True
2021-01-13
La commissione Oms
getta la maschera. «Il nostro fine non è incolpare Pechino»
Ansa
Subordinazione quasi complice nei confronti dello strapotere della dittatura asiatica e su come è stata gestita la pandemia
Per la prima volta dall'inizio della pandemia, il dg dell'Oms dichiarava apertamente la sua delusione, il suo rammarico, il suo scontento nei confronti delle autorità cinesi verso le quali aveva sempre manifestato una condiscendenza, una subordinazione al limite della complicità relativamente al modo in cui la Cina aveva gestito la pandemia. Tedros Gebrayesus aggiungeva che, nel momento in cui la Cina dichiarava di non poter ricevere la delegazione, contraddicendo gli accordi precedentemente raggiunti con l'Oms e i Paesi di origine degli esperti internazionali, alcuni scienziati erano già in viaggio e altri in aeroporto. Le autorità cinesi facevano sapere poi che, anche qualora le formalità di ingresso fossero terminate, gli esperti avrebbero dovuto comunque sottoporsi a una quarantena di tre settimane. La scarsa attenzione della stampa internazionale dimostra che le autorità politiche e sanitarie, gli stessi media, non credono più al fatto che sia possibile scoprire la verità su come è iniziata la pandemia, su quale sia stata l'origine della pandemia che ha messo in ginocchio le economie dei Paesi occidentali.
Vi è in questo una sorta di rassegnazione nei confronti dello strapotere della potenza asiatica, forte economicamente e militarmente, in possesso di una visione strategica, di un disegno imperialistico che mira al dominio mondiale. Basta osservare le dichiarazioni con cui gli esperti dell'Oms ieri hanno accompagnato la missione, al via domani: «Lo scopo non è puntare il dito contro Pechino», si è premurato di dire al Guardian Fabian Leendertz, epidemiologo del Robert Koch Institut, uno dei dieci membri del team che non vede incluso il nostro Paese. «Non si tratta di individuare la Cina come colpevole. Si tratta di ridurre il rischio. E i media potrebbero aiutarci evitando di accusare in stile Trump. Il nostro lavoro non è politico» ha sottolineato evidentemente non avvertendo la contraddizione. In effetti nessun Paese o insieme di Paesi come l'Europa, ha esplicitamente preteso che la Cina rivelasse al mondo le modalità attraverso le quali era emerso e si era diffuso il coronavirus, quello che sarebbe stato chiamato Sars-Cov2 dall'International committee of taxonomy of viruses (Ictv) con evidente riferimento al coronavirus responsabile della Sars, l'epidemia internazionale a origine cinese che nel 2002-2003 fece 8.000 casi e più di 800 morti. Anche in quell'occasione la Cina cercò di nascondere per parecchi mesi l'epidemia che esplose solo dopo che si erano manifestati casi a Hong Kong.
Come si ricorderà, in occasione del Covid-19 la Cina aveva segnalato all'Oms casi di una polmonite atipica soltanto il 31 dicembre 2019, mentre sicuramente casi di Covid si erano manifestati molti mesi prima. Contravvenendo alle più elementari regole di collaborazione internazionale, Pechino aveva impedito che nei primi giorni di gennaio dello scorso anno una delegazione Oms si recasse a Wuhan per accertarsi dello stato reale delle cose, per fornire collaborazione alla Cina e per assumere una posizione a tutela della comunità internazionale. Se quella delegazione fosse giunta sul posto, probabilmente l'Oms non avrebbe tardato fino al 30 gennaio 2020 per dichiarare lo stato di «emergenza sanitaria internazionale», che comporta una serie di misure da assumere da parte degli Stati tra cui la ricerca di mezzi di protezione individuali, la preparazione del personale sanitario, l'allerta dei sistemi di sorveglianza epidemiologica nazionali, l'acquisto di ventilatori, l'allestimento di nuovi posti di terapia intensiva.
Quando in estate l'Oms aveva richiesto che si studiasse l'origine del virus, la Cina aveva accettato di ricevere una ristretta delegazione manifestando a parole di voler collaborare. La commissione di esperti è stata poi selezionata, e a quel punto la Cina ha preteso che gli incontri tra i membri della commissione e le autorità sanitarie cinesi avvenissero in remoto, a distanza, quando è del tutto evidente che - per accertare se di spillover si tratti - occorre effettuare lunghe indagini sul campo per scoprire tutti i passaggi. Come ha ben dimostrato David Quammen nel suo straordinario libro Spillover, pubblicato in italiano da Adelphi, la ricerca dell'origine dei virus richiede indagini sul campo e una serie di esperti: microbiologi, veterinari, virologi, ecologisti, ecc. Si sa che la maggior parte delle cosiddette Emerging infectious diseases, malattie infettive infettive nuove, emergenti, di cui si occupa da settant'anni il Cdc americano (Centers for diseases control) con sede ad Atlanta, Georgia e da poco più di un decennio l'European Cdc con sede a Stoccolma, sono zoonosi, cioè infezioni condivise con altre specie animali. Sono zoonosi malattie come l'Aids, Ebola, Nipah, l'influenza aviaria da H5N1, la Sars, la malattia di Lyme e malattie antiche come la febbre gialla, la peste e altre ancora.Indagini sul campo effettuate immediatamente dopo l'annuncio de nuovi casi all'Oms il 31 dicembre 2019 avrebbero permesso forse di indagare sull'ipotesi dell'incidente di laboratorio a Wuhan presso il Centro di ricerche virologiche di quella città, non lontano dal mercato del pesce dove si sarebbero manifestati, secondo le autorità cinesi, i primi casi del Covid-19. Tale ipotesi rimane ancora in piedi anche se credo sia ingenuo pensare che le autorità cinesi permettano ora agli esperti internazionale di indagare sulle ricerche di ingegneria genetica che là vengono effettuate.
È lecito pensare che personale sanitario infettatosi accidentalmente in laboratorio possa aver propagato l'infezione nella città di Wuhan, una megalopoli di 12 milioni di abitanti, ben diversa da quella che avevo visitato nel 1978 in occasione di un viaggio di 3 settimane organizzato dall'Associazione Italia-Cina, quando ancora era proibito il turismo in Cina. Ricordo con immutato stupore che a Wuhan, la popolazione, che non aveva mai visto europei, seguiva la nostra piccola delegazione di medici, formando code di centinaia di persone per la curiosità di vedere da vicino le fattezze del naso e delle caratteristiche somatiche differenti dalla loro. In poco più di quarant'anni quel borgo è diventato una megalopoli, e dalla contro-rivoluzione culturale in atto in quel momento la Cina è diventata potenza imperialistica.Nell'ambito di questo disegno è chiaro che la Cina, come d'altra parte altri Paesi come la Russia e gli Stati Uniti si preparino all'eventualità di un conflitto dotandosi di arsenale biologico composto non solo di agenti biologici noti, ma di altri agenti creati in laboratorio. Di questo aspetto, così delicato ma molto importante, vorrei tornare in un prossimo intervento. Qui vorrei sottolineare invece la necessità che gli Stati, tra cui il nostro, alzino la voce per chiedere che la Cina non ostacoli più la ricerca della verità sull'origine della pandemia contro cui stiamo lottando.
Continua a leggereRiduci
Subordinazione quasi complice nei confronti dello strapotere della dittatura asiatica e su come è stata gestita la pandemiaPer la prima volta dall'inizio della pandemia, il dg dell'Oms dichiarava apertamente la sua delusione, il suo rammarico, il suo scontento nei confronti delle autorità cinesi verso le quali aveva sempre manifestato una condiscendenza, una subordinazione al limite della complicità relativamente al modo in cui la Cina aveva gestito la pandemia. Tedros Gebrayesus aggiungeva che, nel momento in cui la Cina dichiarava di non poter ricevere la delegazione, contraddicendo gli accordi precedentemente raggiunti con l'Oms e i Paesi di origine degli esperti internazionali, alcuni scienziati erano già in viaggio e altri in aeroporto. Le autorità cinesi facevano sapere poi che, anche qualora le formalità di ingresso fossero terminate, gli esperti avrebbero dovuto comunque sottoporsi a una quarantena di tre settimane. La scarsa attenzione della stampa internazionale dimostra che le autorità politiche e sanitarie, gli stessi media, non credono più al fatto che sia possibile scoprire la verità su come è iniziata la pandemia, su quale sia stata l'origine della pandemia che ha messo in ginocchio le economie dei Paesi occidentali. Vi è in questo una sorta di rassegnazione nei confronti dello strapotere della potenza asiatica, forte economicamente e militarmente, in possesso di una visione strategica, di un disegno imperialistico che mira al dominio mondiale. Basta osservare le dichiarazioni con cui gli esperti dell'Oms ieri hanno accompagnato la missione, al via domani: «Lo scopo non è puntare il dito contro Pechino», si è premurato di dire al Guardian Fabian Leendertz, epidemiologo del Robert Koch Institut, uno dei dieci membri del team che non vede incluso il nostro Paese. «Non si tratta di individuare la Cina come colpevole. Si tratta di ridurre il rischio. E i media potrebbero aiutarci evitando di accusare in stile Trump. Il nostro lavoro non è politico» ha sottolineato evidentemente non avvertendo la contraddizione. In effetti nessun Paese o insieme di Paesi come l'Europa, ha esplicitamente preteso che la Cina rivelasse al mondo le modalità attraverso le quali era emerso e si era diffuso il coronavirus, quello che sarebbe stato chiamato Sars-Cov2 dall'International committee of taxonomy of viruses (Ictv) con evidente riferimento al coronavirus responsabile della Sars, l'epidemia internazionale a origine cinese che nel 2002-2003 fece 8.000 casi e più di 800 morti. Anche in quell'occasione la Cina cercò di nascondere per parecchi mesi l'epidemia che esplose solo dopo che si erano manifestati casi a Hong Kong. Come si ricorderà, in occasione del Covid-19 la Cina aveva segnalato all'Oms casi di una polmonite atipica soltanto il 31 dicembre 2019, mentre sicuramente casi di Covid si erano manifestati molti mesi prima. Contravvenendo alle più elementari regole di collaborazione internazionale, Pechino aveva impedito che nei primi giorni di gennaio dello scorso anno una delegazione Oms si recasse a Wuhan per accertarsi dello stato reale delle cose, per fornire collaborazione alla Cina e per assumere una posizione a tutela della comunità internazionale. Se quella delegazione fosse giunta sul posto, probabilmente l'Oms non avrebbe tardato fino al 30 gennaio 2020 per dichiarare lo stato di «emergenza sanitaria internazionale», che comporta una serie di misure da assumere da parte degli Stati tra cui la ricerca di mezzi di protezione individuali, la preparazione del personale sanitario, l'allerta dei sistemi di sorveglianza epidemiologica nazionali, l'acquisto di ventilatori, l'allestimento di nuovi posti di terapia intensiva.Quando in estate l'Oms aveva richiesto che si studiasse l'origine del virus, la Cina aveva accettato di ricevere una ristretta delegazione manifestando a parole di voler collaborare. La commissione di esperti è stata poi selezionata, e a quel punto la Cina ha preteso che gli incontri tra i membri della commissione e le autorità sanitarie cinesi avvenissero in remoto, a distanza, quando è del tutto evidente che - per accertare se di spillover si tratti - occorre effettuare lunghe indagini sul campo per scoprire tutti i passaggi. Come ha ben dimostrato David Quammen nel suo straordinario libro Spillover, pubblicato in italiano da Adelphi, la ricerca dell'origine dei virus richiede indagini sul campo e una serie di esperti: microbiologi, veterinari, virologi, ecologisti, ecc. Si sa che la maggior parte delle cosiddette Emerging infectious diseases, malattie infettive infettive nuove, emergenti, di cui si occupa da settant'anni il Cdc americano (Centers for diseases control) con sede ad Atlanta, Georgia e da poco più di un decennio l'European Cdc con sede a Stoccolma, sono zoonosi, cioè infezioni condivise con altre specie animali. Sono zoonosi malattie come l'Aids, Ebola, Nipah, l'influenza aviaria da H5N1, la Sars, la malattia di Lyme e malattie antiche come la febbre gialla, la peste e altre ancora.Indagini sul campo effettuate immediatamente dopo l'annuncio de nuovi casi all'Oms il 31 dicembre 2019 avrebbero permesso forse di indagare sull'ipotesi dell'incidente di laboratorio a Wuhan presso il Centro di ricerche virologiche di quella città, non lontano dal mercato del pesce dove si sarebbero manifestati, secondo le autorità cinesi, i primi casi del Covid-19. Tale ipotesi rimane ancora in piedi anche se credo sia ingenuo pensare che le autorità cinesi permettano ora agli esperti internazionale di indagare sulle ricerche di ingegneria genetica che là vengono effettuate.È lecito pensare che personale sanitario infettatosi accidentalmente in laboratorio possa aver propagato l'infezione nella città di Wuhan, una megalopoli di 12 milioni di abitanti, ben diversa da quella che avevo visitato nel 1978 in occasione di un viaggio di 3 settimane organizzato dall'Associazione Italia-Cina, quando ancora era proibito il turismo in Cina. Ricordo con immutato stupore che a Wuhan, la popolazione, che non aveva mai visto europei, seguiva la nostra piccola delegazione di medici, formando code di centinaia di persone per la curiosità di vedere da vicino le fattezze del naso e delle caratteristiche somatiche differenti dalla loro. In poco più di quarant'anni quel borgo è diventato una megalopoli, e dalla contro-rivoluzione culturale in atto in quel momento la Cina è diventata potenza imperialistica.Nell'ambito di questo disegno è chiaro che la Cina, come d'altra parte altri Paesi come la Russia e gli Stati Uniti si preparino all'eventualità di un conflitto dotandosi di arsenale biologico composto non solo di agenti biologici noti, ma di altri agenti creati in laboratorio. Di questo aspetto, così delicato ma molto importante, vorrei tornare in un prossimo intervento. Qui vorrei sottolineare invece la necessità che gli Stati, tra cui il nostro, alzino la voce per chiedere che la Cina non ostacoli più la ricerca della verità sull'origine della pandemia contro cui stiamo lottando.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
Continua a leggereRiduci