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2022-09-26
L' agenda del nuovo governo
Per due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.
Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo
Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana.
«Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva».
Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo».
Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva».
I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo
Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire.
Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose».
Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi».
Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre
Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai.
Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni».
Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas».
Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze».
I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli
La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti.
L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge.
«Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000.
Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani».
Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali
La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata.
«Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva».
Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli».
Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire».
Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali
Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica.
Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini.
Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana.
Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
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Finita la corsa elettorale, si apre la stagione delle verifiche. La scommessa ora è sulla realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Lo speciale contiene sette articoliPer due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-dei-divieti-e-cautela-sui-vaccini-allestero-restrizioni-abolite-da-tempo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664088683" data-use-pagination="False"> Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana. «Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva». Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo». Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-prezzi-alle-stelle-sballano-i-conti-europei-palazzo-chigi-deve-riprendere-il-controllo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire. Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose». Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-draghi-aiuti-insufficienti-i-tagli-alle-forniture-un-rischio-da-non-correre" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai. Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni». Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas». Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-medici-e-i-giovani-fuggono-mai-visti-i-finanziamenti-che-potrebbero-trattenerli" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti. L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge. «Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000. Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="misure-espansive-per-sostenere-le-aziende-primo-provvedimento-riduzioni-fiscali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata. «Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva». Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli». Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="pochi-i-prof-per-la-didattica-in-presenza-premi-al-merito-e-parita-con-le-non-statali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica. Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini. Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana. Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.