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2022-04-29
La foga lascia spazio al realismo. L’Onu: «Solo Putin può dire basta»
Antonio Guterres (Ansa)
Mentre Kiev ha reso noto che l’offensiva orientale russa si sta intensificando, non si fermano i tentativi di mediazione. Ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era in Ucraina, dopo la visita a Mosca effettuata martedì scorso. «La guerra non finirà con gli incontri ma quando la Russia deciderà di mettervi fine e quando ci sarà, dopo un cessate il fuoco, la possibilità di un vero accordo politico», ha detto Guterres, che ha in particolare visitato Bucha, Irpin e Borodjanka: aree in cui i russi sono accusati di aver commesso crimini di guerra. «Questa distruzione è inaccettabile nel XXI secolo», ha chiosato, chiedendo inoltre a Mosca di collaborare con la Corte penale internazionale. Il segretario generale ha incontrato successivamente Volodymyr Zelensky a Kiev: nell’occasione, ha assicurato al presidente ucraino di stare facendo «tutto il possibile» per l’evacuazione di Mariupol. «Il Consiglio di sicurezza non ha fatto tutto ciò che era in suo potere per prevenire e porre fine a questa guerra», ha aggiunto. Durante l’incontro tra i due, ieri sera, si sono verificate delle esplosioni nella Capitale.
Proseguono nel mentre i tentativi di mediazione di Ankara, che spera ancora di poter organizzare un vertice tra lo stesso Zelensky e Vladimir Putin. Tayyip Erdogan ha in tal senso avuto una nuova nuova telefonata col leader russo, invocando «una pace duratura nella regione il prima possibile». Nel corso della conversazione, Putin ha ringraziato Erdogan per il ruolo svolto nello scambio di prigionieri, avvenuto l’altro ieri, tra Stati Uniti e Russia. Anche l’Italia, pur ribadendo fermo sostegno a Kiev, non ha chiuso alla soluzione diplomatica. «Non c’è alcuna minima sicurezza che fermando il supporto all’Ucraina, Putin si fermi. Dobbiamo tenerlo presente altrimenti rischiamo di fare facile retorica», ha detto ieri Luigi Di Maio. «Il vertice di Ramstein ha rappresentato un’ulteriore evoluzione nel coordinamento del sostegno all’Ucraina. Allo stesso tempo abbiamo l’obiettivo di raggiungere la pace attraverso una soluzione diplomatica», ha proseguito. Sempre ieri, si è tenuto uno scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca, mentre Mario Draghi ha avuto una telefonata con il premier canadese, Justin Trudeau: i due leader hanno parlato di crisi ucraina e coesione transatlantica, oltre a sicurezza energetica e alimentare.
Nonostante questi segnali distensivi, le posizioni restano ancora lontane. Joe Biden ha chiesto ieri al Congresso di stanziare ulteriori 33 miliardi di dollari di assistenza a Kiev, di cui oltre la metà è costituita da aiuti militari. «Non stiamo attaccando la Russia. Stiamo aiutando l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa e, proprio come Putin ha scelto di avviare questa brutale invasione, potrebbe fare la scelta di porvi fine», ha detto l’inquilino della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Nessuno dovrebbe fare commenti inutili sull’uso delle armi nucleari o sulla possibilità della necessità di usarle». Parole, queste, da leggersi come una stoccata al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, il quale alcuni giorni fa aveva detto che l’eventualità di un conflitto nucleare risultava «reale». «La tendenza a mandare armi, comprese quelle pesanti in Ucraina: queste sono le azioni che minacciano la sicurezza del continente e provocano instabilità», aveva affermato, poche ore prima del discorso di Biden, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. La Cnn ha comunque riferito che l’approvazione del nuovo pacchetto di aiuti da parte del Congresso potrebbe richiedere del tempo. Gli Usa hanno nel frattempo accusato Mosca di voler sovvertire la democrazia in Ucraina. «Abbiamo informazioni che la pianificazione della Russia per la sua ulteriore invasione dell’Ucraina include una capitolazione forzata del governo democraticamente eletto dell’Ucraina, incluso lo scioglimento di tutti i governi municipali locali», ha dichiarato l’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, che ha definito l’invasione russa «un’impresa assolutamente barbarica». L’Ue non ha nel frattempo trovato ancora l’unanimità sull’embargo energetico a Mosca: a riferirlo è stato l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell.
Si registrano intanto nuove tensioni tra la Nato e l’asse sino-russo. «Se decideranno di candidarsi, Finlandia e Svezia saranno accolte calorosamente e mi aspetto che il processo proceda rapidamente», ha detto ieri il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg. Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha attaccato l’Alleanza, definendola «uno strumento di singoli Paesi per cercare l’egemonia». Poco prima, il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, aveva chiesto al Dragone di «rispettare le regole internazionali». Queste critiche incrociate evidenziano come il conflitto ucraino abbia una dimensione geopolitica di vasta portata.
L’avanzata dei russi cambia marcia
Le truppe ucraine iniziano a perdere terreno nel Donbass, dove non si arresta l’avanzata russa, anzi riprende vigore dopo l’arrivo di un unico responsabile di tutte le operazioni: il generale Alexander Dvornikov, che aveva già guidato l’intervento in Siria. Sono ormai diversi i villaggi e gli insediamenti catturati dall’esercito russo, mentre altri cominciano a trovarsi «scoperti» sulla linea d’attacco.
Il rafforzamento di mezzi e uomini sul fronte di Izjum per lanciare un’offensiva massiccia sul Donbass viene confermato finanche dallo Stato maggiore delle forze armate dell’Ucraina. «Le forze russe hanno spostato unità aeree e fino a 500 unità di attrezzature militari verso Izjum per rafforzare le loro capacità offensive. L’obiettivo di Mosca è prendere il pieno controllo delle regioni del Donetsk e del Lugansk, nonché mantenere un corridoio con la Crimea occupata. L’offensiva più massiccia si registra a Slobozhanskyi e nella direzione del Donetsk», è l’aggiornamento dello Stato maggiore. Proprio nell’area di Izjum, i russi sono riusciti ad avanzare su diversi villaggi come Velyka Komyshuvakha e Zavody, mentre nell’area di Severodonetsk hanno preso Novotoshkivske. Le forze di Mosca stanno procedendo a infiltrarsi verso l’interno, appunto, dalla zona di Izjum e da quella di Lyman. Da quest’ultima direzione l’avanzata procede spedita e risultano pesanti perdite ucraine.
Mentre Mosca tenta di prendere il controllo definitivo nel Donbass, dalle zone separatiste arriva il contributo ritenuto necessario per spezzare la resistenza ucraina. Oltre 100 prigionieri di guerra ucraini sono stati infatti arrestati nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, come annunciato dal ministro della Giustizia del governo separatista, Yury Sirovatko. «Abbiamo prove dei loro crimini. Adesso attenderanno la decisione della corte sul loro destino», ha dichiarato Sirovatko. In ogni caso, nella repubblica separatista di Donetsk è per il momento stata annullata la parata della vittoria che cade il 9 maggio. Il leader dei separatisti di Donetsk, Denis Pushilin, ha annunciato che l’appuntamento si terrà «quando l’intera regione di Donetsk sarà stata liberata», giustificando lo spostamento della data con la possibilità che «le forze ucraine possano provocare intenzionalmente danni alla folla radunata per l’occasione».
Spostandoci verso la costa, rimane tragica la condizione di Mariupol. Secondo gli Usa gli invasori iniziano a lasciare la città senza averla conquistata. Le immagini satellitari mostrano però che gli attacchi russi si sono intensificati nell’acciaieria Azovstal. Si stima che circa 1.000 civili siano nell’acciaieria insieme a circa 2.000 combattenti ucraini. Sempre da Mariupol continuano ad arrivare denunce sull’utilizzo di bombe al fosforo nel corso di «50 attacchi aerei, razzi, colpi di artiglieria e tutto ciò che un barbaro può usare contro l’umanità»: queste le parole del vicecomandante del battaglione Azov, Svyatoslav Palamar.
Sembra cedere anche l’oblast di Zaporizha, dove Novosilka è stata conquistata dai russi. Questi ultimi hanno colpito con i missili la città di Zaporizhzhia, provocando tre vittime, tra cui un bambino. Veloci sono stati i progressi delle truppe di Mosca anche in direzione di Mykolaiv, obiettivo strategico in quanto la sua conquista aprirebbe la strada verso Odessa. Preoccupazioni si fanno sentire anche a Leopoli, con il governatore Maksym Kozytskyi che ha reso noto come nella regione sia scattato un allarme aereo per la minaccia di un attacco missilistico da Sudest dal Mar Nero.
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Antonio Guterres incontra Volodymyr Zelensky mentre cadono i missili e fa mea culpa: «Il Consiglio di sicurezza ha fallito». Joe Biden chiede 33 miliardi per Kiev, ma esclude lo scontro nucleare. Luigi Di Maio: «Serve un’intesa diplomatica».Gli invasi arretrano nel Donbass. La parata del 9 maggio a Donetsk viene però rinviata per sicurezza. Azovstal sotto assedio. L’Ucraina denuncia: «Usate bombe al fosforo».Lo speciale contiene due articoliMentre Kiev ha reso noto che l’offensiva orientale russa si sta intensificando, non si fermano i tentativi di mediazione. Ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era in Ucraina, dopo la visita a Mosca effettuata martedì scorso. «La guerra non finirà con gli incontri ma quando la Russia deciderà di mettervi fine e quando ci sarà, dopo un cessate il fuoco, la possibilità di un vero accordo politico», ha detto Guterres, che ha in particolare visitato Bucha, Irpin e Borodjanka: aree in cui i russi sono accusati di aver commesso crimini di guerra. «Questa distruzione è inaccettabile nel XXI secolo», ha chiosato, chiedendo inoltre a Mosca di collaborare con la Corte penale internazionale. Il segretario generale ha incontrato successivamente Volodymyr Zelensky a Kiev: nell’occasione, ha assicurato al presidente ucraino di stare facendo «tutto il possibile» per l’evacuazione di Mariupol. «Il Consiglio di sicurezza non ha fatto tutto ciò che era in suo potere per prevenire e porre fine a questa guerra», ha aggiunto. Durante l’incontro tra i due, ieri sera, si sono verificate delle esplosioni nella Capitale. Proseguono nel mentre i tentativi di mediazione di Ankara, che spera ancora di poter organizzare un vertice tra lo stesso Zelensky e Vladimir Putin. Tayyip Erdogan ha in tal senso avuto una nuova nuova telefonata col leader russo, invocando «una pace duratura nella regione il prima possibile». Nel corso della conversazione, Putin ha ringraziato Erdogan per il ruolo svolto nello scambio di prigionieri, avvenuto l’altro ieri, tra Stati Uniti e Russia. Anche l’Italia, pur ribadendo fermo sostegno a Kiev, non ha chiuso alla soluzione diplomatica. «Non c’è alcuna minima sicurezza che fermando il supporto all’Ucraina, Putin si fermi. Dobbiamo tenerlo presente altrimenti rischiamo di fare facile retorica», ha detto ieri Luigi Di Maio. «Il vertice di Ramstein ha rappresentato un’ulteriore evoluzione nel coordinamento del sostegno all’Ucraina. Allo stesso tempo abbiamo l’obiettivo di raggiungere la pace attraverso una soluzione diplomatica», ha proseguito. Sempre ieri, si è tenuto uno scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca, mentre Mario Draghi ha avuto una telefonata con il premier canadese, Justin Trudeau: i due leader hanno parlato di crisi ucraina e coesione transatlantica, oltre a sicurezza energetica e alimentare. Nonostante questi segnali distensivi, le posizioni restano ancora lontane. Joe Biden ha chiesto ieri al Congresso di stanziare ulteriori 33 miliardi di dollari di assistenza a Kiev, di cui oltre la metà è costituita da aiuti militari. «Non stiamo attaccando la Russia. Stiamo aiutando l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa e, proprio come Putin ha scelto di avviare questa brutale invasione, potrebbe fare la scelta di porvi fine», ha detto l’inquilino della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Nessuno dovrebbe fare commenti inutili sull’uso delle armi nucleari o sulla possibilità della necessità di usarle». Parole, queste, da leggersi come una stoccata al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, il quale alcuni giorni fa aveva detto che l’eventualità di un conflitto nucleare risultava «reale». «La tendenza a mandare armi, comprese quelle pesanti in Ucraina: queste sono le azioni che minacciano la sicurezza del continente e provocano instabilità», aveva affermato, poche ore prima del discorso di Biden, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. La Cnn ha comunque riferito che l’approvazione del nuovo pacchetto di aiuti da parte del Congresso potrebbe richiedere del tempo. Gli Usa hanno nel frattempo accusato Mosca di voler sovvertire la democrazia in Ucraina. «Abbiamo informazioni che la pianificazione della Russia per la sua ulteriore invasione dell’Ucraina include una capitolazione forzata del governo democraticamente eletto dell’Ucraina, incluso lo scioglimento di tutti i governi municipali locali», ha dichiarato l’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, che ha definito l’invasione russa «un’impresa assolutamente barbarica». L’Ue non ha nel frattempo trovato ancora l’unanimità sull’embargo energetico a Mosca: a riferirlo è stato l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell. Si registrano intanto nuove tensioni tra la Nato e l’asse sino-russo. «Se decideranno di candidarsi, Finlandia e Svezia saranno accolte calorosamente e mi aspetto che il processo proceda rapidamente», ha detto ieri il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg. Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha attaccato l’Alleanza, definendola «uno strumento di singoli Paesi per cercare l’egemonia». Poco prima, il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, aveva chiesto al Dragone di «rispettare le regole internazionali». Queste critiche incrociate evidenziano come il conflitto ucraino abbia una dimensione geopolitica di vasta portata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-foga-lascia-spazio-al-realismo-lonu-solo-putin-puo-dire-basta-2657232885.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavanzata-dei-russi-cambia-marcia" data-post-id="2657232885" data-published-at="1651171943" data-use-pagination="False"> L’avanzata dei russi cambia marcia Le truppe ucraine iniziano a perdere terreno nel Donbass, dove non si arresta l’avanzata russa, anzi riprende vigore dopo l’arrivo di un unico responsabile di tutte le operazioni: il generale Alexander Dvornikov, che aveva già guidato l’intervento in Siria. Sono ormai diversi i villaggi e gli insediamenti catturati dall’esercito russo, mentre altri cominciano a trovarsi «scoperti» sulla linea d’attacco. Il rafforzamento di mezzi e uomini sul fronte di Izjum per lanciare un’offensiva massiccia sul Donbass viene confermato finanche dallo Stato maggiore delle forze armate dell’Ucraina. «Le forze russe hanno spostato unità aeree e fino a 500 unità di attrezzature militari verso Izjum per rafforzare le loro capacità offensive. L’obiettivo di Mosca è prendere il pieno controllo delle regioni del Donetsk e del Lugansk, nonché mantenere un corridoio con la Crimea occupata. L’offensiva più massiccia si registra a Slobozhanskyi e nella direzione del Donetsk», è l’aggiornamento dello Stato maggiore. Proprio nell’area di Izjum, i russi sono riusciti ad avanzare su diversi villaggi come Velyka Komyshuvakha e Zavody, mentre nell’area di Severodonetsk hanno preso Novotoshkivske. Le forze di Mosca stanno procedendo a infiltrarsi verso l’interno, appunto, dalla zona di Izjum e da quella di Lyman. Da quest’ultima direzione l’avanzata procede spedita e risultano pesanti perdite ucraine. Mentre Mosca tenta di prendere il controllo definitivo nel Donbass, dalle zone separatiste arriva il contributo ritenuto necessario per spezzare la resistenza ucraina. Oltre 100 prigionieri di guerra ucraini sono stati infatti arrestati nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, come annunciato dal ministro della Giustizia del governo separatista, Yury Sirovatko. «Abbiamo prove dei loro crimini. Adesso attenderanno la decisione della corte sul loro destino», ha dichiarato Sirovatko. In ogni caso, nella repubblica separatista di Donetsk è per il momento stata annullata la parata della vittoria che cade il 9 maggio. Il leader dei separatisti di Donetsk, Denis Pushilin, ha annunciato che l’appuntamento si terrà «quando l’intera regione di Donetsk sarà stata liberata», giustificando lo spostamento della data con la possibilità che «le forze ucraine possano provocare intenzionalmente danni alla folla radunata per l’occasione». Spostandoci verso la costa, rimane tragica la condizione di Mariupol. Secondo gli Usa gli invasori iniziano a lasciare la città senza averla conquistata. Le immagini satellitari mostrano però che gli attacchi russi si sono intensificati nell’acciaieria Azovstal. Si stima che circa 1.000 civili siano nell’acciaieria insieme a circa 2.000 combattenti ucraini. Sempre da Mariupol continuano ad arrivare denunce sull’utilizzo di bombe al fosforo nel corso di «50 attacchi aerei, razzi, colpi di artiglieria e tutto ciò che un barbaro può usare contro l’umanità»: queste le parole del vicecomandante del battaglione Azov, Svyatoslav Palamar. Sembra cedere anche l’oblast di Zaporizha, dove Novosilka è stata conquistata dai russi. Questi ultimi hanno colpito con i missili la città di Zaporizhzhia, provocando tre vittime, tra cui un bambino. Veloci sono stati i progressi delle truppe di Mosca anche in direzione di Mykolaiv, obiettivo strategico in quanto la sua conquista aprirebbe la strada verso Odessa. Preoccupazioni si fanno sentire anche a Leopoli, con il governatore Maksym Kozytskyi che ha reso noto come nella regione sia scattato un allarme aereo per la minaccia di un attacco missilistico da Sudest dal Mar Nero.
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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