (ma solo per contestare errori di procedura o di diritto). Per quanto riguarda Cissé, non è chiaro in quale fase si trovi il suo ricorso. L’unica cosa certa è che questa volta, come è già accaduto in passato, ci è scappato il morto. La vittima, la scorsa estate, aveva usufruito della mensa di Sant’Egidio, ma i volontari dell’associazione non lo ricordano come uno dei volti che si incontrano nei giri serali per la distribuzione di cibo e indumenti. Ancora ieri aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un video musicale, una cosa che faceva pressoché ogni giorno: rapper americano o cantanti italiani. E fino a qualche tempo fa scriveva un blog di poesie e riflessioni a sfondo religioso ed esistenziale. Al momento, però, gli investigatori dell’Arma non sono riusciti a scoprire dove abbia passato le ultime notti. Infatti risulta residente in via alla Casa comunale 1, l’indirizzo virtuale istituito dal Comune di Genova per permettere l’iscrizione anagrafica alle persone senza fissa dimora.
Oltre ad amare la musica, Signor era appassionato di poesia, tanto da cimentarsi in sonetti che ha raccolto in una pubblicazione - il titolo è L’anima in poesia di Paps - che si può ancora trovare in diversi siti. Aveva anche studiato alla facoltà di Lettere e filosofia, a Trieste. Poi aveva cominciato a girare l’Italia. Ultima tappa a Genova, dove ieri mattina ha trovato la morte per mano di Cissé. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri del Comando provinciale di Genova, guidato dal colonnello Alessandro Magro, il cittadino senegalese, al culmine di una lite per futili motivi, ha colpito ripetutamente alla testa l’italiano, procurandogli una forte botta al volto e varie ferite che bisognerà accertare se siano state causate da cocci di bottiglia o da una lama. Quindi gli ha legato polsi e caviglie con indumenti che aveva nello zaino e lo ha trascinato in strada. Una ragazza ha visto la scena e ha chiamato il 112. Gli uomini dell’Arma, dopo la segnalazione, sono intervenuti in pochissimi minuti riuscendo a bloccare il presunto responsabile dell’aggressione mentre era ancora sul posto. Nelle telecamere di sorveglianza sono state trovate immagini che riprendono la lite e l’aggressione. Anche l’indagato, a chi lo ha fermato, non ha voluto spiegare il suo gesto. Cissé, alla vista dei militari, ha dato in escandescenza e si è scagliato contro di loro e, in stato di agitazione, è stato ricoverato presso l’ospedale San Martino, dove è stato piantonato in attesa del trasferimento nel carcere di Marassi. In serata, dopo il fermo, la polizia giudiziaria ha proceduto all’arresto e ha inviato gli atti in Procura.
Il parco dove è avvenuto il delitto, Villetta Di Negro, è stato chiuso per consentire al personale della scientifica dell’Arma di svolgere i rilievi. La ragazza che ha chiamato il 112 è stata portata in caserma e interrogata. È anche merito suo se l’omicida non è riuscito a nascondere il corpo senza vita di Signor. Gli inquirenti dovranno capire come mai, invece di scappare, l’africano abbia perso tempo a legare la vittima. Un errore che probabilmente gli ha impedito di far perdere le proprie tracce, anche se le telecamere del parco avevano ripreso l’omicidio. Villetta Di Negro è un piccolo gioiello ottocentesco con una scenografica cascata e il Museo d’arte orientale Chiossonem in stile razionalista, il tutto affacciato sulla Place de l’Etoile genovese, piazza Corvetto. Nonostante queste bellezze, da tempo il giardino pubblico è abbandonato al degrado e, nonostante la chiusura notturna, accoglie numerosi sbandati. «Sono più di due settimane che chiediamo, come minoranza del Municipio 1 Centro-Est, una commissione su Villetta Di Negro, perché la situazione di pericolo, tra spaccio e tossici, era già evidente e le preoccupazioni dei cittadini erano sotto gli occhi di tutti. In due settimane la risposta del presidente Simona Cosso è stata insufficiente. Oggi ci troviamo a commentare un omicidio nel pieno centro della città. Davvero bisognava arrivare a un morto per sperare di essere ascoltati?», hanno dichiarato i consiglieri di Vince Genova, lista civica di centrodestra. Il sindaco Silvia Salis ha risposto da una delle sue tante trasferte, questa volta in Puglia: «L’amministrazione comunale sta seguendo con grande attenzione gli sviluppi della tragica aggressione avvenuta questa mattina a Villetta Di Negro. In questi momenti, il mio pensiero va alla vittima e il mio ringraziamento va alle forze dell’ordine che, grazie al loro immediato intervento, hanno individuato e fermato subito il presunto responsabile e stanno ricostruendo la dinamica di una vicenda che ci colpisce profondamente».
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. Genova si è segnalata per un non invidiabile record: qui la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto ha raggiunto il 65,9%. Nel capoluogo ligure, guidato dalla prima cittadina che piace alla gente che piace, quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura. Uno di questi sfortunati ha trovato la morte in una mattina di fine maggio su una collinetta che quasi si affaccia su Palazzo Tursi, la nobile dimora dove ha la sua sede il Comune di Genova.
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Nel riquadro Manuel Iannuzzi, accusato di maltrattamenti alla piccola Beatrice (Ansa)
È accusato di maltrattamenti aggravati dal decesso della piccola. Secondo gli investigatori, la tragedia sarebbe avvenuta al termine di una lunga catena di violenze e sevizie: i due l’avrebbero costretta a fumare.
È stato arrestato ieri mattina Manuel Iannuzzi, compagno di Emanuela Aiello, la mamma di Beatrice, la piccola morta a Bordighera, in provincia di Imperia, nella notte tra l’8 e il 9 febbraio scorsi. L’accusa per l’uomo è di maltrattamenti aggravati dalla morte della bambina, che aveva solo due anni.
La madre della piccola si trova in carcere dal 9 febbraio, inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale, ma le indagini hanno portato a modificare la contestazione e adesso la donna è accusata dello stesso reato che ha portato all’arresto del compagno. La bambina era stata trovata morta nella casa della madre la mattina del 9 febbraio dai soccorritori chiamati dalla donna che sosteneva che la piccola aveva difficoltà a respirare. Gli operatori del 118 avevano, però, notato alcuni lividi e macchie sul corpicino e deciso di chiamare i carabinieri e il medico legale che, dopo l’esame esterno, aveva ipotizzato che la morte fosse avvenuta qualche ora prima, ovvero durante la notte.
La donna, interrogata in caserma, aveva sostenuto che i segni sul corpo della bambina erano dovuti a una caduta dalle scale di qualche giorno prima e di aver passato la notte tra l’8 e il 9 febbraio assieme alle tre figlie in casa del suo nuovo compagno, a Perinaldo. Al risveglio, avrebbe preso le tre bambine e sarebbe tornata a casa in macchina.
Le contraddizioni della donna e la comparazione del racconto con l’analisi delle telecamere di sorveglianza e le parole di alcuni testimoni avevano, però, portato all’arresto della donna. L’esame autoptico aveva rivelato la presenza di numerose lesioni e un trauma cranico come cause del decesso. I carabinieri del Ris di Parma, incaricati di eseguire rilievi e sequestri, avevano trovato tracce di sangue nell’auto della donna e nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Nell’ordinanza di custodia cautelare, 33 pagine nelle quali si ripercorrono le indagini fin qui svolte e ancora aperte, si utilizzano parole come «sevizie» e «crudeltà» per spiegare quanto subito dalla bambina. A smentire la versione fornita dalla madre, che aveva chiamato il 118 dalla sua casa di Bordighera, non solo immagini delle telecamere della zona, ma anche tabulati telefonici.
La bambina era già morta quando, quella mattina, era stata riportata in macchina a casa, insieme alle due sorelline, dopo un fine settimana trascorso nella casa del compagno della madre a Perinaldo. Le bambine, già sentite dagli inquirenti in forma protetta, hanno delineato non solo il quadro dell’accaduto ma raccontato anche che madre e compagno avevano dato indicazioni di non raccontare cos’era successo, altrimenti sarebbero stati guai. La loro sorellina due sere prima era stata picchiata, non un maltrattamento occasionale ma una violenza che andava avanti da mesi. Il contesto è la casa del compagno della mamma, ma dagli elementi di indagine raccolti si evidenzia come le bambine venissero spesso lasciate sole a casa, in contesto di abbandono, anche tutta la notte.
La bimba dopo essere stata picchiata, comincia a stare male. Dopo un’apparente ripresa, la situazione peggiora e i due adulti tentano di farla riprendere sotto l’acqua. Persino le sorelline provano a dire «mamma, andiamo all’ospedale». Ma la bambina muore. Troppo profondi i traumi, che degenerano e che non sono compatibili con la «caduta dalle scale» accampata dalla madre, ma piuttosto con colpi da un oggetto contundente. La madre simulerà, una volta tornata a casa, un malore dell’ultimo momento ma fin dalle risultanze del primo esame sul corpo della bimba, lividi e traumi smentiscono, così come l’orario della morte che risale a ore prima rispetto alla chiamata di soccorso.
A dare una svolta alle indagini, come detto, sono state le sorelle della vittima, che hanno svelato particolari agghiaccianti raccontati ieri dal procuratore di Imperia, Sergio Lari, in una conferenza stampa: «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», ma non si sono rivolti ai medici e la piccola non si è mai ripresa.
Ma ad incastrare la coppia ci sarebbero anche le chat recuperate dagli investigatori sul cellulare dell’uomo: «Abbiamo sequestrato il telefono di Iannuzzi», ha spiegato ancora il procuratore, «e c’erano tanti messaggi Whatsapp in cui vengono descritti i maltrattamenti». E in un’intervista alla Tgr Liguria, Lari ha aggiunto ulteriori dettagli: «Nelle immagini trovate sul telefonino sequestrato ci sono diverse fotografie che ritraggono» la piccola «subito dopo le violenze subite. Vi sono più fotografie che ritraggono una situazione in cui la bambina presenta dei lividi molto importanti sul viso». Il procuratore, poi, precisa: «Abbiamo accelerato i tempi ma le indagini proseguono e devono arrivare la relazione dei Ris e la perizia autoptica completa. Ma il quadro era così chiaro che abbiamo potuto chiedere già da adesso la misura e il giudice l’ha applicata».
Il blitz di ieri mattina ha, inoltre, portato all’apertura di un nuovo filone d’indagine e all’arresto di Franco Iannuzzi, il padre di Manuel. Durante la perquisizione svolta dai carabinieri nella casa di Vallecrosia sono stati rinvenuti circa due chili di tritolo e la relativa miccia. Franco Iannuzzi è stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale esplodente. Secondo quanto appreso, il tritolo e la relativa miccia sono stati trovati nella cantina dell’immobile. Manuel Iannuzzi, dopo il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove, secondo gli inquirenti, sarebbe morta la figlia della sua compagna, si era dovuto trasferire a casa dei genitori, a Vallecrosia. Il materiale esplosivo è stato prelevato dal nucleo artificieri antisabotaggio dei carabinieri.
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