Rogoredo, sinistra e famiglia del pusher morto vogliono demolire la legittima difesa
2026-01-29
Giustizia al contrario
«Dal punto di vista economico, la guerra l’Occidente la sta perdendo».
Le sanzioni fanno male più a noi che alla Russia?
«No, praticamente fanno male solo a noi e in certi casi aiutano l’economia russa. Sono sanzioni boomerang, annunciate senza prima aver fatto analisi sul loro impatto. Sostituendo, anzi, alle analisi i desideri. L’Europa procede così, per tentativi, trial and error, in realtà più error che trial».
Michele Geraci, economista, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte 1, è un gran conoscitore della Cina dove ha vissuto dal 2008 al 2018, e sul nodo sanzioni offre una lettura non convenzionale.
Perché dice che le sanzioni aiutano l’economia russa?
«Minacciare sanzioni che poi non applichiamo, o annunciare sanzioni che entreranno in vigore dopo qualche tempo, significa far aumentare i prezzi delle materie prime più di quanto sarebbero saliti a causa della guerra. E poi, noi pensiamo che l’economia russa dipenda moltissimo dall’energia...».
Non è così?
«Sì, ma non da quella che esporta nella Ue. Anzitutto, l’energia prodotta viene consumata internamente. Poi esportata a paesi amici, dal Kazakistan alla Cina. E infine c’è l’export in Europa: quello di gas vale il 2,2% del Pil russo, quello del greggio il 3,4%, quello del carbone lo 0,2%. È di questi numeri che si dovrebbe ragionare. Tenendo conto, peraltro, che Mosca può trovare compratori alternativi se noi ci tiriamo indietro. E che l’impatto di un eventuale calo di profitti sul gas esportato non andrebbe a cadere direttamente sulla popolazione, ma sarebbe assorbito dall’unica azienda esportatrice, il colosso di Stato Gazprom».
Negli ultimi tempi proprio sul gas sembra di cogliere in Europa segnali di resipiscenza.
«Lo spero. Noto anch’io che da un po’ la narrazione ufficiale sembra presentare dei punti di flessione, che qualcosa sembra cambiare. Però…».
Però?
«È troppo tardi! Il paradosso è che, se ora facciamo marcia indietro su gas e petrolio, diamo a Putin un segnale di debolezza. Ammettendo implicitamente che le sanzioni ci fanno male, gli diamo metaforicamente in mano una pistola. Insomma, sulle sanzioni sia l’enfasi iniziale sia la marcia indietro provocheranno danni».
È davvero possibile emanciparsi del tutto dal gas russo?
«Secondo i miei modelli, alla fine del 2024 potremmo quasi completamente eliminare le forniture dalla Russia. Ma dovremo comunque ridurre i consumi. E poi dovremo comprare molto più gas dall’Algeria, che in proporzione peserà sulle nostre importazioni più di quanto oggi pesi la Russia. Quindi niente diversificazione, solo un passaggio da un grande fornitore a un altro, che non è certo un modello di democrazia. Non basta: il gasdotto che ci porta il gas algerino transita attraverso la Tunisia, quindi dobbiamo sperare che tra i due paesi non insorgano controversie, come è accaduto tra Algeria e Marocco, da dove passa il gasdotto per la Spagna. L’area in questione è instabile, mentre invece, ci piaccia o no, la Russia è sempre stata un fornitore affidabile».
E gli altri fornitori?
«Sul gas naturale liquefatto del Qatar non contiamoci proprio. Il Qatar esporta già il 70% del suo gas in Asia e agli europei chiede un impegno chiaro ad acquisti di lungo termine, condizione che non possiamo permetterci. E poi ci mancano anche i rigassificatori adatti ad accogliere il loro gas».
Qatar a parte?
«Gli Usa ci daranno 3 miliardi di metri cubi. Attraverso il Tap, che però condividiamo con Grecia e Bulgaria, arriverà più gas dall’Azerbaijan, ma non è detto che sarà solo azero e non anche russo, attraverso triangolazioni con un Paese con cui Baku ha rapporti strettissimi... Ma in tutto questo c’è un’altra domanda da farsi».
Cioè?
«Se Putin o Zelensky ci chiudessero i rubinetti domani?».
La risposta?
«Un -7% di pil immediato».
L’Arabia Saudita non ha acconsentito alla richiesta americana di produrre più petrolio e l’India ha aumentato gli acquisti di petrolio da Mosca.
«I sauditi sono sì alleati degli americani, ma non fino al punto di sacrificare i loro interessi. E noti che hanno accettato anche di pagare in renminbi: un segnale politico non banale. Quanto all’India, Modi e Putin sono in ottimi rapporti, il primo deve dare da mangiare a un miliardo di pensione, e se mi passa il termine, se ne frega di quello che pensa la Ue… La verità è che stiamo facendo miracoli: abbiamo fatto far pace a India e Pakistan e a India e Cina. Pure Cina e Vietnam provano a ricucire i rapporti. Tutti Paesi che dispongono di risorse energetiche, minerarie, terre rare e tecnologia».
La Cina cavalcava la globalizzazione con la sua Via della Seta, ora come reagirà all’annunciata de-globalizzazione?
«Due anni fa Xi Jinping ha formalizzato la strategia della dual circulation: la domanda e l’offerta dovranno essere soddisfatte principalmente internamente, il commercio con l’estero sarà un corollario. Ma attenzione: in Cina le cose prima si fanno e solo poi le si annunciano: anche se magari non ce ne siamo accorti, il decoupling è iniziato da dieci anni: nel 2010 l’export cinese valeva il 30% del pil, oggi è al 17-18%. L’obiettivo è di portarlo e mantenerlo al 10-15%. Tenga conto comunque che visto con occhi cinesi il decoupling metterà insieme più di sei miliardi di persone tra Asia e Africa, la parte del mondo che cresce di più. E Pechino ha recentemente firmato un accordo di libero scambio con 14 Paesi asiatici (inclusi gli “occidentali” Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) che rappresentano il 30% del pil mondiale. La geografia domina le scelte economiche. Puoi essere amico degli Usa ma il commercio lo fai coi Paesi limitrofi».
L’Occidente si ripiega su sé stesso, rivendicando la sua identità contro le autocrazie. Ci sarà meno agibilità intellettuale per chi è curioso di culture altre?
«Sarebbe la vera sconfitta dell’Occidente. Nei ristoranti cinesi il piatto si riempie scegliendo tra quello che arriva dal tavolo girevole. E’ l’approccio che dovremmo avere: guardiamo agli altri modelli e “mangiamo” quello che vogliamo. Un modello culturale non va accettato o rifiutato in blocco: c’è spazio per scegliere, per adattare. Se partiamo dall’idea che non abbiamo nulla da imparare dagli altri, perdiamo la possibilità di migliorare. Ci condanniamo al declino».
Nel fascicolo aperto dalla Procura di Milano sulla morte di Abderrahim Mansouri, detto «Zack», ucciso lunedì pomeriggio nel boschetto dello spaccio di Rogoredo da un colpo esploso da un agente del commissariato Mecenate, l’inchiesta giudiziaria si è subito trasformata in un caso politico. Prima ancora che perizie e accertamenti tecnici abbiano restituito un quadro definitivo, una parte della sinistra radicale e la famiglia del ventottenne marocchino hanno scelto la strada dello scontro frontale con le forze dell’ordine, mettendo apertamente in discussione la versione dell’agente.
A dettare il tono è stato il comunicato di Potere al popolo, che ha parlato di «un’altra vita spezzata nel quadrante sud di Milano», definendo l’intervento della polizia in borghese «ambiguo» e addirittura «provocatorio». Nel testo si arriva a contestare l’operazione antidroga in quanto tale, a evocare presunte «marginalità da far sparire» in vista delle Olimpiadi e a paragonare l’episodio milanese alle pratiche degli Stati Uniti, accusati di uccidere «a sangue freddo per strada» attraverso l’Ice. Considerazioni deliranti, ideologiche e scollegate dalla realtà di Rogoredo, ma che anticipano il clima della manifestazione annunciata in piazza XXV Aprile sabato prossimo, contro la presenza di agenti statunitensi a Milano, dove il caso Mansouri rischia di diventare l’ennesimo simbolo da piazza, come Ramy Elgaml. Mentre venerdì sera ci sarà una passeggiata per la sicurezza a Rogoredo promossa da Fratelli d’Italia e Gioventù nazionale, al fianco di residenti e polizia, per dire stop a degrado e insicurezza dopo anni di immobilismo della giunta di centrosinistra.
Dentro questo contesto si colloca anche la scelta della famiglia Mansouri di entrare formalmente nel procedimento come persona offesa. Da una parte c’è il racconto del poliziotto, confermato in questa fase da un collega che lo seguiva a breve distanza durante un servizio antidroga; dall’altra la linea dei familiari, che sostengono che la dinamica «non convince affatto» e chiedono che venga rimessa integralmente in discussione. Il pm Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta, ha impostato un’indagine a tutto campo e ha chiarito di non voler lasciare nulla al caso. Sono stati disposti l’esame autoptico, le perizie balistiche, gli accertamenti sull’arma a salve impugnata dalla vittima, le analisi tossicologiche, le verifiche sull’organizzazione del servizio e la ricerca di immagini di videosorveglianza. È in questo quadro che si inserisce la decisione, contestata da più parti, di iscrivere l’agente per omicidio volontario: una qualificazione tecnica iniziale che consente tutti gli accertamenti irripetibili ma che appare difficilmente compatibile con i fatti finora emersi e che, anche nelle ipotesi più severe, sembrerebbe al massimo riconducibile a un profilo colposo, non certo a un’azione dolosamente diretta a uccidere.
Il fratello della vittima, assistito dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha depositato la nomina per partecipare a ogni accertamento con consulenti propri. Tra le richieste avanzate figura anche quella di acquisire e analizzare i cellulari degli agenti presenti durante l’operazione, nella convinzione che possano emergere elementi utili a ricostruire tempi e modalità dell’intervento. La stessa Piazza, con l’Agi, ha richiamato l’attenzione sulla presenza di una telecamera nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria, che potrebbe aver ripreso almeno in parte gli ultimi istanti di vita di Mansouri e che non risulta ancora acquisita.
Il dato su cui i legali della parte civile insistono è quello della distanza: secondo i primi rilievi della Scientifica, al momento dello sparo tra l’agente e Mansouri ci sarebbero stati circa 30 metri. Una distanza ritenuta «significativa». Ma è un elemento che, letto nel contesto operativo di Rogoredo, non viene considerato decisivo da chi difende l’operato della polizia: perché non conta che l’arma si sia poi rivelata una pistola a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera a chi se l’è vista puntare contro, in una delle aree più pericolose della città. Rogoredo, infatti, non è una periferia qualunque. Da almeno un decennio è la più grande piazza di spaccio di eroina a cielo aperto di Milano. Un contesto che spiega perché ogni intervento venga considerato ad altissimo rischio. In questo scenario, Abderrahim Mansouri non era un volto sconosciuto: già nel 2016 aveva tentato la fuga aggredendo un finanziere e cercando di sottrargli l’arma; negli anni successivi il suo nome e quello di altri membri della famiglia è tornato più volte nelle indagini sul traffico di droga nell’area. Secondo chi lo conosceva, amava sfidare le divise per far vedere «chi comandava» nella zona.
A fronte delle accuse e delle pressioni politiche è intervenuta anche Unarma, ricordando che l’operatore «ha agito in una situazione concitata, in pochi istanti, percependo un rischio reale per la propria vita» e che, nonostante ciò, «si trovi ora indagato». L’associazione parla di «emergenza sicurezza» per le forze dell’ordine e chiede tutele giuridiche più chiare perché, ha detto il segretario generale Antonio Nicolosi. Il Sap di Milano, con il segretario aggiunto Paolo Magrone, definisce «un po’ forte» ipotizzare che un poliziotto esca in servizio con la volontà di uccidere, giudicando la contestazione dell’omicidio volontario «molto dura» e ricordando che a Rogoredo si opera in un contesto rischioso, dove una pistola a salve senza tappo rosso è indistinguibile da un’arma vera.
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Cosa sarebbero le Olimpiadi invernali senza il ghiaccio, ovvero l’Ice? Il circo equestre della politica politicante italiana, in questi giorni, vede saltimbanchi e acrobati impegnati nella discussione intorno alla presenza in Italia, durante i Giochi, di agenti dell’Ice, l’Immigration and customs enforcement, agenzia federale americana che opera alle dipendenze del Dhs, il Dipartimento della sicurezza interna.
L’Ice, però, è a sua volta divisa in due comparti: l’Ero (Enforcement and removal operations), ovvero il ramo anti-immigrazione, protagonista di efferati crimini in Minnesota; e l’Hsi (Homeland security investigations), che si concentra su crimini internazionali e terrorismo: «Gli investigatori dell’Hsi», ha chiarito il Viminale dopo l’incontro tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e l’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta, «saranno rappresentati non da personale operativo come quello impegnato nei controlli sulla migrazione in territorio Usa, ma da referenti esclusivamente specializzati nelle investigazioni». Del resto, ogni Paese scorta i propri atleti impegnati in competizioni internazionali affidandosi ai propri servizi antiterrorismo: lo fa Israele col Mossad, l’ha fatto la Russia con il Kgb, e così via.
Pochi giorni fa, a Milano, hanno sfilato a bordo di una colonna di 12 jeep, quattro blindati e pure tre motoslitte circa 100 agenti della polizia del Qatar. Ma l’occasione per fare polemica, sull’onda emotiva delle agghiaccianti immagini di Minneapolis, è ghiotta, e allora via con la rumba: «Gli agenti Ice», dice il leader di Azione, Carlo Calenda, «sono le SS, nel senso che sono dei delinquenti, assassini, privi di training sufficiente per svolgere un lavoro delicatissimo. Non li vorrei vedere sul suolo italiano. E siccome siamo un Paese dove c’è un governo fortemente sovranista che tiene alla dignità nazionale, si faccia lo sforzo, per una volta, di dire no a Trump, secondo me può essere che scoprano un mondo nuovo».
«Condanniamo l’incapacità del governo», dichiarano i parlamentari lombardi del M5s, i senatori Elena Sironi e Bruno Marton, e i deputati Valentina Barzotti e Antonio Ferrara, «di chiedere a Washington di inviare altre agenzie federali, che negli Usa non mancano, per ovvie ragioni di sicurezza, dato che la presenza dell’Ice, seppur simbolica, rischia di scatenare proteste e possibili disordini». «Non sono i benvenuti», sottolinea il segretario del Pd Elly Schlein, «lo ha detto benissimo il sindaco di Milano Sala. È una milizia armata che sta uccidendo a sangue freddo cittadini Usa per strada. Sosteniamo le manifestazioni che chiedono di levare l’Ice dalle strade. Se per Piantedosi non è un problema, per noi è un problema». «Non c’è spazio in Italia», dice il sindaco di Firenze Sara Funaro, «per chi calpesta i diritti umani. Non si può restare in silenzio di fronte all’arrivo di un corpo militare aggressivo come l’Ice». Non poteva farsi scappare l’occasione di un bel flash mob davanti all’ambasciata americana il segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «I Giochi di Milano-Cortina», sentenzia, «non possono essere la passerella delle squadracce di Trump». «È auspicabile», ha commentato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Giuseppe Baturi, «che la garanzia dell’ordine pubblico nel nostro Paese sia affidata alle forze italiane». «Ho letto la notizia», commenta il Segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin, «so che c’è una polemica al riguardo. Non vogliamo entrarci». Un barlume di razionalità arriva dal portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi: «Si sta facendo propaganda politica becera», dice Nevi ad Agorà, su Rai Tre, «che sfrutta degli eventi accaduti negli Stati Uniti per fare caciara in Italia, sfruttando il dramma di Minneapolis a fini politici. L’Ice non verrà in Italia per le Olimpiadi, verranno agenti dell’intelligence che non c’entrano niente con quelli dell’anti immigrazione di Minneapolis, aspetto questo chiarito benissimo dal ministro Piantedosi».
Come spesso capita, la farsa è in agguato. In Aula, rispondendo al senatore di Iv Ivan Scalfarotto, il presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, Alberto Balboni (Fdi), ha dichiarato: «Il collega Scalfarotto si chiedeva da chi saranno protetti gli sportivi dell’Iran. Basta fare una ricerca su Internet e lo scopre: dai Pasdaran», ha detto Balboni, «cioè da coloro che hanno massacrato 30.000 giovani in Iran, di questo non vi scandalizzate». L’ambasciata iraniana in Italia ha smentito su X, auspicando che «prima di qualsiasi analisi o presa di posizione politica, venga verificata la veridicità delle notizie».
«Ho citato semplicemente una cosa che ho letto su fonti aperte», ha chiarito ieri Balboni all’Adnkronos, «in cui si dice che il compito di scortare gli atleti iraniani è sempre stato svolto dai Pasdaran, ma certo non mi riferivo direttamente a queste Olimpiadi». Ma il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, si è perso qualche passaggio: «Giorgia Meloni», è stato il monito di Bonelli, «neghi l’ingresso in Italia all’Ice e ai Pasdaran. L’Italia non può diventare il terreno di conquista di milizie straniere, tagliagole e assassini. Non li vogliamo». Infatti, non ci saranno. A Bonelli la prima medaglia d’oro delle Olimpiadi: quella della distrazione.
