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2022-09-26
L' agenda del nuovo governo
Per due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.
Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo
Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana.
«Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva».
Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo».
Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva».
I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo
Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire.
Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose».
Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi».
Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre
Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai.
Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni».
Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas».
Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze».
I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli
La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti.
L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge.
«Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000.
Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani».
Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali
La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata.
«Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva».
Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli».
Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire».
Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali
Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica.
Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini.
Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana.
Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
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Finita la corsa elettorale, si apre la stagione delle verifiche. La scommessa ora è sulla realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Lo speciale contiene sette articoliPer due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-dei-divieti-e-cautela-sui-vaccini-allestero-restrizioni-abolite-da-tempo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664088683" data-use-pagination="False"> Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana. «Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva». Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo». Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-prezzi-alle-stelle-sballano-i-conti-europei-palazzo-chigi-deve-riprendere-il-controllo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire. Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose». Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-draghi-aiuti-insufficienti-i-tagli-alle-forniture-un-rischio-da-non-correre" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai. Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni». Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas». Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-medici-e-i-giovani-fuggono-mai-visti-i-finanziamenti-che-potrebbero-trattenerli" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti. L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge. «Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000. Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="misure-espansive-per-sostenere-le-aziende-primo-provvedimento-riduzioni-fiscali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata. «Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva». Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli». Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="pochi-i-prof-per-la-didattica-in-presenza-premi-al-merito-e-parita-con-le-non-statali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica. Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini. Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana. Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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