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2022-09-26
L' agenda del nuovo governo
Per due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.
Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo
Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana.
«Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva».
Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo».
Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva».
I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo
Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire.
Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose».
Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi».
Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre
Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai.
Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni».
Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas».
Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze».
I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli
La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti.
L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge.
«Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000.
Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani».
Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali
La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata.
«Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva».
Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli».
Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire».
Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali
Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica.
Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini.
Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana.
Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
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Finita la corsa elettorale, si apre la stagione delle verifiche. La scommessa ora è sulla realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Lo speciale contiene sette articoliPer due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-dei-divieti-e-cautela-sui-vaccini-allestero-restrizioni-abolite-da-tempo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664088683" data-use-pagination="False"> Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana. «Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva». Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo». Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-prezzi-alle-stelle-sballano-i-conti-europei-palazzo-chigi-deve-riprendere-il-controllo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire. Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose». Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-draghi-aiuti-insufficienti-i-tagli-alle-forniture-un-rischio-da-non-correre" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai. Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni». Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas». Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-medici-e-i-giovani-fuggono-mai-visti-i-finanziamenti-che-potrebbero-trattenerli" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti. L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge. «Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000. Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="misure-espansive-per-sostenere-le-aziende-primo-provvedimento-riduzioni-fiscali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata. «Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva». Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli». Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="pochi-i-prof-per-la-didattica-in-presenza-premi-al-merito-e-parita-con-le-non-statali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica. Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini. Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana. Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Lucio Malan (Imagoeconomica)
La matematica suggeriva che avrebbe vinto il Sì, ma poi si è visto che molti elettori sono andati in ordine sparso…
«Su molte questioni gli elettori non votano sempre secondo le linee del partito. Possiamo dire che sono state compatte più le forze politiche che gli elettori».
L’affluenza è un dato positivo per il governo o ha sfavorito il fronte del Sì?
«L’alta partecipazione è sempre un dato positivo. Siamo riusciti a mobilitare tanti elettori, ma qualcuno a casa rispetto alle politiche è rimasto. Era un argomento complesso e la campagna referendaria non ha aiutato».
Con questa affluenza si può dire che il governo ha riavvicinato i cittadini alla politica?
«Sì, ha coinvolto i cittadini più una questione specifica che la moltitudine di candidati per le europee. È un interessante spunto di riflessione».
Quali sono gli errori commessi, se ce ne sono stati?
«La perfezione non è di questo mondo. Nel complesso abbiamo fatto quello che bisognava fare: parlare del merito e del contenuto della riforma. È stato molto difficile perché si parlava di fake news, come l’assoggettamento della magistratura alla politica, oppure delle polemiche legate a frasi estrapolate. C’è rammarico».
Hanno influito le parole di Nordio e di Bartolozzi?
«Il distacco è tale che non si può pensare che abbiano cambiato in modo significativo l’esito del referendum. Si è offerta l’opportunità al fronte del No di fare campagna parlando di argomenti che non riguardavano il tema della riforma».
E la vicenda di Delmastro?
«Con la vicenda di Delmastro la sinistra ha fatto campagna elettorale sabato, domenica e anche lunedì, durante il silenzio elettorale. E anche se Delmastro non è indagato (non capisco neppure come si possa ipotizzare un reato), hanno costruito trasmissioni intere. Anche qui si è offerta la possibilità di parlar d’altro».
Quanto hanno influito la guerra e l’ostilità diffusa nei confronti un alleato come Trump?
«Non credo che ci abbia danneggiati, ma di sicuro non ci ha favoriti».
Si è creato un partito del No. No alla guerra, no alle riforme, no alle infrastrutture no al governo e via così?
«È facile dire no. Anche noi non siamo contenti della guerra e dei suoi riflessi sul costo della vita. Anche se la benzina costa 40 centesimi in meno rispetto a quanto costava dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ma nel 2022 per la sinistra andava tutto bene».
La sinistra festeggia. Un voto contro la riforma si traduce in un voto a favore delle opposizioni o si corre u troppo?
«Al partito del No è sufficiente dire no. Ma alle elezioni bisogna presentare un programma comune. Promesse favolose poi si devono scontrare con la realtà. Noi facciamo il nostro lavoro, vedremo cosa saranno capaci a mettere insieme gli altri. Dagli amici di Hannoun a Matteo Renzi… mi pare difficile».
Renzi invoca le dimissioni di Meloni.
«Ci vuole proprio coraggio.. Noi intanto attendiamo da dieci anni la sua uscita dalla politica così come aveva promesso se avesse perso il referendum che poi ha perso».
Nella saletta dell’Anm del tribunale di Napoli hanno suonato Bella ciao. E poi si canta «chi non salta Meloni è» Come la commenta?
«La commento con le sentenze della Corte di cassazione, della Corte costituzionale e con le dichiarazioni di diversi presidenti della Repubblica che dicono che il magistrato non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo».
Crede ancora che si possano fare le riforme in Italia?
«È una necessità che resta, noi faremo il possibile per fare ciò che si può, ma da questa riforma dipendeva molto di quello che si poteva fare nel campo della giustizia».
Da domani si pensa alla legge elettorale?
«Certo. L’opposizione che oggi ribadisce di voler vincere dovrebbe avere interesse ad avere i numeri per governare».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 marzo con Francesco Borgonovo
Benjamin Netanyahu (Ansa)
L’emittente Channel 12 ha però interpellato un alto funzionario della sicurezza nazionale, piuttosto cauto sulle prospettive di pace: è «prematuro» parlarne, ha risposto, aggiungendo che «non è previsto che Teheran accetti le condizioni attuali». Eventualmente, per Israele, che già scommetteva su almeno un altro paio di settimane di bombardamenti, si tratterebbe di scegliere: accodarsi agli Usa (più probabile) o andare avanti da sé (difficile, se venissero meno supporto logistico e rifornimenti americani).
Subito dopo l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca, che avrebbe concordato la sospensione per cinque giorni dei raid sulle infrastrutture energetiche, i media dello Stato ebraico hanno riferito che Tel Aviv era stata informata dal suo alleato e che era disposta ad adeguarsi ai termini della tregua. Nonostante la comunicazione dell’aeronautica, la quale sosteneva di aver lanciato un’offensiva contro Teheran. «Trump», ha poi spiegato una fonte israeliana, «ha senza dubbio fatto marcia indietro perché ha capito che il suo ultimatum» di 48 ore, diramato sabato, «non fa che complicare la situazione».
L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, all’inizio non ha commentato le dichiarazioni di The Donald, benché quest’ultimo assicurasse: «Israele sarà molto contento». Nel pomeriggio, JD Vance ha contattato il premier, con cui ha discusso le «componenti di un possibile accordo» per chiudere il conflitto. Alla fine, Netanyahu ha parlato al telefono con Trump: «Egli crede», ha riferito, «che ci sia una possibilità di sfruttare i successi militari per raggiungere tutti gli obiettivi attraverso un accordo. Tale accordo», ha giurato, «salvaguarderà i nostri interessi». Ma intanto, «continueremo a dirigere gli attacchi in Iran e Libano per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah». Si vede: le raffiche di ordigni sul Paese dei cedri hanno provocato 1.039 morti, tra cui 118 bambini.
Rispetto al leader Usa, Bibi ha meno da perdere. Questa guerra non avrà ridisegnato in modo definitivo l’equilibrio del Medio Oriente, ma è stata un passetto in più verso la costituzione del Grande Israele, antico pallino del sionismo oltranzista. Netanyahu bramava di coinvolgere gli Usa contro l’Iran almeno da un suo editoriale del 2002 su Chicago Sun-Times. Ieri, Reuters ha rivelato che, meno di 48 ore prima che scoppiassero le ostilità, egli ha convinto il tycoon a intervenire, ingolosendolo con la possibilità di uccidere Ali Khamenei. Non ha ottenuto un cambio di regime, però i simboli della tirannide sciita sono caduti vittime dei targeted killing e la nuova Guida suprema, Mojtaba, sarebbe ferita, isolata e impossibilitata a rispondere ai messaggi, stando al Washington Post. Se Teheran ha tenuto botta, le sue capacità sono state ridotte e il suo programma atomico dovrebbe essere stato riportato indietro di qualche anno. Certo, le mitologiche difese aree israeliane hanno mostrato dei limiti. Nessuna «cupola» è impenetrabile. Quella dello Stato ebraico era stata già messa a dura prova, nel 2025, da Hezbollah, dagli Huthi e dai missili balistici degli ayatollah. Stavolta, ha fatto impressione che un «buco» sia stato aperto ad Arad e Dimona, sede delle installazioni nucleari. Le Idf hanno ammesso malfunzionamenti nei sistemi antimissile. In più, l’economia è sotto pressione: la sospensione di diverse attività sta frenando la produzione e sul bilancio statale peseranno le enormi spese militari. Non a caso, la banca centrale, ieri, ha invocato un aumento della pressione fiscale. Ma è qui che si inseriscono le ambizioni di Netanyahu.
Qualche giorno fa, il premier le ha illustrate chiaramente: vista la situazione nel Golfo, ha osservato, «quello che bisogna fare è avere percorsi alternativi. Anziché passare per i punti bloccati degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb», minacciato dai ribelli yemeniti, «bisogna fare in modo che tutti gli oleodotti e i gasdotti vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente nei nostri porti mediterranei». Vasto programma. Gli farebbe concorrenza il disegno egiziano: sfruttare l’oleodotto Sumed, che sbocca a Sidi Kerir, sulla costa mediterranea. E il piano andrebbe conciliato con lo spirito dei Patti di Abramo: l’iniziativa, al netto dei tempi di realizzazione dilatati, porterebbe le monarchie sunnite fuori dall’impasse iraniana, ma le metterebbe in posizione subordinata rispetto a Israele. Che invece, trasformandosi in un hub energetico di rilievo globale, accrescerebbe enormemente il suo potere negoziale: per chi dipende dalle importazioni di fonti fossili da quelle aree, diventerebbe impossibile opporsi ai disegni geopolitici di Tel Aviv.
Per punzecchiare le cancellerei europee, i vertici dello Stato ebraico stanno facendo leva sul dispiegamento di vettori a lunghissimo raggio da parte dei pasdaran: quei missili, ha annotato su X il ministero degli Esteri israeliano, «raggiungono già l’Europa». Al post era allegata una grafica con quattro razzi puntati su Roma, Londra, Parigi e Berlino. Tradotto: abortite ogni futura missione navale e attaccatevi al tubo di Netanyahu.
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Donald Trump (Getty Images)
La crisi iraniana si avvia verso una svolta diplomatica? Ieri, Donald Trump ha rivelato che sarebbero in corso dei colloqui tra Washington e Teheran: una circostanza che tuttavia è stata seccamente smentita dal regime khomeinista. Ma andiamo con ordine.
«Sono lieto di annunciare che gli Usa e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente», ha dichiarato, ieri, Trump su Truth, per poi aggiungere: «In base al tenore e al tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso».
«Siamo fermamente intenzionati a raggiungere un accordo con l’Iran», ha inoltre detto Trump, parlando con la stampa. Nell’occasione, quando gli è stato chiesto quale fosse il suo interlocutore a Teheran, il presidente americano ha risposto: «Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato e il leader. Abbiamo a che fare con persone che rappresentano al meglio il Paese».
Non solo. Oltre a rivendicare di aver raggiunto «importanti punti di accordo», Trump ha rivelato che i colloqui si sarebbero svolti nella serata dell’altro ieri e che il team statunitense sarebbe stato guidato da Steve Witkoff, oltre che da Jared Kushner: secondo il Times of Israel, i due avrebbero trattato con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. In questo quadro, Trump ha detto che lo Stretto di Hormuz verrà «aperto molto presto» e che sarà posto sotto «controllo congiunto» tra Washington e l’ayatollah, «chiunque egli sia». «Direi che ci sono ottime possibilità di raggiungere un accordo», ha aggiunto il presidente statunitense in Tennessee, ribadendo di voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. «L’America e il mondo intero saranno presto molto più sicuri», ha anche detto.
Nel frattempo, secondo Axios, nei prossimi giorni potrebbe essere organizzato un incontro a Islamabad tra alti funzionari americani e iraniani. Sembrerebbe, in particolare, che il team negoziale di Washington possa essere guidato dal vicepresidente, JD Vance. Al contempo, fonti ascoltate dal Times of Israel hanno riferito che Washington avrebbe tenuto aggiornato Israele dei colloqui con Teheran e che «probabilmente» lo Stato ebraico si asterrà da nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Se confermato, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, visto che, dopo i primi giorni di guerra, Gerusalemme, non senza irritazione, aveva chiesto conto agli americani di presunti contatti segreti con il regime khomeinista.
Allo stesso tempo, se veramente dovesse essere Vance a guidare il team negoziale statunitense a Islamabad, ciò significherebbe un rafforzamento politico del vicepresidente, che è sempre stato notoriamente scettico nei confronti di un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Tra l’altro, stando a Channel 12, il numero due della Casa Bianca, ieri, avrebbe avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu su un possibile accordo tra Usa e Iran.
Sotto questo aspetto, è interessante ricordare che, a ottobre, emerse come, all’interno dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente fosse forse la figura meno morbida nei confronti del premier israeliano. Frattanto, fonti dello Stato ebraico hanno riferito a Ynet che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per concludere la guerra.
Tutto questo, mentre dietro l’iniziativa diplomatica americana si celerebbe anche un ruolo di Pakistan, Turchia ed Egitto. Inoltre sarà un caso, ma, dopo la rivelazione dei colloqui da parte del presidente americano, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una telefonata con l’omologo russo, Sergej Lavrov. Nell’occasione, quest’ultimo, secondo Mosca, ha «sottolineato l’urgente necessità di porre fine immediatamente alle ostilità e di avviare un percorso verso una soluzione politica e diplomatica». Che si stia registrando una sotterranea sponda tra Casa Bianca e Cremlino per risolvere la crisi iraniana?
Eppure, dall’altra parte, il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia avuto dei colloqui con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni: una posizione, questa, espressa anche da Ghalibaf. «Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha affermato, mentre le Guardie della rivoluzione hanno definito il presidente americano come «disonesto». Ha davvero ragione l’Iran a dire che Trump si sarebbe inventato tutto per abbassare il costo dell’energia? Oppure Teheran sta tergiversando in un’ottica di tattica negoziale?
Una terza possibilità è che il regime khomeinista sia sempre più spaccato al suo interno e che si stia consumando una lotta intestina per decidere quale linea tenere nei confronti di Washington. Come che sia, un funzionario iraniano ha ammesso ad Al Jazeera che, negli ultimi giorni, la Repubblica islamica ha trasmesso dei messaggi agli Usa tramite Turchia ed Egitto. Trump, dal canto suo, sta cercando un interlocutore stabile a Teheran per riuscire a concretizzare una soluzione di tipo venezuelano. Capiremo nei prossimi giorni se riuscirà nel suo intento.
Per Hormuz adesso spunta l’ipotesi di controllo congiunto Usa-ayatollah
La diplomazia torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran mentre sul terreno proseguono attacchi e tensioni regionali. Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran conducono trattative articolate in più fasi per ridurre l’escalation e garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ipotesi allo studio prevede inizialmente la riapertura del corridoio marittimo con la sospensione degli attacchi contro alcune infrastrutture energetiche iraniane, seguita da un cessate il fuoco più ampio. In questo contesto, Israele potrebbe allinearsi alla linea americana e sospendere i raid contro i siti energetici iraniani e le centrali elettriche. Secondo fonti della sicurezza, Washington avrebbe tenuto informato il governo israeliano sui contatti in corso con Teheran. Israele non ha formalmente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, ma il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran e contro «le infrastrutture da cui dipende» potrebbero aumentare significativamente, lasciando aperta la possibilità di un’escalation.
Le indiscrezioni indicano anche un possibile coinvolgimento del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf. I Paesi mediatori starebbero lavorando a un incontro in settimana a Islamabad tra delegazioni iraniane e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance. Tuttavia lo stesso Ghalibaf ha smentito pubblicamente.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha negato contatti diretti con Washington, ribadendo che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte israeliana ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero indicato il 9 aprile come data obiettivo per la conclusione del conflitto, lasciando circa 21 giorni per combattimenti e negoziati. «Gli americani non hanno aggiornato Israele sui colloqui con Ghalibaf. Porre fine alla guerra il 9 aprile permetterà a Trump di arrivare in Israele per il Giorno dell’Indipendenza e ricevere il Premio Israele», ha dichiarato la fonte.
Allo stesso tempo, Teheran valuta l’introduzione di un nuovo «regime legale» per lo Stretto di Hormuz, mentre continua a negare l’esistenza di negoziati diretti e insiste sulla richiesta di riparazioni e garanzie contro future aggressioni. «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità che lo Stretto sia controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Il contesto resta estremamente fluido e caratterizzato da messaggi contrastanti.
Intanto, però, secondo il New York Times, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82 Divisione Aviotrasportata statunitense come forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni in Iran, con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano. Sul piano energetico, il numero uno di Chevron Mike Wirth ha avvertito che i prezzi del petrolio non hanno ancora pienamente incorporato gli effetti del blocco di Hormuz. Secondo il dirigente, il mercato fisico e i livelli delle scorte indicano una situazione più tesa rispetto a quanto suggeriscano i contratti futures. Gli effetti della chiusura dello Stretto si starebbero già propagando a livello globale, con timori particolarmente forti in Asia per l’approvvigionamento di greggio e prodotti raffinati. La tensione si è subito vista anche nel Golfo. Diverse forti esplosioni e sirene d’allarme sono state avvertite in Bahrein, le prime registrate nella regione da quando Donald Trump ha annunciato l’avvio dei colloqui per porre fine alla guerra con l’Iran. Sul piano militare, l’aeronautica israeliana ha dichiarato che durante una serie di attacchi a Teheran è stato colpito il «quartier generale principale della sicurezza» dei pasdaran. Secondo le Forze di difesa israeliane, la struttura era integrata in infrastrutture civili e veniva utilizzata dalle Guardie Rivoluzionarie per coordinare le unità regionali incaricate del mantenimento dell’ordine del regime e della sicurezza interna, comprese le milizie paramilitari Basij.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione particolarmente dura. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato: «Noi, negli Stati del Golfo Persico, abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione araba e islamica congiunta, prima fra tutte la Lega Araba e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre i nostri Paesi e i nostri popoli sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana? E dove sono i principali Stati arabi e regionali? In questa assenza e impotenza, non sarà lecito parlare in seguito del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale. Gli Stati arabi del Golfo sono stati un sostegno e un partner per tutti nei periodi di prosperità, quindi, dove siete oggi, in tempi di difficoltà?».
Evidente che anche in caso di accordo, le tensioni emerse nelle ultime settimane rischiano di lasciare effetti duraturi sugli equilibri del Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali. Un eventuale accordo non cancellerà le tensioni: gli effetti sugli equilibri regionali e sulle rotte energetiche saranno duraturi.
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