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2019-07-04
La Capitana non può essere espulsa. Ira di Salvini: «Basta politica dai giudici»
Ansa
La scarcerazione di Carola Rackete decisa dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, e il «no» della Procura all'espulsione dall'Italia, scatenano l'ira funesta di Matteo Salvini. Il leader della Lega gioca la sua partita contro quella che definisce una «sentenza politica» su un terreno molto favorevole, considerato che questa vicenda cade in pieno scandalo Csm. Il ministro dell'Interno lo sa bene e con astuzia affonda i colpi, sapendo di provocare reazioni indignate, alle quali immediatamente risponde mettendo il dito nella piaga.
La Rackete ora si trova in una località segreta. Ieri mattina la Procura di Agrigento ha negato il nulla osta all'espulsione dall'Italia della comandante della Sea Watch 3 fino al 9 luglio prossimo, giorno in cui sarà interrogata dai pm agrigentini che l'hanno iscritta nel registro degli indagati anche per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La scarcerazione decisa dal gip riguarda invece il procedimento per le ipotesi di reato di rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate. Il provvedimento di allontanamento emesso dal prefetto di Agrigento, Dario Caputo, dovrà essere convalidato dalla sezione specializzata del Tribunale civile di Palermo, ma non sarà comunque eseguibile fino a quando non arriverà l'ok della Procura guidata da Luigi Patronaggio, che sta inoltre valutando se ricorrere contro la scarcerazione decisa dal gip.
«Sono sollevata dalla decisione del giudice», ha detto ieri Carola Rackete, «che considero una grande vittoria della solidarietà verso tutti i migranti, contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». «Mi ha chiesto se era il caso di migrare in Australia a occuparsi di albatros», ha raccontato Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, che ha aggiunto: «Carola è in Italia, ma non è detto che ci resterà. Rimane per il momento coinvolta in due indagini. Per lei abbiamo dovuto mettere a punto un piano per proteggerla dalla stampa, non per nasconderla, ma per consentirle di avere del tempo per riposare e per preparare la sua deposizione del 9 luglio. È libera di andare in Germania se vuole, ma non deve farlo».
Salvini da parte sua batte il ferro finché è caldo: «C'è una giustizia», azzanna il ministro dell'Interno, «che in queste ore ci deve spiegare se possiamo quanto meno mettere su un aereo direzione Berlino questa signorina o se la dobbiamo vedere fare shopping a Santa Margherita Ligure o a Portofino in attesa di attentare alla vita di altri finanzieri. Siamo d'accordo con Carola Rackete, che starebbe pensando di andare in Australia per occuparsi di albatros. Sono pronto a pagarle il biglietto di sola andata. È veramente una sentenza scandalosa. Urge riformare la giustizia, selezionare e promuovere chi la amministra in Italia e cambiare i criteri di assunzione. Nessuno mi toglie dalla testa», incalza Salvini, «che quella di Agrigento sia una sentenza politica. La liberazione di una criminale che in questo momento è libera di mangiare spaghetti aglio, olio e peperoncino e girare per l'Italia. Conto sulla buona fede e il buon lavoro di migliaia di giudici che non vogliono fare politica e pensano che la legge sia uguale per tutti».
Il vicepremier leghista attacca il gip Vella: «Togliti la toga», dice Salvini, «e candidati con la sinistra. È una bella responsabilità quella che questo giudice si è presa. Secondo me è follia, non è indipendenza della magistratura, ma follia». Puntuali come una nave di una Ong in estate, arriva la presa di posizione contro Salvini del Consiglio superiore della magistratura. I membri togati del Csm chiedono l'apertura di una pratica a tutela del gip Vella e condannano «i commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore».
Salvini non aspettava altro: «Non entro in casa altrui», risponde il ministro dell'Interno a chi gli chiede di commentare la presa di posizione dei togati del Csm, «però con quello che stiamo leggendo sulle spartizioni di poltrone e Procure a cura di qualche magistrato, penso che siano gli ultimi che possano dare lezioni di morale a chiunque. Sentire che Salvini è il problema di questo Paese, mi sembra veramente folle».
A far innervosire ancora di più Salvini, arriva la bacchettata del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Si può essere o non essere d'accordo con una decisione», avverte il grillino Bonafede, «ma non si dovrebbe mai arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica o no». «È una chiara sentenza politica», risponde a stretto giro Salvini, «avrò il diritto di denunciarlo? Mettere a rischio la vita di cinque militari italiani non merita il carcere? È una sentenza che a me ha provocato vergogna e rabbia, ognuno dica quello che vuole».
La gip uscita dalla penombra è il nuovo mito della sinistra
L'angelo custode della piratessa Carola non è un dio del mare come Poseidone, ma una signora di terra. Una donna che sorride compiaciuta nella penombra dell'ufficio, con le mani appoggiate sui codici del diritto, in una foto del suo profilo Facebook chiuso ieri mattina per arginare insulti anche violenti e minacce. Il gip Alessandra Vella è per qualche giorno il giudice più famoso e più garantista d'Italia per aver mandato libera la capitana della Sea Watch 3, cancellando con una sentenza dall'esito impressionista i reati per i quali il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, l'aveva arrestata in flagranza: la forzatura del blocco, il rifiuto di obbedienza a nave da guerra, la resistenza e violenza a pubblico ufficiale e a nave da guerra in zone vietate. Acqua fresca per il gip, che ha azzerato le accuse «per avere agito l'indagata nell'adempimento di un dovere. Il dovere di soccorso dei naufraghi non si esaurisce con una mera presa a bordo dei naufraghi stessi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino». E il tentato speronamento? Solo un incidente. Curiosamente è quello che sostenevano la difesa, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e gli attivisti del Pd che a quella conclusione erano arrivati non attraverso la giurisprudenza, ma attraverso l'ideologia. Ora si attendono le motivazioni ufficiali e, a pochi metri dall'ufficio di Alessandra Vella, è proprio lo sconfitto Patronaggio il più curioso di conoscerle. «Per noi era necessaria l'azione di salvataggio, non la forzatura del blocco che riteniamo un atto un po' sconsiderato nei confronti della vedetta della Finanza. Valuteremo un'eventuale impugnazione».
Il giudice Vella ha 43 anni, è nata a Cianciana, piccolo paese in provincia di Agrigento non lontano da Racalmuto, feudo di Leonardo Sciascia. E una frase del maestro («Una storia semplice è una storia molto complicata») ci soccorre nel tentativo di conoscere, pur se da lontano, la donna che ha provato a gettare a mare il concetto di sicurezza nella politica migratoria di un Paese sovrano. Lei si laurea in giurisprudenza a Roma, poi rientra nell'isola per un incarico al palazzo di giustizia di Caltanissetta e nel 2011 si insedia ad Agrigento, praticamente torna a casa. Codici, sentenze e abitudini di provincia, arricchite da un impegno sindacale come presidente della sede locale dell'Associazione nazionale magistrati.
Un «tran-tran» spazzato via dalle scariche elettriche di questi ultimi giorni, con il suo nome diventato virale sui social, il più ricercato su Google, la solidarietà di Roberto Saviano, i tuoni di Matteo Salvini, la ola di Nicola Zingaretti e Laura Boldrini, le parole di sostegno di un titano del diritto come J-Ax. Una tempesta perfetta. E gli avvocati che ieri verso le 12.30, a fine udienze preliminari (due casi di diffamazione a mezzo stampa), si avvicinavano per mostrarle vicinanza e sostegno, ricevevano in cambio un sorriso avvolto dal silenzio. Fino ad ora la sua vita nella penombra della macchina giudiziaria si era dipanata dentro il perimetro della serenità. Casi di cronaca da tre colonne taglio basso, adatte per ladri di motorini. E la terribile morte di una bambina di tre anni schiacciata dal televisore come esempio di inchiesta eccezionale. Anche il sequestro del parcheggio di Bovo Marina, ritenuto abusivo perché allestito da privati in aree di proprietà pubblica, svetta fra le sentenze firmate dalla dottoressa Vella.
Sul suo garantismo nessuno può avere dubbi e non solo per il via libera a Carola Rackete, colomba bianca nonostante i disastri di Lampedusa. C'è un precedente singolare. Nello scorso aprile ad Agrigento un ragazzo di 22 anni ha sparato alla madre il giorno di Pasquetta con una pistola rudimentale e l'ha colpita di striscio alla testa. «Mi voleva avvelenare», si è giustificato con i carabinieri. Il giudice per le indagini preliminari Vella ha convalidato l'arresto, ma ha disposto la libertà vigilata dell'uomo con il semplice divieto di avvicinamento alla mamma.
L'unico momento di pesante conflittualità sul posto di lavoro l'ha avuto con il fumantino avvocato Giuseppe Arnone, protagonista di una intricata querelle giudiziaria. Il legale, ex ambientalista, consigliere comunale e più volte candidato sindaco della città dei Templi, fu arrestato dalla Digos a palazzo di Giustizia dov'era al lavoro, in esecuzione a un'ordinanza di revoca dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Lo scontro ha dato il via ad alcuni procedimenti penali a Caltanissetta per falso ideologico e abuso d'ufficio. Il gip Vella è coinvolto per l'allontanamento dall'aula di Arnone durante un'udienza.
Inezie. Niente a che vedere con il colpo di scena nel caso Sea Watch, che ha scatenato l'inferno mediatico. «Carola ha agito nell'adempimento di un dovere». Una sensibilità opposta rispetto a quella del giudice di Aix en Provence, che davanti all'italiana Francesca Peirotti rea di aver trasportato in Francia otto clandestini, l'ha condannata a sei mesi «per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in territorio francese». Sarà proprio questo il secondo capo d'imputazione contro la Rackete, destinato ad atterrare come un foulard fra qualche giorno sulla scrivania della gip più amata dalla sinistra. Chissà se l'esito sarà ancora à l'italienne.
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L'attivista Carola Rackete verrà interrogata il 9 luglio, fino ad allora starà «nascosta» in Italia. Intanto il Csm attacca il vicepremier.Finora il gip Alessandra Vella aveva gestito piccoli casi di cronaca.Lo speciale contiene due articoli. La scarcerazione di Carola Rackete decisa dal gip di Agrigento, Alessandra Vella, e il «no» della Procura all'espulsione dall'Italia, scatenano l'ira funesta di Matteo Salvini. Il leader della Lega gioca la sua partita contro quella che definisce una «sentenza politica» su un terreno molto favorevole, considerato che questa vicenda cade in pieno scandalo Csm. Il ministro dell'Interno lo sa bene e con astuzia affonda i colpi, sapendo di provocare reazioni indignate, alle quali immediatamente risponde mettendo il dito nella piaga. La Rackete ora si trova in una località segreta. Ieri mattina la Procura di Agrigento ha negato il nulla osta all'espulsione dall'Italia della comandante della Sea Watch 3 fino al 9 luglio prossimo, giorno in cui sarà interrogata dai pm agrigentini che l'hanno iscritta nel registro degli indagati anche per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La scarcerazione decisa dal gip riguarda invece il procedimento per le ipotesi di reato di rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate. Il provvedimento di allontanamento emesso dal prefetto di Agrigento, Dario Caputo, dovrà essere convalidato dalla sezione specializzata del Tribunale civile di Palermo, ma non sarà comunque eseguibile fino a quando non arriverà l'ok della Procura guidata da Luigi Patronaggio, che sta inoltre valutando se ricorrere contro la scarcerazione decisa dal gip.«Sono sollevata dalla decisione del giudice», ha detto ieri Carola Rackete, «che considero una grande vittoria della solidarietà verso tutti i migranti, contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». «Mi ha chiesto se era il caso di migrare in Australia a occuparsi di albatros», ha raccontato Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, che ha aggiunto: «Carola è in Italia, ma non è detto che ci resterà. Rimane per il momento coinvolta in due indagini. Per lei abbiamo dovuto mettere a punto un piano per proteggerla dalla stampa, non per nasconderla, ma per consentirle di avere del tempo per riposare e per preparare la sua deposizione del 9 luglio. È libera di andare in Germania se vuole, ma non deve farlo».Salvini da parte sua batte il ferro finché è caldo: «C'è una giustizia», azzanna il ministro dell'Interno, «che in queste ore ci deve spiegare se possiamo quanto meno mettere su un aereo direzione Berlino questa signorina o se la dobbiamo vedere fare shopping a Santa Margherita Ligure o a Portofino in attesa di attentare alla vita di altri finanzieri. Siamo d'accordo con Carola Rackete, che starebbe pensando di andare in Australia per occuparsi di albatros. Sono pronto a pagarle il biglietto di sola andata. È veramente una sentenza scandalosa. Urge riformare la giustizia, selezionare e promuovere chi la amministra in Italia e cambiare i criteri di assunzione. Nessuno mi toglie dalla testa», incalza Salvini, «che quella di Agrigento sia una sentenza politica. La liberazione di una criminale che in questo momento è libera di mangiare spaghetti aglio, olio e peperoncino e girare per l'Italia. Conto sulla buona fede e il buon lavoro di migliaia di giudici che non vogliono fare politica e pensano che la legge sia uguale per tutti». Il vicepremier leghista attacca il gip Vella: «Togliti la toga», dice Salvini, «e candidati con la sinistra. È una bella responsabilità quella che questo giudice si è presa. Secondo me è follia, non è indipendenza della magistratura, ma follia». Puntuali come una nave di una Ong in estate, arriva la presa di posizione contro Salvini del Consiglio superiore della magistratura. I membri togati del Csm chiedono l'apertura di una pratica a tutela del gip Vella e condannano «i commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore». Salvini non aspettava altro: «Non entro in casa altrui», risponde il ministro dell'Interno a chi gli chiede di commentare la presa di posizione dei togati del Csm, «però con quello che stiamo leggendo sulle spartizioni di poltrone e Procure a cura di qualche magistrato, penso che siano gli ultimi che possano dare lezioni di morale a chiunque. Sentire che Salvini è il problema di questo Paese, mi sembra veramente folle».A far innervosire ancora di più Salvini, arriva la bacchettata del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Si può essere o non essere d'accordo con una decisione», avverte il grillino Bonafede, «ma non si dovrebbe mai arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica o no». «È una chiara sentenza politica», risponde a stretto giro Salvini, «avrò il diritto di denunciarlo? Mettere a rischio la vita di cinque militari italiani non merita il carcere? 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Il gip Alessandra Vella è per qualche giorno il giudice più famoso e più garantista d'Italia per aver mandato libera la capitana della Sea Watch 3, cancellando con una sentenza dall'esito impressionista i reati per i quali il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, l'aveva arrestata in flagranza: la forzatura del blocco, il rifiuto di obbedienza a nave da guerra, la resistenza e violenza a pubblico ufficiale e a nave da guerra in zone vietate. Acqua fresca per il gip, che ha azzerato le accuse «per avere agito l'indagata nell'adempimento di un dovere. Il dovere di soccorso dei naufraghi non si esaurisce con una mera presa a bordo dei naufraghi stessi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino». E il tentato speronamento? Solo un incidente. Curiosamente è quello che sostenevano la difesa, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e gli attivisti del Pd che a quella conclusione erano arrivati non attraverso la giurisprudenza, ma attraverso l'ideologia. Ora si attendono le motivazioni ufficiali e, a pochi metri dall'ufficio di Alessandra Vella, è proprio lo sconfitto Patronaggio il più curioso di conoscerle. «Per noi era necessaria l'azione di salvataggio, non la forzatura del blocco che riteniamo un atto un po' sconsiderato nei confronti della vedetta della Finanza. Valuteremo un'eventuale impugnazione». Il giudice Vella ha 43 anni, è nata a Cianciana, piccolo paese in provincia di Agrigento non lontano da Racalmuto, feudo di Leonardo Sciascia. E una frase del maestro («Una storia semplice è una storia molto complicata») ci soccorre nel tentativo di conoscere, pur se da lontano, la donna che ha provato a gettare a mare il concetto di sicurezza nella politica migratoria di un Paese sovrano. Lei si laurea in giurisprudenza a Roma, poi rientra nell'isola per un incarico al palazzo di giustizia di Caltanissetta e nel 2011 si insedia ad Agrigento, praticamente torna a casa. Codici, sentenze e abitudini di provincia, arricchite da un impegno sindacale come presidente della sede locale dell'Associazione nazionale magistrati. Un «tran-tran» spazzato via dalle scariche elettriche di questi ultimi giorni, con il suo nome diventato virale sui social, il più ricercato su Google, la solidarietà di Roberto Saviano, i tuoni di Matteo Salvini, la ola di Nicola Zingaretti e Laura Boldrini, le parole di sostegno di un titano del diritto come J-Ax. Una tempesta perfetta. E gli avvocati che ieri verso le 12.30, a fine udienze preliminari (due casi di diffamazione a mezzo stampa), si avvicinavano per mostrarle vicinanza e sostegno, ricevevano in cambio un sorriso avvolto dal silenzio. Fino ad ora la sua vita nella penombra della macchina giudiziaria si era dipanata dentro il perimetro della serenità. Casi di cronaca da tre colonne taglio basso, adatte per ladri di motorini. E la terribile morte di una bambina di tre anni schiacciata dal televisore come esempio di inchiesta eccezionale. Anche il sequestro del parcheggio di Bovo Marina, ritenuto abusivo perché allestito da privati in aree di proprietà pubblica, svetta fra le sentenze firmate dalla dottoressa Vella. Sul suo garantismo nessuno può avere dubbi e non solo per il via libera a Carola Rackete, colomba bianca nonostante i disastri di Lampedusa. C'è un precedente singolare. Nello scorso aprile ad Agrigento un ragazzo di 22 anni ha sparato alla madre il giorno di Pasquetta con una pistola rudimentale e l'ha colpita di striscio alla testa. «Mi voleva avvelenare», si è giustificato con i carabinieri. Il giudice per le indagini preliminari Vella ha convalidato l'arresto, ma ha disposto la libertà vigilata dell'uomo con il semplice divieto di avvicinamento alla mamma. L'unico momento di pesante conflittualità sul posto di lavoro l'ha avuto con il fumantino avvocato Giuseppe Arnone, protagonista di una intricata querelle giudiziaria. Il legale, ex ambientalista, consigliere comunale e più volte candidato sindaco della città dei Templi, fu arrestato dalla Digos a palazzo di Giustizia dov'era al lavoro, in esecuzione a un'ordinanza di revoca dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Lo scontro ha dato il via ad alcuni procedimenti penali a Caltanissetta per falso ideologico e abuso d'ufficio. Il gip Vella è coinvolto per l'allontanamento dall'aula di Arnone durante un'udienza. Inezie. Niente a che vedere con il colpo di scena nel caso Sea Watch, che ha scatenato l'inferno mediatico. «Carola ha agito nell'adempimento di un dovere». Una sensibilità opposta rispetto a quella del giudice di Aix en Provence, che davanti all'italiana Francesca Peirotti rea di aver trasportato in Francia otto clandestini, l'ha condannata a sei mesi «per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in territorio francese». Sarà proprio questo il secondo capo d'imputazione contro la Rackete, destinato ad atterrare come un foulard fra qualche giorno sulla scrivania della gip più amata dalla sinistra. Chissà se l'esito sarà ancora à l'italienne.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.