True
2022-04-09
La Francia va al voto tra le proteste. Macron rischia, Le Pen è in rimonta
Marine Le Pen e Emmanuel Macron (Ansa)
Dalla scorsa mezzanotte, la Francia è in silenzio pre elettorale. Domani, poco meno di 49 milioni di elettori transalpini si recheranno alle urne per il primo turno delle presidenziali. Secondo gli ultimi sondaggi, le chance di vittoria di Emmanuel Macron non sembrano essere più così scontate come nei mesi scorsi. I sondaggisti non riescono nemmeno a dire chi sarà il primo candidato a superare il primo turno. L’indagine demoscopica di Elabe, di ieri, prevede Macron al 26% e Marine Le Pen al 25%. Per l’aggregatore di sondaggi di Le Figaro, il presidente uscente otterrebbe il 27% delle preferenze, Le Pen si attesterebbe invece attorno al 23%. Al terzo posto ci sarebbe il leader di estrema sinistra de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon (16%), poi il sovranista Eric Zemmour (9%) e la leader della destra moderata Valérie Pécresse (8%).
Altre informazioni sul possibile esito delle elezioni arrivano dalle curve delle intenzioni di voto, che mostrano la scivolata dell’attuale capo dello Stato, iniziata attorno al 10 marzo scorso. In quella data, secondo l’Ifop, il gradimento del presidente uscente era stimato al 31,5% delle preferenze, Le Pen non superava il 18%, Mélenchon si attestava al 10,5%, Pécresse al 12,5% e Zemmour al 12%. Da questi dati si evince che Macron sia cresciuto nei sondaggi dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ma solo per una quindicina di giorni, poi ha subito l’effetto soufflé.
Anche nei sondaggi, riferiti al secondo turno del 24 aprile, si inizia a vedere un possibile testa a testa. Sempre per Elabe, Macron arriverebbe al 51% e la leader del Rassemblement national al 49%. L’aggregatore di sondaggi Europe elects ha previsto persino una vittoria di Le Pen per un solo punto su Macron (50,5% a 49,5%). Questo risultato sarebbe realizzabile grazie al riporto dei voti di buona parte della destra di Zemmour e Pécresse e di quasi un terzo degli elettori di Mélenchon.
I sondaggi non danno certezze, ma l’atteggiamento tracotante di Macron , che non ha voluto partecipare ai dibattiti tv del primo turno, non deve essere piaciuto ai suoi concittadini. Nelle ultime settimane, inoltre, si sono accesi focolai di protesta in mezza Francia. E poi, all’inizio di questa settimana, è scoppiato lo scandalo delle consulenze d’oro commissionate a McKinsey dallo Stato francese (anche dall’Eliseo).
La società di consulenza americana è anche sospettata di non aver pagato, per dieci anni, l’imposta societaria al fisco transalpino. Il caro vita e l’aumento del prezzo dei carburanti hanno provocato la collera di autotrasportatori, pescatori, agricoltori e tassisti. Nelle ultime due settimane, non c’è stato giorno senza: blocchi del traffico, operazioni lumaca e altre forme di protesta. Nemmeno lo sconto di 18 centesimi, applicato sui carburanti a partire dal primo aprile, è riuscito a gettare acqua sul fuoco. Probabilmente, Macron non si è nemmeno accorto che molti francesi ritenessero questa misura come un semplice contentino elettorale.
Alle agitazioni contro il carovita, si sono aggiunte le sommosse degli indipendentisti in Corsica dopo il ferimento, seguito dal decesso, di Yvan Colonna, un ergastolano condannato in via definitiva per l’uccisione di un prefetto. Per cercare di spegnere l’incendio sull’isola, il capo dello Stato francese aveva promesso l’autonomia della regione. Ma i corsi non gli hanno creduto e sono stati dati alle fiamme altri uffici pubblici isolani. Le promesse presidenziali hanno risvegliato le mire autonomiste e indipendentiste anche in Bretagna.
Dopo le promesse, il presidente uscente ha puntato sulla paura. Macron ha presentato come inevitabile quella riforma delle pensioni, naufragata in questo mandato, che è accompagnata dall’innalzamento dell’età pensionistica a 65 anni. In seguito, l’inquilino dell’Eliseo ha ricominciato ad agitare lo spettro di una vittoria della destra dura di Le Pen o Zemmour. Il 31 marzo, durante una trasferta di campagna, ha sbraitato contro una giornalista dicendo che «se cinque anni fa avesse vinto l’estrema destra, non avreste avuto i vaccini perché saremmo usciti dall’Europa», inoltre, «avreste forse avuto l’idrossiclorochina». Macron ha anche accusato la stampa di aver favorito la crescita dei suoi avversari sovranisti. Peccato che, nel corso di tutto il suo mandato, il leader transalpino abbia fatto di tutto per evitare i media.
Sebbene il presidente uscente cerchi di imporre visioni alternative della realtà, quest’ultima non fa sconti a nessuno. Anche al di là delle Alpi incombe la minaccia di due crisi, una energetica, l’altra inflazionistica, legate alla guerra in Ucraina. L’immagine di Macron paladino degli interessi dei suoi compatrioti è sbiadita. Molti osservatori non escludono sorprese e strascichi post elettorali, in vista delle legislative di giugno. Una grande incognita è rappresentata dall’astensione, che i sondaggisti non riescono a calcolare. In ogni caso, la voglia di cambiamento sembra essere forte. L’altro ieri, un sondaggio di Csa per CNews rivelava che sette francesi su dieci vorrebbero cambiare presidente.
Piazza una bomba durante la messa
Ieri, a Tolosa, durante una messa celebrata in cattedrale, un ennesimo episodio di violenza, di cristianofobia e di «islamizzazione» coatta della Francia, che, fortunatamente, non ha causato vittime. Nel clima teso delle elezioni presidenziali, che si terranno domani, e in cui molti candidati denunciano i pericoli di una immigrazione incontrollata, solo la freddezza di un sacerdote e di un sacrestano, oltre all’intervento della polizia, hanno evitato il peggio.
Secondo la ricostruzione del parroco, don Simon d’Artigue, intervistato dalla Dépêche, padre Jean-Jacques Rouchy, un sacerdote del presbiterio, aveva iniziato la celebrazione della messa alle ore 8. Tutto era in regola e tranquillo. Ma subito dopo la distribuzione della comunione, «un uomo è entrato nella cattedrale», ha raccontato il sacerdote, e ha «lasciato un pacco ai piedi degli scalini dell’altare». Il sacrestano, Aurélien Dreux, avendo visto la scena, ha cercato di bloccare il sospetto attentatore. Ne è nata così una breve colluttazione, che non ha impedito la fuga al malvivente. Il sacerdote ha, quindi, fatto uscire i fedeli, una quarantina, e ha chiamato militari e pompieri. I quali, giunti sul luogo, hanno disinnescato l’ordigno. Definito poi come «amatoriale» e «artigianale». Il ministro degli Interni Gérald Darmanin ha ringraziato gli agenti per l’operazione che ha evitato morti e feriti.
Ma dire solo questo sarebbe fare cronaca e la cronaca, spesso tendenziosa, la lasciamo al mainstream. Tutti possono gioire del fatto che questo attentato sia stato sventato. E anche che l’attentatore, definito dalla stampa come «malato», sia già stato assicurato alla giustizia.
Le Monde, capofila dei media del sistema, ha descritto il malvivente, come un uomo di «tipo mediterraneo» (locuzione usata per non scrivere «arabo») e, çela va sans dire, come uno che «soffriva di problemi psichiatrici».
Per rassicurare l’uomo medio, si torna alle solite, ovvero alla psichiatrizzazione dei problemi sociali. Dal Bataclan (2015) fino alla decapitazione di tre fedeli nella basilica di Nizza (2020), esiste una lista color rosso sangue di attentati di innegabile matrice islamica. Ma certuni non vogliono vedere, e fanno di tutto, per vili ragioni politiche, per minimizzare.
Perfino Wikipedia, cita uno studio del 2017, secondo cui la Francia è «il Paese più toccato da attentati islamici, commessi in Europa e America del nord». Ed è, guarda caso, il Paese europeo con la presenza islamica più radicata e diffusa. Una sorta di stato nello Stato.
Appare, poi, significativo che tre dei candidati più quotati per le elezioni presidenziali di domani (Marine Le Pen, Eric Zemmour e Valérie Pécresse) abbiano espresso critiche di fondo sia all’immigrazione di massa, sia alla volontà di non assimilarsi da parte degli ambienti arabo-maghrebini. Il fronte del terrorismo non può ridursi, dopo decine di attentati e centinaia di morti, a un fenomeno psichiatrico. Anche perché, ne deriverebbe l’insolubile problema della predisposizione musulmana ai problemi psichiatrici, in rapporto a tutte le altre componenti religiose e ideologiche della società.
In realtà, l’episodio di ieri si iscrive nella lista delle violenze degli ultimi 30 anni a danno di cattolici, poliziotti, intellettuali e spiriti liberi che osano opporsi alla sharia, al burka, ai ghetti e alla coranizzazione delle banlieue, delle scuole e della società francese nel suo insieme.
Continua a leggereRiduci
Domani urne aperte, secondo i sondaggi il presidente uscente sta perdendo terreno nei confronti della leader di Rassemblement national. Da settimane il Paese è scosso da blocchi per il caro vita e il prezzo della benzina.Ancora fenomeni di immigrazione incontrollata, nel mirino la cattedrale di Tolosa. L’attentatore è di origine araba. Si allunga l’elenco delle violenze contro i cattolici.Lo speciale contiene due articoli.Dalla scorsa mezzanotte, la Francia è in silenzio pre elettorale. Domani, poco meno di 49 milioni di elettori transalpini si recheranno alle urne per il primo turno delle presidenziali. Secondo gli ultimi sondaggi, le chance di vittoria di Emmanuel Macron non sembrano essere più così scontate come nei mesi scorsi. I sondaggisti non riescono nemmeno a dire chi sarà il primo candidato a superare il primo turno. L’indagine demoscopica di Elabe, di ieri, prevede Macron al 26% e Marine Le Pen al 25%. Per l’aggregatore di sondaggi di Le Figaro, il presidente uscente otterrebbe il 27% delle preferenze, Le Pen si attesterebbe invece attorno al 23%. Al terzo posto ci sarebbe il leader di estrema sinistra de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon (16%), poi il sovranista Eric Zemmour (9%) e la leader della destra moderata Valérie Pécresse (8%). Altre informazioni sul possibile esito delle elezioni arrivano dalle curve delle intenzioni di voto, che mostrano la scivolata dell’attuale capo dello Stato, iniziata attorno al 10 marzo scorso. In quella data, secondo l’Ifop, il gradimento del presidente uscente era stimato al 31,5% delle preferenze, Le Pen non superava il 18%, Mélenchon si attestava al 10,5%, Pécresse al 12,5% e Zemmour al 12%. Da questi dati si evince che Macron sia cresciuto nei sondaggi dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ma solo per una quindicina di giorni, poi ha subito l’effetto soufflé. Anche nei sondaggi, riferiti al secondo turno del 24 aprile, si inizia a vedere un possibile testa a testa. Sempre per Elabe, Macron arriverebbe al 51% e la leader del Rassemblement national al 49%. L’aggregatore di sondaggi Europe elects ha previsto persino una vittoria di Le Pen per un solo punto su Macron (50,5% a 49,5%). Questo risultato sarebbe realizzabile grazie al riporto dei voti di buona parte della destra di Zemmour e Pécresse e di quasi un terzo degli elettori di Mélenchon. I sondaggi non danno certezze, ma l’atteggiamento tracotante di Macron , che non ha voluto partecipare ai dibattiti tv del primo turno, non deve essere piaciuto ai suoi concittadini. Nelle ultime settimane, inoltre, si sono accesi focolai di protesta in mezza Francia. E poi, all’inizio di questa settimana, è scoppiato lo scandalo delle consulenze d’oro commissionate a McKinsey dallo Stato francese (anche dall’Eliseo). La società di consulenza americana è anche sospettata di non aver pagato, per dieci anni, l’imposta societaria al fisco transalpino. Il caro vita e l’aumento del prezzo dei carburanti hanno provocato la collera di autotrasportatori, pescatori, agricoltori e tassisti. Nelle ultime due settimane, non c’è stato giorno senza: blocchi del traffico, operazioni lumaca e altre forme di protesta. Nemmeno lo sconto di 18 centesimi, applicato sui carburanti a partire dal primo aprile, è riuscito a gettare acqua sul fuoco. Probabilmente, Macron non si è nemmeno accorto che molti francesi ritenessero questa misura come un semplice contentino elettorale.Alle agitazioni contro il carovita, si sono aggiunte le sommosse degli indipendentisti in Corsica dopo il ferimento, seguito dal decesso, di Yvan Colonna, un ergastolano condannato in via definitiva per l’uccisione di un prefetto. Per cercare di spegnere l’incendio sull’isola, il capo dello Stato francese aveva promesso l’autonomia della regione. Ma i corsi non gli hanno creduto e sono stati dati alle fiamme altri uffici pubblici isolani. Le promesse presidenziali hanno risvegliato le mire autonomiste e indipendentiste anche in Bretagna. Dopo le promesse, il presidente uscente ha puntato sulla paura. Macron ha presentato come inevitabile quella riforma delle pensioni, naufragata in questo mandato, che è accompagnata dall’innalzamento dell’età pensionistica a 65 anni. In seguito, l’inquilino dell’Eliseo ha ricominciato ad agitare lo spettro di una vittoria della destra dura di Le Pen o Zemmour. Il 31 marzo, durante una trasferta di campagna, ha sbraitato contro una giornalista dicendo che «se cinque anni fa avesse vinto l’estrema destra, non avreste avuto i vaccini perché saremmo usciti dall’Europa», inoltre, «avreste forse avuto l’idrossiclorochina». Macron ha anche accusato la stampa di aver favorito la crescita dei suoi avversari sovranisti. Peccato che, nel corso di tutto il suo mandato, il leader transalpino abbia fatto di tutto per evitare i media.Sebbene il presidente uscente cerchi di imporre visioni alternative della realtà, quest’ultima non fa sconti a nessuno. Anche al di là delle Alpi incombe la minaccia di due crisi, una energetica, l’altra inflazionistica, legate alla guerra in Ucraina. L’immagine di Macron paladino degli interessi dei suoi compatrioti è sbiadita. Molti osservatori non escludono sorprese e strascichi post elettorali, in vista delle legislative di giugno. Una grande incognita è rappresentata dall’astensione, che i sondaggisti non riescono a calcolare. In ogni caso, la voglia di cambiamento sembra essere forte. L’altro ieri, un sondaggio di Csa per CNews rivelava che sette francesi su dieci vorrebbero cambiare presidente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-francia-va-al-voto-tra-le-proteste-macron-rischia-le-pen-e-in-rimonta-2657126364.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piazza-una-bomba-durante-la-messa" data-post-id="2657126364" data-published-at="1649486145" data-use-pagination="False"> Piazza una bomba durante la messa Ieri, a Tolosa, durante una messa celebrata in cattedrale, un ennesimo episodio di violenza, di cristianofobia e di «islamizzazione» coatta della Francia, che, fortunatamente, non ha causato vittime. Nel clima teso delle elezioni presidenziali, che si terranno domani, e in cui molti candidati denunciano i pericoli di una immigrazione incontrollata, solo la freddezza di un sacerdote e di un sacrestano, oltre all’intervento della polizia, hanno evitato il peggio. Secondo la ricostruzione del parroco, don Simon d’Artigue, intervistato dalla Dépêche, padre Jean-Jacques Rouchy, un sacerdote del presbiterio, aveva iniziato la celebrazione della messa alle ore 8. Tutto era in regola e tranquillo. Ma subito dopo la distribuzione della comunione, «un uomo è entrato nella cattedrale», ha raccontato il sacerdote, e ha «lasciato un pacco ai piedi degli scalini dell’altare». Il sacrestano, Aurélien Dreux, avendo visto la scena, ha cercato di bloccare il sospetto attentatore. Ne è nata così una breve colluttazione, che non ha impedito la fuga al malvivente. Il sacerdote ha, quindi, fatto uscire i fedeli, una quarantina, e ha chiamato militari e pompieri. I quali, giunti sul luogo, hanno disinnescato l’ordigno. Definito poi come «amatoriale» e «artigianale». Il ministro degli Interni Gérald Darmanin ha ringraziato gli agenti per l’operazione che ha evitato morti e feriti. Ma dire solo questo sarebbe fare cronaca e la cronaca, spesso tendenziosa, la lasciamo al mainstream. Tutti possono gioire del fatto che questo attentato sia stato sventato. E anche che l’attentatore, definito dalla stampa come «malato», sia già stato assicurato alla giustizia. Le Monde, capofila dei media del sistema, ha descritto il malvivente, come un uomo di «tipo mediterraneo» (locuzione usata per non scrivere «arabo») e, çela va sans dire, come uno che «soffriva di problemi psichiatrici». Per rassicurare l’uomo medio, si torna alle solite, ovvero alla psichiatrizzazione dei problemi sociali. Dal Bataclan (2015) fino alla decapitazione di tre fedeli nella basilica di Nizza (2020), esiste una lista color rosso sangue di attentati di innegabile matrice islamica. Ma certuni non vogliono vedere, e fanno di tutto, per vili ragioni politiche, per minimizzare. Perfino Wikipedia, cita uno studio del 2017, secondo cui la Francia è «il Paese più toccato da attentati islamici, commessi in Europa e America del nord». Ed è, guarda caso, il Paese europeo con la presenza islamica più radicata e diffusa. Una sorta di stato nello Stato. Appare, poi, significativo che tre dei candidati più quotati per le elezioni presidenziali di domani (Marine Le Pen, Eric Zemmour e Valérie Pécresse) abbiano espresso critiche di fondo sia all’immigrazione di massa, sia alla volontà di non assimilarsi da parte degli ambienti arabo-maghrebini. Il fronte del terrorismo non può ridursi, dopo decine di attentati e centinaia di morti, a un fenomeno psichiatrico. Anche perché, ne deriverebbe l’insolubile problema della predisposizione musulmana ai problemi psichiatrici, in rapporto a tutte le altre componenti religiose e ideologiche della società. In realtà, l’episodio di ieri si iscrive nella lista delle violenze degli ultimi 30 anni a danno di cattolici, poliziotti, intellettuali e spiriti liberi che osano opporsi alla sharia, al burka, ai ghetti e alla coranizzazione delle banlieue, delle scuole e della società francese nel suo insieme.
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.
Papa Leone XIV (Ansa)
Tutti si aspettavano che Leone XIV sanasse la dolorosa questione delle discriminazioni nei confronti dei cattolici che frequentano il Rito antico della messa o Vetus Ordo o messa tridentina, il quale rappresentò l’oggetto del primo motu proprio emanato da Benedetto XVI appena salito al trono, quel Summorum pontificum che, dopo decenni di statuto incerto, proibizioni e abusi punitivi, ribadiva la piena legittimità del Rito antico e dell’ultima edizione del Messale preconciliare «mai abrogato». Proprio con questa espressione Benedetto XVI intese ribadire un concetto teologico molto chiaro e una norma canonica altrettanto innegabile: la Chiesa non può contraddire la Tradizione e nessuna norma può abrogare ciò che è stato costituito come «inemendabile» ex cathedra come San Pio V fece a proposito della forma canonica della messa cattolica con l’enciclica Quo primum tempore nel 1570. E malgrado quanto sostenuto da qualche liturgista improvvisato, rimasto di moda giusto nel periodo di Santa Marta, mai nessuno, tantomeno il Concilio, ha sostenuto che il Rito antico non valesse più e che la nuova messa postconciliare fosse l’unica valida e lecita. Bergoglio, che di liturgia poco si interessava e che sul tema fu severo censore, consigliato da chi sosteneva che a frequentare la messa in latino fossero i suoi nemici politici che «mormoravano contro di lui», irritualmente e sorprendentemente mise in discussione le profonde e sagge conclusioni del suo predecessore con il motu proprio Traditionis Custodes, facendo tornare sostanzialmente il Rito antico a una condizione giuridica strettamente postconciliare previo permesso esplicito dei vescovi per ogni celebrazione e rendendo pressoché impossibile la somministrazione dei sacramenti nonché annullando i riti della Settimana santa. È però anche vero che -narrano le cronache di Santa Marta - quando qualche zelante consigliere sottopose a Bergoglio l’atto finale per la proibizione definitiva del Rito antico perché «frequentato da troppi giovani», il gesuita drizzò le orecchie e di fronte a tanta ostentata urgenza si rifiutò di firmare, intuendo che le ragioni della politica sopravanzavano quelle della liturgia e della Chiesa.
Ieri Leone XIV ha usato parole molto chiare parlando appunto di «ferita dolorosa riguardante la celebrazione della messa, sacramento stesso dell’unità», dichiarandosi «particolarmente attento» di fronte al fenomeno della crescita delle comunità tradizionaliste ed auspicando «un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità; un modo di guardare che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede». Ancora una volta Leone XIV dimostra tutta la sua competenza affrontando il cuore della questione per come fu presentato da Marcel Lefebvre a Paolo VI in termini sostanzialmente incontestabili: «Santità, perché tolleranza con tutti tranne che con noi?». Leone XIV auspica «soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio», sbilanciandosi direttamente sul tema come mai nessun pontefice postconciliare ha fatto in termini così diretti. E lo ha fatto citando lo stesso Concilio, proprio secondo gli aspetti che nel corso dei decenni si sono mostrati maggiormente funzionali a tutti coloro che si sono visti autorizzati alle più varie e spesso fantasiose sperimentazioni.
Stando strettamente al richiamo di Leone XIV, per come inteso dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, nulla osterebbe affinché, ovunque vi fosse un’esigenza pastorale, si usasse il Rito antico senza limiti fin da ora, ma sarebbe ingenuo cadere in facili ottimismi ignorando la contrarietà di molti episcopati e le resistenze degli ultimi modernisti in Curia. Questa rinnovata ermeneutica dell’accoglienza ha un chiaro significato pastorale ed è quello del filo che dalla commissione Ecclesia Dei istituita da Giovanni Paolo II ha poi proseguito nell’apertura di Benedetto XVI e viene oggi riannodato attraverso la riacquisita centralità della norma «lex orandi, lex credendi» che i milioni di frequentatori del Vetus Ordo nel mondo stanno ribadendo con la loro presenza e le loro adesioni.
La scelta della Francia non è stata un caso: Francia, Stati Uniti e Italia sono infatti i luoghi dove la rinascita liturgica cattolica è più presente, una rinascita che, al contrario di quanto poteva avvenire anni fa, non rappresenta più una semplice zattera di sopravvivenza e di preservazione di un antico tesoro ma si pone ormai ovunque come vero e proprio motivo di interesse e stimolo anche per tutti coloro che non possono non sentirsi toccati dal sacro pur vivendo nel mondo del nichilismo instaurato.
Continua a leggereRiduci
Lo ha dichiarato l'eurodeputato della Lega durante un punto stampa al Parlamento europeo a Bruxelles.