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2019-07-04
La Capitana non può essere espulsa. Ira di Salvini: «Basta politica dai giudici»
Ansa
La scarcerazione di Carola Rackete decisa dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, e il «no» della Procura all'espulsione dall'Italia, scatenano l'ira funesta di Matteo Salvini. Il leader della Lega gioca la sua partita contro quella che definisce una «sentenza politica» su un terreno molto favorevole, considerato che questa vicenda cade in pieno scandalo Csm. Il ministro dell'Interno lo sa bene e con astuzia affonda i colpi, sapendo di provocare reazioni indignate, alle quali immediatamente risponde mettendo il dito nella piaga.
La Rackete ora si trova in una località segreta. Ieri mattina la Procura di Agrigento ha negato il nulla osta all'espulsione dall'Italia della comandante della Sea Watch 3 fino al 9 luglio prossimo, giorno in cui sarà interrogata dai pm agrigentini che l'hanno iscritta nel registro degli indagati anche per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La scarcerazione decisa dal gip riguarda invece il procedimento per le ipotesi di reato di rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate. Il provvedimento di allontanamento emesso dal prefetto di Agrigento, Dario Caputo, dovrà essere convalidato dalla sezione specializzata del Tribunale civile di Palermo, ma non sarà comunque eseguibile fino a quando non arriverà l'ok della Procura guidata da Luigi Patronaggio, che sta inoltre valutando se ricorrere contro la scarcerazione decisa dal gip.
«Sono sollevata dalla decisione del giudice», ha detto ieri Carola Rackete, «che considero una grande vittoria della solidarietà verso tutti i migranti, contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». «Mi ha chiesto se era il caso di migrare in Australia a occuparsi di albatros», ha raccontato Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, che ha aggiunto: «Carola è in Italia, ma non è detto che ci resterà. Rimane per il momento coinvolta in due indagini. Per lei abbiamo dovuto mettere a punto un piano per proteggerla dalla stampa, non per nasconderla, ma per consentirle di avere del tempo per riposare e per preparare la sua deposizione del 9 luglio. È libera di andare in Germania se vuole, ma non deve farlo».
Salvini da parte sua batte il ferro finché è caldo: «C'è una giustizia», azzanna il ministro dell'Interno, «che in queste ore ci deve spiegare se possiamo quanto meno mettere su un aereo direzione Berlino questa signorina o se la dobbiamo vedere fare shopping a Santa Margherita Ligure o a Portofino in attesa di attentare alla vita di altri finanzieri. Siamo d'accordo con Carola Rackete, che starebbe pensando di andare in Australia per occuparsi di albatros. Sono pronto a pagarle il biglietto di sola andata. È veramente una sentenza scandalosa. Urge riformare la giustizia, selezionare e promuovere chi la amministra in Italia e cambiare i criteri di assunzione. Nessuno mi toglie dalla testa», incalza Salvini, «che quella di Agrigento sia una sentenza politica. La liberazione di una criminale che in questo momento è libera di mangiare spaghetti aglio, olio e peperoncino e girare per l'Italia. Conto sulla buona fede e il buon lavoro di migliaia di giudici che non vogliono fare politica e pensano che la legge sia uguale per tutti».
Il vicepremier leghista attacca il gip Vella: «Togliti la toga», dice Salvini, «e candidati con la sinistra. È una bella responsabilità quella che questo giudice si è presa. Secondo me è follia, non è indipendenza della magistratura, ma follia». Puntuali come una nave di una Ong in estate, arriva la presa di posizione contro Salvini del Consiglio superiore della magistratura. I membri togati del Csm chiedono l'apertura di una pratica a tutela del gip Vella e condannano «i commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore».
Salvini non aspettava altro: «Non entro in casa altrui», risponde il ministro dell'Interno a chi gli chiede di commentare la presa di posizione dei togati del Csm, «però con quello che stiamo leggendo sulle spartizioni di poltrone e Procure a cura di qualche magistrato, penso che siano gli ultimi che possano dare lezioni di morale a chiunque. Sentire che Salvini è il problema di questo Paese, mi sembra veramente folle».
A far innervosire ancora di più Salvini, arriva la bacchettata del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Si può essere o non essere d'accordo con una decisione», avverte il grillino Bonafede, «ma non si dovrebbe mai arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica o no». «È una chiara sentenza politica», risponde a stretto giro Salvini, «avrò il diritto di denunciarlo? Mettere a rischio la vita di cinque militari italiani non merita il carcere? È una sentenza che a me ha provocato vergogna e rabbia, ognuno dica quello che vuole».
La gip uscita dalla penombra è il nuovo mito della sinistra
L'angelo custode della piratessa Carola non è un dio del mare come Poseidone, ma una signora di terra. Una donna che sorride compiaciuta nella penombra dell'ufficio, con le mani appoggiate sui codici del diritto, in una foto del suo profilo Facebook chiuso ieri mattina per arginare insulti anche violenti e minacce. Il gip Alessandra Vella è per qualche giorno il giudice più famoso e più garantista d'Italia per aver mandato libera la capitana della Sea Watch 3, cancellando con una sentenza dall'esito impressionista i reati per i quali il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, l'aveva arrestata in flagranza: la forzatura del blocco, il rifiuto di obbedienza a nave da guerra, la resistenza e violenza a pubblico ufficiale e a nave da guerra in zone vietate. Acqua fresca per il gip, che ha azzerato le accuse «per avere agito l'indagata nell'adempimento di un dovere. Il dovere di soccorso dei naufraghi non si esaurisce con una mera presa a bordo dei naufraghi stessi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino». E il tentato speronamento? Solo un incidente. Curiosamente è quello che sostenevano la difesa, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e gli attivisti del Pd che a quella conclusione erano arrivati non attraverso la giurisprudenza, ma attraverso l'ideologia. Ora si attendono le motivazioni ufficiali e, a pochi metri dall'ufficio di Alessandra Vella, è proprio lo sconfitto Patronaggio il più curioso di conoscerle. «Per noi era necessaria l'azione di salvataggio, non la forzatura del blocco che riteniamo un atto un po' sconsiderato nei confronti della vedetta della Finanza. Valuteremo un'eventuale impugnazione».
Il giudice Vella ha 43 anni, è nata a Cianciana, piccolo paese in provincia di Agrigento non lontano da Racalmuto, feudo di Leonardo Sciascia. E una frase del maestro («Una storia semplice è una storia molto complicata») ci soccorre nel tentativo di conoscere, pur se da lontano, la donna che ha provato a gettare a mare il concetto di sicurezza nella politica migratoria di un Paese sovrano. Lei si laurea in giurisprudenza a Roma, poi rientra nell'isola per un incarico al palazzo di giustizia di Caltanissetta e nel 2011 si insedia ad Agrigento, praticamente torna a casa. Codici, sentenze e abitudini di provincia, arricchite da un impegno sindacale come presidente della sede locale dell'Associazione nazionale magistrati.
Un «tran-tran» spazzato via dalle scariche elettriche di questi ultimi giorni, con il suo nome diventato virale sui social, il più ricercato su Google, la solidarietà di Roberto Saviano, i tuoni di Matteo Salvini, la ola di Nicola Zingaretti e Laura Boldrini, le parole di sostegno di un titano del diritto come J-Ax. Una tempesta perfetta. E gli avvocati che ieri verso le 12.30, a fine udienze preliminari (due casi di diffamazione a mezzo stampa), si avvicinavano per mostrarle vicinanza e sostegno, ricevevano in cambio un sorriso avvolto dal silenzio. Fino ad ora la sua vita nella penombra della macchina giudiziaria si era dipanata dentro il perimetro della serenità. Casi di cronaca da tre colonne taglio basso, adatte per ladri di motorini. E la terribile morte di una bambina di tre anni schiacciata dal televisore come esempio di inchiesta eccezionale. Anche il sequestro del parcheggio di Bovo Marina, ritenuto abusivo perché allestito da privati in aree di proprietà pubblica, svetta fra le sentenze firmate dalla dottoressa Vella.
Sul suo garantismo nessuno può avere dubbi e non solo per il via libera a Carola Rackete, colomba bianca nonostante i disastri di Lampedusa. C'è un precedente singolare. Nello scorso aprile ad Agrigento un ragazzo di 22 anni ha sparato alla madre il giorno di Pasquetta con una pistola rudimentale e l'ha colpita di striscio alla testa. «Mi voleva avvelenare», si è giustificato con i carabinieri. Il giudice per le indagini preliminari Vella ha convalidato l'arresto, ma ha disposto la libertà vigilata dell'uomo con il semplice divieto di avvicinamento alla mamma.
L'unico momento di pesante conflittualità sul posto di lavoro l'ha avuto con il fumantino avvocato Giuseppe Arnone, protagonista di una intricata querelle giudiziaria. Il legale, ex ambientalista, consigliere comunale e più volte candidato sindaco della città dei Templi, fu arrestato dalla Digos a palazzo di Giustizia dov'era al lavoro, in esecuzione a un'ordinanza di revoca dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Lo scontro ha dato il via ad alcuni procedimenti penali a Caltanissetta per falso ideologico e abuso d'ufficio. Il gip Vella è coinvolto per l'allontanamento dall'aula di Arnone durante un'udienza.
Inezie. Niente a che vedere con il colpo di scena nel caso Sea Watch, che ha scatenato l'inferno mediatico. «Carola ha agito nell'adempimento di un dovere». Una sensibilità opposta rispetto a quella del giudice di Aix en Provence, che davanti all'italiana Francesca Peirotti rea di aver trasportato in Francia otto clandestini, l'ha condannata a sei mesi «per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in territorio francese». Sarà proprio questo il secondo capo d'imputazione contro la Rackete, destinato ad atterrare come un foulard fra qualche giorno sulla scrivania della gip più amata dalla sinistra. Chissà se l'esito sarà ancora à l'italienne.
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L'attivista Carola Rackete verrà interrogata il 9 luglio, fino ad allora starà «nascosta» in Italia. Intanto il Csm attacca il vicepremier.Finora il gip Alessandra Vella aveva gestito piccoli casi di cronaca.Lo speciale contiene due articoli. La scarcerazione di Carola Rackete decisa dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, e il «no» della Procura all'espulsione dall'Italia, scatenano l'ira funesta di Matteo Salvini. Il leader della Lega gioca la sua partita contro quella che definisce una «sentenza politica» su un terreno molto favorevole, considerato che questa vicenda cade in pieno scandalo Csm. Il ministro dell'Interno lo sa bene e con astuzia affonda i colpi, sapendo di provocare reazioni indignate, alle quali immediatamente risponde mettendo il dito nella piaga. La Rackete ora si trova in una località segreta. Ieri mattina la Procura di Agrigento ha negato il nulla osta all'espulsione dall'Italia della comandante della Sea Watch 3 fino al 9 luglio prossimo, giorno in cui sarà interrogata dai pm agrigentini che l'hanno iscritta nel registro degli indagati anche per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La scarcerazione decisa dal gip riguarda invece il procedimento per le ipotesi di reato di rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate. Il provvedimento di allontanamento emesso dal prefetto di Agrigento, Dario Caputo, dovrà essere convalidato dalla sezione specializzata del Tribunale civile di Palermo, ma non sarà comunque eseguibile fino a quando non arriverà l'ok della Procura guidata da Luigi Patronaggio, che sta inoltre valutando se ricorrere contro la scarcerazione decisa dal gip.«Sono sollevata dalla decisione del giudice», ha detto ieri Carola Rackete, «che considero una grande vittoria della solidarietà verso tutti i migranti, contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». «Mi ha chiesto se era il caso di migrare in Australia a occuparsi di albatros», ha raccontato Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, che ha aggiunto: «Carola è in Italia, ma non è detto che ci resterà. Rimane per il momento coinvolta in due indagini. Per lei abbiamo dovuto mettere a punto un piano per proteggerla dalla stampa, non per nasconderla, ma per consentirle di avere del tempo per riposare e per preparare la sua deposizione del 9 luglio. È libera di andare in Germania se vuole, ma non deve farlo».Salvini da parte sua batte il ferro finché è caldo: «C'è una giustizia», azzanna il ministro dell'Interno, «che in queste ore ci deve spiegare se possiamo quanto meno mettere su un aereo direzione Berlino questa signorina o se la dobbiamo vedere fare shopping a Santa Margherita Ligure o a Portofino in attesa di attentare alla vita di altri finanzieri. Siamo d'accordo con Carola Rackete, che starebbe pensando di andare in Australia per occuparsi di albatros. Sono pronto a pagarle il biglietto di sola andata. È veramente una sentenza scandalosa. Urge riformare la giustizia, selezionare e promuovere chi la amministra in Italia e cambiare i criteri di assunzione. Nessuno mi toglie dalla testa», incalza Salvini, «che quella di Agrigento sia una sentenza politica. La liberazione di una criminale che in questo momento è libera di mangiare spaghetti aglio, olio e peperoncino e girare per l'Italia. Conto sulla buona fede e il buon lavoro di migliaia di giudici che non vogliono fare politica e pensano che la legge sia uguale per tutti». Il vicepremier leghista attacca il gip Vella: «Togliti la toga», dice Salvini, «e candidati con la sinistra. È una bella responsabilità quella che questo giudice si è presa. Secondo me è follia, non è indipendenza della magistratura, ma follia». Puntuali come una nave di una Ong in estate, arriva la presa di posizione contro Salvini del Consiglio superiore della magistratura. I membri togati del Csm chiedono l'apertura di una pratica a tutela del gip Vella e condannano «i commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore». Salvini non aspettava altro: «Non entro in casa altrui», risponde il ministro dell'Interno a chi gli chiede di commentare la presa di posizione dei togati del Csm, «però con quello che stiamo leggendo sulle spartizioni di poltrone e Procure a cura di qualche magistrato, penso che siano gli ultimi che possano dare lezioni di morale a chiunque. Sentire che Salvini è il problema di questo Paese, mi sembra veramente folle».A far innervosire ancora di più Salvini, arriva la bacchettata del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Si può essere o non essere d'accordo con una decisione», avverte il grillino Bonafede, «ma non si dovrebbe mai arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica o no». «È una chiara sentenza politica», risponde a stretto giro Salvini, «avrò il diritto di denunciarlo? Mettere a rischio la vita di cinque militari italiani non merita il carcere? È una sentenza che a me ha provocato vergogna e rabbia, ognuno dica quello che vuole».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-capitana-non-puo-essere-espulsa-ira-di-salvini-basta-politica-dai-giudici-2639076856.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-gip-uscita-dalla-penombra-e-il-nuovo-mito-della-sinistra" data-post-id="2639076856" data-published-at="1767898669" data-use-pagination="False"> La gip uscita dalla penombra è il nuovo mito della sinistra L'angelo custode della piratessa Carola non è un dio del mare come Poseidone, ma una signora di terra. Una donna che sorride compiaciuta nella penombra dell'ufficio, con le mani appoggiate sui codici del diritto, in una foto del suo profilo Facebook chiuso ieri mattina per arginare insulti anche violenti e minacce. Il gip Alessandra Vella è per qualche giorno il giudice più famoso e più garantista d'Italia per aver mandato libera la capitana della Sea Watch 3, cancellando con una sentenza dall'esito impressionista i reati per i quali il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, l'aveva arrestata in flagranza: la forzatura del blocco, il rifiuto di obbedienza a nave da guerra, la resistenza e violenza a pubblico ufficiale e a nave da guerra in zone vietate. Acqua fresca per il gip, che ha azzerato le accuse «per avere agito l'indagata nell'adempimento di un dovere. Il dovere di soccorso dei naufraghi non si esaurisce con una mera presa a bordo dei naufraghi stessi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino». E il tentato speronamento? Solo un incidente. Curiosamente è quello che sostenevano la difesa, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e gli attivisti del Pd che a quella conclusione erano arrivati non attraverso la giurisprudenza, ma attraverso l'ideologia. Ora si attendono le motivazioni ufficiali e, a pochi metri dall'ufficio di Alessandra Vella, è proprio lo sconfitto Patronaggio il più curioso di conoscerle. «Per noi era necessaria l'azione di salvataggio, non la forzatura del blocco che riteniamo un atto un po' sconsiderato nei confronti della vedetta della Finanza. Valuteremo un'eventuale impugnazione». Il giudice Vella ha 43 anni, è nata a Cianciana, piccolo paese in provincia di Agrigento non lontano da Racalmuto, feudo di Leonardo Sciascia. E una frase del maestro («Una storia semplice è una storia molto complicata») ci soccorre nel tentativo di conoscere, pur se da lontano, la donna che ha provato a gettare a mare il concetto di sicurezza nella politica migratoria di un Paese sovrano. Lei si laurea in giurisprudenza a Roma, poi rientra nell'isola per un incarico al palazzo di giustizia di Caltanissetta e nel 2011 si insedia ad Agrigento, praticamente torna a casa. Codici, sentenze e abitudini di provincia, arricchite da un impegno sindacale come presidente della sede locale dell'Associazione nazionale magistrati. Un «tran-tran» spazzato via dalle scariche elettriche di questi ultimi giorni, con il suo nome diventato virale sui social, il più ricercato su Google, la solidarietà di Roberto Saviano, i tuoni di Matteo Salvini, la ola di Nicola Zingaretti e Laura Boldrini, le parole di sostegno di un titano del diritto come J-Ax. Una tempesta perfetta. E gli avvocati che ieri verso le 12.30, a fine udienze preliminari (due casi di diffamazione a mezzo stampa), si avvicinavano per mostrarle vicinanza e sostegno, ricevevano in cambio un sorriso avvolto dal silenzio. Fino ad ora la sua vita nella penombra della macchina giudiziaria si era dipanata dentro il perimetro della serenità. Casi di cronaca da tre colonne taglio basso, adatte per ladri di motorini. E la terribile morte di una bambina di tre anni schiacciata dal televisore come esempio di inchiesta eccezionale. Anche il sequestro del parcheggio di Bovo Marina, ritenuto abusivo perché allestito da privati in aree di proprietà pubblica, svetta fra le sentenze firmate dalla dottoressa Vella. Sul suo garantismo nessuno può avere dubbi e non solo per il via libera a Carola Rackete, colomba bianca nonostante i disastri di Lampedusa. C'è un precedente singolare. Nello scorso aprile ad Agrigento un ragazzo di 22 anni ha sparato alla madre il giorno di Pasquetta con una pistola rudimentale e l'ha colpita di striscio alla testa. «Mi voleva avvelenare», si è giustificato con i carabinieri. Il giudice per le indagini preliminari Vella ha convalidato l'arresto, ma ha disposto la libertà vigilata dell'uomo con il semplice divieto di avvicinamento alla mamma. L'unico momento di pesante conflittualità sul posto di lavoro l'ha avuto con il fumantino avvocato Giuseppe Arnone, protagonista di una intricata querelle giudiziaria. Il legale, ex ambientalista, consigliere comunale e più volte candidato sindaco della città dei Templi, fu arrestato dalla Digos a palazzo di Giustizia dov'era al lavoro, in esecuzione a un'ordinanza di revoca dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Lo scontro ha dato il via ad alcuni procedimenti penali a Caltanissetta per falso ideologico e abuso d'ufficio. Il gip Vella è coinvolto per l'allontanamento dall'aula di Arnone durante un'udienza. Inezie. Niente a che vedere con il colpo di scena nel caso Sea Watch, che ha scatenato l'inferno mediatico. «Carola ha agito nell'adempimento di un dovere». Una sensibilità opposta rispetto a quella del giudice di Aix en Provence, che davanti all'italiana Francesca Peirotti rea di aver trasportato in Francia otto clandestini, l'ha condannata a sei mesi «per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in territorio francese». Sarà proprio questo il secondo capo d'imputazione contro la Rackete, destinato ad atterrare come un foulard fra qualche giorno sulla scrivania della gip più amata dalla sinistra. Chissà se l'esito sarà ancora à l'italienne.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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