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2023-12-22
Kiev chiama al fronte gli ucraini all’estero
Ansa
L’Ucraina non avanza e perde uomini. Almeno 160.000 durante la controffensiva, secondo il capo di Stato maggiore delle forze armate russe Valery Gerasimov: «Le forze armate ucraine, a costo di perdite colossali, sono state in grado di fare pochi progressi in direzione di Zaporizhzhia. Le ulteriori forniture di armi occidentali all’Ucraina e l’introduzione di riserve strategiche in battaglia non hanno cambiato la situazione, queste azioni hanno solo aumentato il numero delle perdite nelle unità dell’esercito di Kiev», ha dichiarato il vertice militare.
La necessità di rafforzare le truppe ucraine al fronte, stanche e sguarnite, è confermata dalla richiesta di arruolarsi indirizzara a tutti gli uomini di età compresa tra i 25 e i 60 anni che vivono all’estero. L’ordine, definito «un invito» del ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, probabilmente prevederà sanzioni per i renitenti, ancora non definite da Kiev. In un’intervista con Die Welt, Bild e Politico, Umerov ha descritto la campagna di reclutamento come «non una punizione», ma «un onore». «Stiamo ancora discutendo su cosa potrebbe accadere se non si presentassero volontariamente», ha aggiunto, anche se poi un portavoce del ministero ha negato qualsiasi tipo di coercizione.
L’esercito ucraino vorrebbe mobilitare dai 450.000 ai 500.000 soldati, ma lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha definito la mobilitazione una «questione delicata». Non è chiaro dunque cosa potrà rischiare chi si rifiuta di tornare in patria per combattere, ma la richiesta appare come un disperato tentativo di ribaltare le sorti della guerra, che pendono favorevolmente verso Mosca.
Le stesse autorità ucraine hanno confermato che i nemici hanno guadagnato terreno, mentre il presidente russo Vladimir Putin ieri ha lanciato l’ennesimo monito all’Occidente: «È ora che Stati Uniti ed Europa smettano di scherzare in generale e di aspettare che noi crolliamo», aggiungendo che «non ci stiamo chiudendo dal continente americano, dal Nord America, dagli Stati Uniti e dal Canada, non ci stiamo chiudendo dai Paesi europei».
La sconfitta della Russia, tuttavia, sembra un’ipotesi sempre più lontana in Occidente che, secondo il Financial Times, sta «giocando» con l’idea di lasciare l’Ucraina a Putin. «Se la Russia vince...», anche secondo il quotidiano britannico, è uno scenario sempre più probabile. Gli aiuti d’altronde continuano a diminuire, con il primo ministro ungherese Viktor Orbàn che anche ieri si è espresso contro finanziamenti a lungo termine a Kiev: «Se vogliamo dare soldi all’Ucraina, non dovremmo darli per un periodo di cinque anni perché non abbiamo idea di cosa accadrà nei prossimi tre mesi». Il premier ungherese, in sostanza, si rifiuta di scommettere sulla resistenza dell’Ucraina, tanto da chiedere che i finanziamenti non provengano da modifiche al bilancio dell’Ue, ma siano basati su contributi individuali dei Paesi membri. Intanto, in Russia continua la repressione dei dissidenti: Maria Pevchikh, giornalista investigativa, dal marzo scorso presidente della Fondazione anticorruzione creata dall’oppositore di Putin, Alexei Navalny, è stata inserita nell’elenco delle persone ricercate del ministero dell’Interno russo, senza specificate le accuse a suo carico.
Sorte simile, ma dal lato opposto, per Sergej Bubka, l’icona ucraina del salto con l’asta che vinse l’oro alle Olimpiadi di Seul 1988, considerato un eroe nazionale, prima di essere accusato di collaborazionismo con i russi a causa degli affari della sua famiglia nel Donbass. A sollevare le accuse è stata un’inchiesta pubblicata in estate dal sito ucraino Bihus. «La società russa Mont Blanc, di proprietà dei fratelli Sergej e Vasilij Bubka, opera nei territori temporaneamente occupati e collabora con i terroristi», scrive il sito. «Nel maggio 2023, l’azienda ha firmato contratti ufficiali con gli occupanti per la fornitura di carburante per un valore di oltre 800.000 rubli». Una cifra esigua, equivalente a meno di 25.000 euro, per continuare a fare lo stesso lavoro svolto prima della guerra. Tuttavia, il servizio di sicurezza ucraino ha aperto un’indagine e Vasilij è stato accusato in contumacia di collaborazione con i russi e di «assistenza a un’organizzazione terroristica» spiega Politico.
Bubka, che ora vive nel Principato di Monaco dopo aver lasciato l’Ucraina il 1° marzo 2022, ha respinto ogni accusa.
Mosca rafforza i legami con Tunisi mentre l’Europa sta a guardare
La Tunisia rafforza i legami con Mosca. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si è recato in visita nel Paese nordafricano, dove ha incontrato l’omologo tunisino, Nabil Ammar. «Siamo aperti alla cooperazione con la Russia in tutti i settori. Nell’agenda ci sono la cooperazione nel settore agricolo, nonché la possibilità di acquistare il grano dalla Russia», ha dichiarato quest’ultimo. «Non vogliamo sviluppare relazioni con alcuni partner a scapito di altri, vogliamo sviluppare relazioni con tutti e la Russia è un partner molto importante per il nostro Paese», ha anche detto Ammar. «La Russia non fa mai amicizia con nessuno contro gli altri», ha replicato Lavrov, per poi proseguire: «Purtroppo l’abitudine di fare amicizia con qualcuno contro gli altri è caratteristica dei nostri colleghi occidentali. Eppure penso che la vita rimetterà ogni cosa al suo posto, si renderanno conto inevitabilmente della necessità di una convivenza pacifica in un mondo multipolare». Il ministro russo ha poi avuto un faccia a faccia con il presidente tunisino, Kais Saied, che ha invocato un rafforzamento delle relazioni nel campo energetico.
Che i legami tra Tunisi e Mosca si stiano facendo sempre più stretti non è ormai da tempo un mistero. Reuters riportò infatti che, all’inizio di quest’anno, la Tunisia aveva incrementato significativamente l’importazione di prodotti petroliferi russi. Più in generale, il Cremlino sta rafforzando la propria influenza su altre parti del Nord Africa e sul Sahel. La longa manus di Mosca continua a rivelarsi particolarmente energica sulla Libia orientale. Tutto questo, mentre Mali e Burkina Faso sono ormai saldamente entrati nell’orbita russa. Due Paesi, questi, che - a settembre - hanno siglato un patto di mutua assistenza militare con il Niger, il cui governo - dopo il golpe della scorsa estate - si è a sua volta avvicinato a Mosca.
Si tratta di un quadro preoccupante, dal momento che la Russia potrebbe sfruttare questa situazione, utilizzando i flussi migratori africani per mettere sotto pressione l’Unione europea e il fianco meridionale della Nato. Parliamo di un quadro complessivo di cui è purtroppo responsabile anche la miopia occidentale. Bruxelles ormai non tocca più palla nel continente africano. Dall’altra parte, l’amministrazione Biden non ha fatto abbastanza per ammorbidire le posizioni del Fondo monetario internazionale sulla Tunisia, che avrebbe urgente necessità di stabilizzazione economica. È vero che l’attuale presidente americano deve fare i conti con alcuni settori del Partito democratico statunitense, che non hanno affatto in simpatia Saied. Tuttavia, questa condotta improntata alla freddezza sta spingendo sempre più lo stesso Saied tra le braccia di Vladimir Putin. E il viaggio tunisino di Lavrov sta lì a dimostrarlo.
In questa situazione generale, bisogna sperare che il Piano Mattei riesca a funzionare. Sulla carta, le prospettive di riuscita ci sono. Questo progetto punta infatti a instaurare partnership paritetiche con i Paesi africani: una formula, questa, che rappresenterebbe una sorta di terza via tra l’arroganza postcoloniale francese e il terzomondismo peloso dei russi. Non dimentichiamo infatti che, soprattutto nel Sahel, l’influenza di Mosca sta crescendo proprio a causa dell’impopolarità di Parigi. Inoltre, sempre sul Sahel si sta rafforzando la longa manus dell’Iran: quell’Iran che è notoriamente tra i principali alleati mediorientali della Russia e che sta svolgendo un ruolo assai preoccupante nella crisi del Mar Rosso. O l’Occidente inizia seriamente a occuparsi dell’Africa, o il quadro è destinato a peggiorare ulteriormente. Il Piano Mattei potrebbe offrire una soluzione, purché Bruxelles e l’amministrazione Biden lo capiscano. In fretta.
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L’Ucraina «invita» ad arruolarsi tutti i connazionali espatriati, fino ai 60 anni d’età . Previste sanzioni per i renitenti. Il «Financial Times» ammette: «La vittoria di Putin è sempre più probabile». Sergej Bubka, icona del salto con l’asta, accusato di cospirare coi russi.Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov incontra Kais Saied e consolida i rapporti in Africa, ignorata da Ue e Joe Biden.Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina non avanza e perde uomini. Almeno 160.000 durante la controffensiva, secondo il capo di Stato maggiore delle forze armate russe Valery Gerasimov: «Le forze armate ucraine, a costo di perdite colossali, sono state in grado di fare pochi progressi in direzione di Zaporizhzhia. Le ulteriori forniture di armi occidentali all’Ucraina e l’introduzione di riserve strategiche in battaglia non hanno cambiato la situazione, queste azioni hanno solo aumentato il numero delle perdite nelle unità dell’esercito di Kiev», ha dichiarato il vertice militare. La necessità di rafforzare le truppe ucraine al fronte, stanche e sguarnite, è confermata dalla richiesta di arruolarsi indirizzara a tutti gli uomini di età compresa tra i 25 e i 60 anni che vivono all’estero. L’ordine, definito «un invito» del ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, probabilmente prevederà sanzioni per i renitenti, ancora non definite da Kiev. In un’intervista con Die Welt, Bild e Politico, Umerov ha descritto la campagna di reclutamento come «non una punizione», ma «un onore». «Stiamo ancora discutendo su cosa potrebbe accadere se non si presentassero volontariamente», ha aggiunto, anche se poi un portavoce del ministero ha negato qualsiasi tipo di coercizione. L’esercito ucraino vorrebbe mobilitare dai 450.000 ai 500.000 soldati, ma lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha definito la mobilitazione una «questione delicata». Non è chiaro dunque cosa potrà rischiare chi si rifiuta di tornare in patria per combattere, ma la richiesta appare come un disperato tentativo di ribaltare le sorti della guerra, che pendono favorevolmente verso Mosca. Le stesse autorità ucraine hanno confermato che i nemici hanno guadagnato terreno, mentre il presidente russo Vladimir Putin ieri ha lanciato l’ennesimo monito all’Occidente: «È ora che Stati Uniti ed Europa smettano di scherzare in generale e di aspettare che noi crolliamo», aggiungendo che «non ci stiamo chiudendo dal continente americano, dal Nord America, dagli Stati Uniti e dal Canada, non ci stiamo chiudendo dai Paesi europei». La sconfitta della Russia, tuttavia, sembra un’ipotesi sempre più lontana in Occidente che, secondo il Financial Times, sta «giocando» con l’idea di lasciare l’Ucraina a Putin. «Se la Russia vince...», anche secondo il quotidiano britannico, è uno scenario sempre più probabile. Gli aiuti d’altronde continuano a diminuire, con il primo ministro ungherese Viktor Orbàn che anche ieri si è espresso contro finanziamenti a lungo termine a Kiev: «Se vogliamo dare soldi all’Ucraina, non dovremmo darli per un periodo di cinque anni perché non abbiamo idea di cosa accadrà nei prossimi tre mesi». Il premier ungherese, in sostanza, si rifiuta di scommettere sulla resistenza dell’Ucraina, tanto da chiedere che i finanziamenti non provengano da modifiche al bilancio dell’Ue, ma siano basati su contributi individuali dei Paesi membri. Intanto, in Russia continua la repressione dei dissidenti: Maria Pevchikh, giornalista investigativa, dal marzo scorso presidente della Fondazione anticorruzione creata dall’oppositore di Putin, Alexei Navalny, è stata inserita nell’elenco delle persone ricercate del ministero dell’Interno russo, senza specificate le accuse a suo carico. Sorte simile, ma dal lato opposto, per Sergej Bubka, l’icona ucraina del salto con l’asta che vinse l’oro alle Olimpiadi di Seul 1988, considerato un eroe nazionale, prima di essere accusato di collaborazionismo con i russi a causa degli affari della sua famiglia nel Donbass. A sollevare le accuse è stata un’inchiesta pubblicata in estate dal sito ucraino Bihus. «La società russa Mont Blanc, di proprietà dei fratelli Sergej e Vasilij Bubka, opera nei territori temporaneamente occupati e collabora con i terroristi», scrive il sito. «Nel maggio 2023, l’azienda ha firmato contratti ufficiali con gli occupanti per la fornitura di carburante per un valore di oltre 800.000 rubli». Una cifra esigua, equivalente a meno di 25.000 euro, per continuare a fare lo stesso lavoro svolto prima della guerra. Tuttavia, il servizio di sicurezza ucraino ha aperto un’indagine e Vasilij è stato accusato in contumacia di collaborazione con i russi e di «assistenza a un’organizzazione terroristica» spiega Politico. Bubka, che ora vive nel Principato di Monaco dopo aver lasciato l’Ucraina il 1° marzo 2022, ha respinto ogni accusa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-chiama-fronte-ucraini-estero-2666741025.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mosca-rafforza-i-legami-con-tunisi-mentre-leuropa-sta-a-guardare" data-post-id="2666741025" data-published-at="1703184654" data-use-pagination="False"> Mosca rafforza i legami con Tunisi mentre l’Europa sta a guardare La Tunisia rafforza i legami con Mosca. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si è recato in visita nel Paese nordafricano, dove ha incontrato l’omologo tunisino, Nabil Ammar. «Siamo aperti alla cooperazione con la Russia in tutti i settori. Nell’agenda ci sono la cooperazione nel settore agricolo, nonché la possibilità di acquistare il grano dalla Russia», ha dichiarato quest’ultimo. «Non vogliamo sviluppare relazioni con alcuni partner a scapito di altri, vogliamo sviluppare relazioni con tutti e la Russia è un partner molto importante per il nostro Paese», ha anche detto Ammar. «La Russia non fa mai amicizia con nessuno contro gli altri», ha replicato Lavrov, per poi proseguire: «Purtroppo l’abitudine di fare amicizia con qualcuno contro gli altri è caratteristica dei nostri colleghi occidentali. Eppure penso che la vita rimetterà ogni cosa al suo posto, si renderanno conto inevitabilmente della necessità di una convivenza pacifica in un mondo multipolare». Il ministro russo ha poi avuto un faccia a faccia con il presidente tunisino, Kais Saied, che ha invocato un rafforzamento delle relazioni nel campo energetico. Che i legami tra Tunisi e Mosca si stiano facendo sempre più stretti non è ormai da tempo un mistero. Reuters riportò infatti che, all’inizio di quest’anno, la Tunisia aveva incrementato significativamente l’importazione di prodotti petroliferi russi. Più in generale, il Cremlino sta rafforzando la propria influenza su altre parti del Nord Africa e sul Sahel. La longa manus di Mosca continua a rivelarsi particolarmente energica sulla Libia orientale. Tutto questo, mentre Mali e Burkina Faso sono ormai saldamente entrati nell’orbita russa. Due Paesi, questi, che - a settembre - hanno siglato un patto di mutua assistenza militare con il Niger, il cui governo - dopo il golpe della scorsa estate - si è a sua volta avvicinato a Mosca. Si tratta di un quadro preoccupante, dal momento che la Russia potrebbe sfruttare questa situazione, utilizzando i flussi migratori africani per mettere sotto pressione l’Unione europea e il fianco meridionale della Nato. Parliamo di un quadro complessivo di cui è purtroppo responsabile anche la miopia occidentale. Bruxelles ormai non tocca più palla nel continente africano. Dall’altra parte, l’amministrazione Biden non ha fatto abbastanza per ammorbidire le posizioni del Fondo monetario internazionale sulla Tunisia, che avrebbe urgente necessità di stabilizzazione economica. È vero che l’attuale presidente americano deve fare i conti con alcuni settori del Partito democratico statunitense, che non hanno affatto in simpatia Saied. Tuttavia, questa condotta improntata alla freddezza sta spingendo sempre più lo stesso Saied tra le braccia di Vladimir Putin. E il viaggio tunisino di Lavrov sta lì a dimostrarlo. In questa situazione generale, bisogna sperare che il Piano Mattei riesca a funzionare. Sulla carta, le prospettive di riuscita ci sono. Questo progetto punta infatti a instaurare partnership paritetiche con i Paesi africani: una formula, questa, che rappresenterebbe una sorta di terza via tra l’arroganza postcoloniale francese e il terzomondismo peloso dei russi. Non dimentichiamo infatti che, soprattutto nel Sahel, l’influenza di Mosca sta crescendo proprio a causa dell’impopolarità di Parigi. Inoltre, sempre sul Sahel si sta rafforzando la longa manus dell’Iran: quell’Iran che è notoriamente tra i principali alleati mediorientali della Russia e che sta svolgendo un ruolo assai preoccupante nella crisi del Mar Rosso. O l’Occidente inizia seriamente a occuparsi dell’Africa, o il quadro è destinato a peggiorare ulteriormente. Il Piano Mattei potrebbe offrire una soluzione, purché Bruxelles e l’amministrazione Biden lo capiscano. In fretta.
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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