True
2022-09-26
L' agenda del nuovo governo
Per due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.
Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo
Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana.
«Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva».
Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo».
Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva».
I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo
Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire.
Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose».
Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi».
Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre
Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai.
Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni».
Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas».
Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze».
I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli
La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti.
L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge.
«Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000.
Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani».
Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali
La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata.
«Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva».
Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli».
Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire».
Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali
Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica.
Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini.
Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana.
Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Continua a leggereRiduci
Finita la corsa elettorale, si apre la stagione delle verifiche. La scommessa ora è sulla realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Lo speciale contiene sette articoliPer due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-dei-divieti-e-cautela-sui-vaccini-allestero-restrizioni-abolite-da-tempo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664088683" data-use-pagination="False"> Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana. «Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva». Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo». Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-prezzi-alle-stelle-sballano-i-conti-europei-palazzo-chigi-deve-riprendere-il-controllo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire. Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose». Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-draghi-aiuti-insufficienti-i-tagli-alle-forniture-un-rischio-da-non-correre" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai. Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni». Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas». Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-medici-e-i-giovani-fuggono-mai-visti-i-finanziamenti-che-potrebbero-trattenerli" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti. L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge. «Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000. Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="misure-espansive-per-sostenere-le-aziende-primo-provvedimento-riduzioni-fiscali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata. «Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva». Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli». Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="pochi-i-prof-per-la-didattica-in-presenza-premi-al-merito-e-parita-con-le-non-statali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica. Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini. Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana. Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
Continua a leggereRiduci
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
Continua a leggereRiduci
Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
Continua a leggereRiduci
Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
Continua a leggereRiduci