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2020-06-11
La Bellanova ha un problema con i calcoli
Teresa Bellanova (Ansa)
Non è un momento felice per Teresa Bellanova. Prima un problema di salute: «Sono costretta a fermarmi per qualche giorno», ha scritto su Facebook. «Niente di grave, si tratta di un fastidiosissimo calcolo alla colecisti: quanti di voi purtroppo hanno provato l'orrendo fastidio di questo minuscolo granello…». Adesso, purtroppo per lei, è un altro tipo di calcolo a darle problemi. Per la precisione il conto dei migranti che hanno fatto richiesta di regolarizzazione. La sanatoria che ha commosso il ministro dell'Agricoltura è partita dieci giorni fa, ma a presentare domanda sono stati appena 9.500 stranieri. Vero, fino al 15 luglio c'è ancora tempo. Però il governo si aspettava circa 220.000 irregolari desiderosi di uscire allo scoperto, e per adesso il fiasco è innegabile.
Siamo stati i primi a scriverlo, la settimana scorsa. Abbiamo contattato il Viminale per chiedere lumi, e sulle prime ci è stato risposto che i dati ufficiali sarebbero stati diffusi dopo una quindicina di giorni. Nel frattempo, però, abbiamo pubblicato i numeri forniti dalle associazioni agricole. Cia e Coldiretti, nei primi giorni, hanno ricevuto in tutto circa un centinaio di richieste: praticamente nulla. E dire che l'intero provvedimento era stato presentato come un atto fondamentale per salvare le aziende agricole prive di manodopera. A quanto pare, invece, il condono per i clandestini agli agricoltori non serviva.
Dopo che La Verità ha svelato l'inghippo, il Viminale si è affrettato a diffondere un dato, cioè quello delle 9.500 domande presentate dagli stranieri (a cui si aggiungono circa 60.000 richieste di informazioni online). In sostanza, il ministero ha dovuto certificare il flop.
Un fallimento che non è passato inosservato nemmeno a sinistra, tanto che ieri Repubblica ha sparato un siluro contro il governo titolando in prima pagina: «La beffa della sanatoria». Il giornale di Maurizio Molinari ha elencato tutte le magagne del provvedimento, che per altro erano ampiamente prevedibili (e infatti sono state previste anche da noi). Come si diceva, è evidente che agli agricoltori la sanatoria risulta inutile. Le frontiere ora sono aperte, migliaia di lavoratori comunitari possono raggiungere le aziende per cui hanno già lavorato negli anni passati. Ma pare proprio che il provvedimento non serva nemmeno agli stranieri.
Alcuni di loro continuano a essere impiegati in nero, come dimostrano le operazioni di polizia di cui scriviamo anche qui sotto. I loro datori di lavoro, spesso criminali, non hanno nessuna intenzione di metterli in regola. L'effetto collaterale più nefasto è che tutto ciò alimenta il racket. È stata di nuovo Repubblica a scrivere che il prezzo dei permessi di lavoro falsi è aumentato da 3.000 a 5.000 euro. Altri stranieri, invece, lavorano per padroni che non si sognano nemmeno di pagare 500 euro per sanarli. Dunque sono costretti a sborsare il denaro di tasca loro, togliendolo da uno stipendio già esiguo, con grande soddisfazione degli sfruttatori.
La sensazione è che l'intera sanatoria, oltre che decisamente discutibile sotto vari aspetti, sia un po' fuori dal tempo. Ricorda quelle realizzate anni fa dal centrodestra, che però si riferivano a un contesto completamente diverso. Il nuovo provvedimento, ad esempio, crea problemi pure a colf e badanti. Oggi è più difficile che una collaboratrice domestica sia impiegata a tempo pieno da una sola famiglia benestante. Alcune di loro si dividono tra più famiglie a medio reddito, che non sono in grado di pagare uno stipendio pieno. Il rischio, dunque, è che alcune perdano il posto, mentre altre non sanno a chi chiedere di essere regolarizzate. Di situazioni di sfruttamento orrende come quelle dei rider, poi, la sanatoria non si occupa affatto.
Insomma, con la scusa di aiutare l'agricoltura è stato fatto un gran pasticcio. Che la Bellanova, tuttavia, si ostina a difendere con dichiarazioni al limite del grottesco. «Quale che sia il risultato», ha detto a Repubblica, «non sarà mai un flop. Fosse anche una sola la persona che viene strappata all'invisibilità e a condizioni di lavoro oscene, lo considero comunque un successo». Il ministro, con grande sprezzo del ridicolo, aggiunge: «Piuttosto che a una sterile contabilità dei numeri, guardo al guadagno di umanità». Beh, forse dovrebbe guardare anche ai guadagni di chi gestisce il racket dei permessi. Perché finora l'unico risultato della sanatoria è stato che i clandestini devono pagare un sacco di soldi ai negrieri per essere messi in regola.
Ma evidentemente agli esponenti del governo questo dato di realtà continua a sfuggire, visto che ieri pure il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, si è esposto per difendere il condono dei clandestini, spiegando che si tratta di uno «strumento di tutela della collettività». Altra balla clamorosa: la regolarizzazione non offre alcuna sicurezza dal punto di vista sanitario. E comunque, se i numeri sono questi, stiamo freschi.
Non sfugge, ovviamente, il giochino politico che sta dietro tutto questo caos. La Bellanova addossa la responsabilità del flop ai 5 stelle e alle «restrizioni» da loro imposte sulla platea dei regolarizzabili. La sinistra immigrazionista insiste affinché il provvedimento sia allargato ad altre categorie di lavoratori. E non è escluso che a stretto giro si provveda a semplificare ulteriormente le regole per l'ottenimento del permesso di soggiorno, che per altro viene concesso in assenza di controlli, previsti soltanto in una fase successiva.
Ancora una volta, dunque, l'immigrazione diventa uno strumento di lotta politica. Un'arma da usare in una battaglia condotta sulla pelle degli italiani e persino dei migranti.
Regolarizzati con finti matrimoni. E poi mandati nei campi come schiavi
In Calabria sempre la solita storia. Si susseguono le inchieste che disvelano il lato B della presunta accoglienza riservata a chi arriva in Italia dall'Africa o dall'Asia in cerca di un lavoro.
La procura di Castrovillari (Cosenza), ieri mattina, ha eseguito sessanta misure cautelari, nell'ambito dell'inchiesta denominata Demetra, che colpisce un giro di caporalato nel Cosentino, con connessioni pure a Matera, in Basilicata. «Ma ste c... di scimmie dove sono?». È una delle intercettazioni choc, contenute nelle carte dell'indagine. «Domani mattina là ci vogliono le scimmie», dice uno degli individui sotto controllo. «E facciamo venire le scimmie, così cerchiamo di finire» risponde un altro indagato.
L'operazione scattata all'alba ha visto impegnati oltre 300 finanzieri del Comando Provinciale di Cosenza, con l'ausilio delle Fiamme gialle dei reparti di Catanzaro e Crotone.
Gli indiziati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata all'intermediazione illecita, allo sfruttamento del lavoro e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I migranti, mentre lavoravano nei campi, a volte avrebbero pure bevuto acqua dei canali scolo per dissetarsi. «No…siccome mi ha telefonato…che ai neri gli mancano un paio di bottiglie di acqua…nel canale, gliele riempiamo nel canale». E questo è un altro dei dialoghi captati che provoca sconcerto.
L'attività della Finanza è sfociata all'applicazione di 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere, 38 ordinanze di arresti domiciliari e otto ordinanze di sottoposizione all'obbligo di firma. Sono state sequestrate inoltre 14 aziende agricole, di cui ben 12 in provincia di Matera e due in provincia di Cosenza, per un valore stimato di quasi otto milioni di euro.
L'inchiesta nasce da un controllo effettuato dai finanzieri della Tenenza di Montegiordano (Cosenza) al confine con la Basilicata. In un primo momento si procedeva all'identificazione di numerosi soggetti, italiani e stranieri, in particolare, di nazionalità pakistana, magrebina e di Stati dell'Europa dell'Est.
Secondo la Procura, oltre 200 braccianti sarebbero stati reclutati e condotti sui campi, in condizioni di sfruttamento, costretti a lavorare in assenza di dispositivi di protezione individuale. Scendendo più nel dettaglio, sono due le presunte associazioni criminali individuate dagli investigatori. Uno dei due gruppi sarebbe stato artefice non solo d'illecito sfruttamento di manodopera, ma anche di un traffico d'immigrazione clandestina. Dietro il pagamento di cospicue somme di denaro, sarebbero stati organizzati matrimoni «di comodo» finalizzati a garantire la permanenza sul territorio italiano di diversi immigrati. I magistrati hanno scoperto che qualcuno degli indiziati, dopo essersi procurato la documentazione necessaria, avrebbe organizzato i matrimoni civili, facendo firmare testimoni ritenuti fittizi. Le unioni finivano, poi, con procedimenti di separazione e divorzio abbastanza veloci.
«L'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, cosiddetto caporalato», scrive il gip senza mezzi termini, «rappresenta una delle nuove forme di utilizzazione illecita della manodopera. In estrema sintesi, il caporale recluta lavoratori da collocare presso diverse aziende utilizzatrici e, per tale attività, percepisce una percentuale della retribuzione spettante ai lavoratori reclutati. Questi ultimi sono soggetti che versano in condizioni di particolare vulnerabilità e, quindi, di sottomissione. La combinazione di tali fattori genera la subordinazione del reclutato, in particolare di quello straniero, e la soggezione a condizioni di sfruttamento».
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Il ministro affronta un inconveniente renale, ma non risolve il flop della sanatoria denunciato dalla «Verità». Anzi, rivendica come un successo le sole 9.500 domande: «Piuttosto che ai numeri, guardo al guadagno di umanità». Intanto gli stranieri restano sfruttatiLa banda attiva tra Calabria e Basilicata. Intercettazioni choc: «Fate venire le scimmie»Lo speciale contiene due articoliNon è un momento felice per Teresa Bellanova. Prima un problema di salute: «Sono costretta a fermarmi per qualche giorno», ha scritto su Facebook. «Niente di grave, si tratta di un fastidiosissimo calcolo alla colecisti: quanti di voi purtroppo hanno provato l'orrendo fastidio di questo minuscolo granello…». Adesso, purtroppo per lei, è un altro tipo di calcolo a darle problemi. Per la precisione il conto dei migranti che hanno fatto richiesta di regolarizzazione. La sanatoria che ha commosso il ministro dell'Agricoltura è partita dieci giorni fa, ma a presentare domanda sono stati appena 9.500 stranieri. Vero, fino al 15 luglio c'è ancora tempo. Però il governo si aspettava circa 220.000 irregolari desiderosi di uscire allo scoperto, e per adesso il fiasco è innegabile. Siamo stati i primi a scriverlo, la settimana scorsa. Abbiamo contattato il Viminale per chiedere lumi, e sulle prime ci è stato risposto che i dati ufficiali sarebbero stati diffusi dopo una quindicina di giorni. Nel frattempo, però, abbiamo pubblicato i numeri forniti dalle associazioni agricole. Cia e Coldiretti, nei primi giorni, hanno ricevuto in tutto circa un centinaio di richieste: praticamente nulla. E dire che l'intero provvedimento era stato presentato come un atto fondamentale per salvare le aziende agricole prive di manodopera. A quanto pare, invece, il condono per i clandestini agli agricoltori non serviva. Dopo che La Verità ha svelato l'inghippo, il Viminale si è affrettato a diffondere un dato, cioè quello delle 9.500 domande presentate dagli stranieri (a cui si aggiungono circa 60.000 richieste di informazioni online). In sostanza, il ministero ha dovuto certificare il flop. Un fallimento che non è passato inosservato nemmeno a sinistra, tanto che ieri Repubblica ha sparato un siluro contro il governo titolando in prima pagina: «La beffa della sanatoria». Il giornale di Maurizio Molinari ha elencato tutte le magagne del provvedimento, che per altro erano ampiamente prevedibili (e infatti sono state previste anche da noi). Come si diceva, è evidente che agli agricoltori la sanatoria risulta inutile. Le frontiere ora sono aperte, migliaia di lavoratori comunitari possono raggiungere le aziende per cui hanno già lavorato negli anni passati. Ma pare proprio che il provvedimento non serva nemmeno agli stranieri. Alcuni di loro continuano a essere impiegati in nero, come dimostrano le operazioni di polizia di cui scriviamo anche qui sotto. I loro datori di lavoro, spesso criminali, non hanno nessuna intenzione di metterli in regola. L'effetto collaterale più nefasto è che tutto ciò alimenta il racket. È stata di nuovo Repubblica a scrivere che il prezzo dei permessi di lavoro falsi è aumentato da 3.000 a 5.000 euro. Altri stranieri, invece, lavorano per padroni che non si sognano nemmeno di pagare 500 euro per sanarli. Dunque sono costretti a sborsare il denaro di tasca loro, togliendolo da uno stipendio già esiguo, con grande soddisfazione degli sfruttatori. La sensazione è che l'intera sanatoria, oltre che decisamente discutibile sotto vari aspetti, sia un po' fuori dal tempo. Ricorda quelle realizzate anni fa dal centrodestra, che però si riferivano a un contesto completamente diverso. Il nuovo provvedimento, ad esempio, crea problemi pure a colf e badanti. Oggi è più difficile che una collaboratrice domestica sia impiegata a tempo pieno da una sola famiglia benestante. Alcune di loro si dividono tra più famiglie a medio reddito, che non sono in grado di pagare uno stipendio pieno. Il rischio, dunque, è che alcune perdano il posto, mentre altre non sanno a chi chiedere di essere regolarizzate. Di situazioni di sfruttamento orrende come quelle dei rider, poi, la sanatoria non si occupa affatto. Insomma, con la scusa di aiutare l'agricoltura è stato fatto un gran pasticcio. Che la Bellanova, tuttavia, si ostina a difendere con dichiarazioni al limite del grottesco. «Quale che sia il risultato», ha detto a Repubblica, «non sarà mai un flop. Fosse anche una sola la persona che viene strappata all'invisibilità e a condizioni di lavoro oscene, lo considero comunque un successo». Il ministro, con grande sprezzo del ridicolo, aggiunge: «Piuttosto che a una sterile contabilità dei numeri, guardo al guadagno di umanità». Beh, forse dovrebbe guardare anche ai guadagni di chi gestisce il racket dei permessi. Perché finora l'unico risultato della sanatoria è stato che i clandestini devono pagare un sacco di soldi ai negrieri per essere messi in regola. Ma evidentemente agli esponenti del governo questo dato di realtà continua a sfuggire, visto che ieri pure il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, si è esposto per difendere il condono dei clandestini, spiegando che si tratta di uno «strumento di tutela della collettività». Altra balla clamorosa: la regolarizzazione non offre alcuna sicurezza dal punto di vista sanitario. E comunque, se i numeri sono questi, stiamo freschi. Non sfugge, ovviamente, il giochino politico che sta dietro tutto questo caos. La Bellanova addossa la responsabilità del flop ai 5 stelle e alle «restrizioni» da loro imposte sulla platea dei regolarizzabili. La sinistra immigrazionista insiste affinché il provvedimento sia allargato ad altre categorie di lavoratori. E non è escluso che a stretto giro si provveda a semplificare ulteriormente le regole per l'ottenimento del permesso di soggiorno, che per altro viene concesso in assenza di controlli, previsti soltanto in una fase successiva. Ancora una volta, dunque, l'immigrazione diventa uno strumento di lotta politica. Un'arma da usare in una battaglia condotta sulla pelle degli italiani e persino dei migranti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bellanova-ha-un-problema-con-i-calcoli-2646167830.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="regolarizzati-con-finti-matrimoni-e-poi-mandati-nei-campi-come-schiavi" data-post-id="2646167830" data-published-at="1591815005" data-use-pagination="False"> Regolarizzati con finti matrimoni. E poi mandati nei campi come schiavi In Calabria sempre la solita storia. Si susseguono le inchieste che disvelano il lato B della presunta accoglienza riservata a chi arriva in Italia dall'Africa o dall'Asia in cerca di un lavoro. La procura di Castrovillari (Cosenza), ieri mattina, ha eseguito sessanta misure cautelari, nell'ambito dell'inchiesta denominata Demetra, che colpisce un giro di caporalato nel Cosentino, con connessioni pure a Matera, in Basilicata. «Ma ste c... di scimmie dove sono?». È una delle intercettazioni choc, contenute nelle carte dell'indagine. «Domani mattina là ci vogliono le scimmie», dice uno degli individui sotto controllo. «E facciamo venire le scimmie, così cerchiamo di finire» risponde un altro indagato. L'operazione scattata all'alba ha visto impegnati oltre 300 finanzieri del Comando Provinciale di Cosenza, con l'ausilio delle Fiamme gialle dei reparti di Catanzaro e Crotone. Gli indiziati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata all'intermediazione illecita, allo sfruttamento del lavoro e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I migranti, mentre lavoravano nei campi, a volte avrebbero pure bevuto acqua dei canali scolo per dissetarsi. «No…siccome mi ha telefonato…che ai neri gli mancano un paio di bottiglie di acqua…nel canale, gliele riempiamo nel canale». E questo è un altro dei dialoghi captati che provoca sconcerto. L'attività della Finanza è sfociata all'applicazione di 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere, 38 ordinanze di arresti domiciliari e otto ordinanze di sottoposizione all'obbligo di firma. Sono state sequestrate inoltre 14 aziende agricole, di cui ben 12 in provincia di Matera e due in provincia di Cosenza, per un valore stimato di quasi otto milioni di euro. L'inchiesta nasce da un controllo effettuato dai finanzieri della Tenenza di Montegiordano (Cosenza) al confine con la Basilicata. In un primo momento si procedeva all'identificazione di numerosi soggetti, italiani e stranieri, in particolare, di nazionalità pakistana, magrebina e di Stati dell'Europa dell'Est. Secondo la Procura, oltre 200 braccianti sarebbero stati reclutati e condotti sui campi, in condizioni di sfruttamento, costretti a lavorare in assenza di dispositivi di protezione individuale. Scendendo più nel dettaglio, sono due le presunte associazioni criminali individuate dagli investigatori. Uno dei due gruppi sarebbe stato artefice non solo d'illecito sfruttamento di manodopera, ma anche di un traffico d'immigrazione clandestina. Dietro il pagamento di cospicue somme di denaro, sarebbero stati organizzati matrimoni «di comodo» finalizzati a garantire la permanenza sul territorio italiano di diversi immigrati. I magistrati hanno scoperto che qualcuno degli indiziati, dopo essersi procurato la documentazione necessaria, avrebbe organizzato i matrimoni civili, facendo firmare testimoni ritenuti fittizi. Le unioni finivano, poi, con procedimenti di separazione e divorzio abbastanza veloci. «L'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, cosiddetto caporalato», scrive il gip senza mezzi termini, «rappresenta una delle nuove forme di utilizzazione illecita della manodopera. In estrema sintesi, il caporale recluta lavoratori da collocare presso diverse aziende utilizzatrici e, per tale attività, percepisce una percentuale della retribuzione spettante ai lavoratori reclutati. Questi ultimi sono soggetti che versano in condizioni di particolare vulnerabilità e, quindi, di sottomissione. La combinazione di tali fattori genera la subordinazione del reclutato, in particolare di quello straniero, e la soggezione a condizioni di sfruttamento».
Uno scatto della manifestazione a Roma per Maduro (Ansa)
A Roma Anpi, Cgil e decine di associazioni chiedono l’intervento dell’Onu. Landini attacca la Meloni.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
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Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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