Michele Geraci: «La Russia sta vincendola guerra economica. Occhio a legarci all’Algeria»

Per Michele Geraci la Russia sta vincendo la guerra economica
«Dal punto di vista economico, la guerra l’Occidente la sta perdendo».
Le sanzioni fanno male più a noi che alla Russia?
«No, praticamente fanno male solo a noi e in certi casi aiutano l’economia russa. Sono sanzioni boomerang, annunciate senza prima aver fatto analisi sul loro impatto. Sostituendo, anzi, alle analisi i desideri. L’Europa procede così, per tentativi, trial and error, in realtà più error che trial».
Michele Geraci, economista, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte 1, è un gran conoscitore della Cina dove ha vissuto dal 2008 al 2018, e sul nodo sanzioni offre una lettura non convenzionale.
Perché dice che le sanzioni aiutano l’economia russa?
«Minacciare sanzioni che poi non applichiamo, o annunciare sanzioni che entreranno in vigore dopo qualche tempo, significa far aumentare i prezzi delle materie prime più di quanto sarebbero saliti a causa della guerra. E poi, noi pensiamo che l’economia russa dipenda moltissimo dall’energia...».
Non è così?
«Sì, ma non da quella che esporta nella Ue. Anzitutto, l’energia prodotta viene consumata internamente. Poi esportata a paesi amici, dal Kazakistan alla Cina. E infine c’è l’export in Europa: quello di gas vale il 2,2% del Pil russo, quello del greggio il 3,4%, quello del carbone lo 0,2%. È di questi numeri che si dovrebbe ragionare. Tenendo conto, peraltro, che Mosca può trovare compratori alternativi se noi ci tiriamo indietro. E che l’impatto di un eventuale calo di profitti sul gas esportato non andrebbe a cadere direttamente sulla popolazione, ma sarebbe assorbito dall’unica azienda esportatrice, il colosso di Stato Gazprom».
Negli ultimi tempi proprio sul gas sembra di cogliere in Europa segnali di resipiscenza.
«Lo spero. Noto anch’io che da un po’ la narrazione ufficiale sembra presentare dei punti di flessione, che qualcosa sembra cambiare. Però…».
Però?
«È troppo tardi! Il paradosso è che, se ora facciamo marcia indietro su gas e petrolio, diamo a Putin un segnale di debolezza. Ammettendo implicitamente che le sanzioni ci fanno male, gli diamo metaforicamente in mano una pistola. Insomma, sulle sanzioni sia l’enfasi iniziale sia la marcia indietro provocheranno danni».
È davvero possibile emanciparsi del tutto dal gas russo?
«Secondo i miei modelli, alla fine del 2024 potremmo quasi completamente eliminare le forniture dalla Russia. Ma dovremo comunque ridurre i consumi. E poi dovremo comprare molto più gas dall’Algeria, che in proporzione peserà sulle nostre importazioni più di quanto oggi pesi la Russia. Quindi niente diversificazione, solo un passaggio da un grande fornitore a un altro, che non è certo un modello di democrazia. Non basta: il gasdotto che ci porta il gas algerino transita attraverso la Tunisia, quindi dobbiamo sperare che tra i due paesi non insorgano controversie, come è accaduto tra Algeria e Marocco, da dove passa il gasdotto per la Spagna. L’area in questione è instabile, mentre invece, ci piaccia o no, la Russia è sempre stata un fornitore affidabile».
E gli altri fornitori?
«Sul gas naturale liquefatto del Qatar non contiamoci proprio. Il Qatar esporta già il 70% del suo gas in Asia e agli europei chiede un impegno chiaro ad acquisti di lungo termine, condizione che non possiamo permetterci. E poi ci mancano anche i rigassificatori adatti ad accogliere il loro gas».
Qatar a parte?
«Gli Usa ci daranno 3 miliardi di metri cubi. Attraverso il Tap, che però condividiamo con Grecia e Bulgaria, arriverà più gas dall’Azerbaijan, ma non è detto che sarà solo azero e non anche russo, attraverso triangolazioni con un Paese con cui Baku ha rapporti strettissimi... Ma in tutto questo c’è un’altra domanda da farsi».
Cioè?
«Se Putin o Zelensky ci chiudessero i rubinetti domani?».
La risposta?
«Un -7% di pil immediato».
L’Arabia Saudita non ha acconsentito alla richiesta americana di produrre più petrolio e l’India ha aumentato gli acquisti di petrolio da Mosca.
«I sauditi sono sì alleati degli americani, ma non fino al punto di sacrificare i loro interessi. E noti che hanno accettato anche di pagare in renminbi: un segnale politico non banale. Quanto all’India, Modi e Putin sono in ottimi rapporti, il primo deve dare da mangiare a un miliardo di pensione, e se mi passa il termine, se ne frega di quello che pensa la Ue… La verità è che stiamo facendo miracoli: abbiamo fatto far pace a India e Pakistan e a India e Cina. Pure Cina e Vietnam provano a ricucire i rapporti. Tutti Paesi che dispongono di risorse energetiche, minerarie, terre rare e tecnologia».
La Cina cavalcava la globalizzazione con la sua Via della Seta, ora come reagirà all’annunciata de-globalizzazione?
«Due anni fa Xi Jinping ha formalizzato la strategia della dual circulation: la domanda e l’offerta dovranno essere soddisfatte principalmente internamente, il commercio con l’estero sarà un corollario. Ma attenzione: in Cina le cose prima si fanno e solo poi le si annunciano: anche se magari non ce ne siamo accorti, il decoupling è iniziato da dieci anni: nel 2010 l’export cinese valeva il 30% del pil, oggi è al 17-18%. L’obiettivo è di portarlo e mantenerlo al 10-15%. Tenga conto comunque che visto con occhi cinesi il decoupling metterà insieme più di sei miliardi di persone tra Asia e Africa, la parte del mondo che cresce di più. E Pechino ha recentemente firmato un accordo di libero scambio con 14 Paesi asiatici (inclusi gli “occidentali” Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) che rappresentano il 30% del pil mondiale. La geografia domina le scelte economiche. Puoi essere amico degli Usa ma il commercio lo fai coi Paesi limitrofi».
L’Occidente si ripiega su sé stesso, rivendicando la sua identità contro le autocrazie. Ci sarà meno agibilità intellettuale per chi è curioso di culture altre?
«Sarebbe la vera sconfitta dell’Occidente. Nei ristoranti cinesi il piatto si riempie scegliendo tra quello che arriva dal tavolo girevole. E’ l’approccio che dovremmo avere: guardiamo agli altri modelli e “mangiamo” quello che vogliamo. Un modello culturale non va accettato o rifiutato in blocco: c’è spazio per scegliere, per adattare. Se partiamo dall’idea che non abbiamo nulla da imparare dagli altri, perdiamo la possibilità di migliorare. Ci condanniamo al declino».
Era prevedibile. Le interruzioni parziali dei flussi di approvvigionamento del gas provenienti dal Golfo, i mercati europei che restano esposti a squilibri dell’offerta e la corsa dei Paesi europei a cercare alternative rapide, hanno posto l’Algeria nella posizione strategica di rivedere i prezzi del gas.
In contemporanea la QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore sui contratti di Gil anche in Italia, il che vuol dire la revisione degli impegni di fornitura già stipulati.
Non sarà una missione facile quella della premier, Giorgia Meloni, oggi ad Algeri per discutere il dossier del gas. Proprio alla vigilia del viaggio, la piattaforma specializzata «Attaqa», citando fonti informate, ha riferito che le autorità algerine si avviano a rivedere i meccanismi di determinazione dei prezzi delle proprie esportazioni di gas naturale e Gnl verso l’Europa, con l’obiettivo di massimizzare i ricavi. Eventuali aumenti delle quantità esportate saranno subordinate a una rinegoziazione dei prezzi, in linea con le quotazioni internazionali. In sostanza, l’incremento delle forniture sarebbe legato a condizioni economiche più favorevoli.
L’Algeria è già il principale fornitore energetico dell’Italia. Nel 2025 ha esportato verso il nostro Paese circa 20,1 miliardi di metri cubi di gas tramite il gasdotto TransMed, ovvero circa il 31% delle importazioni complessive italiane. Sono già in corso i negoziati tra Eni e Sonatrach, per rinegoziare i contratti di fornitura in scadenza nel 2027. Algeri è strategica anche per il gas naturale liquefatto: nel 2025 sono arrivati in Italia 47 carichi di Gnl algerino su un totale di 221, contro i 31 su 150 del 2024, con un incremento di oltre il 50% su base annua.
Il viaggio di Giorgia Meloni serve quindi a rafforzare il partenariato tra Italia e Algeria che oltre alle forniture energetiche riguarda anche il potenziamento delle infrastrutture, il rafforzamento degli investimenti italiani e i primi passi per l’istituzione di una Camera di commercio italo-algerina.
Il gas è comunque il tema centrale della visita. Le indicazioni disponibili suggeriscono che Algeri punti a un aumento dei prezzi compreso tra il 15 e il 20% sulle forniture aggiuntive, sia via gasdotto sia sotto forma di Gnl. Una mossa volta a capitalizzare i livelli raggiunti dal mercato europeo, dove le quotazioni hanno recentemente superato i 70 dollari per megawattora. Algeri ha avviato negoziati avanzati con Italia e Spagna per incrementare le forniture. Le mosse algerine si inseriscono nel quadro degli sforzi europei per diversificare le fonti di approvvigionamento. In particolare, operatori energetici italiani, con il sostegno del governo, stanno lavorando alla conclusione di nuovi contratti di medio-lungo termine.
Sul fronte produttivo, l’Algeria sta spingendo per aumentare al massimo le esportazione di Gnl, approfittando del rallentamento parziale di alcuni concorrenti. La capacità complessiva di liquefazione é stimata intorno a 25,3 milioni di tonnellate annue, elemento che consente una certa flessibilità nella destinazione dei carichi. Al contempo, il Paese mira a compensare il calo delle esportazioni registrato nel 2025, pari a circa il 18%, attraverso un miglioramento dell’efficienza operativa e un incremento della produzione. I dati indicano una forte ripresa delle esportazioni nella prima metà di marzo 2026, con un aumento del 74%.
Oltre all’Algeria si apre un altro fronte di criticità per l’Italia. QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore su alcuni dei contratti a lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto ad Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La mossa era stata anticipata come possibilità qualche giorno fa dal ceo del gruppo, Saad al-Kaabi a seguito degli attacchi iraniani a due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e a uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl). Dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, significa l’esonero dalla responsabilità contrattuale fino a cinque anni per le forniture di Gnl. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il ceo, mettono fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per 3-5 anni. Oltre all’Italia, nel giro di vite del Qatar sono coinvolti Belgio, Corea del Sud e Cina.
Intanto sono accesi i riflettori sul prossimo Consiglio dei ministri. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin ha detto che sarà il governo a valutare una eventuale misura per ridurre il prezzo dei carburanti. Sul tavolo la possibilità di una proroga del taglio delle accise oltre i 20 giorni già decisi con scadenza il 7 aprile. Bisognerà però trovare le risorse, un compito non facile che spetta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il pressing riguarda anche l’estensione dello sconto ad alcune categorie. C’è poi il decreto bollette che, dopo il confronto a Bruxelles sugli Ets, ripartirà nel proprio iter parlamentare. Al momento è previsto un bonus di 115 euro per i meno abbienti. Non è escluso un intervento per potenziare l’aiuto.
Col referendum perduto avevamo l’occasione di migliorare il nostro sistema giudiziario. Un gran peccato. L’opposizione festeggia. Una parte della magistratura festeggia: li terrorizzava la possibilità di esser chiamati a render conto dei propri errori. Il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, ha dichiarato che «ha perso chi voleva affievolire l’indipendenza della magistratura». Però, i magistrati a Napoli hanno festeggiato intonando «Bella Ciao», che sono non solo le parole scritte su un bossolo del fucile che ha ucciso Charlie Kirk, ma anche quelle fatte proprie da un preciso colore politico. Insomma, l’indipendenza di quei magistrati festanti è, di tutta evidenza, più una fantasia di Grosso.
La vittoria del Sì non avrebbe rafforzato il governo. L’ho scritto più volte: il governo avrebbe solo realizzato un desiderio vecchio di 40 anni. Un desiderio peraltro trasversale giacché, come detto più volte, la riforma era il compimento di un processo avviato dal socialista prof. Giuliano Vassalli e continuato dalla sinistra che, con D’Alema al governo nel 1999, introduceva in Costituzione il giudice «terzo». Alla fine, Meloni e Nordio stavano tagliando il nastro di un lavoro pluridecennale.
La maggioranza dei votanti, aizzati e terrorizzati da una campagna bugiarda, non hanno voluto dare fiducia. Personalmente, avevo preso a cuore la cosa, avevo studiato il caso e, essendomi esposto, ero stato chiamato a dibattere in varie occasioni. I dibattiti sono stati una titanica fatica: una verità veniva contrastata da una menzogna; e quando dimostravo la menzogna, un’altra sbucava, e così all’infinito. Già: la verità è una sola, ma le menzogne sono infinite. Le parole di Grosso e i festeggiamenti a Napoli sopra ricordati sono solo una goccia in questo infinito.
La vittoria del No – che è la vittoria di quei magistrati che trovano comodo aver così preservato il privilegio della impunità – è però la sconfitta dell’opposizione che, più che miope, è stata accecata dal patetico desiderio di poter dire di aver inflitto una sconfitta al governo. Certo, sembrerebbe che abbia vinto, ma questa presunta vittoria attiene ad una battaglia, ma è prodromica della sconfitta della guerra.
Intanto c’è un dato: quasi la metà degli italiani chiede una riforma della magistratura. Certo, il «quasi» è quanto basta per non vincere in democrazia, epperò è un quasi «la metà». Insomma, il problema c’è e, comunque, non può essere ignorato. Non solo: ogni volta che il problema emergerà, la responsabilità avrà un nome. Ed emergerà sicuramente: negli ultimi trent’anni ci sono state 30.000 carcerazioni ingiuste e risarcite, mille l’anno, quasi tre al giorno, figlie di questo sistema bacato. Il baco ora è rimasto e, ogni volta che ne emergerà la testa, gli sconfitti del Sì non avranno da far altro che chieder conto ai vittoriosi del No. Chissà cosa risponderanno.
Non c’è ragione per cui la testa del baco dovrebbe restare nascosta, dicevo. Ma, anche se lo facesse, il baco rimane, ed ecco come. Non sono un giurista, sono un fisico, ma c’è una differenza tra queste due professioni: al giurista è permesso essere ignorante di fisica, mentre al fisico o, meglio, a chiunque di noi, non è concesso essere ignoranti di legge, ché questa non ammette ignoranza. Ciò premesso, vengo al punto: l’articolo 111 della Costituzione prevede che chiunque di noi deve avere il diritto di esser giudicato da un giudice «terzo», distante tanto dal magistrato che ci accusa quanto dal nostro avvocato difensore. Senonché, l’articolo 104 mantiene il giudice collega del magistrato che ci accusa. Tutti i processi celebrati in Italia dal 1999 in poi hanno questo colossale vizio: ad ognuno dei condannati non è stato concesso di essere giudicato da un giudice «terzo». E questo accade da 27 anni, dal 1999 appunto.
Non metto in dubbio che qualche Azzeccagarbugli farà le dovute piroette di latinorum per spiegare che tutto va bene e che i due articoli – il 111 e il 104 – sono compatibili. Ma nessuna piroetta retorica può cancellare questa realtà: giudici e pm – che fanno stesso concorso e sono soggetti a un unico organo che decide le carriere, le regole, le vigilanze – sono di fatto colleghi e vivono tutte le dinamiche che, nel bene e nel male, si instaurano tra colleghi, il giudice non è «terzo», e tutti i processi dal 1999 a oggi sono stati celebrati in odore di incostituzionalità. Fossi il presidente della magistratura non ci dormirei la notte o, almeno, avvertirei un grattacapo.
Il giorno dopo la bocciatura della riforma della giustizia l’Associazione nazionale magistrati da un lato tende la mano alla politica, ma dall’altro passa all’incasso per ottenere quel riconoscimento di interlocutore principale che il centrodestra non ha mai visto di buon occhio. Il segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti, ha spiegato così la posizione delle toghe associate: «Non ci siamo intestati una vittoria e siamo pronti a tornare sugli otto punti da cui siamo partiti il 5 marzo del 2025 nell’incontro a Palazzo Chigi.
Vogliamo lavorare con il ministero e con gli avvocati sulle riforme necessarie per l’efficienza della giustizia, come le piante organiche e il tema degli applicativi informatici». «L’Anm», sottolinea Maruotti, gettando acqua sul fuoco, «non è un attore politico, ma è sempre intervenuta nel dibattito pubblico sui temi della giustizia con una certa postura e, come in questa occasione referendaria, evitando una contrapposizione frontale».
Anche Cesare Parodi, presidente dimissionario dell’Anm intervenuto a Rtl 102.5, rispondendo a una domanda sui cori dei magistrati con Bella ciao a Napoli dopo l’esito del referendum, ha cercato di stemperare il clima, ma senza attaccare i colleghi.
«Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione», ha detto Parodi, «credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto. Ma ognuno ha il suo carattere, io non critico nessuno, ognuno ha le sue reazioni, io non posso certamente richiamare nessuno, prendo atto di questo». «Secondo me non è un qualcosa di politico», ha aggiunto, «io sicuramente non ho mai avuto atteggiamenti di questo tipo e condivido le indicazioni del presidente Mattarella che ha detto a tutti, non solo ai magistrati, di mantenere sempre un contegno istituzionale e una compostezza che secondo me sono assolutamente importanti. È stato, credo, non certamente un atteggiamento politico, un momento di sfogo dopo una lunga tensione».
Parodi ha poi chiarito che le sue dimissioni, rese pubbliche a cavallo tra la chiusura dei seggi e l’inizio dello spoglio, nascono da ragioni familiari: «Non c’è nessun nesso con il risultato, non sapevo di aver vinto quando l’ho comunicato, avevo un minuto di tempo per dirlo a urne chiuse e prima degli exit poll e in quel minuto l’ho detto». «È una motivazione personale, devo dire nemmeno troppo originale, legata a motivi di salute di una persona cara, quindi nulla di strano», ha ribadito, per poi escludere una sua entrata in politica: «Ho letto delle cose assurde sui social, che sarei stato minacciato o che mi hanno offerto posti politici, cose di questo tipo, ma assolutamente no».
Il successore di Parodi potrebbe essere eletto già sabato 28 marzo. La toga formalizzerà il passo indietro nella riunione del comitato direttivo centrale dell’Anm che era già fissata per sabato prossimo ma, a quanto risulta, all’ordine del giorno della riunione è stato inserito anche un punto relativo all’elezione del nuovo presidente.
A guastare i tentativi di distensione da parte della magistratura associata sono però arrivate le dichiarazioni dell’ex presidente dell’Anm Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano. Per la toga dal referendum sulla giustizia «esce travolta un’intera classe dirigente dell’avvocatura» e se «esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza» dentro al mondo dell’avvocatura e delle «camere penali» in una «campagna di violenta delegittimazione della magistratura» che si è alleata «con le posizioni più estreme e non di rado volgari». In un post sui social Poniz attacca chi non ha «esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta, anche in nome di avvocati che certo quel mandato non hanno mai conferito, come raccontano i tanti coraggiosi avvocati che si sono sottratti a un’operazione davvero sconcertante per l’insensibilità istituzionale che dimostrava». «Quale sia il destino dei dirigenti delle camere penali - ancora una volta battute su un tema che è diventato una ossessione e agitato come slogan, come esattamente compreso da chi ha detto No - è problema che riguarda loro», scrive la toga.
L’Ordine degli avvocati di Milano ha espresso «sconcerto e preoccupazione» per le parole di Poniz e ribadito «come la cultura della giurisdizione si indebolisca ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si comprometta quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social». «Il rapporto tra avvocatura e magistratura è», prosegue la nota, «per sua natura, dialettico, ma deve restare fondato su rispetto, lealtà e verità» perché «è su questo terreno che si tutela davvero la giustizia».














