2022-05-15
Michele Geraci: «La Russia sta vincendola guerra economica. Occhio a legarci all’Algeria»

Per Michele Geraci la Russia sta vincendo la guerra economica
«Dal punto di vista economico, la guerra l’Occidente la sta perdendo».
Le sanzioni fanno male più a noi che alla Russia?
«No, praticamente fanno male solo a noi e in certi casi aiutano l’economia russa. Sono sanzioni boomerang, annunciate senza prima aver fatto analisi sul loro impatto. Sostituendo, anzi, alle analisi i desideri. L’Europa procede così, per tentativi, trial and error, in realtà più error che trial».
Michele Geraci, economista, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte 1, è un gran conoscitore della Cina dove ha vissuto dal 2008 al 2018, e sul nodo sanzioni offre una lettura non convenzionale.
Perché dice che le sanzioni aiutano l’economia russa?
«Minacciare sanzioni che poi non applichiamo, o annunciare sanzioni che entreranno in vigore dopo qualche tempo, significa far aumentare i prezzi delle materie prime più di quanto sarebbero saliti a causa della guerra. E poi, noi pensiamo che l’economia russa dipenda moltissimo dall’energia...».
Non è così?
«Sì, ma non da quella che esporta nella Ue. Anzitutto, l’energia prodotta viene consumata internamente. Poi esportata a paesi amici, dal Kazakistan alla Cina. E infine c’è l’export in Europa: quello di gas vale il 2,2% del Pil russo, quello del greggio il 3,4%, quello del carbone lo 0,2%. È di questi numeri che si dovrebbe ragionare. Tenendo conto, peraltro, che Mosca può trovare compratori alternativi se noi ci tiriamo indietro. E che l’impatto di un eventuale calo di profitti sul gas esportato non andrebbe a cadere direttamente sulla popolazione, ma sarebbe assorbito dall’unica azienda esportatrice, il colosso di Stato Gazprom».
Negli ultimi tempi proprio sul gas sembra di cogliere in Europa segnali di resipiscenza.
«Lo spero. Noto anch’io che da un po’ la narrazione ufficiale sembra presentare dei punti di flessione, che qualcosa sembra cambiare. Però…».
Però?
«È troppo tardi! Il paradosso è che, se ora facciamo marcia indietro su gas e petrolio, diamo a Putin un segnale di debolezza. Ammettendo implicitamente che le sanzioni ci fanno male, gli diamo metaforicamente in mano una pistola. Insomma, sulle sanzioni sia l’enfasi iniziale sia la marcia indietro provocheranno danni».
È davvero possibile emanciparsi del tutto dal gas russo?
«Secondo i miei modelli, alla fine del 2024 potremmo quasi completamente eliminare le forniture dalla Russia. Ma dovremo comunque ridurre i consumi. E poi dovremo comprare molto più gas dall’Algeria, che in proporzione peserà sulle nostre importazioni più di quanto oggi pesi la Russia. Quindi niente diversificazione, solo un passaggio da un grande fornitore a un altro, che non è certo un modello di democrazia. Non basta: il gasdotto che ci porta il gas algerino transita attraverso la Tunisia, quindi dobbiamo sperare che tra i due paesi non insorgano controversie, come è accaduto tra Algeria e Marocco, da dove passa il gasdotto per la Spagna. L’area in questione è instabile, mentre invece, ci piaccia o no, la Russia è sempre stata un fornitore affidabile».
E gli altri fornitori?
«Sul gas naturale liquefatto del Qatar non contiamoci proprio. Il Qatar esporta già il 70% del suo gas in Asia e agli europei chiede un impegno chiaro ad acquisti di lungo termine, condizione che non possiamo permetterci. E poi ci mancano anche i rigassificatori adatti ad accogliere il loro gas».
Qatar a parte?
«Gli Usa ci daranno 3 miliardi di metri cubi. Attraverso il Tap, che però condividiamo con Grecia e Bulgaria, arriverà più gas dall’Azerbaijan, ma non è detto che sarà solo azero e non anche russo, attraverso triangolazioni con un Paese con cui Baku ha rapporti strettissimi... Ma in tutto questo c’è un’altra domanda da farsi».
Cioè?
«Se Putin o Zelensky ci chiudessero i rubinetti domani?».
La risposta?
«Un -7% di pil immediato».
L’Arabia Saudita non ha acconsentito alla richiesta americana di produrre più petrolio e l’India ha aumentato gli acquisti di petrolio da Mosca.
«I sauditi sono sì alleati degli americani, ma non fino al punto di sacrificare i loro interessi. E noti che hanno accettato anche di pagare in renminbi: un segnale politico non banale. Quanto all’India, Modi e Putin sono in ottimi rapporti, il primo deve dare da mangiare a un miliardo di pensione, e se mi passa il termine, se ne frega di quello che pensa la Ue… La verità è che stiamo facendo miracoli: abbiamo fatto far pace a India e Pakistan e a India e Cina. Pure Cina e Vietnam provano a ricucire i rapporti. Tutti Paesi che dispongono di risorse energetiche, minerarie, terre rare e tecnologia».
La Cina cavalcava la globalizzazione con la sua Via della Seta, ora come reagirà all’annunciata de-globalizzazione?
«Due anni fa Xi Jinping ha formalizzato la strategia della dual circulation: la domanda e l’offerta dovranno essere soddisfatte principalmente internamente, il commercio con l’estero sarà un corollario. Ma attenzione: in Cina le cose prima si fanno e solo poi le si annunciano: anche se magari non ce ne siamo accorti, il decoupling è iniziato da dieci anni: nel 2010 l’export cinese valeva il 30% del pil, oggi è al 17-18%. L’obiettivo è di portarlo e mantenerlo al 10-15%. Tenga conto comunque che visto con occhi cinesi il decoupling metterà insieme più di sei miliardi di persone tra Asia e Africa, la parte del mondo che cresce di più. E Pechino ha recentemente firmato un accordo di libero scambio con 14 Paesi asiatici (inclusi gli “occidentali” Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) che rappresentano il 30% del pil mondiale. La geografia domina le scelte economiche. Puoi essere amico degli Usa ma il commercio lo fai coi Paesi limitrofi».
L’Occidente si ripiega su sé stesso, rivendicando la sua identità contro le autocrazie. Ci sarà meno agibilità intellettuale per chi è curioso di culture altre?
«Sarebbe la vera sconfitta dell’Occidente. Nei ristoranti cinesi il piatto si riempie scegliendo tra quello che arriva dal tavolo girevole. E’ l’approccio che dovremmo avere: guardiamo agli altri modelli e “mangiamo” quello che vogliamo. Un modello culturale non va accettato o rifiutato in blocco: c’è spazio per scegliere, per adattare. Se partiamo dall’idea che non abbiamo nulla da imparare dagli altri, perdiamo la possibilità di migliorare. Ci condanniamo al declino».
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I nemici dei diritti umani? Sono i fan dell’accoglienza illimitata, che permette alle multinazionali di sfruttare gli irregolari. Lo spiega Martin Sellner, accusato di razzismo da chi non ha letto il suo libro. Che dal 25 marzo è disponibile con «La Verità» e «Panorama».
Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà.
Ci è stato ripetuto fino allo sfinimento che non si può fare nulla per fermare i flussi di stranieri che dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare in Europa. Ci è stato detto che abbiamo il dovere di abbracciare questi poveri cristi che arrivano in cerca di una vita migliore. Ma la verità - provata dai fatti - è estremamente diversa. La realtà ci mostra che l’immigrazione di massa è una gigantesca macchina che produce morte e sofferenza. Non è un fenomeno epocale o strutturale, qualcosa di fatale, naturale o connaturato all’uomo. Nel modo in cui si manifesta da qualche decennio a questa parte è, al contrario, un fenomeno indotto, deliberatamente favorito per fini squisitamente politici e economici.
I flussi sono «armi di immigrazione di massa», come li ha definiti l’autorevole studiosa americana Kelly Greenhill. A sfruttare queste armi sono gli Stati che utilizzano gli esseri umani come strumento di ricatto o leva politica, e questa è solo una parte tutto sommato superficiale del problema. Scendendo appena più in profondità ci si rende conto che l’immigrazione serve a reclutare quell’esercito industriale di riserva su cui perfino Karl Marx aveva messo in guardia. Un esempio di scuola lo fornisce il caso dei cosiddetti rider: spesso sono stranieri, talvolta stranieri irregolari che sono disposti (o costretti) a sottoporsi a turni massacranti per stipendi da fame e alimentano una economia delle piattaforme di cui non beneficia nessuno se non qualche grande azienda digitale. Se non ci fosse il sistema dell’immigrazione, questo tipo di economia probabilmente non esisterebbe, o comunque sarebbe molto meno invasiva. Invece grazie alla manodopera a bassissimo costo che continuiamo a importare essa è divenuta dominante.
È un piccolo esempio fra tanti, ma mostra il «mondo senza confini» per quello che realmente è: un sistema di sfruttamento dei più deboli. In questa prospettiva, l’immigrazione diviene un male da combattere per evitare che milioni di persone siano sradicate dalla propria terra, siano costrette a sottoporsi a viaggi atroci a rischio della vita per poi finire sulle strade come manovalanza per la criminalità o come massa di sfruttati senza diritti. Ecco, se cominciamo a pensare all’immigrazione in questi termini ci rendiamo conto che spalancare le frontiere e sostenere l’accoglienza senza limiti non sono affatto azioni caritatevoli o umanitarie, anzi sono clamorosi errori che favoriscono il perdurare di un ecosistema mortifero. In questo quadro, a emergere come pratica umanitaria e rispettosa della diversità e dei diritti di tutti è invece la remigrazione.
Se ne parla tanto, da qualche tempo, per lo più a sproposito. Come sempre, chi la propone viene accusato di essere fascista, razzista, addirittura nazista. Martin Sellner, l’autore del libro che tenete fra le mani, viene ogni volta dipinto come una sorta di mostro. Ma basta sfogliare il suo saggio per rendersi conto che non lo è affatto. Egli ripete più volte che razzismo e discriminazione non c’entrano nulla con le sue idee, e che sia vero risulta chiaro a chiunque voglia ascoltare e leggere senza pregiudizi. La remigrazione si basa sulla convinzione che esista un diritto a rimanere in patria e a vivere serenamente nella propria terra, senza essere costretti a lasciare tutto perché non si hanno mezzi sufficienti per vivere. La remigrazione prevede che i popoli dell’Europa non debbano più essere costretti ad affrontare i disagi sociali causati dallo spostamento massivo di orde di uomini che tutti hanno attualmente sotto gli occhi. La remigrazione non consiste nella deportazione violenta o nella persecuzione di chicchessia, anzi prevede un aiuto concreto per chi decidesse di ritornare nella propria terra d’origine. È insomma, un progetto sostenibile, umano, rispettoso. Comprenderlo non è difficile, basta appunto cambiare prospettiva per un attimo, liberarsi dei pregiudizi e delle false credenze che troppo a lungo hanno annebbiato la mente occidentale. Certo, si può sostenere che mettere in pratica la remigrazione sia difficile, se non impossibile. Il punto, però, è che dell’argomento bisognerebbe per lo meno discutere, a prescindere da ogni eventuale approdo politico. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere valutata prima di tutto sul piano teorico, affrontata con profondità e attenzione, e poi eventualmente adattata alle diverse sensibilità e circostanze.
Il vero problema è che, finora, è stato praticamente impossibile anche solo affrontare serenamente il tema. I convegni sull’argomento vengono sabotati o impediti con la forza. I promotori del progetto sono costantemente attaccati dai media e subiscono incredibili ingiustizie (è il caso di Martin Sellner, che ha difficoltà pure a mantenere rapporti sereni con le banche). Insomma una riflessione seria è impedita in ogni modo. Il risultato è che sulla remigrazione si sentono per lo più luoghi comuni e falsità, a ogni latitudine. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il saggio originale di Martin Sellner: per dare a tutti la possibilità di leggere e valutare con la propria testa. Si può ovviamente non approvare la remigrazione, si può discuterla o avere forti riserve in merito. Ma bisogna almeno sapere che cosa sia davvero. E per farlo non vi resta che leggere.
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Ansa
L’analista Ispi: «All’epoca mancava il 6% del petrolio globale, oggi il 17%. Gli effetti profondi li avvertiremo col tempo. Tra i pochi a ridere c’è Putin: incassa di più e l’Europa sarà tentata di riaprire al suo gas».
«Questa crisi è peggiore di quella del 1973 che mise in ginocchio l’Occidente e fece triplicare i prezzi del petrolio in pochi mesi pur a fronte di una riduzione di appena il 6% dell’offerta petrolifera mondiale». Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), fa uno scenario dell’impatto della guerra in Iran sui mercati energetici e le nostre bollette.
«Oggi la crisi di Hormuz impedisce il passaggio al 17% del petrolio mondiale, tre volte tanto, e al 20% del gas naturale liquefatto. È vero, l’economia mondiale è meno dipendente dagli idrocarburi rispetto agli anni Settanta, ma poi non così tanto. Il petrolio resta centrale nei trasporti, il gas per produrre elettricità. Non avvertiamo ancora gli effetti profondi perché la crisi dura da tre settimane, mentre quella del 1973 durò cinque mesi. Ma più passa il tempo, più l’impatto sarà grave».
La reazione di Teheran è stata sottostimata?
«Purtroppo sì. Intendiamoci, le capacità militari iraniane sono state pesantemente indebolite. La marina è di fatto fuori gioco, l’aviazione non è più operativa, e Usa e Israele hanno la quasi completa supremazia aerea. Anche la capacità missilistica è stata significativamente ridotta. Ma è mancata una valutazione di quanto sarebbe stato facile per l’Iran danneggiare le monarchie del Golfo, Israele e l’economia mondiale utilizzando droni da poche decine di migliaia di euro. È una guerra asimmetrica».
Immaginiamo che il blocco di Hormuz duri qualche mese, che accadrebbe?
«I primi a entrare in crisi sarebbero i trasporti aerei e quelli per merci pesanti. Dal Golfo arriva una quota enorme dei cosiddetti “distillati medi”, che sono i carburanti che fanno muovere il mondo. Quasi un quarto di tutto il carburante aereo del mondo transitava da Hormuz. L’Europa importa il 40% del carburante aereo che le serve dal Medio Oriente, e il 25% del suo diesel. Nel frattempo i prezzi alla pompa salirebbero rapidamente. Senza il taglio delle accise oggi saremmo intorno a 1,9 euro al litro, ma tra qualche mese potremmo facilmente superare i 2,5 euro. Poi si avvicinerebbe l’autunno, e il costo del gas, sempre più caro e difficile da reperire, si inizierebbe ad avvertire in bolletta. Sarebbe un nuovo 2022».
Ci sono alternative a Hormuz e con quali i rischi?
«Nel breve periodo sono pochissime e riguardano solo il petrolio, non il gas. L’oleodotto “East-West” in Arabia Saudita, che porta petrolio dal Golfo Persico ai porti del Mar Rosso, e un altro oleodotto più piccolo dagli Emirati Arabi Uniti verso l’Oceano Indiano. Ma bastano solo per rimpiazzare un terzo del petrolio che abbiamo perso. Intanto l’Agenzia internazionale per l’energia sta coordinando il più grande rilascio di scorte strategiche di petrolio della storia, 400 milioni di barili. Questo aiuta nel breve periodo, ma crea un problema: più la crisi si prolunga, più il fatto di aver già intaccato le riserve aumenta l’ansia dei mercati. Il vero rischio è proprio questo: passare da un mercato ancora relativamente “calmo” a uno improvvisamente instabile, con effetti che potrebbero esplodere».
Come stanno reagendo gli altri Paesi dell’Asia?
«Nell’immediato sono i più colpiti, perché lì già cominciano a scarseggiare i barili. La Cina ha reagito per prima e in modo più drastico, con il blocco delle esportazioni di diesel e benzina. Giappone, Corea del Sud e diversi Paesi più piccoli hanno introdotto restrizioni all’export. In alcuni casi si è già arrivati al razionamento: nelle Filippine e a Singapore, per esempio, con limiti alla circolazione e restrizioni energetiche negli uffici. È un’anteprima di ciò che può succedere altrove se la crisi continua».
Questo conflitto cambierà gli equilibri geopolitici?
«A livello strategico, cioè nel rapporto tra Stati Uniti e Cina, è ancora presto per trarre conclusioni. Dimostra al mondo la vulnerabilità americana, ma anche la capacità degli Usa di colpire da lontano. Soprattutto, è una lezione sulle guerre asimmetriche: quando l’attore più debole si prepara per anni, può colpire in modo sproporzionato (basti pensare alla differenza tra Iran e Venezuela). In questo senso per Pechino è un secondo segnale, dopo l’Ucraina, che i conflitti non seguono mai i piani, e che un’eventuale invasione di Taiwan potrebbe avere costi più alti del previsto. Per l’Europa, invece, è l’ennesimo promemoria: in un mondo in cui prevale la legge del più forte e tornano a contare gli eserciti, siamo marginali».
In questa guerra dell’energia chi vince?
«Perdono tutti, tranne poche eccezioni. La principale è la Russia, che prima della crisi stimavamo avrebbe visto i suoi ricavi energetici in continuo calo. Oggi invece, con prezzi così alti, Mosca potrebbe incassare fino a 50 miliardi di euro in più entro fine anno. Il motivo è che la Russia si trova nella posizione perfetta: il suo petrolio è simile a quello mediorientale, ideale per produrre diesel e carburante aereo che oggi scarseggiano, ed è tra i maggiori produttori di gas del mondo».
Pechino che ruolo sta giocando?
«Per ora gioca di sponda. È una strategia coerente per una potenza che non ha mai proiettato stabilmente la forza militare fuori dalla propria regione e che preferisce sostenere indirettamente i propri alleati, dalla Russia all’Iran. La Cina è profondamente pragmatica, si potrebbe persino dire brutale: sei mio alleato fino a quando mi servi, non per sempre».
A questo punto dovremmo riallacciare i rapporti con la Russia per acquistare gas?
«Di sicuro aumenteranno le pressioni perché questo accada. Pensate al paradosso: l’anno scorso i governi europei hanno scritto nero su bianco in leggi dell’Ue che non compreranno più una molecola di gas russo entro la fine del 2027 (era il 45% nel 2021, ma oggi è ancora il 12% di ciò che consumiamo). Ma questa crisi rende meno affidabili altri fornitori cruciali, soprattutto il Qatar. Se la situazione dovesse continuare a lungo, la tentazione di riaprire almeno in parte ai flussi russi diventerà molto concreta».
Va rivista l’agenda green?
«Sta già avvenendo. Bisogna accelerare là dove oggi la transizione conviene: solare e batterie».
Il conflitto ridisegna la mappa dei nostri fornitori energetici?
«Difficile. Il conflitto ci ricorda che petrolio e gas hanno ancora un ruolo cruciale nell’economia mondiale, e che per gli idrocarburi le alternative a disposizione restano limitate. È un invito a osservare il mondo con meno ideologia, e più pragmatismo».
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La Digos della Questura di Catania ha arrestato Giuseppe Sciacca, 47 anni, ritenuto esponente di spicco dell’area anarchica, in cui è noto come il «bombarolo», in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso il 13 marzo dalla Procura generale di Torino. Deve scontare una condanna definitiva a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa dalla Corte d’Assise d’appello del capoluogo piemontese, confluita in un provvedimento di determinazione delle pene concorrenti del settembre 2025.
Sciacca, catanese, è stato condannato nell’aprile del 2024, nel processo scaturito dall’inchiesta «Scintilla», per violazione della legge sulle armi per la fabbricazione di un ordigno. È stato arrestato dalla Digos di Catania la sera del 21 marzo al suo ritorno da Roma. Dopo la notifica del provvedimento, è stato condotto in carcere. Tra i suoi trascorsi, il fermo nel 2004 per il lancio di due bottiglie incendiarie contro il portone della stazione dei carabinieri di Piazza Dante.
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