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2022-04-29
La foga lascia spazio al realismo. L’Onu: «Solo Putin può dire basta»
Antonio Guterres (Ansa)
Mentre Kiev ha reso noto che l’offensiva orientale russa si sta intensificando, non si fermano i tentativi di mediazione. Ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era in Ucraina, dopo la visita a Mosca effettuata martedì scorso. «La guerra non finirà con gli incontri ma quando la Russia deciderà di mettervi fine e quando ci sarà, dopo un cessate il fuoco, la possibilità di un vero accordo politico», ha detto Guterres, che ha in particolare visitato Bucha, Irpin e Borodjanka: aree in cui i russi sono accusati di aver commesso crimini di guerra. «Questa distruzione è inaccettabile nel XXI secolo», ha chiosato, chiedendo inoltre a Mosca di collaborare con la Corte penale internazionale. Il segretario generale ha incontrato successivamente Volodymyr Zelensky a Kiev: nell’occasione, ha assicurato al presidente ucraino di stare facendo «tutto il possibile» per l’evacuazione di Mariupol. «Il Consiglio di sicurezza non ha fatto tutto ciò che era in suo potere per prevenire e porre fine a questa guerra», ha aggiunto. Durante l’incontro tra i due, ieri sera, si sono verificate delle esplosioni nella Capitale.
Proseguono nel mentre i tentativi di mediazione di Ankara, che spera ancora di poter organizzare un vertice tra lo stesso Zelensky e Vladimir Putin. Tayyip Erdogan ha in tal senso avuto una nuova nuova telefonata col leader russo, invocando «una pace duratura nella regione il prima possibile». Nel corso della conversazione, Putin ha ringraziato Erdogan per il ruolo svolto nello scambio di prigionieri, avvenuto l’altro ieri, tra Stati Uniti e Russia. Anche l’Italia, pur ribadendo fermo sostegno a Kiev, non ha chiuso alla soluzione diplomatica. «Non c’è alcuna minima sicurezza che fermando il supporto all’Ucraina, Putin si fermi. Dobbiamo tenerlo presente altrimenti rischiamo di fare facile retorica», ha detto ieri Luigi Di Maio. «Il vertice di Ramstein ha rappresentato un’ulteriore evoluzione nel coordinamento del sostegno all’Ucraina. Allo stesso tempo abbiamo l’obiettivo di raggiungere la pace attraverso una soluzione diplomatica», ha proseguito. Sempre ieri, si è tenuto uno scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca, mentre Mario Draghi ha avuto una telefonata con il premier canadese, Justin Trudeau: i due leader hanno parlato di crisi ucraina e coesione transatlantica, oltre a sicurezza energetica e alimentare.
Nonostante questi segnali distensivi, le posizioni restano ancora lontane. Joe Biden ha chiesto ieri al Congresso di stanziare ulteriori 33 miliardi di dollari di assistenza a Kiev, di cui oltre la metà è costituita da aiuti militari. «Non stiamo attaccando la Russia. Stiamo aiutando l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa e, proprio come Putin ha scelto di avviare questa brutale invasione, potrebbe fare la scelta di porvi fine», ha detto l’inquilino della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Nessuno dovrebbe fare commenti inutili sull’uso delle armi nucleari o sulla possibilità della necessità di usarle». Parole, queste, da leggersi come una stoccata al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, il quale alcuni giorni fa aveva detto che l’eventualità di un conflitto nucleare risultava «reale». «La tendenza a mandare armi, comprese quelle pesanti in Ucraina: queste sono le azioni che minacciano la sicurezza del continente e provocano instabilità», aveva affermato, poche ore prima del discorso di Biden, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. La Cnn ha comunque riferito che l’approvazione del nuovo pacchetto di aiuti da parte del Congresso potrebbe richiedere del tempo. Gli Usa hanno nel frattempo accusato Mosca di voler sovvertire la democrazia in Ucraina. «Abbiamo informazioni che la pianificazione della Russia per la sua ulteriore invasione dell’Ucraina include una capitolazione forzata del governo democraticamente eletto dell’Ucraina, incluso lo scioglimento di tutti i governi municipali locali», ha dichiarato l’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, che ha definito l’invasione russa «un’impresa assolutamente barbarica». L’Ue non ha nel frattempo trovato ancora l’unanimità sull’embargo energetico a Mosca: a riferirlo è stato l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell.
Si registrano intanto nuove tensioni tra la Nato e l’asse sino-russo. «Se decideranno di candidarsi, Finlandia e Svezia saranno accolte calorosamente e mi aspetto che il processo proceda rapidamente», ha detto ieri il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg. Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha attaccato l’Alleanza, definendola «uno strumento di singoli Paesi per cercare l’egemonia». Poco prima, il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, aveva chiesto al Dragone di «rispettare le regole internazionali». Queste critiche incrociate evidenziano come il conflitto ucraino abbia una dimensione geopolitica di vasta portata.
L’avanzata dei russi cambia marcia
Le truppe ucraine iniziano a perdere terreno nel Donbass, dove non si arresta l’avanzata russa, anzi riprende vigore dopo l’arrivo di un unico responsabile di tutte le operazioni: il generale Alexander Dvornikov, che aveva già guidato l’intervento in Siria. Sono ormai diversi i villaggi e gli insediamenti catturati dall’esercito russo, mentre altri cominciano a trovarsi «scoperti» sulla linea d’attacco.
Il rafforzamento di mezzi e uomini sul fronte di Izjum per lanciare un’offensiva massiccia sul Donbass viene confermato finanche dallo Stato maggiore delle forze armate dell’Ucraina. «Le forze russe hanno spostato unità aeree e fino a 500 unità di attrezzature militari verso Izjum per rafforzare le loro capacità offensive. L’obiettivo di Mosca è prendere il pieno controllo delle regioni del Donetsk e del Lugansk, nonché mantenere un corridoio con la Crimea occupata. L’offensiva più massiccia si registra a Slobozhanskyi e nella direzione del Donetsk», è l’aggiornamento dello Stato maggiore. Proprio nell’area di Izjum, i russi sono riusciti ad avanzare su diversi villaggi come Velyka Komyshuvakha e Zavody, mentre nell’area di Severodonetsk hanno preso Novotoshkivske. Le forze di Mosca stanno procedendo a infiltrarsi verso l’interno, appunto, dalla zona di Izjum e da quella di Lyman. Da quest’ultima direzione l’avanzata procede spedita e risultano pesanti perdite ucraine.
Mentre Mosca tenta di prendere il controllo definitivo nel Donbass, dalle zone separatiste arriva il contributo ritenuto necessario per spezzare la resistenza ucraina. Oltre 100 prigionieri di guerra ucraini sono stati infatti arrestati nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, come annunciato dal ministro della Giustizia del governo separatista, Yury Sirovatko. «Abbiamo prove dei loro crimini. Adesso attenderanno la decisione della corte sul loro destino», ha dichiarato Sirovatko. In ogni caso, nella repubblica separatista di Donetsk è per il momento stata annullata la parata della vittoria che cade il 9 maggio. Il leader dei separatisti di Donetsk, Denis Pushilin, ha annunciato che l’appuntamento si terrà «quando l’intera regione di Donetsk sarà stata liberata», giustificando lo spostamento della data con la possibilità che «le forze ucraine possano provocare intenzionalmente danni alla folla radunata per l’occasione».
Spostandoci verso la costa, rimane tragica la condizione di Mariupol. Secondo gli Usa gli invasori iniziano a lasciare la città senza averla conquistata. Le immagini satellitari mostrano però che gli attacchi russi si sono intensificati nell’acciaieria Azovstal. Si stima che circa 1.000 civili siano nell’acciaieria insieme a circa 2.000 combattenti ucraini. Sempre da Mariupol continuano ad arrivare denunce sull’utilizzo di bombe al fosforo nel corso di «50 attacchi aerei, razzi, colpi di artiglieria e tutto ciò che un barbaro può usare contro l’umanità»: queste le parole del vicecomandante del battaglione Azov, Svyatoslav Palamar.
Sembra cedere anche l’oblast di Zaporizha, dove Novosilka è stata conquistata dai russi. Questi ultimi hanno colpito con i missili la città di Zaporizhzhia, provocando tre vittime, tra cui un bambino. Veloci sono stati i progressi delle truppe di Mosca anche in direzione di Mykolaiv, obiettivo strategico in quanto la sua conquista aprirebbe la strada verso Odessa. Preoccupazioni si fanno sentire anche a Leopoli, con il governatore Maksym Kozytskyi che ha reso noto come nella regione sia scattato un allarme aereo per la minaccia di un attacco missilistico da Sudest dal Mar Nero.
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Antonio Guterres incontra Volodymyr Zelensky mentre cadono i missili e fa mea culpa: «Il Consiglio di sicurezza ha fallito». Joe Biden chiede 33 miliardi per Kiev, ma esclude lo scontro nucleare. Luigi Di Maio: «Serve un’intesa diplomatica».Gli invasi arretrano nel Donbass. La parata del 9 maggio a Donetsk viene però rinviata per sicurezza. Azovstal sotto assedio. L’Ucraina denuncia: «Usate bombe al fosforo».Lo speciale contiene due articoliMentre Kiev ha reso noto che l’offensiva orientale russa si sta intensificando, non si fermano i tentativi di mediazione. Ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era in Ucraina, dopo la visita a Mosca effettuata martedì scorso. «La guerra non finirà con gli incontri ma quando la Russia deciderà di mettervi fine e quando ci sarà, dopo un cessate il fuoco, la possibilità di un vero accordo politico», ha detto Guterres, che ha in particolare visitato Bucha, Irpin e Borodjanka: aree in cui i russi sono accusati di aver commesso crimini di guerra. «Questa distruzione è inaccettabile nel XXI secolo», ha chiosato, chiedendo inoltre a Mosca di collaborare con la Corte penale internazionale. Il segretario generale ha incontrato successivamente Volodymyr Zelensky a Kiev: nell’occasione, ha assicurato al presidente ucraino di stare facendo «tutto il possibile» per l’evacuazione di Mariupol. «Il Consiglio di sicurezza non ha fatto tutto ciò che era in suo potere per prevenire e porre fine a questa guerra», ha aggiunto. Durante l’incontro tra i due, ieri sera, si sono verificate delle esplosioni nella Capitale. Proseguono nel mentre i tentativi di mediazione di Ankara, che spera ancora di poter organizzare un vertice tra lo stesso Zelensky e Vladimir Putin. Tayyip Erdogan ha in tal senso avuto una nuova nuova telefonata col leader russo, invocando «una pace duratura nella regione il prima possibile». Nel corso della conversazione, Putin ha ringraziato Erdogan per il ruolo svolto nello scambio di prigionieri, avvenuto l’altro ieri, tra Stati Uniti e Russia. Anche l’Italia, pur ribadendo fermo sostegno a Kiev, non ha chiuso alla soluzione diplomatica. «Non c’è alcuna minima sicurezza che fermando il supporto all’Ucraina, Putin si fermi. Dobbiamo tenerlo presente altrimenti rischiamo di fare facile retorica», ha detto ieri Luigi Di Maio. «Il vertice di Ramstein ha rappresentato un’ulteriore evoluzione nel coordinamento del sostegno all’Ucraina. Allo stesso tempo abbiamo l’obiettivo di raggiungere la pace attraverso una soluzione diplomatica», ha proseguito. Sempre ieri, si è tenuto uno scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca, mentre Mario Draghi ha avuto una telefonata con il premier canadese, Justin Trudeau: i due leader hanno parlato di crisi ucraina e coesione transatlantica, oltre a sicurezza energetica e alimentare. Nonostante questi segnali distensivi, le posizioni restano ancora lontane. Joe Biden ha chiesto ieri al Congresso di stanziare ulteriori 33 miliardi di dollari di assistenza a Kiev, di cui oltre la metà è costituita da aiuti militari. «Non stiamo attaccando la Russia. Stiamo aiutando l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa e, proprio come Putin ha scelto di avviare questa brutale invasione, potrebbe fare la scelta di porvi fine», ha detto l’inquilino della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Nessuno dovrebbe fare commenti inutili sull’uso delle armi nucleari o sulla possibilità della necessità di usarle». Parole, queste, da leggersi come una stoccata al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, il quale alcuni giorni fa aveva detto che l’eventualità di un conflitto nucleare risultava «reale». «La tendenza a mandare armi, comprese quelle pesanti in Ucraina: queste sono le azioni che minacciano la sicurezza del continente e provocano instabilità», aveva affermato, poche ore prima del discorso di Biden, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. La Cnn ha comunque riferito che l’approvazione del nuovo pacchetto di aiuti da parte del Congresso potrebbe richiedere del tempo. Gli Usa hanno nel frattempo accusato Mosca di voler sovvertire la democrazia in Ucraina. «Abbiamo informazioni che la pianificazione della Russia per la sua ulteriore invasione dell’Ucraina include una capitolazione forzata del governo democraticamente eletto dell’Ucraina, incluso lo scioglimento di tutti i governi municipali locali», ha dichiarato l’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, che ha definito l’invasione russa «un’impresa assolutamente barbarica». L’Ue non ha nel frattempo trovato ancora l’unanimità sull’embargo energetico a Mosca: a riferirlo è stato l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell. Si registrano intanto nuove tensioni tra la Nato e l’asse sino-russo. «Se decideranno di candidarsi, Finlandia e Svezia saranno accolte calorosamente e mi aspetto che il processo proceda rapidamente», ha detto ieri il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg. Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha attaccato l’Alleanza, definendola «uno strumento di singoli Paesi per cercare l’egemonia». Poco prima, il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, aveva chiesto al Dragone di «rispettare le regole internazionali». Queste critiche incrociate evidenziano come il conflitto ucraino abbia una dimensione geopolitica di vasta portata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-foga-lascia-spazio-al-realismo-lonu-solo-putin-puo-dire-basta-2657232885.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavanzata-dei-russi-cambia-marcia" data-post-id="2657232885" data-published-at="1651171943" data-use-pagination="False"> L’avanzata dei russi cambia marcia Le truppe ucraine iniziano a perdere terreno nel Donbass, dove non si arresta l’avanzata russa, anzi riprende vigore dopo l’arrivo di un unico responsabile di tutte le operazioni: il generale Alexander Dvornikov, che aveva già guidato l’intervento in Siria. Sono ormai diversi i villaggi e gli insediamenti catturati dall’esercito russo, mentre altri cominciano a trovarsi «scoperti» sulla linea d’attacco. Il rafforzamento di mezzi e uomini sul fronte di Izjum per lanciare un’offensiva massiccia sul Donbass viene confermato finanche dallo Stato maggiore delle forze armate dell’Ucraina. «Le forze russe hanno spostato unità aeree e fino a 500 unità di attrezzature militari verso Izjum per rafforzare le loro capacità offensive. L’obiettivo di Mosca è prendere il pieno controllo delle regioni del Donetsk e del Lugansk, nonché mantenere un corridoio con la Crimea occupata. L’offensiva più massiccia si registra a Slobozhanskyi e nella direzione del Donetsk», è l’aggiornamento dello Stato maggiore. Proprio nell’area di Izjum, i russi sono riusciti ad avanzare su diversi villaggi come Velyka Komyshuvakha e Zavody, mentre nell’area di Severodonetsk hanno preso Novotoshkivske. Le forze di Mosca stanno procedendo a infiltrarsi verso l’interno, appunto, dalla zona di Izjum e da quella di Lyman. Da quest’ultima direzione l’avanzata procede spedita e risultano pesanti perdite ucraine. Mentre Mosca tenta di prendere il controllo definitivo nel Donbass, dalle zone separatiste arriva il contributo ritenuto necessario per spezzare la resistenza ucraina. Oltre 100 prigionieri di guerra ucraini sono stati infatti arrestati nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, come annunciato dal ministro della Giustizia del governo separatista, Yury Sirovatko. «Abbiamo prove dei loro crimini. Adesso attenderanno la decisione della corte sul loro destino», ha dichiarato Sirovatko. In ogni caso, nella repubblica separatista di Donetsk è per il momento stata annullata la parata della vittoria che cade il 9 maggio. Il leader dei separatisti di Donetsk, Denis Pushilin, ha annunciato che l’appuntamento si terrà «quando l’intera regione di Donetsk sarà stata liberata», giustificando lo spostamento della data con la possibilità che «le forze ucraine possano provocare intenzionalmente danni alla folla radunata per l’occasione». Spostandoci verso la costa, rimane tragica la condizione di Mariupol. Secondo gli Usa gli invasori iniziano a lasciare la città senza averla conquistata. Le immagini satellitari mostrano però che gli attacchi russi si sono intensificati nell’acciaieria Azovstal. Si stima che circa 1.000 civili siano nell’acciaieria insieme a circa 2.000 combattenti ucraini. Sempre da Mariupol continuano ad arrivare denunce sull’utilizzo di bombe al fosforo nel corso di «50 attacchi aerei, razzi, colpi di artiglieria e tutto ciò che un barbaro può usare contro l’umanità»: queste le parole del vicecomandante del battaglione Azov, Svyatoslav Palamar. Sembra cedere anche l’oblast di Zaporizha, dove Novosilka è stata conquistata dai russi. Questi ultimi hanno colpito con i missili la città di Zaporizhzhia, provocando tre vittime, tra cui un bambino. Veloci sono stati i progressi delle truppe di Mosca anche in direzione di Mykolaiv, obiettivo strategico in quanto la sua conquista aprirebbe la strada verso Odessa. Preoccupazioni si fanno sentire anche a Leopoli, con il governatore Maksym Kozytskyi che ha reso noto come nella regione sia scattato un allarme aereo per la minaccia di un attacco missilistico da Sudest dal Mar Nero.
Ansa
La lente d’ingrandimento sull’ospedale Monaldi mette a fuoco un metodo di lavoro pieno di dubbi e lacune: gli inquirenti della Procura di Napoli hanno allargato le indagini dalla morte del piccolo Domenico al modus operandi dell’ospedale, per capire quanto accaduto nelle stanze del reparto di cardiochirurgia negli ultimi anni. Un esposto depositato ieri da Federconsumatori lascia intendere che si trattasse di un vero e proprio «sistema Monaldi», basato sulla mancanza di mezzi e strumenti del centro trapianti. Come avevamo spiegato martedì, il reparto non disponeva dei requisiti fondamentali per poter ospitare pazienti, soprattutto bimbi, che necessitano di cure e attenzioni maggiori rispetto agli adulti. «Chiediamo di indagare sul nesso tra carenze strutturali, organizzative ed eventi letali in ambito pediatrico», denuncia Carlo Spirito, avvocato di Federconsumatori, «una catena che induce a pensare come il decesso di Domenico Caliendo non sia un evento isolato ma qualcosa di sistemico derivante proprio dalle innumerevoli gravi criticità di cui è affetta la struttura». Un sistema Monaldi su cui ora si concentrano le indagini: ci sarebbero, infatti, altri due bambini tra le potenziali vittime delle presunte carenze della struttura.
Una di queste si chiama Pamela, ricoverata al Monaldi nel maggio del 2023, che non ce l’ha fatta e non è mai uscita dall’ospedale. Come ci racconta Rumy Dimitrova, la sua mamma, che per un anno e mezzo ha assistito la piccola nel reparto di chirurgia pediatrica. Perché il cuoricino di Pamela, purtroppo, non ha mai funzionato correttamente e per questo la bambina era collegata a una macchina che la manteneva in vita attraverso una pompa meccanica, un’apparecchiatura molto sofisticata che si chiama Berlin Heart. Ma ora la mamma di Pamela ripensa a quei mesi difficili e ci racconta: «Pensavamo di trovare un reparto protetto, con medici scrupolosi e attenti alle possibili infezioni che nello stato in cui versava Pamela potevano essere pericolosissime». E aggiunge: «Le pulizie della stanza di Pamela, invece, le facevo io», come dimostrano le immagini di cui siamo in possesso. Conoscendo la delicatezza delle condizioni della sua bambina, Rumy, infatti, non poteva sopportare di vedere lo sporco tra i letti e così preferiva passare da sola lo strofinaccio per proteggere Pamela da microbi e potenziali infezioni. Sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, perché si trattava pur sempre di una stanza piena di bambini: come mostrano i video in cui Rumy e le altre mamme sono intente a sistemare sorridenti quella che avrebbe dovuto essere una camera sterile. «La mia bambina era attaccata al macchinario, in attesa di trapianto e spesso capitava che fossi io ad aiutare i medici a tenere le cannule. Mancavano i dottori». Dopo un anno di ricovero all’ospedale Monaldi, Pamela non era mai rientrata nella lista dei trapianti, ci racconta la mamma, che ha visto la sua piccola peggiorare di giorno in giorno, tanto che in 12 mesi Pamela ha subito ben quattro ictus molto importanti. Poi sono arrivati la perdita della vista, della capacità motoria e dell’appetito. «Solo con il peggiorare della situazione», continua Rumy, «la bambina avrebbe avuto il diritto di rientrare nella lista attesa trapianti, quando ormai era troppo tardi». Quella che sarebbe mancata, in pratica, è stata un’assistenza medica adeguata su cui ora si sta indagando, così come sarà importante fare luce sulla capacità di utilizzo del macchinario Berlin Heart (che richiede un patentino speciale, ndr) da parte di tutti i membri dell’equipe medica. Il primario del reparto, Guido Oppido, racconta la donna, passava raramente da Pamela, tanto che lei ha il ricordo di un solo giorno in cui la piccola sia stata visitata da lui. Con il peggiorare delle condizioni di Pamela è poi arrivata la decisione della famiglia di chiedere il trasferimento all’Ospedale Bambino Gesù, ma a quel punto ecco la notizia che Rumy non avrebbe mai voluto sentire: Pamela non era più trapiantabile, non c’erano più le condizioni per chiedere un cuore nuovo per la piccola. Nessuna struttura italiana era disposta a rischiare un intervento e un trapianto in quelle condizioni cliniche, un quadro considerato sotto gli standard di riuscita per un intervento. Soltanto tramite l’aiuto di un legale, la famiglia scoprirà che la loro figlia era stata tolta dalla lista trapianti richiesta dall’ospedale Monaldi già da tempo. Senza alcuna comunicazione. Pamela è morta il 15 agosto 2024 per una miocardite batterica, una grave infiammazione del muscolo cardiaco causata da batteri. Si è perso troppo tempo? Su questo la Procura ora dovrà indagare, per dare una risposta a Rumy che oggi con amarezza aggiunge: «Se qualcuno avesse ascoltato la storia della mia Pamela, se le condizioni del reparto e l’abbandono in cui siamo stati lasciati fossero stati raccontati prima, forse i genitori di Domenico avrebbero scelto un altro ospedale, chi lo sa».
Tutte domande legittime, perché come vi abbiamo già raccontato nella nostra inchiesta, era stata un’ispezione ministeriale del 2016 a riscontrare una «situazione insoddisfacente» nell’ospedale Monaldi, tanto da decidere di sospendere il programma di trapianto pediatrico. Se le condizioni da allora al 2024, anno i cui il reparto ha ricominciato a occuparsi di casi pediatrici così difficili e delicati come quello di Pamela e Domenico, fossero cambiate, ora saranno le indagini a stabilirlo.
Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata»
La morte del piccolo Domenico Caliendo continua ad assumere contorni sempre più «agghiaccianti». Ora dopo ora emergono nuovi dettagli al vaglio degli inquirenti, dai racconti dei sanitari ai verbali dell’equipe di Bolzano. La Procura di Napoli vuole fare chiarezza anche su altri due casi di trapianti avvenuti al Monaldi prima di quello del bimbo di due anni deceduto dopo che gli è stato trapiantato un cuore «bruciato». Al momento, da quanto si è appreso, gli inquirenti vogliono compiere ulteriori approfondimenti per verificare che al centro trapianti ogni procedura sia stata eseguita correttamente.
Intanto, il gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha accolto la richiesta del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci (che stanno coordinando l’inchiesta) di incidente probatorio per eseguire l’autopsia e la perizia medico-legale sul corpo del piccolo. L’udienza è stata fissata per il prossimo 3 marzo. Il giudice ha nominato consulenti medico-legali Mauro Rinaldi, Biagio Solarini e Luca Lorini, rispettivamente ordinario di cardiochirurgia a Torino e direttore del centro trapianti della Molinette, associato di medicina legale a Bari e direttore del dipartimento emergenza-urgenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dagli esami autoptici potrebbe emergere la verità sulla morte di Domenico.
Una verità da incrociare anche con quanto già sta emergendo dalla relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e che riporta il parere negativo espresso dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici romani erano stati interpellati dai colleghi del Monaldi quando il piccolo era ancora in vita, dopo il trapianto fallito, e la famiglia sperava in un nuovo intervento. I medici romani spiegano perché non era più possibile il secondo trapianto e parlano anche di «un’infezione attiva non controllata» che avrebbe rappresentato un’importante controindicazione a un secondo intervento: «Il ri-trapianto entro i primi mesi dal primo intervento è associato a tassi significativamente superiori di mortalità precoce». Il parere negativo sul secondo trapianto si basava su due elementi fondamentali: una valutazione delle caratteristiche generali di trapiantabilità ed elementi specifici correlati alla precocità del ritrapianto.
I medici del Bambino Gesù si sono soffermati poi sul quadro infettivo, precisando: «Pur non essendo disponibile documentazione dettagliata su eventuale stato setticemico, profilo antibiotico-resistenza, terapia antibiotica in corso e risposta microbiologica, la presenza di infezione attiva non controllata costituisce controindicazione assoluta a trapianto per l’elevatissimo rischio di mortalità precoce post-operatoria in regime di immunosoppressione intensiva». Per loro, dunque, il quadro clinico del bambino era «ulteriormente aggravato da insufficienza multiorgano conclamata».
Nella relazione inviata sono contenuti, inoltre, i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera dei Colli di cui fa parte il Monaldi. Gli esperti hanno sottolineato «assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo». Tra le criticità evidenti ci sarebbe «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto a «un’insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto». La relazione ribadisce che falle ed errori si sono manifestati nella conservazione dell’organo e nell’utilizzo del ghiaccio, nella mancata verifica del contenitore di trasporto da parte dell’équipe di espianto e nel deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe di sala operatoria relativa all’espianto del cuore del piccolo e all’impianto del cuore del donatore. Non ci sarebbe stata, dunque, una comunicazione efficace tra gli operatori.
Dai verbali è emerso che il primario Guido Oppido (uno dei sette indagati), in una riunione interna, ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del nuovo cuore nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia «al banco» sul cuore del donatore. Oppido ha spiegato di aver capito che la risposta era positiva. Ma dagli audit emergerebbe che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, tra i quali cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala, avrebbe invece dato una «risposta affermativa esplicita» sull’inizio della cardioplegia sul cuoricino.
La mamma di Domenico continua, comunque, ad avere fiducia nei medici: «Io ci credo ancora e credo nella sanità italiana». Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ieri ha precisato di non essere stato avvisato della «gravità della situazione». Non si è espresso sulla possibilità di commissariare l’azienda. E ha aggiunto: «Chiaramente ho parlato con la direttrice del Monaldi, Anna Iervolino, ma non riporto quello che ci siamo detti nelle telefonate».
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