2020-03-23
La carica
dei virologi
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La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro.
La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.
Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa».
L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi»
Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste».
L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus?
«Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva».
A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti?
«Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"».
Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie.
«C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi».
Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab?
«Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata».
Andrea Crisanti, Aou di Padova
Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? Così il sistema crolla».
Matteo Bassetti, Ospedale San Martino di Genova
«Questa non è un'epidemia, la mortalità è bassa». Parola di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, dopo i primi casi. Bassetti distingue tra morti «di» e «con» il coronavirus. Perciò viene tirato in ballo da Vittorio Sgarbi, che invoca il ripristino dei Sacramenti. Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata».
Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose».
Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità
Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi.
Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa
«Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata.
Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano
Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile».
Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano
È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo.
Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte»
Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione».
Professore, che cosa le risulta più impegnativo?
«Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità».
Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro?
«È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità».
La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr?
«Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia».
La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento?
«Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
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La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro. La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem11" data-id="11" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=11#rebelltitem11" data-basename="massimo-galli-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem10" data-id="10" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=10#rebelltitem10" data-basename="l-intervista-a-galli-tra-gli-esperti-ho-visto-troppi-narcististi" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi» Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste». L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus? «Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva». A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti? «Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"». Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie. «C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi». Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab? «Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem9" data-id="9" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=9#rebelltitem9" data-basename="andrea-crisanti-aou-di-padova" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Andrea Crisanti, Aou di Padova Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? 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Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="maria-rita-gismondo-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="walter-ricciardi-organizzazione-mondiale-della-sanita" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="pier-luigo-lopalco-universita-di-pisa" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa «Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fabrizio-pregliasco-universita-statale-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="roberto-burioni-universita-san-raffaele-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanni-maga-lo-studioso-del-cnr-io-mi-affido-a-dio-la-scienza-non-ci-da-tutte-le-risposte" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte» Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione». Professore, che cosa le risulta più impegnativo? «Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità». Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro? «È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità». La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr? «Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia». La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento? «Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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