True
2022-09-26
L' agenda del nuovo governo
Per due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.
Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo
Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana.
«Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva».
Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo».
Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva».
I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo
Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire.
Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose».
Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi».
Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre
Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai.
Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni».
Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas».
Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze».
I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli
La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti.
L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge.
«Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000.
Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani».
Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali
La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata.
«Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva».
Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli».
Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire».
Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali
Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica.
Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini.
Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana.
Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Continua a leggereRiduci
Finita la corsa elettorale, si apre la stagione delle verifiche. La scommessa ora è sulla realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Lo speciale contiene sette articoliPer due mesi i partiti hanno detto la loro, affidando all’opinione pubblica le loro soluzioni. Gli elettori si sono espressi ed è il momento di mantenere quanto detto. Nessuna fuga in avanti adesso è più possibile, con un’inflazione che viaggia sul 9%, un debito pubblico che ha superato i 2.766 miliardi di euro, il costo dell’energia alle stelle, i postumi della pandemia. Gli interventi più urgenti sono in sei ambiti, che la Verità ricorda a chi si appresta a governare l’Italia per i prossimi anni. Uno dei primi banchi di prova sarà il Pnrr. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Non sono tutti soldi in omaggio, una parte va restituita. Gli appalti si basano su prezzi delle materie prime diversi da un anno fa, quando l’Unione Europea varò il Pnrr. Altra priorità è la carenza di organici in due settori chiave della pubblica amministrazione. Scuola e sanità lamentano forti vuoti. L’anno scolastico, ancora una volta, è partito con moltissime cattedre scoperte mentre il sistema ospedaliero, che doveva essere potenziato dopo l’emergenza Covid, viene addirittura abbandonato da medici e paramedici sotto pressione. E non si può ancora dire che la pandemia sia alle spalle. C’è l’incognita dell’inverno e di nuove varianti. Il ministro della Sanità uscente, Roberto Speranza, ha già lanciato la campagna per la quarta dose. È davvero il modo migliore per affrontare i prossimi mesi? Una questione chiave è la legge di bilancio, da approvare entro dicembre senza mance post elettorali. Infine, la crisi energetica che pesa come un incubo sui bilanci di famiglie e imprese. Il governo uscente si è limitato a provvedimenti tampone: il nuovo è chiamato a una prova di coraggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-dei-divieti-e-cautela-sui-vaccini-allestero-restrizioni-abolite-da-tempo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664088683" data-use-pagination="False"> Fine dei divieti e cautela sui vaccini. All’estero restrizioni abolite da tempo Il tam tam mediatico si è occupato di altro negli ultimi mesi, ma la gestione della pandemia non è un tema del passato. Il Covid continua a circolare, anche se in forme meno gravi del passato. Eppure lo spettro di chiusure, restrizioni e obblighi di vaccinarsi o indossare la mascherina non è scongiurato, come conferma il lancio della campagna vaccinale per la quarta dose ai fragili e agli over 60. Green pass e divieti per i lavoratori devono tuttavia essere definitivamente accantonati. Lo conferma il dottor Paolo Gasparini, presidente della Società italiana di genetica umana. «Il green pass per come è stato utilizzato non aveva senso prima, figuriamoci adesso che la pandemia sta regredendo. È un misura amministrativa che non ha nulla di aspetto sanitario», dice il genetista, contrario a riproporre restrizioni nell’attuale situazione. Lo stesso vale per le mascherine: «I ceppi del Covid sono così contagiosi che difficilmente si possono ostacolare con questi dispositivi di protezione. Se con la mascherina qualcuno si sente più sicuro, può anche continuare a usarla ma è un fattore più psicologico che di utilità effettiva». Dal momento che le varianti sono contagiose ma poco aggressive, tant’è che le ospedalizzazioni sono diminuite molto, c’è da chiedersi perché contenere la diffusione del virus: «Usare la mascherina per ostacolare il contagio equivale a opporsi con le frecce a un bazooka», osserva Gasparini. «Non possiamo vivere in una bolla e sarebbe assurdo continuare a impiegare sistemi inefficaci a fronte dell’alta contagiosità delle varianti. All’estero le restrizioni sono state eliminate da tempo». Capitolo vaccini, il più spinoso perché gli scorsi mesi, a fronte di un modificarsi del contagio, il governo uscente non ha ritenuto di ammorbidire le sanzioni contro i non vaccinati. E l’obbligo generale ha dato origine a una quantità di effetti avversi di cui solo ora si sta prendendo coscienza. Non si vede dunque la ragione di usare ancora la mano pesante. «Se un anziano vaccinato ha preso la malattia in maggio e giugno, quindi è stato contagiato da Omicron 5, è inutile che faccia il nuovo vaccino», dice il dottor Gasparini, «perché ha sviluppato un’immunità naturale». E non vale nemmeno il discorso che il vaccino rafforzerebbe le difese immunitarie: «Il sistema immunitario non funziona a rinforzini. Anzi, si è parlato del rischio di una iperstimolazione. Sarebbe utile, per chi non è stato contagiato, un dosaggio anticorpale per verificare se ha contratto il virus in forma asintomatica. Purtroppo se qualcuno ne parla è trattato da eretico. La vera necessità è rafforzare il sistema sanitario. Il Covid ci ha colti impreparati ma finora non ho visto aumentare gli organici, potenziare la medicina territoriale o assumere i precari in via definitiva». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-prezzi-alle-stelle-sballano-i-conti-europei-palazzo-chigi-deve-riprendere-il-controllo" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I prezzi alle stelle sballano i conti europei Palazzo Chigi deve riprendere il controllo Il Pnrr prevede finanziamenti per 191 miliardi, di cui 69 a fondo perduto e 122 come prestiti da impiegare tassativamente entro il 2026: sono più del 12% del Pil 2021. I fondi sono condizionati al raggiungimento di 527 obiettivi, verificati ogni tre mesi. Si va dall’approvazione delle riforme, all’aumento dell’energia rinnovabile fino al numero di chilometri di ferrovia costruiti. Se la Commissione europea valuta i risultati soddisfacenti, approva i finanziamenti. Tuttavia, tutti i parametri sono stati stabiliti mentre il contesto economico internazionale era profondamente diverso dall’attuale: guerra, prezzi dell’energia, carenza di materie prime, difficoltà nelle forniture erano di là da venire. Una revisione del Pnrr sembra inevitabile, come ha chiesto, tra gli altri, Giorgia Meloni in campagna elettorale. E i margini di manovra, benché ristretti, non mancano. «Le regole del Next Generation consentono modifiche a seguito di grandi cambiamenti nell’ambito di un Paese», spiega Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’università di Bari. In ogni caso, più della metà delle risorse del piano è già stata impegnata. Le amministrazioni hanno preso impegni vincolanti. «Draghi per il 2022 ha stanziato risorse di bilancio per coprire l’aumento dei costi delle opere appaltate nel 2022», aggiunge Viesti. «Ora bisognerebbe occuparsi del 2023 e del 2024 perché i costi continuano ad aumentare. Senza stanziare risorse aggiuntive, per gli interventi non ancora appaltati bisognerà concordare con la Commissione Ue una riduzione delle opere. Certamente si possono usare i risparmi di alcuni appalti per finanziare opere più costose». Quindi i margini per aggiornare il Pnrr ci sono. Il punto di partenza, secondo Viesti, è «una ricognizione dei progetti. È un lavoro artigiano, per adattare il Piano alle nuove circostanze economiche. Modificare il Piano completamente mi sembra difficile. Vedo possibile invece una discussione in sede tecnica, aprendo un confronto che potrebbe dare risultati». E se invece tutto dovesse restare immutato? «C’è il rischio che gli appalti vadano deserti perché si basano su prezzi vecchi. L’aggiornamento è un percorso obbligato e peraltro già avviato, perché Draghi ha dovuto mettere soldi di bilancio per finanziare i maggiori costi degli appalti nel 2022. Occorre un monitoraggio di ciò che è stato approvato per individuare le criticità. Una critica che faccio a Draghi è sulla debolezza della cabina di regia politica di Palazzo Chigi, sicché è stato lasciato troppo spazio ai singoli ministeri. Serve una cabina di regia forte. Il monitoraggio è utile a individuare gli interventi indispensabili per il raggiungimento dei target a cui sono formalmente legate le nuove tranche di finanziamenti. Se no target, no soldi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-draghi-aiuti-insufficienti-i-tagli-alle-forniture-un-rischio-da-non-correre" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Da Draghi aiuti insufficienti. I tagli alle forniture un rischio da non correre Bollette in aumento, rischio black out, forniture in pericolo, prezzi internazionali del gas impazziti. La guerra in Ucraina non vede la fine e aumenta le incertezze per cittadini e imprese, incapaci di programmare i propri bilanci. Il governo Draghi ha preso provvedimenti come l’installazione di nuovi rigassificatori e ha varato una serie di aiuti, ma le difficoltà, enormi, restano. Il nuovo governo non potrà procedere ancora a colpi di bonus: occorrono provvedimenti strutturali. A ottobre arriverà l’aggiornamento delle bollette e, considerate le scarse risorse inserite nel decreto Aiuti ter, saranno guai. Peraltro, i rigassificatori voluti da Draghi non sono ancora certi. Snam li ha comprati, ma i Comuni non li vogliono. «E comunque gli impianti galleggianti non saranno gratis perché il costo sarà girato sulle tariffe», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. È aperto anche il dossier rinnovabili. L’Italia ha una forte dipendenza dalle importazioni di elettricità all’estero. «La Francia potrebbe non fornirci elettricità in inverno», aggiunge Tabarelli: «Molte centrali sono in manutenzione straordinaria, e siccome le autorità sono propense a fermarle finché il processo non sarà terminato, a stento esse riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e quindi si bloccano le esportazioni». Come se ne esce? «Dobbiamo incrementare la capacità produttiva di base rappresentata dal gas o dal carbone, fonte che nessuno vuole. L’alternativa sono black out sempre più violenti nei prossimi anni. Non bastano i contatori intelligenti di cui qualcuno si è riempito la bocca. Abbiamo poche centrali a carbone che stanno funzionando al massimo della capacità e avevamo deciso di smantellarle entro il 2025. Non ce la facciamo a riaprirle, ci vogliono mesi ma soprattutto c’è la forte opposizione delle autorità locali. Anche nei governi finora ha prevalso la componente ambientalista. È molto forte nei 5 stelle ma anche nel Pd sono contrari al carbone. Non hanno capito che bisogna ritardare il percorso della decarbonizzazione finché non avremo più gas». Potrebbe essere uno dei temi in agenda del prossimo governo per affrontare l’emergenza energetica. Si profila la prospettiva di razionamenti delle forniture. Staremo ore al buio o al freddo, per la gioia dei tifosi della «rivoluzione green»? Sul tappeto c’è anche il ritorno al nucleare: «Il tema è entrato in campagna elettorale, ma purtroppo questo è un vicolo cieco», ammette Tabarelli. «È chiaro che la maggior parte del Paese ha molte perplessità e ora bisogna dare una risposta alle emergenze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-medici-e-i-giovani-fuggono-mai-visti-i-finanziamenti-che-potrebbero-trattenerli" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> I medici e i giovani fuggono. Mai visti i finanziamenti che potrebbero trattenerli La pandemia ha messo in tutta evidenza la fragilità del sistema sanitario pubblico, già penalizzato da anni di tagli imposti per razionalizzare le spese, ma spesso condotti senza considerare le vere esigenze della sanità pubblica. Alla carenza cronica di medici si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti (circa 7.000 l’anno) e dalla fuga dai pronto soccorso. I camici bianchi lamentano turni stressanti, ferie che saltano e l’assenza di misure di sicurezza. Le aggressioni sono sempre più frequenti. L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medicina territoriale, mancano circa 20.000 camici bianchi. E per fortuna che il ministro Roberto Speranza aveva garantito un potenziamento delle presenze in corsie e ambulatori. In sofferenza è soprattutto il servizio della medicina di emergenza. Fuga anche dall’assistenza sul territorio. Servirebbero almeno 4.000 medici di base in più. I pazienti spesso sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge. «Invece di importare medici da altri Paesi, sarebbe preferibile assumere gli specializzandi che hanno compiuto il terzo anno e che potrebbero completare la formazione in ospedale», afferma Carlo Palermo, presidente di Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo della sanità. «I laureati in medicina non mancano ma per entrare in ospedale occorre la specializzazione e negli ultimi dieci anni la programmazione dei costi della formazione è stata sbagliata, perché concepita solo nella prospettiva del massimo risparmio». Soltanto negli ultimi due anni i contratti di specializzazione sono aumentati: nel 2020 sono saliti a 13.400 e nel 2021 a 18.000 che sono un numero congruo. Si è messa una toppa a un errore grossolano. Bisognerà rimediare anche al taglio dei posti letto; dal 2000 sono circa 85.000 in meno. L’alta mortalità del Covid è stata determinata anche dalla carenza di posti letto: siamo a 3 ogni 1.000 abitanti contro la media Ue di 5 per 1.000. Va anche affrontato il nodo del numero chiuso alla facoltà di medicina. «Toglierlo produrrebbe effetti tra dieci anni», osserva Palermo. «Ma nel 2033 le condizioni del lavoro saranno totalmente diverse, anzi si potrebbe avere un lieve surplus di medici. Meglio aumentare la formazione specialistica: i risultati si vedranno prima, tra 4-5 anni. Nel frattempo bisogna immettere negli ospedali i 5.000 medici specializzandi, invece che far venire i camici bianchi dall’estero come ha fatto la Calabria con i professionisti cubani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="misure-espansive-per-sostenere-le-aziende-primo-provvedimento-riduzioni-fiscali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Misure espansive per sostenere le aziende. Primo provvedimento: riduzioni fiscali La prossima manovra economica non potrà che essere espansiva se vogliamo ridare slancio all’economia e rialzarci. Questa necessità, però, probabilmente si scontrerà con i veti della Commissione europea, sempre particolarmente puntigliosa quando deve valutare i conti pubblici italiani. È chiaro che servirà una maggiore spesa per rialzarci dal baratro, sostenere le aziende in difficoltà e consolidare quelle che fortunatamente vanno bene. «Sarà un vantaggio per tutta l’Ue», dice Gustavo Piga, ordinario di economia politica all’università di Roma Tor Vergata. Anche l’economista sostiene che la strada delle prossima legge di bilancio è obbligata. «Il punto di partenza del nuovo governo», spiega, «sarà la nota di aggiornamento del Def con cui il governo di Mario Draghi, entro la fine di settembre, traccerà l’andamento dell’economia ma senza una proposta di linee programmatiche. Poi toccherà al nuovo esecutivo dare la propria impronta esprime il cambiamento di rotta voluto dagli elettori. Il premier e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno sempre fortemente sovrastimato l’andamento della crescita italiana. Il governo uscente lascia un Paese che è cresciuto meno del previsto nel 2022 e con stime preoccupanti per il 2023. L’atteggiamento di Draghi di non correggere al rialzo il deficit di fronte a ciò è inspiegabile. Ha dovuto prendere atto che la situazione economica sta peggiorando, ma al tempo stesso ha confermato i numeri del deficit/Pil. Mi aspetto che in previsione della minore crescita, il nuovo governo usi la leva della politica fiscale decidendo misure espansive. Draghi ha detto che il rapporto deficit/Pil doveva restare al 5,6% e in prospettiva doveva scendere al 3,9% nel 2023. Ma in questa condizione di crisi, la nuova maggioranza non dovrebbe avventurarsi in politiche di austerità, di rientro del deficit. Occorre una scossa e questo vuol dire una politica espansiva». Significa più spesa e probabilmente più debito. «Chi è contrario a politiche espansive», spiega Piga, «sostiene che i mercati reagirebbero in modo negativo. Bisognerà quindi rassicurare l’Europa che la maggiore spesa va agli investimenti pubblici, a cominciare dalle infrastrutture e al reclutamento di personale qualificato in grado di fare gare d’appalto appropriate e senza sprechi. Nelle stazioni appaltanti si genera il 30% della spesa pubblica e si crea il 15% del Pil. È fondamentale assumere giovani tecnici esperti, pagandoli anche molto per trattenerli». Politiche espansive si possono fare se si riducono gli sprechi e questi spesso sono generati dall’incompetenza. «Se spendiamo di più ma bene, è probabile che i mercati reagiscano positivamente. Finora invece c’è stata solo un’infornata di persone con scarse competenze, guardi il Pnrr. Bisogna aspettarsi anche la definizione di una politica industriale per aiutare le piccole imprese a crescere. Sarebbe un segnale importante, vorrebbe dire che il nuovo governo ha capito come è fatto il tessuto imprenditoriale del Paese e ciò di cui ha bisogno per ripartire. Fondamentale è la formazione universitaria, dobbiamo laureare bene e in tempo i nostri ragazzi. Vanno rimessi al centro coloro che sono più deboli ma potenzialmente più innovativi cioè i giovani e le imprese. È lì che bisogna investire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/l-agenda-del-nuovo-governo-2658334047.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="pochi-i-prof-per-la-didattica-in-presenza-premi-al-merito-e-parita-con-le-non-statali" data-post-id="2658334047" data-published-at="1664150069" data-use-pagination="False"> Pochi i prof per la didattica in presenza. Premi al merito e parità con le non statali Cattedre scoperte, precari che non riescono a trovare un inserimento, studenti che a fatica escono da due anni di didattica a distanza, edifici scolastici cadenti, misure di sicurezza sanitaria problematiche. La scuola ha riaperto le aule senza mascherine, ma i due anni e mezzo trascorsi da quando divampò l’emergenza Covid sono passati inutilmente per chi sperava che sarebbero state l’occasione per varare profonde riforme, come del resto avevano promesso i ministri Azzolina e Bianchi. Ma le loro innovazioni si sono limitate ai banchi a rotelle e a una ulteriore riduzione dell’autonomia scolastica. Partiamo dai precari. Il sistema di reclutamento voluto dal ministero non ha garantito la piena copertura delle cattedre. «Servirebbe un reclutamento veloce», dice Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, «un sistema che, assieme ai concorsi ordinari, preveda un reclutamento snello e aperto a coloro che vantano adeguati periodi di servizio. Vanno garantiti percorsi di abilitazione non selettivi e senza costi per gli aspiranti docenti». Mancano circa 50.000 docenti. E la situazione che si è creata con gli errori nelle nomine porterà una serie di ricorsi a cui seguiranno revoche e riassegnazione di sedi, a scapito della qualità dell’insegnamento. La continuità didattica è compromessa già dall’inizio delle lezioni. «Bisogna ripensare fin da adesso la procedura delle nomine», specifica Serafini. Altra questione ancora non toccata dai responsabili della scuola: il valore educativo e la qualità dell’insegnamento. Migliorare la scuola passa anche attraverso il coraggio di programmare un piano di risorse certe da destinare al sistema formativo. Per la sindacalista, «la competitività del Paese passa anche attraverso percorsi formativi in grado di rimotivare allo studio con nuovi e più adeguati investimenti e con un sistema di reclutamento che faccia tesoro dell’esperienza di coloro che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole». La scuola deve cominciare a premiare il merito, a valorizzare gli insegnanti appassionati al loro lavoro. E lo stato deve decidersi a pagarli di più: in Francia i prof guadagnano il doppio e la media europea delle retribuzioni è comunque più alta di quella italiana. Il nuovo governo non deve poi trascurare il tema della parità scolastica e della libertà di educazione. Le scuole non statali sono sempre più penalizzate: molte hanno dovuto chiudere a causa della pandemia, altre sono in gravi difficoltà per i costi crescenti a fronte dei quali non è possibile aumentare le rette per le famiglie. Una vera libertà di scelta favorirebbe il miglioramento qualitativo di tutta la scuola nel Paese.
Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali provincie di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
Continua a leggereRiduci
Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
Continua a leggereRiduci
Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
Continua a leggereRiduci