Michele Geraci: «La Russia sta vincendola guerra economica. Occhio a legarci all’Algeria»

Per Michele Geraci la Russia sta vincendo la guerra economica
«Dal punto di vista economico, la guerra l’Occidente la sta perdendo».
Le sanzioni fanno male più a noi che alla Russia?
«No, praticamente fanno male solo a noi e in certi casi aiutano l’economia russa. Sono sanzioni boomerang, annunciate senza prima aver fatto analisi sul loro impatto. Sostituendo, anzi, alle analisi i desideri. L’Europa procede così, per tentativi, trial and error, in realtà più error che trial».
Michele Geraci, economista, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte 1, è un gran conoscitore della Cina dove ha vissuto dal 2008 al 2018, e sul nodo sanzioni offre una lettura non convenzionale.
Perché dice che le sanzioni aiutano l’economia russa?
«Minacciare sanzioni che poi non applichiamo, o annunciare sanzioni che entreranno in vigore dopo qualche tempo, significa far aumentare i prezzi delle materie prime più di quanto sarebbero saliti a causa della guerra. E poi, noi pensiamo che l’economia russa dipenda moltissimo dall’energia...».
Non è così?
«Sì, ma non da quella che esporta nella Ue. Anzitutto, l’energia prodotta viene consumata internamente. Poi esportata a paesi amici, dal Kazakistan alla Cina. E infine c’è l’export in Europa: quello di gas vale il 2,2% del Pil russo, quello del greggio il 3,4%, quello del carbone lo 0,2%. È di questi numeri che si dovrebbe ragionare. Tenendo conto, peraltro, che Mosca può trovare compratori alternativi se noi ci tiriamo indietro. E che l’impatto di un eventuale calo di profitti sul gas esportato non andrebbe a cadere direttamente sulla popolazione, ma sarebbe assorbito dall’unica azienda esportatrice, il colosso di Stato Gazprom».
Negli ultimi tempi proprio sul gas sembra di cogliere in Europa segnali di resipiscenza.
«Lo spero. Noto anch’io che da un po’ la narrazione ufficiale sembra presentare dei punti di flessione, che qualcosa sembra cambiare. Però…».
Però?
«È troppo tardi! Il paradosso è che, se ora facciamo marcia indietro su gas e petrolio, diamo a Putin un segnale di debolezza. Ammettendo implicitamente che le sanzioni ci fanno male, gli diamo metaforicamente in mano una pistola. Insomma, sulle sanzioni sia l’enfasi iniziale sia la marcia indietro provocheranno danni».
È davvero possibile emanciparsi del tutto dal gas russo?
«Secondo i miei modelli, alla fine del 2024 potremmo quasi completamente eliminare le forniture dalla Russia. Ma dovremo comunque ridurre i consumi. E poi dovremo comprare molto più gas dall’Algeria, che in proporzione peserà sulle nostre importazioni più di quanto oggi pesi la Russia. Quindi niente diversificazione, solo un passaggio da un grande fornitore a un altro, che non è certo un modello di democrazia. Non basta: il gasdotto che ci porta il gas algerino transita attraverso la Tunisia, quindi dobbiamo sperare che tra i due paesi non insorgano controversie, come è accaduto tra Algeria e Marocco, da dove passa il gasdotto per la Spagna. L’area in questione è instabile, mentre invece, ci piaccia o no, la Russia è sempre stata un fornitore affidabile».
E gli altri fornitori?
«Sul gas naturale liquefatto del Qatar non contiamoci proprio. Il Qatar esporta già il 70% del suo gas in Asia e agli europei chiede un impegno chiaro ad acquisti di lungo termine, condizione che non possiamo permetterci. E poi ci mancano anche i rigassificatori adatti ad accogliere il loro gas».
Qatar a parte?
«Gli Usa ci daranno 3 miliardi di metri cubi. Attraverso il Tap, che però condividiamo con Grecia e Bulgaria, arriverà più gas dall’Azerbaijan, ma non è detto che sarà solo azero e non anche russo, attraverso triangolazioni con un Paese con cui Baku ha rapporti strettissimi... Ma in tutto questo c’è un’altra domanda da farsi».
Cioè?
«Se Putin o Zelensky ci chiudessero i rubinetti domani?».
La risposta?
«Un -7% di pil immediato».
L’Arabia Saudita non ha acconsentito alla richiesta americana di produrre più petrolio e l’India ha aumentato gli acquisti di petrolio da Mosca.
«I sauditi sono sì alleati degli americani, ma non fino al punto di sacrificare i loro interessi. E noti che hanno accettato anche di pagare in renminbi: un segnale politico non banale. Quanto all’India, Modi e Putin sono in ottimi rapporti, il primo deve dare da mangiare a un miliardo di pensione, e se mi passa il termine, se ne frega di quello che pensa la Ue… La verità è che stiamo facendo miracoli: abbiamo fatto far pace a India e Pakistan e a India e Cina. Pure Cina e Vietnam provano a ricucire i rapporti. Tutti Paesi che dispongono di risorse energetiche, minerarie, terre rare e tecnologia».
La Cina cavalcava la globalizzazione con la sua Via della Seta, ora come reagirà all’annunciata de-globalizzazione?
«Due anni fa Xi Jinping ha formalizzato la strategia della dual circulation: la domanda e l’offerta dovranno essere soddisfatte principalmente internamente, il commercio con l’estero sarà un corollario. Ma attenzione: in Cina le cose prima si fanno e solo poi le si annunciano: anche se magari non ce ne siamo accorti, il decoupling è iniziato da dieci anni: nel 2010 l’export cinese valeva il 30% del pil, oggi è al 17-18%. L’obiettivo è di portarlo e mantenerlo al 10-15%. Tenga conto comunque che visto con occhi cinesi il decoupling metterà insieme più di sei miliardi di persone tra Asia e Africa, la parte del mondo che cresce di più. E Pechino ha recentemente firmato un accordo di libero scambio con 14 Paesi asiatici (inclusi gli “occidentali” Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) che rappresentano il 30% del pil mondiale. La geografia domina le scelte economiche. Puoi essere amico degli Usa ma il commercio lo fai coi Paesi limitrofi».
L’Occidente si ripiega su sé stesso, rivendicando la sua identità contro le autocrazie. Ci sarà meno agibilità intellettuale per chi è curioso di culture altre?
«Sarebbe la vera sconfitta dell’Occidente. Nei ristoranti cinesi il piatto si riempie scegliendo tra quello che arriva dal tavolo girevole. E’ l’approccio che dovremmo avere: guardiamo agli altri modelli e “mangiamo” quello che vogliamo. Un modello culturale non va accettato o rifiutato in blocco: c’è spazio per scegliere, per adattare. Se partiamo dall’idea che non abbiamo nulla da imparare dagli altri, perdiamo la possibilità di migliorare. Ci condanniamo al declino».
«La narrativa offerta da alcuni organi di stampa non corrisponde affatto alla verità». La nota diffusa ieri dalla sala stampa vaticana sembrerebbe chiudere il caso delle minacce del Pentagono all’ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christhophe Pierre, scoppiato dopo le rivelazioni di Mattia Ferraresi su The Free Press.
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.
- Abu Rawwa è accusato di finanziare da qui i guerriglieri: legami certificati da foto e filmati. Ma i giudici l’hanno rimesso in libertà.
- Il direttore del Servizio Antiterrorismo esterno Riccardo Perisi: «La Cassazione ha congelato l’arresto? Rimango ottimista. I soldi per le case del gruppo arrivati da Turchia e Giordania. Contatti con la cellula armata fermata a Berlino».
Lo speciale contiene due articoli.
Per la Corte di Cassazione, l’amico dei tagliagole di Hamas, Mohammad Hannoun, non è un terrorista o, per lo meno, non ci sarebbero elementi sufficienti per trattenerlo in prigione, dove è recluso dal 27 dicembre insieme ad altri tre sodali. Adesso un altro collegio del Tribunale del Riesame di Genova dovrà esprimersi nuovamente sul punto.
Intanto Hannoun resta in cella. È, invece, stato scarcerato già a gennaio il cinquantaduenne marocchino Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa che, al momento, è accusato di concorso esterno nell’associazione terroristica sospettata di finanziare Hamas dall’Italia. Noi ci siamo subito interessati alla sua storia, avendo scoperto che aveva intestati decine di immobili tra le province di Reggio Emilia e Modena, probabilmente acquistati con i soldi di Hamas.
Ma, sfogliando l’informativa firmata dagli investigatori della Polizia e della Guardia di finanza e depositata presso il Tribunale del Riesame di Genova, viene da chiedersi come sia possibile che un simile soggetto si trovi ancora sul territorio italiano. Infatti nel computer dell’indagato è stato rinvenuto un hard disk esterno con 140 foto e 35 video (in parte rinvenuti anche nei pc dell’associazione di Hannoun) relativi a un viaggio dell’uomo e di altri coindagati a Gaza, un vero e proprio pellegrinaggio nei luoghi del terrore avvenuto probabilmente nel 2013.
Per esempio, in due scatti, Abu Rawwa è immortalato nei tunnel scavati sotto la città di Gaza, quelli controllati da Hamas. Cunicoli segreti che possono essere percorsi solo da selezionati visitatori. In un filmato risalente al maggio di 13 anni fa il sospettato dice di trovarsi in prossimità di Rafah, ma che gli sarebbe stato impedito l’ingresso. Salvo poi correggersi e spiegare che l’accesso gli sarebbe stato presto garantito dai «fratelli».
E a confermare i rapporti di alto livello di Abu Rawwa ci pensano altre immagini, quelle, per esempio, con l’ex capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso dagli israeliani due anni fa. In questo video compare pure Hannoun. Una voce fuoricampo dice: «Sceicco […] la nostra gente in Europa e in Italia ti porta i suoi saluti». Haniyeh risponde: «Li ringrazio per il loro impegno e per i loro sacrifici (letteralmente dice jihad, ndr) e per il loro supporto costante alla Palestina e a Gaza! Che Allah vi benedica tutti». Nel gennaio 2013 Abu Rawwa era già stato a Gaza insieme con altri coindagati, come il famoso Ryad Albustanji, noto per una sua foto con un lanciarazzi appoggiato sulla spalla. In un’immagine del 7 gennaio Abu Rawwa posa accanto all’auto distrutta di Ahmad Al Jabari, vicecomandante delle Brigate Al Qassam, ucciso durante un raid aereo israeliano nel novembre del 2012. La foto della targa commemorativa è stata trovata nel server dell’associazione di Hannoun.
L’8 gennaio del 2013 il cittadino marocchino posa in mezzo a cumuli di macerie imbracciando un Ak47, lo storico fucile d’assalto di fabbricazione sovietica. Lo stesso giorno, Abu Rawwa si fa immortalare davanti all’abitazione dello sceicco Ahmed Yassin, fondatore di Hamas, e di fronte «a una sedia esposta a mo’ di reliquia». Infine, sempre davanti a un edificio bombardato, l’uomo appare al fianco di Salem Al Fallahat (con la ghutra rossa), «supervisore generale dei Fratelli musulmani in Giordania».
L’annotazione degli investigatori contiene anche uno scatto di gruppo, in cui Abu Rawwa e Hannoun sono ritratti insieme con il «vertice di Hamas Mousa Abu Marzook».
Ma queste frequentazioni e il ruolo di finanziatore di Hamas, per i giudici italiani, non sono elementi sufficienti a trattenere in carcere un indagato.
«Mattone, denaro e rete europea. Controlliamo Hannoun da 20 anni»

Riccardo Perisi
Classe 1964, è nato a Genova, dove ha casa nei caruggi. Riccardo Perisi ha iniziato la carriera in Polizia nel 1994 proprio nella sua città, con la qualifica di viceispettore, e per diversi anni ha fatto parte della locale Squadra mobile, sezione antidroga. Nel 2001, dopo avere attraversato indenne i giorni terribili del G8 (dove era responsabile della sala operativa), è entrato nella Divisione investigazioni generali e operazioni speciali, la Digos, l’ufficio «politico» della Questura. E da allora, sino al 2024, non si è più spostato. Nel 2022 ha ottenuto uno dei successi più significativi: la Digos da lui diretta ha sbaragliato il cosiddetto gruppo Gabar, una cellula di pachistani ossessionati dalla blasfemia (un’offesa da punire con la morte) e composta da gente che aveva preso parte anche a gravi attentati, per esempio in Francia.
Alla fine, 13 persone sono state condannate in via definitiva. Una vittoria che, nel 2024, ha portato alla promozione per «meriti straordinari» di Perisi (che scherzosamente parla di «premio alla carriera») e al suo nuovo incarico: direttore del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo esterno.
In vista del 174° anniversario della Polizia (guidata dal prefetto Vittorio Pisani) e della festa che inizia oggi a Roma e durerà sino al 12 aprile, sono stati diffusi alcuni dati interessanti. Nel 2025 sono stati arrestati «25 estremisti contigui al terrorismo di matrice jihadista» e «12 persone riconducibili a formazioni terroristiche di matrice etno-separatista (per esempio curdi del Pkk, ndr) e islamo-nazionalisti». Altri 37 stranieri, ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato, sono stati espulsi.
Perisi, a Genova, si è occupato più volte anche delle indagini su Mohammad Hannoun, l’architetto giordano raggiunto a dicembre insieme con altre otto persone da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con la pesante accusa di terrorismo. Ma mercoledì la Cassazione ha annullato la conferma del provvedimento da parte del Tribunale del Riesame e ha chiesto una nuova valutazione da parte di un altro collegio.
«Ho letto» commenta Perisi con La Verità. «Sono abituato a essere distaccato e oggettivo, in questi casi. Non si tratta di una frase di circostanza: dobbiamo necessariamente attendere le motivazioni assunte dalla Corte Suprema, per capire quale sia il vulnus rilevato nella costruzione indiziaria che, non dimentichiamolo, oltre a essere stata fatta propria dalla Procura di Genova, ha anche superato il vaglio di ben due giudici, il gip prima e il Riesame dopo. Una volta lette le motivazioni, vedremo come supportare i pm in vista del nuovo Riesame. Resto tuttora convinto della bontà, della scrupolosità dell’indagine svolta e dell’onestà intellettuale adoperata dagli investigatori. Voglio quindi mantenere un, pur cauto, ottimismo sulla prosecuzione della vicenda giudiziaria».
Lei Hannoun lo conosce bene…
«Questo signore è un “cliente” della Digos dai primi anni 2000. Le precedenti indagini sono state archiviate non per questioni di merito. Per esempio, quando era in valutazione una misura cautelare, i nostri sforzi furono vanificati da un’improvvida fuga di notizie. Hannoun organizzò una conferenza stampa in Tribunale in cui spiegò di essere disponibile a chiarire tutto e, per questo, il gip ritenne che non ci fosse più l’esigenza di arrestarlo. Nel frattempo, il Movimento di resistenza islamica, Hamas, era andato pure al governo nella Striscia di Gaza e quindi l’accusa di terrorismo era diventata più evanescente. Successivamente l’organizzazione è entrata nella lista nera di diversi Paesi e anche dell’Unione europea e l’inchiesta è potuta ripartire».
Proprio a ridosso del pogrom del 7 ottobre 2023…
«Tre anni fa la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo segnalò, con un cosiddetto atto di impulso, alla Procura di Genova un incremento di segnalazioni di operazioni sospette su Hannoun e la sua creatura, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp, ndr). Il procuratore Nicola Piacente diede una delega a Polizia e Guardia di finanza per lo svolgimento di un’attività preventiva che è diventata una concreta indagine penale subito dopo il 7 ottobre. Abbiamo svolto attività tecniche invasive, anche sotto copertura, violando i server delle organizzazioni sotto inchiesta come veri e propri hacker, e abbiamo scaricato migliaia di file, 3-4 tera di materiale».
Nell’inchiesta è emerso come gli indagati avessero una grande disponibilità di immobili. In particolare il marocchino Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa aveva intestate 73 proprietà.
«In effetti quell’ingente tesoretto fatto di case, capannoni, fondi ci ha immediatamente insospettito e abbiamo cercato di capire quali risorse fossero state utilizzate per acquistare tali proprietà e abbiamo capito, grazie al lavoro del Nucleo di polizia valutaria e del Gico della Guardia di finanza, che il denaro utilizzato dall’indagato arrivava per il tramite di istituti bancari turchi o giordani».
Secondo voi si trattava di fondi di Hamas?
«La nostra ipotesi investigativa, che ovviamente dovrà essere recepita dalla Procura e vagliata successivamente da un giudice, è che si trattasse di investimenti che dovevano consentire di mettere in sicurezza riserve di cash in un Paese occidentale, in modo apparentemente legittimo, assicurando anche ricavi».
Dunque pure Hamas accantona i risparmi attraverso i beni rifugio?
«Evidentemente sì. Il mattone funziona a tutte le latitudini, in particolare in zone non di guerra».
Durante le indagini avete raccolto qualche conferma dei rapporti economici tra la presunta cellula italiana e la casa madre di Hamas? Hannoun sostiene che i soldi della sua associazione andassero alle famiglie palestinesi, non ai terroristi…
«Nei server di Genova e Milano abbiamo trovato i ringraziamenti delle Brigate Al Qassam ai loro finanziatori “italiani” e alcune di queste comunicazioni sono state rinvenute anche nei tunnel sotto Gaza, quelli controllati da Hamas».
Quindi l’inchiesta non si basa solo su materiale informativo anonimo di origine israeliana…
«In realtà in questa prima fase cautelare la documentazione proveniente da Gerusalemme non è stata utilizzata per consolidare il quadro probatorio, ma posso dirle che, al contrario di quanto affermato da alcuni media e attivisti, non è vero che la provenienza non sia certificata. La trasmissione ha rispettato tutte le procedure previste dalla convenzione europea sull’assistenza giudiziaria in materia penale. In ogni caso, nelle successive fasi processuali verrà ulteriormente valutata l’utilizzabilità di tale materiale…».
Tra ottobre e novembre sono stati arrestati a Berlino tre presunti terroristi di Hamas ed è stato scovato a Vienna un arsenale di armi collegato a questi estremisti. Pistole e caricatori sarebbero stati spostati in vista di un possibile attentato. A quanto risulta alla Verità nei telefoni degli aspiranti jihadisti sarebbero stati trovati i numeri telefonici di soggetti coinvolti nella vostra inchiesta, Hannoun compreso…
«Visto che non è più un segreto glielo confermo, ma dobbiamo approfondire la natura dei rapporti tra i “tedeschi” e gli “italiani”. Certo, ci ha colpito la circostanza che avessero sui loro device i riferimenti di più soggetti che sono finiti a diverso titolo nelle nostre investigazioni».
La scoperta di questa cellula berlinese lascia immaginare che le scosse medio-orientali si stiano propagando sino all’Europa…
«In effetti il tentativo di risoluzione del conflitto in atto nella Striscia può far sì che il baricentro di operazioni terroristiche si sposti nel mondo occidentale. Agli arresti avvenuti in Germania si può dare questa lettura e, in Europa, le azioni dirette contro simboli dell’ebraismo si stanno moltiplicando».
Ma le relazioni pericolose tra l’Italia e la Palestina coinvolgono solo Hannoun e i membri della sua Abspp?
«In Italia esiste l’Associazione dei palestinesi, un movimento che ha in Hannoun il suo fundraiser. Ma l’Api non è solo lui. Per esempio ha anche una struttura giovanile, forte a Milano, Roma e Napoli e che è presente nelle manifestazioni di piazza. L’attività di proselitismo è svolta soprattutto da loro…».
Vi preoccupano questi giovani militanti?
«Un po’ sì. Gli incidenti di piazza sono la spia della loro radicalità e non possiamo escludere derive violente anche al di fuori delle manifestazioni pubbliche…».
Avete evidenza di rischi terroristici?
«Stiamo monitorando alcuni soggetti che qualche preoccupazione la destano, anche per l’accortezza con cui organizzano i loro summit».
A Liegi, Amsterdam, Rotterdam, Stoccolma, Copenaghen, ma anche in Grecia, sono stati arrestati ragazzi che non hanno origini palestinesi…
«Vero. Negli ultimi anni abbiamo notato che molte di queste azioni vengono affidate a soggetti che non hanno legami con quell’area, ma che gravitano nel mondo della piccola criminalità e spesso fanno parte di bande giovanili e che vengono utilizzati come “service” da committenti “politici” per azioni violente».
È il caso dei cosiddetti proxy iraniani?
«Il sostegno fornito dall’Iran alla causa palestinese è sotto gli occhi di tutti».
Perché si chiamano proxy?
«Il termine è mutuato dal linguaggio informatico e fa riferimento all’interposizione tra il mandante e i suoi bersagli di soggetti che non abbiano nessuna riconducibilità agli ideatori degli attentati».
È un fenomeno che crea apprensione?
«Certamente sì, visto che è molto complicato intercettare la fase progettuale: gli operativi vengono selezionati in modo quasi casuale e spesso sono ingaggiati attraverso piattaforme come Snapchat difficilmente monitorabili…».
Come si incontrano domanda e offerta su questi social?
«Algoritmi e Intelligenza artificiale fanno miracoli. Consentono ai mandanti di selezionare teppisti affascinati dalla violenza e dal denaro. Queste persone, per lo più giovani e fuori dal circuito dell’estremismo islamico, vengono contattate e gli viene prospettato un facile guadagno. Quindi vengono forniti i dettagli operativi, come per esempio l’indicazione su dove reperire il materiale necessario per realizzare l’attentato…».
Quanto costa ingaggiare questi «terroristi» improvvisati e qual è il loro identikit?
«Per un attacco incendiario, poi sventato, a una filiale della Banca d’America di Parigi, un minorenne di origini senegalesi ha ricevuto 500 euro attraverso Snapchat. Spesso si tratta di adolescenti, di età compresa tra i 16 e i 17 anni, e, come detto, non hanno necessariamente origini medio-orientali, una precisa formazione ideologica o precedenti specifici. Fungono da serbatoio di manovalanza bande criminali giovanili come i Foxtrot svedesi o i danesi di Loyal to familia, specializzate nello spaccio. Uno dei leader, lo “svedese” Rawa Majid, detto “la volpe curda”, è stato sanzionato dagli Usa con l’accusa di avere organizzato attacchi per conto dell’Iran. Faceva parte degli stessi circuiti Ismail “Fragola” Abdo (lui e Majid erano soprannominati dai giornali “i gangster svedesi”, ndr), criminale comune e all’occorrenza braccio operativo di atti terroristici pensati da altri. Pare che sia morto poche settimane fa durante un bombardamento in Iran».
Questi «service» sono composti solo da ragazzini?
«Nient’affatto. Il 18 marzo 2024 due uomini più maturi, un colombiano e un franco-tunisino, con il supporto di una donna olandese, compagna del marocchino Sami Bekal Bounouare, la mente della banda, successivamente rifugiato in Iran, hanno ferito a Crotone un presunto mafioso turco, Baris Boyun, in un classico caso di regolamento di conti della criminalità organizzata. Ma gli stessi soggetti sono stati successivamente arrestati per il tentato omicidio del dissidente iraniano Siamak Tadayon Tahmasbi, avvenuto 6 giugno 2024 ad Haarlem, nei Paesi Bassi. Nel novembre del 2023 avevano colpito a Madrid il politico Alejo Vidal-Quadras Roca (ex vicepresidente del Parlamento europeo) per la sua vicinanza a movimenti della dissidenza iraniana».
Queste bande vengono usate solo dagli estremisti islamici?
«La matrice non è unica e anche altre entità statuali utilizzano questi canali, anche perché tale strategia consente di schermare il committente delle attività criminali. Abbiamo accertato che lo stesso veicolo viene abitualmente sfruttato per la cosiddetta transnational repression».
Di che cosa si tratta?
«È l’attività che alcuni Paesi svolgono fuori dai loro confini per reprimere il dissenso».
Sta parlando della Cina? Un anno fa hacker del Dragone hanno diffuso in Rete i dati personali di 2.500 poliziotti, quasi tutti appartenenti alle Digos…
«Evidentemente nel loro immaginario siamo i nemici. Recentemente abbiamo sviluppato un’attività investigativa con la Digos di Torino che ha accertato tutta una serie di condotte vessatorie nei confronti di un oppositore del regime, il professor Li Ying (molto seguito sui social è un vero incubo per Pechino, ndr), il quale ha subito intimidazioni e diffamazioni. I suoi persecutori hanno provato a localizzare la sua residenza sul territorio italiano per tentare di bloccare le sue campagne antigovernative e, nell’ipotesi peggiore, per cercare di costringerlo a rientrare in patria, dove il suo destino non sarebbe certamente fausto».
Le vostre indagini quali effetti hanno avuto?
«I risultati del nostro lavoro sono confluiti nel procedimento amministrativo che ha portato all’espulsione di otto cittadini cinesi protagonisti a diverso titolo di queste attività. Alcuni di loro avevano fatto parte delle cosiddette stazioni d’Oltremare, i commissariati clandestini che rispondono a Pechino e operano all’interno delle comunità cinesi sparse per il globo. Almeno un paio di loro erano stati sospettati di far parte di questa polizia parallela. Ma, come succede con i proxy, alcuni degli espulsi erano apparentemente scollegati da tali strutture. Nella caccia a Li erano stati coinvolti, come risulta dalle intercettazioni, anche investigatori privati italiani, a cui sono stati conferiti incarichi con motivazioni legittime come la ricerca di un debitore».
Non abbiamo parlato di Al Qaeda e Isis…
«Con loro non bisogna mai abbassare la guardia, ma, a quanto ci risulta, lo Stato islamico, per dirla con il linguaggio degli anni Settanta, ha avviato una sorta di ritirata strategica. È molto più operativo l’Iskp, una costola dell’Isis attiva tra Cecenia e Afghanistan. Quando uno dei suoi membri passa dall’Italia scattano, come è ovvio, tutti gli alert possibili e, a riprova di questo, nell’ultimo anno abbiamo eseguito alcuni mandati di arresto internazionale che riguardavano sospetti appartenenti a questa organizzazione».
Nessun cessate il fuoco, ma uno stato di guerra, questa è la fotografia della situazione in Libano stando alle parole del generale Eyal Zamir, capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane. Tutto mentre continuano incessantemente le operazioni dell’esercito di Tel Aviv che ritengono il Paese confinante come il loro principale teatro operativo.
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.














