Michele Geraci: «La Russia sta vincendola guerra economica. Occhio a legarci all’Algeria»

Per Michele Geraci la Russia sta vincendo la guerra economica
«Dal punto di vista economico, la guerra l’Occidente la sta perdendo».
Le sanzioni fanno male più a noi che alla Russia?
«No, praticamente fanno male solo a noi e in certi casi aiutano l’economia russa. Sono sanzioni boomerang, annunciate senza prima aver fatto analisi sul loro impatto. Sostituendo, anzi, alle analisi i desideri. L’Europa procede così, per tentativi, trial and error, in realtà più error che trial».
Michele Geraci, economista, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte 1, è un gran conoscitore della Cina dove ha vissuto dal 2008 al 2018, e sul nodo sanzioni offre una lettura non convenzionale.
Perché dice che le sanzioni aiutano l’economia russa?
«Minacciare sanzioni che poi non applichiamo, o annunciare sanzioni che entreranno in vigore dopo qualche tempo, significa far aumentare i prezzi delle materie prime più di quanto sarebbero saliti a causa della guerra. E poi, noi pensiamo che l’economia russa dipenda moltissimo dall’energia...».
Non è così?
«Sì, ma non da quella che esporta nella Ue. Anzitutto, l’energia prodotta viene consumata internamente. Poi esportata a paesi amici, dal Kazakistan alla Cina. E infine c’è l’export in Europa: quello di gas vale il 2,2% del Pil russo, quello del greggio il 3,4%, quello del carbone lo 0,2%. È di questi numeri che si dovrebbe ragionare. Tenendo conto, peraltro, che Mosca può trovare compratori alternativi se noi ci tiriamo indietro. E che l’impatto di un eventuale calo di profitti sul gas esportato non andrebbe a cadere direttamente sulla popolazione, ma sarebbe assorbito dall’unica azienda esportatrice, il colosso di Stato Gazprom».
Negli ultimi tempi proprio sul gas sembra di cogliere in Europa segnali di resipiscenza.
«Lo spero. Noto anch’io che da un po’ la narrazione ufficiale sembra presentare dei punti di flessione, che qualcosa sembra cambiare. Però…».
Però?
«È troppo tardi! Il paradosso è che, se ora facciamo marcia indietro su gas e petrolio, diamo a Putin un segnale di debolezza. Ammettendo implicitamente che le sanzioni ci fanno male, gli diamo metaforicamente in mano una pistola. Insomma, sulle sanzioni sia l’enfasi iniziale sia la marcia indietro provocheranno danni».
È davvero possibile emanciparsi del tutto dal gas russo?
«Secondo i miei modelli, alla fine del 2024 potremmo quasi completamente eliminare le forniture dalla Russia. Ma dovremo comunque ridurre i consumi. E poi dovremo comprare molto più gas dall’Algeria, che in proporzione peserà sulle nostre importazioni più di quanto oggi pesi la Russia. Quindi niente diversificazione, solo un passaggio da un grande fornitore a un altro, che non è certo un modello di democrazia. Non basta: il gasdotto che ci porta il gas algerino transita attraverso la Tunisia, quindi dobbiamo sperare che tra i due paesi non insorgano controversie, come è accaduto tra Algeria e Marocco, da dove passa il gasdotto per la Spagna. L’area in questione è instabile, mentre invece, ci piaccia o no, la Russia è sempre stata un fornitore affidabile».
E gli altri fornitori?
«Sul gas naturale liquefatto del Qatar non contiamoci proprio. Il Qatar esporta già il 70% del suo gas in Asia e agli europei chiede un impegno chiaro ad acquisti di lungo termine, condizione che non possiamo permetterci. E poi ci mancano anche i rigassificatori adatti ad accogliere il loro gas».
Qatar a parte?
«Gli Usa ci daranno 3 miliardi di metri cubi. Attraverso il Tap, che però condividiamo con Grecia e Bulgaria, arriverà più gas dall’Azerbaijan, ma non è detto che sarà solo azero e non anche russo, attraverso triangolazioni con un Paese con cui Baku ha rapporti strettissimi... Ma in tutto questo c’è un’altra domanda da farsi».
Cioè?
«Se Putin o Zelensky ci chiudessero i rubinetti domani?».
La risposta?
«Un -7% di pil immediato».
L’Arabia Saudita non ha acconsentito alla richiesta americana di produrre più petrolio e l’India ha aumentato gli acquisti di petrolio da Mosca.
«I sauditi sono sì alleati degli americani, ma non fino al punto di sacrificare i loro interessi. E noti che hanno accettato anche di pagare in renminbi: un segnale politico non banale. Quanto all’India, Modi e Putin sono in ottimi rapporti, il primo deve dare da mangiare a un miliardo di pensione, e se mi passa il termine, se ne frega di quello che pensa la Ue… La verità è che stiamo facendo miracoli: abbiamo fatto far pace a India e Pakistan e a India e Cina. Pure Cina e Vietnam provano a ricucire i rapporti. Tutti Paesi che dispongono di risorse energetiche, minerarie, terre rare e tecnologia».
La Cina cavalcava la globalizzazione con la sua Via della Seta, ora come reagirà all’annunciata de-globalizzazione?
«Due anni fa Xi Jinping ha formalizzato la strategia della dual circulation: la domanda e l’offerta dovranno essere soddisfatte principalmente internamente, il commercio con l’estero sarà un corollario. Ma attenzione: in Cina le cose prima si fanno e solo poi le si annunciano: anche se magari non ce ne siamo accorti, il decoupling è iniziato da dieci anni: nel 2010 l’export cinese valeva il 30% del pil, oggi è al 17-18%. L’obiettivo è di portarlo e mantenerlo al 10-15%. Tenga conto comunque che visto con occhi cinesi il decoupling metterà insieme più di sei miliardi di persone tra Asia e Africa, la parte del mondo che cresce di più. E Pechino ha recentemente firmato un accordo di libero scambio con 14 Paesi asiatici (inclusi gli “occidentali” Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) che rappresentano il 30% del pil mondiale. La geografia domina le scelte economiche. Puoi essere amico degli Usa ma il commercio lo fai coi Paesi limitrofi».
L’Occidente si ripiega su sé stesso, rivendicando la sua identità contro le autocrazie. Ci sarà meno agibilità intellettuale per chi è curioso di culture altre?
«Sarebbe la vera sconfitta dell’Occidente. Nei ristoranti cinesi il piatto si riempie scegliendo tra quello che arriva dal tavolo girevole. E’ l’approccio che dovremmo avere: guardiamo agli altri modelli e “mangiamo” quello che vogliamo. Un modello culturale non va accettato o rifiutato in blocco: c’è spazio per scegliere, per adattare. Se partiamo dall’idea che non abbiamo nulla da imparare dagli altri, perdiamo la possibilità di migliorare. Ci condanniamo al declino».
L’uccisione di Pietro Alberto Paolo Signor, il clochard in attesa di trapianto di cuore, avvenuta a Genova sabato scorso, ha sollevato una certa «attenzione», per usare un eufemismo, da parte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Infatti, per quell’assassinio è stato arrestato Cissé Camara, un quarantaduenne senegalese con numerosi precedenti di polizia che nel 2022 aveva lasciato scadere il permesso di soggiorno temporaneo. Da quattro anni era, quindi, un irregolare a tutti gli effetti e, nonostante questo, quando è stato fermato per vari reati non è stato rinchiuso in un Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) e allontanato dal nostro Paese. Eppure quella era una trafila praticamente obbligata che avrebbe salvato la vita di Signor.
Per questo il titolare del Viminale ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di disporre una ispezione al fine di verificare i motivi della mancata espulsione in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui lo straniero era stato sottoposto.
Nel 2022 e nel 2025 Camara è stato denunciato per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente (reato punito con reclusione da 1 a 5 anni e multa da 3.000 a 26.000 euro); nel 2024 per tentato furto con destrezza e per rapina (due episodi distinti); nel 2025 per resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale. Il 12 maggio del 2026, pochi giorni prima dell’omicidio, per ricettazione (è stato trovato in possesso di documenti di identità di cittadini italiani già oggetto di denuncia per smarrimento). Lo stesso giorno gli è stato anche notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari per il reato di tentato furto contestatogli nel 2024.
Mentre collezionava denunce Camara risulta essere stato controllato in diverse occasioni, principalmente in provincia di Genova, da agenti impegnati nel controllo del territorio, dal 2022 sino alla metà del mese di maggio 2026.
Una notizia che non deve avere rallegrato il ministro. La strategia del titolare del Viminale su questo punto è molto chiara e, infatti, ha più volte dato indicazioni operative a Prefetture e Questure.
In sintesi, è necessario procedere immediatamente con i rimpatri, anche attraverso il trattenimento nei Cpr, dei soggetti che, rintracciati sul territorio, risultino irregolari, a causa di un permesso di soggiorno scaduto o negato, e presentino «profili di problematicità sul piano della sicurezza pubblica». Una «dottrina» che non deve limitarsi ai soggetti individuati occasionalmente nel corso delle attività di controllo del territorio.
Perché a Genova si è contravvenuto a questa linea di fermezza? L’ispezione dovrà accertarlo.
Camara era approdato il 5 febbraio 2017 a Vibo Marina, sulla costa tirrenica calabrese, con un barcone.
Due giorni dopo venne sottoposto per la prima volta ai rilievi foto-dattiloscopici dalla Questura di Vibo Valentia. Da lì fu trasferito a Lecco dove, il 27 febbraio, chiese la protezione internazionale, formalizzata nel cosiddetto modello C3.
Nel luglio del 2017 c’è stata l’audizione dell’uomo presso la Commissione territoriale di Monza-Milano, che, il 17 settembre 2018, ha deciso di non accogliere la domanda di asilo per insussistenza dei requisiti dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria.
Per la Commissione quel clandestino non aveva nessun motivo per rimanere in Italia. Il decreto di rigetto viene notificato a Camara dalla Questura di Lecco il 16 novembre 2018.
A questo punto il senegalese riesce ad approfittare delle maglie larghe del sistema dei respingimenti e, forse, della distrazione di chi doveva controllare il suo status. Sta di fatto che l’uomo è rimasto nel Belpaese, dove, in pochi anni, ha collezionato una lunga serie di reati.
Ma prima di iniziare a delinquere ha tentato la strada del ricorso contro la mancata concessione dell’asilo. Per questo il 21 gennaio 2019 viene iscritta a ruolo la causa 2789/19 presso il Tribunale di Milano. Di conseguenza, il migrante ottiene un permesso di soggiorno provvisorio «per attesa esito ricorso» con validità 8 marzo 2019 - 7 settembre 2019.
Il 23 ottobre viene rigettata anche questa seconda domanda e allora i legali dell’uomo chiedono una sospensione dell’efficacia esecutiva della pronuncia di primo grado, un’istanza che risulta accolta il 30 gennaio 2021.
A seguito di ciò, Camara chiede un nuovo permesso provvisorio presso il commissariato di Castrovillari (Cosenza), verosimilmente in attesa dell’esito del ricorso per Cassazione, e lo ottiene. Il documento scade il 23 maggio 2022, ma nessuno ne chiede il rinnovo.
Da quel momento, è la valutazione del Viminale, Camara è uno straniero irregolare che per la disattenzione di qualcuno non viene allontanato dall’Italia.
Un lassismo che fa a pugni con i ripetuti fermi per tipologie di reati che destano allarme sociale.
Un’attività criminale culminata, secondo la ricostruzione della Procura di Genova e dei carabinieri del Comando provinciale del capoluogo ligure, con l’efferato omicidio di sabato mattina.
Dalle immagini acquisite dagli inquirenti è emerso che (presunto) assassino e vittima siano arrivati insieme nel centralissimo parco di Villetta Di Negro.
Nei filmati si vedono i due chiacchierare per una decina di minuti, poi scoppia una lite. Segue l’aggressione letale, quasi interamente ripresa dagli occhi elettronici delle telecamere di sorveglianza.
L’assassino sferra diversi fendenti, probabilmente con un coccio di bottiglia, contro «Pedro» (questo il soprannome del senzatetto), considerato da chi lo conosceva un uomo mite, amante della musica e della poesia. La scena finale è raccapricciante: l’aggressore lega mani e piedi di Signor con corde e indumenti, nel tentativo di trascinare via il corpo. Ma una testimone nota la scena e avverte i carabinieri, che intervengono immediatamente.
Quando arrivano i militari del nucleo Radiomobile, il presunto omicida prova a scagliarsi contro uno di loro. È in chiaro stato di alterazione, delira, probabilmente sotto l’effetto del crack (una bustina di tale sostanza è stata trovata sulla scena del crimine e Camara è risultato positivo al narcotest).
Subito dopo viene ricoverato presso l’ospedale San Martino in seguito a una crisi psicomotoria, con ogni probabilità collegata proprio all'abuso di droga e, qui, i medici gli avrebbero diagnosticato anche una polmonite. Per questo Camara resta piantonato nella struttura sanitaria e sarà trasferito in carcere quando le sue condizioni di salute consentiranno le dimissioni.
A causa di questo quadro clinico il gip Carla Pastorini non ha potuto sottoporlo all’interrogatorio di garanzia, che è stato rinviato ai prossimi giorni. L’arresto è stato, però, convalidato dal giudice alla presenza del suo avvocato: il senegalese è accusato di omicidio volontario.
Dopo le ultime notizie di cronaca, dal caso dell’investitore italo-marocchino Salim El Koudri ai fermi con l’accusa di terrorismo di Firenze e Vimercate, la linea del Viminale è chiarissima e l’ispezione di Genova deve servire da lezione per tutti.
Anche perché il ministro Piantedosi e il capo della Polizia Pisani hanno lanciato a fine 2024 il progetto Oscar che prevede l’incrocio dei dati sulle scadenze dei permessi di soggiorno con gli indicatori di pericolosità degli stranieri, a partire dalle informazioni contenute nella banca dati Sdi (Sistema di indagine) sui precedenti di polizia. Insomma, le Questure devono andare alla ricerca di soggetti pericolosi senza attendere che siano individuati nel corso di controlli o di interventi in occasione della commissione di reati.
Piantedosi e Pisani danno la massima importanza alle operazioni Oscar e per questo hanno rafforzato gli organici degli uffici immigrazione e la rete dei Cpr, che intendono ulteriormente potenziare.
Tant’è che i rimpatri in questi anni sono progressivamente aumentati anche grazie ai risultati proprio di questo genere di attività: sono complessivamente 3.510 gli stranieri rimpatriati con le operazioni Oscar, di cui 577 nel 2024, 2001 nel 2025 e 932 nel 2026. Sono 53 in tutto i rimpatri effettuati dalla Questura di Genova nell’ultimo triennio.
Resta da capire che cosa non abbia funzionato nel caso di Camara.
C’è una storia dimenticata attorno al 2 giugno del 1946. L’Italia è distrutta dalla guerra. Il Paese è spaccato. Diviso. Non solo perché gli italiani si sono combattuti durante una terribile guerra civile.
Ma anche perché, di lì a poco, avrebbe perso l’Istria e la Dalmazia. La vittoria mutilata della Prima guerra mondiale sta per cedere il passo alla mutilazione della Seconda guerra mondiale. Il 2 giugno del 1946 gli italiani si presentano al voto. Non tutti possono farlo, anche se lo vorrebbero. Non vanno a esprimere la propria preferenza coloro che appartengono all’allora provincia di Bolzano e quelli della circoscrizione elettorale di Trieste, della Venezia Giulia e di Zara. Non perché non gli importi nulla, anzi. Solo che non possono. Un paradosso soprattutto per gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia che scelsero, dopo il trattato di Parigi (1947), di restare italiani e che, per farlo, abbandonarono le proprie terre, le proprie case e perfino le proprie memorie per diventare esuli in patria. Italiani due volte, sono stati definiti. Perché lo erano per nascita e per decisione. Eppure, quel 2 giugno del 1946, impossibilitati a votare.
A un anno della guerra non era ancora chiaro che fine avrebbero fatto quei territori. Josip Broz Tito puntava ancora a prendersi Trieste, oltre che alle coste dell’Istria e dalmate. Anche Bolzano era in bilico. Come nota l’onorevole Alessandro Urzì, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali della Camera, solamente a settembre «si arrivò a regolare la questione altoatesina attraverso l’accordo De Gasperi-Gruber per la concessione di una autonomia regionale al Trentino Alto Adige. Il d. lgt. 99, 16 marzo 1946 aveva disposto che fosse “per ora impossibile lo svolgimento delle elezioni nella Venezia Giulia, a causa dell’attuale situazione internazionale e nella provincia di Bolzano, nella quale le liste elettorali non si sono potute ultimare non essendo tuttora regolate le questioni di cittadinanza degli optanti per la Germania che hanno perfezionato l’opzione” e infatti il 2 giugno 1946 dei 573 seggi da assegnare e previsti dal d. lgt. 74, 10 marzo 1946, ne furono attribuiti 556 poiché, mancavano i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia-Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. La convocazione dei comizi elettorali avrebbe dovuto essere disposta con successivi provvedimenti ma non accadde; diversamente i cittadini di Briga e Tenda parteciparono alla consultazione benché, l’anno successivo, la rettifica dei confini trasferì queste porzioni di territorio nazionale alla Francia; in l’Alto Adige oltre alla questione del confine nazionale e di possibili rettifiche territoriali, pesò anche il problema degli optanti per il Reich: gli accordi Hitler-Mussolini del 1939 avevano imposto ai cittadini di lingua tedesca l’alternativa di scegliere se rimanere italiani rinunciando alla propria nazionalità, lingua e cultura tedesca o trasferirsi nella Germania nazista rinunciando alla cittadinanza italiana e con essa ai propri beni immobili. Quelli che partirono (ma anche molti di coloro che erano rimasti pur avendo optato) persero dunque la cittadinanza italiana ma dopo la guerra ebbero l’opportunità di optare nuovamente per la cittadinanza italiana».
Per questo motivo, l’onorevole Urzì ha proposto che oggi, festa della Repubblica, vengano ricordati anche loro: «L’ho richiesto», fa sapere Urzì attraverso una nota, «con la presentazione di una interpellanza al ministero della Cultura per garantire nella proposizione dei futuri momenti di celebrazione, rievocazione storica, riflessione culturale e ricerca storica sul 2 giugno 1946, quale data fondante la Repubblica italiana, l’opportuna considerazione anche delle vicende particolari che segnarono così profondamente gli accadimenti di quelle settimane che esclusero una parte della comunità nazionale e dell’elettorato femminile italiano dal momento democratico più alto di riappropriazione della sovranità popolare, nell’unità nazionale».
Erano italiani due volte. Italiani troppo a lungo dimenticati. A cui ora si fa finalmente giustizia.
Nella parte sui princìpi e sui diritti fondamentali, le culture politiche trovano relativamente presto un terreno comune: la Costituzione è «riconosciuta» da tutti come liberale e democratica, come sottolinea Meuccio Ruini quando, nella seduta del 12 marzo 1947, rivendica il sistema di libertà e diritti che la distingue tanto dai modelli totalitari quanto dalle esperienze instabili del passato.
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.














