La flat tax allargata scatena la caccia alle streghe contro l’autonomo «evasore»

Non ci stupisce che La Repubblica mischi le immagini dell’ex parlamentare del Pd e poi di Articolo 1, Antonio Panzeri, e quelle dei borsoni con i contanti alla notizia del taglio delle imposte alle partite Iva. Tutto un calderone, tutti evasori fiscali. Gli uni prendono i soldi dal Qatar, gli altri sarebbero colpevoli di pagare meno Irpef rispetto ai dipendenti. E quindi automaticamente furbetti dell’F24. D’altronde a sinistra non c’è rispetto per chi lavora perché di solito non c’è rispetto per il lavoro e quindi è normale che lo si guardi con diffidenza. A maggior ragione a La Repubblica dove il rapporto tra azienda e sistema contributivo è sui generis. Ci riferiamo all’inchiesta che vede Gedi, il gruppo che edita il quotidiano di Largo Fochetti, nei guai per una presunta truffa da quasi 39 milioni di euro ai danni dell’Inps. Insomma, ci sta che la partita Iva debba schiattare per aiutare i giornalisti ad andare in pensione prima. Il ragionamento ha una sua coerenza.
Chi invece non finisce di stupirci è il Corriere della Sera. La testata, che un tempo rappresentava la borghesia lombarda e italiana, è andata ieri in stampa con un editoriale dal titolo: «La guerra culturale sul fisco». In sintesi, si accusa la destra di essere clientelare e di voler sostenere solo alcune categorie (quelle tradizionali e dunque portatrici di valori arretrati) e di farlo come fosse un «atto dovuto». Un fenomeno paradossale - si legge - che riflette un «tratto profondo della cultura di questo Paese: l’avversione generalizzata nei confronti delle imposte e la tolleranza diffusa dell’evasione». Il Corriere arriva a tale conclusione affibbiando alle partite Iva, e in genere a chi produce ricchezza lavorando, colpe frutto di una palese inversione dell’onere della prova. Nel corso degli anni - scrive sempre Via Solferino - si è smarrita la «consapevolezza che le prestazioni sono il corrispettivo dei versamenti dei cittadini» e non un atto dovuto. Se è così allora, conclude il Corriere, non possiamo non «stupirci che si pensi alle tasse come sottrazione e alla riscossione come un furto». Viene da chiedersi dove viva l’autore dell’articolo, se sia mai andato in un pronto soccorso oppure abbia avuto bisogno di duellare con l’Agenzia delle entrate e viene da chiedersi con che coraggio inverta il motto che ha spinto gli uomini delle colonie americane a liberarsi dalle tasse inglesi. Pensate cosa avrebbe scritto a Boston al tempo della rivolta del Tea party? Gli americani, secondo la linea del Corriere, avrebbero dovuto chiedere di pagare più tasse perché se i servizi della Madrepatria erano nulli non era altro che per colpa della loro mentalità da evasori fiscali. Se avessero pagato più tasse, i servizi pubblici sarebbero migliorati.
Ovviamente tutti sanno che non è così, eppure anche il Corriere si allinea a un racconto politico che mira a uccidere il mondo delle partite Iva le quali non sono altro che un ostacolo a una riforma sociale (su modello Ue) che punta a una struttura iper verticalizzata. Grandi ricchi, funzionari e dipendenti pubblici, lavoratori dipendenti e, infine, milioni di sussidiati. Per questo la notizia della flat tax per le partite Iva è accolta con fastidio e rabbia politica. In pochi scrivono che il taglio delle tasse è in realtà un modo per riequilibrare un sistema storicamente punitivo. Gli autonomi non hanno ferie e malattie, ma pagano maggiori contributi Inps rispetto ai dipendenti. E durante il Covid sono stati i più penalizzati. Falso anche il racconto secondo cui, a parità di incassi lordi e di situazione familiare, agli autonomi restino più soldi in tasca. Per capirlo e smentire il racconto politico che alimenta i principali quotidiani basta fare un calcolo semplice. In caso di reddito sui 60.000 euro, il dipendente sconta contributi per il 9% e sul reddito rimanente paga una Iperf progressiva di circa 16.300 euro. Risultato gli restano in tasca 38.000 euro.
Il lavoratore autonomo a parità di reddito paga alla gestione separata Inps contributi pari al 25% e per il resto versa una flat tax di circa 6.700 euro. Alla fine dei giochi gli restano in tasca circa 38.000 euro. La stessa cifra che percepisce un lavoratore dipendente. Se gli importi scendono, l’autonomo è persino penalizzato. Ne consegue che la flat tax è una scelta, certamente non organica, mirata a riequilibrare i netti incassati. Esattamente l’opposto dello storytelling di questi giorni. Senza contare un altro aspetto ancor più importante. La partita Iva non ha welfare. Se è una donna e decide di aver un figlio, non gode della maternità. Se si ammala, non incassa e non fattura. Il rischio d’impresa è incluso nei ricavi, perché se un cliente non paga non ha modo di intervenire e al tempo stesso non può - e in ogni caso non dovrebbe - rivalersi sui fornitori. Inutile dire che il lavoratore dipendente non ha rischio d’impresa, salvo che la medesima impresa fallisca. E può sempre appellarsi ai sindacati. Tutti motivi che, anche a parità di incassi netti, fanno propendere l’ago della bilancia a sfavore dei lavoratori autonomi.
C’è infine un tema di costi e minori incassi da parte di uno Stato che ha deciso di eliminare gli squilibri tutti a carico di una categoria che per di più non supera il 4% del totale dei contribuenti. La nuova disposizione approvata in manovra consente, infatti, di applicare un’imposta sostitutiva del 15% sugli incrementi di reddito del 2023 rispetto al triennio precedente, fino a un limite massimo di 40.000 euro. L’imposta che si applica sul reddito incrementale è sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali. Alle varie categorie di autonomi, in questo caso, è permesso aumentare di fatturato senza vedersi esplodere sotto il naso la pressione fiscale. Un modo per non tarpare le ali a chi vuole mettere a terra qualche investimento per crescere. Il costo della flat tax è così di 280 milioni per il 2023, di 340 per il 2024 e di circa 370 per il terzo anno. Quello della «flat tax incrementale», invece, impatta nel solo anno fiscale 2024 per circa 800 milioni di euro. Tanto? Assolutamente no. Eppure, chi gestisce l’informazione preferisce inventarsi un falò e buttarci sopra la benzina pur di vedere soccombere una categoria difficilmente incanalabile e gestibile. Si preferisce creare odio sociale pur di raggiungere un obiettivo politico. D’altronde è già successo con la famosa lotta alla casta che ci ha regalato i grillini e, molto più recentemente, con le imposizioni anti Covid e il green pass.






