2020-03-23
La carica
dei virologi
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La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro.
La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.
Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa».
L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi»
Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste».
L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus?
«Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva».
A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti?
«Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"».
Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie.
«C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi».
Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab?
«Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata».
Andrea Crisanti, Aou di Padova
Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? Così il sistema crolla».
Matteo Bassetti, Ospedale San Martino di Genova
«Questa non è un'epidemia, la mortalità è bassa». Parola di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, dopo i primi casi. Bassetti distingue tra morti «di» e «con» il coronavirus. Perciò viene tirato in ballo da Vittorio Sgarbi, che invoca il ripristino dei Sacramenti. Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata».
Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose».
Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità
Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi.
Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa
«Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata.
Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano
Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile».
Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano
È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo.
Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte»
Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione».
Professore, che cosa le risulta più impegnativo?
«Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità».
Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro?
«È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità».
La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr?
«Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia».
La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento?
«Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
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La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro. La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem11" data-id="11" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=11#rebelltitem11" data-basename="massimo-galli-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem10" data-id="10" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=10#rebelltitem10" data-basename="l-intervista-a-galli-tra-gli-esperti-ho-visto-troppi-narcististi" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi» Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste». L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus? «Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva». A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti? «Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"». Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie. «C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi». Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab? «Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem9" data-id="9" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=9#rebelltitem9" data-basename="andrea-crisanti-aou-di-padova" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Andrea Crisanti, Aou di Padova Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? 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Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="maria-rita-gismondo-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="walter-ricciardi-organizzazione-mondiale-della-sanita" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="pier-luigo-lopalco-universita-di-pisa" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa «Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fabrizio-pregliasco-universita-statale-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="roberto-burioni-universita-san-raffaele-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanni-maga-lo-studioso-del-cnr-io-mi-affido-a-dio-la-scienza-non-ci-da-tutte-le-risposte" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte» Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione». Professore, che cosa le risulta più impegnativo? «Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità». Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro? «È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità». La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr? «Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia». La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento? «Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.