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2023-11-07
Kiev e Israele mandano l’Ue in cortocircuito
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Il nuovo fronte mediorientale getta nel caos i vertici europei. La mancanza di una linea politica, già evidente in molti altri momenti storici dell’Unione europea, come quello della guerra in Ucraina, viene nuovamente fuori con prepotenza a causa del conflitto tra Hamas e Israele. Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sostiene che l’Ue debba giocare un ruolo su un futuro di pace in Medio Oriente e offre «alcune possibili idee» per il dopo guerra. «Gaza non può essere paradiso per i terroristi, Hamas non può ricostruire la sua base nella Striscia», sostiene. Ecco allora la possibilità di una «missione di pace internazionale sotto l’Onu». Ci deve essere poi solo «un’autorità palestinese» a governare uno «Stato palestinese». Allo stesso tempo le forze israeliane «non possono stare a Gaza, non ci deve essere espulsione dei palestinesi dalla Striscia e il blocco deve terminare».
Una posizione questa, quando a parlare è il vertice dell’organo esecutivo, che agli occhi di chi legge potrebbe rappresentare la volontà dell’Unione, eppure non è così. «È la prima volta che ne sentiamo parlare» ha dichiarato un alto funzionario del Consiglio Ue in risposta alla domanda se il presidente della Commissione europea si fosse coordinato con il Consiglio o con gli Stati membri prima di avanzare le sue idee di pace per il Medio Oriente. Prima di esporre ieri agli ambasciatori Ue, e al pubblico, le sue idee su come dovrebbe essere affrontata la crisi in corso nel Medio Oriente, non ha consultato «nessuno» Stato membro, né il Consiglio. Sottolinea la fonte: «Non è stato consultato nessuno». La Von der Leyen era già stata criticata per essersi recata in Israele subito dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre scorso, insieme con il presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, senza avere preventivamente consultato gli Stati membri, che hanno la competenza sulla politica estera dell’Unione, la quale viene coordinata, ma non decisa, dall’Alto rappresentante. Insomma ancora una volta si va alla rincorsa senza strategia.
Copione già visto con la guerra in Ucraina, tanto che l’Alto rappresentante per la politica Ue, Josep Borrell, in una sorta di excusatio non petita si è rivolto così agli ambasciatori Ue: «Non possiamo sentirci stanchi di sostenere l’Ucraina, dobbiamo tenere d’occhio le nostre opinioni pubbliche, combattere la stanchezza. Se l’Ucraina perde, noi perdiamo. La Russia è pronta a sacrificare uomini e mezzi per vincere, la vita umana per Putin non ha significato, come ai tempi di Stalin, si crede che la quantità abbia un’intrinseca qualità. L’unica soluzione è continuare a sostenerla e restare uniti», ha aggiunto. Insomma la crisi è evidente su quel fronte. L’Europa è stanca, soprattutto adesso che questo nuovo conflitto richiede risorse aggiuntive. Ed è per lo stesso motivo che gli Stati Uniti a stretto giro potrebbero decidere di tagliare gli aiuti, anche in vista delle prossime elezioni presidenziali, per decidere di concentrarsi sul fronte mediorientale. «Il presidente Biden ha detto a Israele di non lasciarsi accecare dalla rabbia. È questo il messaggio che gli amici di Israele devono mandare: di non farsi accecare dalla rabbia. Il diritto a difendersi deve essere esercitato secondo il diritto internazionale». ha detto Borrell sottolineando che gli europei hanno «l’obbligo morale e politico di essere coinvolti, non solo fornendo aiuti umanitari ma contribuendo a una soluzione duratura». «A breve termine», ha aggiunto, «la priorità è la pace e fermare le violenze».
Nel frattempo non si può tralasciare il fatto che la stessa Ursula von der Leyen la settimana scorsa ha annunciato l’arrivo del dodicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. «Le nuove sanzioni toccheranno fino a 100 nuovi individui» coinvolti nell’aggressione all’Ucraina, «nuovi divieti di import ed export, azioni per inasprire il tetto al prezzo del petrolio e misure severe nei confronti delle società di Paesi terzi che eludono le sanzioni», ha spiegato la Von der Leyen. Sanzioni che continuano però a indebolire anche l’Europa al contrario degli Stati Uniti che invece ne approfittano per vendere i loro Lng. Lo sa anche Borrell, la guerra in Ucraina è alla fine della sua corsa e le sanzioni ormai non servono più. A ogni modo l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera si recherà oggi in Giappone dove resterà fino al 9 novembre per partecipare alla seconda riunione dei ministri degli Esteri del G7 sotto la presidenza giapponese del 2023.
Durante l’incontro, Borrell e i ministri degli Esteri di Giappone, Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito discuteranno in modo approfondito su una serie di questioni di politica estera e di sicurezza di grande attualità, in particolare la situazione in Medio Oriente, il continuo sostegno del G7 all’Ucraina di fronte alla guerra di aggressione della Russia e i principali sviluppi nella regione indo-pacifica. Non è chiaro, però, se Borrell parteciperà all’incontro con un mandato in grado di rappresentare l’intera Unione.
L’università di Napoli «okkupata». Gli amici di Cospito con Hamas
«Per la Palestina, fino alla vittoria!». Le tute nere con i passamontagna che di primo mattino stendono il drappo sul balcone centrale di palazzo Giusso potrebbero essere tranquillamente scambiate per la cellula partenopea di Hamas. Invece è un piccolo gruppo di studenti dei collettivi che tenta di non farsi riconoscere mentre occupa l’università degli Studi orientali di Napoli, storica roccaforte della sinistra studentesca, di nuovo sulla breccia con il ritardo di un mese. Mentre La Sapienza di Roma (Filosofia), la Statale di Milano (Farmacia) e l’UniPa di Palermo sprangavano i laboratori e sfilavano da un paio di settimane nei quasi quotidiani cortei contro Israele, il torpore napoletano sembrava accomunare gli ultrà fuori corso avvolti nella bandiera palestinese alla squadra di Rudy Garcia. Poco reattivi, ma adesso si sono allineati.
«Solidarietà alla resistenza di Gaza», sostengono gli incappucciati che sui social tendono a inglobare nel loro gesto la totalità degli iscritti alle facoltà dell’ateneo, quando neppure un ventesimo di questi ultimi partecipa. «È da quasi un mese che a Gaza, nel silenzio e nella complicità dei governi occidentali, in primis quello italiano, si consuma un genocidio perpetrato ai danni della popolazione palestinese», postano su Facebook gli okkupanti in prima linea, che fanno parte del gruppo Ex Opg (ospedale psichiatrico giudiziario) «Je so’ pazzo».
La protesta si allarga secondo uno stanco riflesso condizionato noto da decenni e tocca i soliti temi cari alla gauche gruppettara in keffiah. «Se le istituzioni e i media hanno dimostrato la palese volontà di insabbiare i crimini di guerra di cui è responsabile il governo israeliano, è urgente e necessario che una risposta in solidarietà del popolo palestinese parta dal basso, da noi studenti e studentesse che non vogliamo restare in silenzio davanti a tutto ciò. Non possiamo restare indifferenti, è il momento di agire».
In attesa di ottenere a loro volta la solidarietà di mezzo Pd, di Giuseppe Conte e di togliersi il passamontagna per fare passerella in uno qualunque dei talk show de La7, i protagonisti dell’occupazione mettono nel mirino il rettore Roberto Tottoli, che avrebbe la colpa «di non riconoscere il genocidio della popolazione palestinese da parte del governo di Tel Aviv». Nessun cenno alla mattanza del 7 ottobre (quella non li riguarda, già rimossa), ma condanna unanime della strategia dell’ateneo che «intrattiene rapporti di partenariato e scambio di ricerche con le università israeliane e l’apparato militare-industriale italiano. Non vogliamo studiare in un’università che si rende complice di ciò che sta facendo un governo coloniale e criminale. Insediamento, apartheid, violazione dei diritti umani. Pretendiamo che i vertici si espongano in una condanna pubblica dei crimini di guerra». Ovviamente a senso unico.
A differenza di numerosi suoi colleghi che a questo punto sarebbero già nascosti in biblioteca a leggere Immanuel Kant, il rettore Tottoli non deflette. Si ritiene giustamente garante della libertà di insegnamento fra quei muri antichi, e parlando ai manifestanti attraverso lo spioncino del portone d’ingresso ha chiesto (inutilmente) che concludessero la protesta. «L’occupazione è un atto di violenza e la violenza non è mai una soluzione. Non potete occupare uno spazio pubblico, non potete parlare a nome di tutti gli studenti, se questa è la vostra concezione di democrazia, complimenti», ha detto senza ottenere un grammo di attenzione. Ostaggio anche lui del suicidio culturale dell’Occidente, prigioniero del riflesso condizionato antisemita di questi tempi bui.
Gli occupanti napoletani dell’Orientale sono gli stessi che nel febbraio scorso avevano paralizzato l’università in segno di solidarietà ad Alfredo Cospito «contro il carcere duro, per l’abolizione di ergastolo e 41 bis». Nessun problema a passare dalla carezza a un terrorista condannato per la gambizzazione di un dirigente d’azienda e per un tentativo di strage, alla sollevazione a fianco del più feroce gruppo terroristico jihadista. Per i collettivi ogni occasione è buona, l’importante è che sia funzionale al caos democratico, brodo di coltura della sinistra di piazza. Passano gli anni ma siamo sempre fermi alla democrazia dei polli d’allevamento di gaberiana memoria.
Il rettore Tottoli osserva le tute nere, nutre zero speranze di riprendere le lezioni al più presto e commenta: «Ho invitato gli studenti a lasciar ripartire le attività. Tra l’altro in questi giorni c’è un’iniziativa di alcuni colleghi sulla situazione in Palestina, che è gravissima. L’ateneo è impegnato a far prevalere innanzitutto le ragioni della pace, a cercare di capire questa realtà molto complessa. Dispiace perché proprio questa attività viene interrotta con l’occupazione che trova l’unica ragione d’essere dell’esposizione della bandiera palestinese dalla facciata di palazzo Giusso».
Lui ha promesso invano di concedere uno spazio apposito agli studenti per esprimere le loro ragioni e così far riprendere le attività di studio e ricerca. «Un conto è manifestare le proprie opinioni, un altro è impedire il regolare svolgimento delle attività istituzionali. Come rappresentante di migliaia di ragazzi sottolineo che il gesto dimostrativo blocca in pieno ogni attività didattica e anche un momento di riflessione sulla crisi internazionale». Ma agli incappucciati con la sindrome di Harvard le riflessioni non interessano.
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Ursula von der Leyen propone un piano di pace per il Medio Oriente ma viene scaricata dal Consiglio: «Non ne sappiamo niente». Mentre Josep Borrell, cercando di smentire le voci di stanchezza sull’Ucraina, finisce per rinforzarle. E oggi inizia il G7 in Giappone.Volti coperti, fumogeni e striscioni: i collettivi bloccano l'università di Napoli e chiedono la rottura dei rapporti istituzionali con lo Stato ebraico. Silenzio sugli attacchi del 7 ottobre. Sono gli stessi che scioperarono per l’anarchico Alfredo Cospito.Lo speciale contiene due articoli.Il nuovo fronte mediorientale getta nel caos i vertici europei. La mancanza di una linea politica, già evidente in molti altri momenti storici dell’Unione europea, come quello della guerra in Ucraina, viene nuovamente fuori con prepotenza a causa del conflitto tra Hamas e Israele. Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sostiene che l’Ue debba giocare un ruolo su un futuro di pace in Medio Oriente e offre «alcune possibili idee» per il dopo guerra. «Gaza non può essere paradiso per i terroristi, Hamas non può ricostruire la sua base nella Striscia», sostiene. Ecco allora la possibilità di una «missione di pace internazionale sotto l’Onu». Ci deve essere poi solo «un’autorità palestinese» a governare uno «Stato palestinese». Allo stesso tempo le forze israeliane «non possono stare a Gaza, non ci deve essere espulsione dei palestinesi dalla Striscia e il blocco deve terminare».Una posizione questa, quando a parlare è il vertice dell’organo esecutivo, che agli occhi di chi legge potrebbe rappresentare la volontà dell’Unione, eppure non è così. «È la prima volta che ne sentiamo parlare» ha dichiarato un alto funzionario del Consiglio Ue in risposta alla domanda se il presidente della Commissione europea si fosse coordinato con il Consiglio o con gli Stati membri prima di avanzare le sue idee di pace per il Medio Oriente. Prima di esporre ieri agli ambasciatori Ue, e al pubblico, le sue idee su come dovrebbe essere affrontata la crisi in corso nel Medio Oriente, non ha consultato «nessuno» Stato membro, né il Consiglio. Sottolinea la fonte: «Non è stato consultato nessuno». La Von der Leyen era già stata criticata per essersi recata in Israele subito dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre scorso, insieme con il presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, senza avere preventivamente consultato gli Stati membri, che hanno la competenza sulla politica estera dell’Unione, la quale viene coordinata, ma non decisa, dall’Alto rappresentante. Insomma ancora una volta si va alla rincorsa senza strategia. Copione già visto con la guerra in Ucraina, tanto che l’Alto rappresentante per la politica Ue, Josep Borrell, in una sorta di excusatio non petita si è rivolto così agli ambasciatori Ue: «Non possiamo sentirci stanchi di sostenere l’Ucraina, dobbiamo tenere d’occhio le nostre opinioni pubbliche, combattere la stanchezza. Se l’Ucraina perde, noi perdiamo. La Russia è pronta a sacrificare uomini e mezzi per vincere, la vita umana per Putin non ha significato, come ai tempi di Stalin, si crede che la quantità abbia un’intrinseca qualità. L’unica soluzione è continuare a sostenerla e restare uniti», ha aggiunto. Insomma la crisi è evidente su quel fronte. L’Europa è stanca, soprattutto adesso che questo nuovo conflitto richiede risorse aggiuntive. Ed è per lo stesso motivo che gli Stati Uniti a stretto giro potrebbero decidere di tagliare gli aiuti, anche in vista delle prossime elezioni presidenziali, per decidere di concentrarsi sul fronte mediorientale. «Il presidente Biden ha detto a Israele di non lasciarsi accecare dalla rabbia. È questo il messaggio che gli amici di Israele devono mandare: di non farsi accecare dalla rabbia. Il diritto a difendersi deve essere esercitato secondo il diritto internazionale». ha detto Borrell sottolineando che gli europei hanno «l’obbligo morale e politico di essere coinvolti, non solo fornendo aiuti umanitari ma contribuendo a una soluzione duratura». «A breve termine», ha aggiunto, «la priorità è la pace e fermare le violenze». Nel frattempo non si può tralasciare il fatto che la stessa Ursula von der Leyen la settimana scorsa ha annunciato l’arrivo del dodicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. «Le nuove sanzioni toccheranno fino a 100 nuovi individui» coinvolti nell’aggressione all’Ucraina, «nuovi divieti di import ed export, azioni per inasprire il tetto al prezzo del petrolio e misure severe nei confronti delle società di Paesi terzi che eludono le sanzioni», ha spiegato la Von der Leyen. Sanzioni che continuano però a indebolire anche l’Europa al contrario degli Stati Uniti che invece ne approfittano per vendere i loro Lng. Lo sa anche Borrell, la guerra in Ucraina è alla fine della sua corsa e le sanzioni ormai non servono più. A ogni modo l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera si recherà oggi in Giappone dove resterà fino al 9 novembre per partecipare alla seconda riunione dei ministri degli Esteri del G7 sotto la presidenza giapponese del 2023.Durante l’incontro, Borrell e i ministri degli Esteri di Giappone, Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito discuteranno in modo approfondito su una serie di questioni di politica estera e di sicurezza di grande attualità, in particolare la situazione in Medio Oriente, il continuo sostegno del G7 all’Ucraina di fronte alla guerra di aggressione della Russia e i principali sviluppi nella regione indo-pacifica. Non è chiaro, però, se Borrell parteciperà all’incontro con un mandato in grado di rappresentare l’intera Unione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-israele-mandano-ue-cortocircuito-2666168349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luniversita-di-napoli-okkupata-gli-amici-di-cospito-con-hamas" data-post-id="2666168349" data-published-at="1699314081" data-use-pagination="False"> L’università di Napoli «okkupata». Gli amici di Cospito con Hamas «Per la Palestina, fino alla vittoria!». Le tute nere con i passamontagna che di primo mattino stendono il drappo sul balcone centrale di palazzo Giusso potrebbero essere tranquillamente scambiate per la cellula partenopea di Hamas. Invece è un piccolo gruppo di studenti dei collettivi che tenta di non farsi riconoscere mentre occupa l’università degli Studi orientali di Napoli, storica roccaforte della sinistra studentesca, di nuovo sulla breccia con il ritardo di un mese. Mentre La Sapienza di Roma (Filosofia), la Statale di Milano (Farmacia) e l’UniPa di Palermo sprangavano i laboratori e sfilavano da un paio di settimane nei quasi quotidiani cortei contro Israele, il torpore napoletano sembrava accomunare gli ultrà fuori corso avvolti nella bandiera palestinese alla squadra di Rudy Garcia. Poco reattivi, ma adesso si sono allineati. «Solidarietà alla resistenza di Gaza», sostengono gli incappucciati che sui social tendono a inglobare nel loro gesto la totalità degli iscritti alle facoltà dell’ateneo, quando neppure un ventesimo di questi ultimi partecipa. «È da quasi un mese che a Gaza, nel silenzio e nella complicità dei governi occidentali, in primis quello italiano, si consuma un genocidio perpetrato ai danni della popolazione palestinese», postano su Facebook gli okkupanti in prima linea, che fanno parte del gruppo Ex Opg (ospedale psichiatrico giudiziario) «Je so’ pazzo». La protesta si allarga secondo uno stanco riflesso condizionato noto da decenni e tocca i soliti temi cari alla gauche gruppettara in keffiah. «Se le istituzioni e i media hanno dimostrato la palese volontà di insabbiare i crimini di guerra di cui è responsabile il governo israeliano, è urgente e necessario che una risposta in solidarietà del popolo palestinese parta dal basso, da noi studenti e studentesse che non vogliamo restare in silenzio davanti a tutto ciò. Non possiamo restare indifferenti, è il momento di agire». In attesa di ottenere a loro volta la solidarietà di mezzo Pd, di Giuseppe Conte e di togliersi il passamontagna per fare passerella in uno qualunque dei talk show de La7, i protagonisti dell’occupazione mettono nel mirino il rettore Roberto Tottoli, che avrebbe la colpa «di non riconoscere il genocidio della popolazione palestinese da parte del governo di Tel Aviv». Nessun cenno alla mattanza del 7 ottobre (quella non li riguarda, già rimossa), ma condanna unanime della strategia dell’ateneo che «intrattiene rapporti di partenariato e scambio di ricerche con le università israeliane e l’apparato militare-industriale italiano. Non vogliamo studiare in un’università che si rende complice di ciò che sta facendo un governo coloniale e criminale. Insediamento, apartheid, violazione dei diritti umani. Pretendiamo che i vertici si espongano in una condanna pubblica dei crimini di guerra». Ovviamente a senso unico. A differenza di numerosi suoi colleghi che a questo punto sarebbero già nascosti in biblioteca a leggere Immanuel Kant, il rettore Tottoli non deflette. Si ritiene giustamente garante della libertà di insegnamento fra quei muri antichi, e parlando ai manifestanti attraverso lo spioncino del portone d’ingresso ha chiesto (inutilmente) che concludessero la protesta. «L’occupazione è un atto di violenza e la violenza non è mai una soluzione. Non potete occupare uno spazio pubblico, non potete parlare a nome di tutti gli studenti, se questa è la vostra concezione di democrazia, complimenti», ha detto senza ottenere un grammo di attenzione. Ostaggio anche lui del suicidio culturale dell’Occidente, prigioniero del riflesso condizionato antisemita di questi tempi bui. Gli occupanti napoletani dell’Orientale sono gli stessi che nel febbraio scorso avevano paralizzato l’università in segno di solidarietà ad Alfredo Cospito «contro il carcere duro, per l’abolizione di ergastolo e 41 bis». Nessun problema a passare dalla carezza a un terrorista condannato per la gambizzazione di un dirigente d’azienda e per un tentativo di strage, alla sollevazione a fianco del più feroce gruppo terroristico jihadista. Per i collettivi ogni occasione è buona, l’importante è che sia funzionale al caos democratico, brodo di coltura della sinistra di piazza. Passano gli anni ma siamo sempre fermi alla democrazia dei polli d’allevamento di gaberiana memoria. Il rettore Tottoli osserva le tute nere, nutre zero speranze di riprendere le lezioni al più presto e commenta: «Ho invitato gli studenti a lasciar ripartire le attività. Tra l’altro in questi giorni c’è un’iniziativa di alcuni colleghi sulla situazione in Palestina, che è gravissima. L’ateneo è impegnato a far prevalere innanzitutto le ragioni della pace, a cercare di capire questa realtà molto complessa. Dispiace perché proprio questa attività viene interrotta con l’occupazione che trova l’unica ragione d’essere dell’esposizione della bandiera palestinese dalla facciata di palazzo Giusso». Lui ha promesso invano di concedere uno spazio apposito agli studenti per esprimere le loro ragioni e così far riprendere le attività di studio e ricerca. «Un conto è manifestare le proprie opinioni, un altro è impedire il regolare svolgimento delle attività istituzionali. Come rappresentante di migliaia di ragazzi sottolineo che il gesto dimostrativo blocca in pieno ogni attività didattica e anche un momento di riflessione sulla crisi internazionale». Ma agli incappucciati con la sindrome di Harvard le riflessioni non interessano.
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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