Andrea Abodi (Imagoeconomica)
Il ministro dello Sport Andrea Abodi: «Gli atleti sono eroi positivi come gli uomini in divisa. Quest’anno daremo medaglie pure a chi li ha sostenuti».
«Lo sport è una difesa immunitaria contro i violenti, gli sbandati fuori controllo che vogliono trasformare il Paese in una giungla, e contro gli sbandamenti del disagio, delle dipendenze e delle devianze. Gli atleti sono esempi positivi, come gli uomini in divisa, che vanno rispettati, sostenuti, apprezzati e valorizzati quotidianamente, non solo quando accadono fatti inquietanti e criminali come quelli di Torino».
Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, racconta i primi giorni dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina, segnati dall’allarme sicurezza: «Serve più fermezza. Certi personaggi pericolosi non vanno accolti nei cortei. E quando un violento viene arrestato l’importante è che non venga subito rilasciato dalla magistratura. Altrimenti stiamo giocando partite differenti. Lo Stato dev’essere un’unica squadra, ma spesso al suo interno ci sono più squadre non sempre in sintonia tra loro».
Una cerimonia d’apertura nel nome dello spirito italiano?
«Sì, è stato uno spettacolo che resterà nella memoria di tutti, e che ha rappresentato al meglio la storia, il talento, la creatività e l’ingegno italiano. L’armonia come filo conduttore, come auspicio futuro».
Cosa si aspetta dalla squadra azzurra?
«La certezza di comportamenti esemplari, di saper competere con onore, e tanta fiducia in chiave medaglie che ha già trovato conferma nelle prime giornate di gara. Dico soltanto che in questi quattro anni atleti e federazioni hanno seminato molto bene, noi abbiamo dato ogni supporto e siamo competitivi in tutte le discipline».
Non si sbilancia sul numero di medaglie?
«Se vogliamo parlare di medaglie, ci sono due novità. La prima è la detassazione dei premi per atlete e atleti azzurri che saliranno sul podio olimpico e paralimpico, perché siamo convinti che il merito sportivo non vada tassato».
E poi?
«E poi ci saranno molte più medaglie, perché premieremo anche quelli che ho definito i volti della medaglia, grazie all’iniziativa “backstage heroes”. Nessuno vince da solo».
Cioè?
«Ogni nostro medagliato di Milano-Cortina 2026 potrà indicare quattro persone grazie alle quali è stato raggiunto il traguardo olimpico. Saranno tecnici, fisioterapisti, ma anche familiari e amici. Chi è stato vicino ai nostri atleti, con la sua professionalità o semplicemente con il cuore, riceverà un riconoscimento, una medaglia. È un’iniziativa dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, al quale ho dato e darò ogni supporto, insieme al collega Giorgetti, che sarà d’esempio anche per altre nazioni».
È stato inflessibile quando ha impedito al cantante Ghali di lanciare messaggi politici sul palco. E l’interessato, alla vigilia della cerimonia, ha pubblicato un messaggio polemico: «So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo… Un mio pensiero non può essere espresso».
«Chiariamo, io non ho impedito proprio nulla. È una polemica che non ho aperto e che considero comunque chiusa. Gli artisti sono saliti sul palco della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, non di un loro concerto. La Fondazione Milano-Cortina ha applicato le regole del Comitato Olimpico Internazionale, che non ammette messaggi politici. E questa regola vale per tutti e per tutta la durata dei Giochi».
Giochi blindati dalla paura di attentati. Controlli anti terrorismo ad ogni angolo, zone rosse ovunque, ispezioni. Il ministro Tajani ha parlato di attacchi hacker, di matrice russa, contro il ministero degli Esteri e contro alcuni siti di Milano-Cortina.
«Più che blindati, Giochi con un grande sistema di sicurezza. Siamo dotati anche di efficaci strumenti contro la guerra ibrida che hanno già dimostrato la loro efficacia. Mi auguro che il richiamo alla tregua olimpica sottoscritto da 165 Paesi su 193 delle Nazioni unite riesca a far riflettere tutti e a responsabilizzare i pochi che decidono».
E la politica?
«Mi aspetto che parli con una voce sola contro i violenti. Quello che è accaduto a Torino è inquietante e drammatico, ma non è accaduto per caso».
Lei crede?
«È la conseguenza anche del modo di fare politica di tutti i giorni, del linguaggio che si usa, che va al di là del necessario e indispensabile confronto. Ricordo quando nella stagione drammatica del terrorismo rosso, a sinistra si parlava dei “compagni che sbagliano”».
Cosa si aspetta?
«Più fermezza e meno tolleranza. Perché la fermezza toglie ossigeno agli odiatori e va esercitata anche prima che gli eventi accadano. Non si possono accogliere nei cortei gruppi dai quali sono noti i comportamenti violenti e criminali. E non basta lo sdegno a posteriori. Con il servizio d’ordine del Partito comunista dell’altro secolo non sarebbero stati accolti».
Si aspetta più fermezza anche dalla magistratura?
«Quando certi soggetti vengono arrestati, l’importante è che non vengano rilasciati il giorno dopo dalla magistratura. Altrimenti giochiamo partite differenti. È paradossale ritrovarsi i violenti in piazza a commettere gli stessi crimini dopo pochi giorni».
Insomma, si aspetta che tutto lo Stato remi nella stessa direzione?
«La sicurezza è una responsabilità di un’unica squadra, che è quella dello Stato. A volte sembra invece che lo Stato abbia più squadre, non sempre in sintonia tra di loro».
L’opposizione chiede al governo di intervenire contro gli agenti americani dell’Ice di stanza ai Giochi. Che idea si è fatto di questa polemica?
«La collaborazione internazionale in questi casi c’è sempre stata ed è indispensabile. Peraltro, la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico è saldamente nelle mani del ministero dell’Interno e di quello della Difesa. Il resto è solo speculazione politica che non porta da nessuna parte».
I fatti di violenza che hanno come protagonisti minorenni, anche nelle scuole, fanno riflettere politici e psicoterapeuti. Lo sport è un antidoto?
«Finalmente sta crescendo la consapevolezza che lo sport svolga un servizio sociale e rappresenti una difesa immunitaria contro degrado e violenza. Più si diffonde lo spirito sportivo, l’educazione ai valori dello sport e la pratica delle varie discipline, meno spazio c’è per il peggio che la società purtroppo esprime».
La violenza giovanile si manifesta dove lo sport è assente?
«Direi di sì, ma è anche il frutto di modelli sbagliati. Penso agli esempi negativi che arrivano da certe serie televisive dove lo Stato non esiste e non c’è rispetto della sacralità della vita. E dove i conti certi personaggi-criminali se li regolano da soli, in una guerra per bande».
Risultato?
«Gli effetti li riscontriamo non solo nello stile di vita dei ragazzi, ma nelle scelte. Basta uno sguardo sbagliato per far partire una rissa, una coltellata o un colpo di pistola. Abbiamo bisogno di alleanze tra famiglia, scuola, cultura e sport. È necessario moltiplicare i progetti come Caivano, orientati all’offerta di incontro, ascolto e opportunità. Dobbiamo anche valorizzare la stragrande maggioranza dei giovani che ha voglia di fare, crescere e migliorare».
Dunque, punta il dito contro i «cattivi maestri»?
«Sì, contrapposti agli eroi positivi dello sport, che bisogna saper valorizzare perché abbiamo tutti bisogno di buoni esempi, dei quali siamo ricchi e che sono fonte di positiva ispirazione».
I costi di queste Olimpiadi si aggirano intorno ai 6 miliardi. Molti temono che non rientrerete dalle spese.
«Puntualizziamo. Due miliardi di euro per l’organizzazione e 3,5 miliardi per le infrastrutture, in grandissima parte destinati al miglioramento della viabilità su gomma e su ferro. Per le infrastrutture sportive posso assicurare che dopo le Olimpiadi non ci saranno cattedrali nel deserto. Abbiamo previsto strumenti per monitorare l’eredità dei Giochi, perché non ripeteremo gli errori commessi in passato. L’impatto di Milano-Cortina sarà di 5,3 miliardi di euro, secondo le Università Bocconi e Ca’ Foscari, diciamo fonti più che autorevoli e affidabili».
E sui conti?
«Più che i costi, a me interessa la partita doppia, cioè che siano Giochi a saldo positivo, che sia un evento a valore aggiunto. Pensare solo alla spesa, non comprendere il ritorno degli investimenti e degli impatti diretti, indiretti e indotti, significa fare ragionamenti superficiali e fuorvianti».
I Giochi saranno un volano economico, possiamo certificarlo?
«Il lavoro della Simico, Società Infrastrutture Milano-Cortina, sotto il coordinamento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, produrrà un lascito tangibile dei Giochi che migliorerà la qualità della vita delle persone che vivono nei 22.000 chilometri quadrati interessati dalle Olimpiadi. Quindi non vincerà solo lo sport, ma anche il lavoro, la cultura e il turismo italiano».
Intanto continua la corsa per arrivare pronti agli europei del 2032. Anche se questo non è oggi il suo primo pensiero.
«Ho tanti primi pensieri e tra questi ci sono gli stadi. Non c’è molto tempo e abbiamo un piano di lavoro di concerto con Uefa e Federcalcio per rispettare le tappe che prevedono una scadenza fondamentale a settembre di quest’anno».
Quale?
«L’indicazione da parte della Federcalcio all’Uefa dei cinque stadi che dovranno ospitare le partite in Italia, con i progetti definitivi e i piani economico-finanziari approvati. C’è una competizione in atto tra vari progetti e sono certo che faremo bene anche in questa occasione. Peraltro, vogliamo andare ben oltre perché pensiamo, più ambiziosamente, di contribuire all’ammodernamento generale degli stadi delle tre leghe professionistiche, collaborando con i comuni e i club».
Il generale Vannacci, dopo aver lasciato la Lega, giocherà nella serie B della politica?
«Ognuno è artefice del suo destino. Non mi permetto di esprimere giudizi, ma enuncio un principio cardine: chi ha responsabilità pubblica deve sempre farsi guidare dal senso dell’onore. Non solo a parole ma nei comportamenti concreti».
Lo sa che, oltre a Calenda, si fa il suo nome come sindaco di Roma?
«Grazie, ma non è un tema sul tavolo. Mi auguro solo che il nuovo sindaco abbia visione, contenuti, sentimenti e forza d’animo».
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Luca Barbareschi (Ansa)
Artista multiforme, dalla tv al cinema, oggi ci appioppa un late show all’americana «Allegro ma non troppo» (anche negli ascolti) La sua vocazione è il litigio: Ranucci, Martelli e molti altri (compreso il Cav). Dell’avventura politica lasciano il segno le sue assenze.
Cognome e nome: Barbareschi Luca Giorgio. Montevideo, 1956. Artista colto e dal multiforme ingegno: attore, regista e produttore cinematografico e teatrale, conduttore televisivo. Un dissipatore di talento (il suo).
In onda su Rai 3 con l’ennesima, noiosa, «spompa» rimasticatura del late show americano. Titolo: Allegro ma non troppo. Nelle prime cinque puntate del 2026, media di 345.000 telespettatori, share del 3,18. Ascolti non proprio allegrissimi, migliori comunque del precedente Se mi lasci non vale, copia «scrausa» di Temptation Island, chiuso dopo tre puntate «non essendo riuscito a superare il 2% di share medio» (Repubblica, 31 ottobre 2024).
Aldo Grasso, sul Corriere della Sera: «Il problema di questo talk, qualunque siano gli ospiti, è uno e uno solo: si chiama Luca Barbareschi. In un programma di interviste bisognerebbe avere l’umiltà di fare un passo indietro, far parlare gli interlocutori e non mettersi sempre al centro dell’attenzione». Insomma, il principale nemico di Barbareschi è il suo ego ipertrofico, l’«io debordante».
Oltre naturalmente a Sigfrido Ranucci. Tra i due è partita una singolar tenzone. A dar fuoco alle polveri, l’11 gennaio, è stato Barbareschi: «Buonasera, vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi, gli basterebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro ma gli fa fatica, però non dovrebbe, visto che il suo consulente commerciale mi sta spiando da due anni, così ho letto sui giornali, e per questo sarà querelato, ma visto che mi spiate (mentre) io non spio voi, almeno ricordatevi il nome, no? Watch out, stai attento».
Passano pochi minuti e su Facebook Ranucci spara ad alzo zero: quello di Barbareschi è «un indegno sproloquio», frutto di una «campagna di fango esercitata dal Giornale contro Gian Gaetano Bellavia», vittima di un furto (di dati), «e che nessun organo giudiziario ha accusato di spionaggio o dossieraggio».
La domenica successiva Ranucci si scusa in diretta con Barbareschi per non aver promosso il suo programma. Quindi rimedia «lanciandolo» in modo decisamente originale. Infatti prima gli spiega che non è stato «spiato», e che «il suo errore in buona fede» è dipeso dall’essersi documentato sui giornali sbagliati, «quelli del gruppo Angelucci», colpevoli a suo dire di «aver orchestrato una campagna di fango», strumentalizzando la disavventura «informatica» patita da Bellavia, che per mestiere legge bilanci e fa visure camerali e catastali, quindi «nulla di eversivo».
Poi gli rammenta perché il suo nome sia in quell’archivio. Per i soldi pubblici ricevuti dal teatro Eliseo, chiuso dal 2020 e di cui Barbareschi è proprietario, 13 milioni in cinque anni, addirittura 8 ottenuti per il centenario del teatro grazie a un emendamento «bipartisan» (per la cronaca, il governo era quello «di scopo» targato Pd, premier Paolo Gentiloni) all’art. 22 punto 8 del decreto legge n. 50 del 24 aprile 2017. Un «aiutino» dichiarato illegittimo nel luglio 2022 dalla Corte costituzionale: sproporzionato, incongruo e irragionevole, in quanto accordava - all’Eliseo, cioè a Barbareschi - un trattamento di favore «con conseguente alterazione della concorrenzialità del mercato». Ergo: quegli 8 milioni andrebbero restituiti, il ministero della Cultura glieli avrebbe pure richiesti, ma nel frattempo Barbareschi ha promosso un’altra azione davanti al giudice civile, quindi si vedrà. Conclusione perfida di Ranucci: «Adesso Allegro ma non troppo può cominciare».
Replica di Barbareschi: «Milena Gabanelli faceva una bella trasmissione, lui no. È maleducato, il programma successivo si lancia sempre. Non gli voglio male. È uno dei tanti finti eroi che poi finiscono nel nulla. Lo sfido a duello. A cazzotti o con la spada, scelga lui».
«Catfight tra primedonne», l’ha liquidato Claudio Plazzotta su ItaliaOggi, il quotidiano economico diretto da Pierluigi Magnaschi, che però sulla salute economica della società di Barbareschi ha voluto andare a fondo. Plazzotta (a chi scrive): «La pulce nell’orecchio me l’hanno messa a un evento di Netflix, si parlava molto delle due fiction che Barbareschi avrebbe dovuto produrre per Rai: set fermi e riprese bloccate perché le banche hanno chiuso i rubinetti».
Come mai? In estrema e feroce sintesi: l’Eliseo Entertainment (già Casanova multimedia) va verso il concordato preventivo, «sepolta sotto una montagna di debiti: 40.200.000 milioni di euro alla fine dell’esercizio 2024, di cui ben 25.600.000 con le banche».
La domanda sorge spontanea: come è stato possibile che una persona sicuramente intelligente si sia ritrovata in queste sabbie mobili? Quando il gup di Roma lo rinvierà a giudizio con l’allora suocero, l’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, per traffico di influenze illecite (per fare ottenere quei famosi dindi all’Eliseo: processo conclusosi con l’assoluzione di entrambi «perché il fatto non sussiste», in data 21 febbraio 2022) tuonò che questo era il ringraziamento per «aver regalato alla città di Roma un teatro con 12 milioni di euro propri», così Rainews del 27 novembre 2019. Ma santa pace: non poteva limitarsi a fare l’istrione sul palco? Cosa che gli riesce benissimo.
Trent’anni fa lo vidi interpretare a teatro un tosto testo di Eric Bogosian, Piantare i chiodi nel pavimento con la fronte, condito in salsa italiana: «Niente droga da nessuna parte, nessuno che si droghi, a parte i soliti noti, gli unici due che “tirano”: Gianni Agnelli e Franco Califano», bum!
Il fatto è che lui nelle polemiche ci sguazza che è un piacere, come se fosse animato da un cupio dissolvi. È perfino riuscito a farsi licenziare da Silvio Berlusconi.
5 dicembre 1996, il Manifesto: «Barbareschi cacciato da Mediaset. È finita sul tavolo del pretore del lavoro di Roma la vertenza tra il conduttore e Mediaset che, come dice l’attore, l’ha “cacciato” dalla trasmissione di Canale 5 I Guastafeste, dopo che lui aveva invitato una signora presente tra il pubblico a non pagare la tassa per l’Europa».
2002. Va ospite del programma di Piero Chiambretti su Rai 2, Chiambretti c’è, fa un’intemerata sui politici, denunciando il boicottaggio del suo film Il Trasformista, e Claudio Martelli, presente in studio, lo fulmina: «Scusa, Luca, ma perché queste cose non me le hai dette quando venivi a fare anticamera a via del Corso?», storica sede del Psi.
Il critico Marco Giusti (da Dagospia del 25 novembre 2002): «Lo scazzo in diretta tv è da blob primi anni Novanta, sotto gli occhi della compagnia di giro Platinette - Alfonso Signorini - Gianfranco Funari, chiuso con un magistrale «“A Barbare’ ma che cazzo stai a dì?”, detta dallo stesso Funari, incapace di pronunciare perfettamente la parola “trasformista” per evidenti problemi di dentiera», però.
Parlamentare (una sola legislatura, 2008-2013), eletto con il Pdl del Cavaliere, poi in Futuro e libertà di Gianfranco Fini, infine al gruppo Misto, non brillava per le assidue presenze: nel giugno 2012, per esempio, risulterà assente il 100% delle volte.
Pizzicato da Giuseppe Cruciani alla Zanzara, ammetterà: «Ci sono stato poco perché ho dovuto fare giri per la mia fondazione, cose molto interessanti, iniziative contro la pedofilia» (ha più volte raccontato di aver subito molestie dai 9 ai 13 anni da un prete dell’istituto Leone XIII di Milano). Cruciani gli fa notare che le sue attività «cosmopolitiche» non sono annoverabili tra le missioni, chiedendogli della sua trasferta oltre la Grande Muraglia per il suo film Something Good. Barbareschi sbotta: «In Cina? Ma saranno affari miei. Forse ci sono stato qualche giorno, un sacco di avanti e indietro con l’Italia, ma non solo lì, anche in America, in Spagna... non solo per gli affari miei, anche per il Paese», ma certo.
Filippo Ceccarelli, in Invano (Feltrinelli, 2018): «Barbareschi approdato al periglioso, ma forse promettente porto di An dai devastati lidi craxiani, sfogò la sua delusione protestando contro l’inefficacia della linea del partito in Rai: «Siamo stati capaci solo di portare in video delle zoccole», alè (il #metoo era ancora di là da venire).
Quando il citato film Something Good non fu accettato alla Mostra del Cinema di Venezia, spiegò di aver telefonato al direttore artistico del festival, il biellese Alberto Barbera, per testimoniargli stima e amicizia: «Sei un portatore sano di forfora, quando tu ti facevi le se... a Torino, io chia... Naomi Campbell, pippavo con Lou Reed a Kansas City, aravo con il ca... il mondo e guadagnavo miliardi, hai capito? Non voglio essere amico tuo, testa di ca...», ecco.
Aprile 2022. A Sutri, in quel di Viterbo, dove è ospite del sindaco Vittorio Sgarbi, osserva che «non è essere gay il problema», bensì «la mafia dei fr..., degli omosessuali e delle lesbiche. Io dovrei fare un film in cui c’è sempre un nano, un transgender, un cinese. L’inclusività è la cosa più stupida del mondo».
Sarà per questo che non lo includono: «Sono il miglior attore italiano e nessuno mi chiama». Barbareschi, marzullianamente: si faccia una domanda e sia dia una risposta.
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Nel riquadro Angelo Simionato, arrestato e poi messo ai domiciliari per l’aggressione di Torino (Ansa)
Come le Br, i centri sociali si spacciano per rivoluzionari ma in realtà sono al servizio di un disegno più grande di loro. La saldatura con i maranza mostra che il vero fine è l’islamizzazione. E se uno di questi teppisti viene arrestato, spunta la mammina a difenderlo.
«Cocco di mamma» ha due significati: uno letterale di «cocco di mamma sua», per indicare i malcresciuti, ma anche quello di «beniamino del potere». Il 9 agosto 2021 a Bergamo c’è stata una manifestazione di piazza contro il Green pass, per protestare contro la follia antidemocratica, antiscientifica e platealmente priva di senso logico se non la persecuzione del dissidente mediante sottrazione dei diritti più elementari, lavorare, entrare in un bar, salire su un treno. Il dissidente non «dissideva» da idee politiche (Lenin in realtà è un sorcio) o di tecnodittatura (l’auto elettrica è una boiata), non irrideva i padri della patria, per esempio asserendo che Draghi in realtà è un mediocre e Christine Madeleine Odette Lallouette, coniugata Lagarde, è ancora più mediocre di lui. Il dissidente non voleva che nel suo corpo fosse iniettato un farmaco sperimentale, con oscuri effetti collaterali e, come dichiarato nelle schede tecniche, nessuna efficacia nel bloccare la trasmissione della malattia. Non c’è stata nessuna violenza, eppure innumerevoli persone sono state fermate e identificate per «radunata sediziosa». Qualche mese dopo, il 4 ottobre 2021, sono stati usati idranti e lacrimogeni contro i portuali a Trieste che protestavano contro l’obbligo di Green pass stando seduti a terra con il rosario in mano.
Cosa deduciamo? Questi non erano cocchi di mamma, loro sì erano contro il potere. Cocchi di mamma sono stati i brigatisti rossi. Il loro incredibile successo, le pene ridicole cui sono stati condannati dopo delitti di una ferocia inaudita, l’essere stati poi accolti a parlare nelle università, dimostrano che i brigatisti rossi sono sempre stati pedine del potere, non il potere ufficiale, quello occulto, quello che comanda sul serio. Le Brigate Rosse non possono essere comprese pienamente senza considerare la trama di relazioni e appoggi esterni che, direttamente o indirettamente, ne favorirono la sopravvivenza e l’efficacia. Dietro l’immagine di un movimento rivoluzionario «autonomo», dedito alla lotta contro il «cuore dello Stato borghese», si nascondeva una realtà più fatta di legami ambigui, sostegni ideologici e, talvolta, veri e propri aiuti logistici provenienti da Paesi dell’Est e da organizzazioni mediorientali. Nonostante la loro retorica di «avanguardia proletaria», molti dei fondatori e dirigenti del gruppo provenivano da famiglie borghesi, con un solido background culturale: studenti universitari, figli di professionisti e piccoli imprenditori, spesso allevati in contesti benestanti. Molti brigatisti avevano come massima prova d’autonomia personale la capacità di soffiarsi il naso da soli, senza l’aiuto della tata, prima di impugnare una pistola in nome della rivoluzione, pistola che hanno impugnato con incapacità tecnica e infinita vigliaccheria, sparando in tre contro persone disarmate. Eppure la magistratura ha concluso che questi mocciosi da soli hanno architettato e portato a termine il rapimento Moro. Diverse inchieste hanno suggerito canali di collegamento con apparati del blocco sovietico, in particolare con il Kgb e la Stasi, soprattutto tramite movimenti terzisti o palestinesi usati come intermediari. Probabilmente ci fu anche un rapporto diretto e organico, sicuramente ci fu un flusso di «aiuti indiretti»: rifugi sicuri, documenti falsi, armi che transitavano in circuiti clandestini comuni a diversi gruppi rivoluzionari europei. Il Medio Oriente rappresentò poi un crocevia fondamentale: i campi di addestramento dell’Olp e di altre sigle palestinesi accolsero militanti delle Br e di altre organizzazioni armate europee. Quei legami, nati all’insegna della solidarietà antimperialista, fornirono esperienze militari, contatti internazionali e reti di fuga.
Il caso Moro si inserisce in questo contesto. Il sequestro e l’assassinio dello statista democristiano nel 1978 mostrarono un livello tecnico e logistico che andava oltre le sole forze interne, ma mostrò anche complicità micidiali a livello istituzionale. Moro non fu rapito in via Fani, non è pensabile che siano stati sparati decine di proiettili su un auto da cui l’ostaggio esce illeso e con gli abiti non sporchi per il sangue della sua scorta massacrata, ma la narrazione ufficiale ha accettato questa tesi. Nessun magistrato durante i processi ha chiesto conto delle quattro costole rotte di Moro, e incredibilmente i medici che hanno eseguito l’autopsia non hanno fatto i prelievi bioptici sulle linee si frattura per stabilirne l’esatta datazione.
Il rapimento e la morte di Aldo Moro con il massacro della sua scorta sono una ferita ancora aperta nella memoria nazionale, resa ancora più bruciante dalla mitezza delle pene scontate e dal sospetto tragico che una raffica di menzogne abbia coperto la vera narrazione, spezzando la fiducia del popolo nelle istituzioni. I brigatisti erano cocchi del potere. Tra i loro pochissimi meriti, in effetti l’unico, i brigatisti non c’avevano la mamma, nel senso che qualcuno li avrà pur messi al mondo, ma non ci siamo mai trovati le loro mamme tra i piedi a cinguettarci quanto carucci sono o erano i bimbi loro.
Quelli dei centri sociali sono in tutto e per tutto cocchi di mamma, sono pedine del potere di Davos e di Soros, e soprattutto sono pedine dell’islamizzazione dell’Europa, attraverso la beatificazione del vittimismo palestinese e di quello dell’immigrato, chiavi di volta dell’islamizzazione. Sono gli alfieri del potere che più odia il popolo, sono parassiti che ingrassano la loro filiforme ideologia con denaro pubblico: mentre le famiglie dei bambini disabili devono arrangiarsi da sole, loro sperperano fiumi di denaro dei contribuenti, non solo occupando e rubando elettricità e acqua, ma con i fiumi di denaro che ci costano le loro distruzioni o i loro disastrosi successi. Grazie a loro i lavori della Tav sono in ritardo di 10 anni e costeranno il 20% di più, ma tanto nessuno dei cocchi di mamma è un contribuente. Il poliziotto e il carabiniere, che sono difensori dell’ordine pubblico, cioè di un ordine all’interno del quale noi, il popolo, possiamo vivere decentemente, diventano il «nemico». Un esempio lo abbiamo già avuto con la beatificazione istituzionale di Carlo Giuliani ucciso per legittima difesa nei disordini di Genova durante il G8 del 2001, mentre tentava di colpire un carabiniere ferito con un estintore: il potere ha premiato il suo sacrificio intitolandogli uno spazio in Senato nel 2007. Durante tutta la folle gestione pandemica, italiani rinchiusi agli arresti domiciliari, persone lasciate senza stipendio per aver rifiutato pericolosi farmaci sperimentali, i bravi e giudiziosi cocchi di mamma dei centri sociali se ne sono rimasti zitti e buoni. Nessuno di loro è andato a sedersi di fianco ai portuali sui moli di Trieste. Quello che rende questi mocciosi col cappuccetto non meno pericolosi delle Br è il patto con la Jihad islamica: insieme a immigrati e maranza spaccano stazioni, auto e vetrine del popolo italiano, in una assoluta impunità, l’impunità appunto dei cocchi del potere.
Oltretutto, questi c’hanno la mamma. Come se già non fossero abbastanza ridicoli così come sono, mentre tutti in gruppo aggrediscono poliziotti che hanno l’ordine di non reagire, esibiscono pure la cara mammina, che ci informa che il suo è un bravo ragazzo. Già il termine ragazzo è ridicolo. Io a 22 anni ero sposata, a 23 ero medico. Il ragazzo dovrebbe finire a 16 anni, non andare mai oltre i 18. Gli uomini e le donne si assumono responsabilità, i ragazzi sono cocchi di mamma, e una mamma ci informa che il suo bimbetto ventiduenne con le guanciotte rosa è tanto un bravo ragazzo. Gentile signora, posso avere l’indirizzo di casa sua? Vorrei venire a trovarla, sfasciare la sua, di auto, a picconate, spaccare i vetri di casa sua e poi prendere a calci lei, solo perché lei sappia cosa si prova, senza nessuna acrimonia e in pieno senso dell’umorismo. Sa, sono una brava ragazza.
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Augusta Montaruli (Imagoeconomica)
La deputata di Fdi: «Parecchi vengono da una storia di estrema sinistra. Perciò non isolano fisicamente e idealmente i violenti. E ancora adesso c’è chi cerca di trovare una giustificazione ai delinquenti».
Augusta Montaruli è vicecapogruppo alla Camera di Fdi.
Gli scontri di Torino erano stati pianificati?
«Gli organizzatori hanno sempre dichiarato che l’obiettivo era riappropriarsi dello stabile sgombrato e presidiato dalla polizia, di fronte ai doverosi interventi per la sicurezza e alcuni divieti logistici hanno annunciato lo scontro. D’altra parte non ricordo una sola manifestazione di Askatasuna che non sia sfociata con un’aggressione alla polizia. Deviare un percorso, utilizzare i numeri della folla per forzare un blocco delle forze dell’ordine posto a presidio di uno stabile è un’aggressione meditata e organizzata.
Perché Torino è diventata un epicentro dell’antagonismo violento in Italia?
«Torino ha un potenziale straordinario non sfruttato. Purtroppo ha anche una innegabile storia di radicalismo dell’estrema sinistra. C’è ancora il germe del pericoloso mito di quell’ideologia che ha visto soggetti di un periodo ormai lontano diventare anche parte di una certa classe dirigente della città influenzando i suoi figli ritrovati sotto la sigla di Askatasuna. Essa celebra e applica la conflittualità perenne contro le istituzioni. Si spiega quindi la condizione per cui nel comitato che si candidava a interloquire col Comune di Torino per la sanatoria dello stabile di Askatasuna ci sono docenti universitari, avvocati e financo ex giudici chiamati non a caso “garanti”. Un nome per tutti è quello di Livio Pepino, già membro del Csm, giudice ora a riposo, cofondatore di Magistratura democratica, padre di un esponente storico del centro sociale».
Che ruolo ha Askatasuna nel coordinamento delle azioni a Torino?
«Leggendo il loro materiale e le sigle elencate quali partecipanti alla manifestazione di Torino si capisce come Askatasuna aggreghi diverse realtà, dai Carc all’associazione palestinesi in Italia di Hannoun».
Quali rischi pone questo modello per la sicurezza e l’ordine pubblico a Torino?
«Si chiede correttamente di distinguere chi fa violenza dagli altri manifestanti e il dovere delle istituzioni è quello di garantire che il diritto costituzionale venga esercitato. L’approccio della questura di Torino è stato questo, attento e rigoroso. Tuttavia non si può usare la scusa della protesta per deviare un percorso, cercare di rompere un cordone della polizia e lasciare passare avanti chi si è attrezzato per la guerriglia. Fa tristemente sorridere poi che qualcuno dall’opposizione abbia detto che se il governo riteneva la manifestazione pericolosa doveva vietarla, al solo fine di poter dire l’ennesima bugia, alimentare la narrazione di una destra liberticida che in realtà non esiste, fomentare ancora di più lo scontro che anche quel sabato poteva essere evitato se i violenti - asseritamente pochi- fossero scesi in piazza da soli, isolati».
Esistono responsabilità politiche nella tolleranza verso l’antagonismo violento a Torino?
«Il fatto che per quasi trent’anni abbia potuto beneficiare di uno spazio in maniera indisturbata, senza mai una richiesta di sgombero da parte di nessun sindaco, e che il Comune lo abbia messo al centro di una trattativa che ha come interlocutori ultimi gli stessi occupanti ne è la dimostrazione. L’istituzione è stata piegata ad un’esigenza della coalizione di sinistra di tenere insieme i mondi che quei “garanti” di Askatasuna rappresentano, i garantiti di Askatasuna e intere aree politiche anche nazionali che se ne fanno interpreti e che non a caso sono scesi in piazza con loro. Però se vai ad una manifestazione che negli intenti e nella comunicazione è volta alla violenza, o la violenza la sposi e sei un irresponsabile, o sei talmente ingenuo da essere un incapace. Con i violenti non si dialoga, si isolano fisicamente e idealmente, e che le forze politiche dell’opposizione si dividano da noi su questo appello perché non riescono a risolvere un loro problema interno è desolante».
Chi, sul piano politico e istituzionale, ha garantito protezione o legittimazione ad Askatasuna?
«Chi ancora cerca di trovare una giustificazione ad Askatasuna. Il punto non è l’occupazione in sé ma come questa occupazione sia diventata lo strumento per sfogare la violenza ideologica che non a caso non si è affievolita dopo il tentativo di normalizzazione del sindaco Lorusso. Quel patto di collaborazione ha portato alla luce una realtà di garanti e garantiti che mal si concilia alla narrazione di un gruppo che ha bisogno di dirsi autonomo per esistere e infatti hanno dovuto rilanciare sul piano della violenza. Se poi deputati o candidati sindaci dei gruppi di opposizione al governo Meloni partecipano a cortei come quelli di sabato fanno perdere autorevolezza a loro stessi e alla politica tutta».
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