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2023-12-22
Kiev chiama al fronte gli ucraini all’estero
Ansa
L’Ucraina non avanza e perde uomini. Almeno 160.000 durante la controffensiva, secondo il capo di Stato maggiore delle forze armate russe Valery Gerasimov: «Le forze armate ucraine, a costo di perdite colossali, sono state in grado di fare pochi progressi in direzione di Zaporizhzhia. Le ulteriori forniture di armi occidentali all’Ucraina e l’introduzione di riserve strategiche in battaglia non hanno cambiato la situazione, queste azioni hanno solo aumentato il numero delle perdite nelle unità dell’esercito di Kiev», ha dichiarato il vertice militare.
La necessità di rafforzare le truppe ucraine al fronte, stanche e sguarnite, è confermata dalla richiesta di arruolarsi indirizzara a tutti gli uomini di età compresa tra i 25 e i 60 anni che vivono all’estero. L’ordine, definito «un invito» del ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, probabilmente prevederà sanzioni per i renitenti, ancora non definite da Kiev. In un’intervista con Die Welt, Bild e Politico, Umerov ha descritto la campagna di reclutamento come «non una punizione», ma «un onore». «Stiamo ancora discutendo su cosa potrebbe accadere se non si presentassero volontariamente», ha aggiunto, anche se poi un portavoce del ministero ha negato qualsiasi tipo di coercizione.
L’esercito ucraino vorrebbe mobilitare dai 450.000 ai 500.000 soldati, ma lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha definito la mobilitazione una «questione delicata». Non è chiaro dunque cosa potrà rischiare chi si rifiuta di tornare in patria per combattere, ma la richiesta appare come un disperato tentativo di ribaltare le sorti della guerra, che pendono favorevolmente verso Mosca.
Le stesse autorità ucraine hanno confermato che i nemici hanno guadagnato terreno, mentre il presidente russo Vladimir Putin ieri ha lanciato l’ennesimo monito all’Occidente: «È ora che Stati Uniti ed Europa smettano di scherzare in generale e di aspettare che noi crolliamo», aggiungendo che «non ci stiamo chiudendo dal continente americano, dal Nord America, dagli Stati Uniti e dal Canada, non ci stiamo chiudendo dai Paesi europei».
La sconfitta della Russia, tuttavia, sembra un’ipotesi sempre più lontana in Occidente che, secondo il Financial Times, sta «giocando» con l’idea di lasciare l’Ucraina a Putin. «Se la Russia vince...», anche secondo il quotidiano britannico, è uno scenario sempre più probabile. Gli aiuti d’altronde continuano a diminuire, con il primo ministro ungherese Viktor Orbàn che anche ieri si è espresso contro finanziamenti a lungo termine a Kiev: «Se vogliamo dare soldi all’Ucraina, non dovremmo darli per un periodo di cinque anni perché non abbiamo idea di cosa accadrà nei prossimi tre mesi». Il premier ungherese, in sostanza, si rifiuta di scommettere sulla resistenza dell’Ucraina, tanto da chiedere che i finanziamenti non provengano da modifiche al bilancio dell’Ue, ma siano basati su contributi individuali dei Paesi membri. Intanto, in Russia continua la repressione dei dissidenti: Maria Pevchikh, giornalista investigativa, dal marzo scorso presidente della Fondazione anticorruzione creata dall’oppositore di Putin, Alexei Navalny, è stata inserita nell’elenco delle persone ricercate del ministero dell’Interno russo, senza specificate le accuse a suo carico.
Sorte simile, ma dal lato opposto, per Sergej Bubka, l’icona ucraina del salto con l’asta che vinse l’oro alle Olimpiadi di Seul 1988, considerato un eroe nazionale, prima di essere accusato di collaborazionismo con i russi a causa degli affari della sua famiglia nel Donbass. A sollevare le accuse è stata un’inchiesta pubblicata in estate dal sito ucraino Bihus. «La società russa Mont Blanc, di proprietà dei fratelli Sergej e Vasilij Bubka, opera nei territori temporaneamente occupati e collabora con i terroristi», scrive il sito. «Nel maggio 2023, l’azienda ha firmato contratti ufficiali con gli occupanti per la fornitura di carburante per un valore di oltre 800.000 rubli». Una cifra esigua, equivalente a meno di 25.000 euro, per continuare a fare lo stesso lavoro svolto prima della guerra. Tuttavia, il servizio di sicurezza ucraino ha aperto un’indagine e Vasilij è stato accusato in contumacia di collaborazione con i russi e di «assistenza a un’organizzazione terroristica» spiega Politico.
Bubka, che ora vive nel Principato di Monaco dopo aver lasciato l’Ucraina il 1° marzo 2022, ha respinto ogni accusa.
Mosca rafforza i legami con Tunisi mentre l’Europa sta a guardare
La Tunisia rafforza i legami con Mosca. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si è recato in visita nel Paese nordafricano, dove ha incontrato l’omologo tunisino, Nabil Ammar. «Siamo aperti alla cooperazione con la Russia in tutti i settori. Nell’agenda ci sono la cooperazione nel settore agricolo, nonché la possibilità di acquistare il grano dalla Russia», ha dichiarato quest’ultimo. «Non vogliamo sviluppare relazioni con alcuni partner a scapito di altri, vogliamo sviluppare relazioni con tutti e la Russia è un partner molto importante per il nostro Paese», ha anche detto Ammar. «La Russia non fa mai amicizia con nessuno contro gli altri», ha replicato Lavrov, per poi proseguire: «Purtroppo l’abitudine di fare amicizia con qualcuno contro gli altri è caratteristica dei nostri colleghi occidentali. Eppure penso che la vita rimetterà ogni cosa al suo posto, si renderanno conto inevitabilmente della necessità di una convivenza pacifica in un mondo multipolare». Il ministro russo ha poi avuto un faccia a faccia con il presidente tunisino, Kais Saied, che ha invocato un rafforzamento delle relazioni nel campo energetico.
Che i legami tra Tunisi e Mosca si stiano facendo sempre più stretti non è ormai da tempo un mistero. Reuters riportò infatti che, all’inizio di quest’anno, la Tunisia aveva incrementato significativamente l’importazione di prodotti petroliferi russi. Più in generale, il Cremlino sta rafforzando la propria influenza su altre parti del Nord Africa e sul Sahel. La longa manus di Mosca continua a rivelarsi particolarmente energica sulla Libia orientale. Tutto questo, mentre Mali e Burkina Faso sono ormai saldamente entrati nell’orbita russa. Due Paesi, questi, che - a settembre - hanno siglato un patto di mutua assistenza militare con il Niger, il cui governo - dopo il golpe della scorsa estate - si è a sua volta avvicinato a Mosca.
Si tratta di un quadro preoccupante, dal momento che la Russia potrebbe sfruttare questa situazione, utilizzando i flussi migratori africani per mettere sotto pressione l’Unione europea e il fianco meridionale della Nato. Parliamo di un quadro complessivo di cui è purtroppo responsabile anche la miopia occidentale. Bruxelles ormai non tocca più palla nel continente africano. Dall’altra parte, l’amministrazione Biden non ha fatto abbastanza per ammorbidire le posizioni del Fondo monetario internazionale sulla Tunisia, che avrebbe urgente necessità di stabilizzazione economica. È vero che l’attuale presidente americano deve fare i conti con alcuni settori del Partito democratico statunitense, che non hanno affatto in simpatia Saied. Tuttavia, questa condotta improntata alla freddezza sta spingendo sempre più lo stesso Saied tra le braccia di Vladimir Putin. E il viaggio tunisino di Lavrov sta lì a dimostrarlo.
In questa situazione generale, bisogna sperare che il Piano Mattei riesca a funzionare. Sulla carta, le prospettive di riuscita ci sono. Questo progetto punta infatti a instaurare partnership paritetiche con i Paesi africani: una formula, questa, che rappresenterebbe una sorta di terza via tra l’arroganza postcoloniale francese e il terzomondismo peloso dei russi. Non dimentichiamo infatti che, soprattutto nel Sahel, l’influenza di Mosca sta crescendo proprio a causa dell’impopolarità di Parigi. Inoltre, sempre sul Sahel si sta rafforzando la longa manus dell’Iran: quell’Iran che è notoriamente tra i principali alleati mediorientali della Russia e che sta svolgendo un ruolo assai preoccupante nella crisi del Mar Rosso. O l’Occidente inizia seriamente a occuparsi dell’Africa, o il quadro è destinato a peggiorare ulteriormente. Il Piano Mattei potrebbe offrire una soluzione, purché Bruxelles e l’amministrazione Biden lo capiscano. In fretta.
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L’Ucraina «invita» ad arruolarsi tutti i connazionali espatriati, fino ai 60 anni d’età . Previste sanzioni per i renitenti. Il «Financial Times» ammette: «La vittoria di Putin è sempre più probabile». Sergej Bubka, icona del salto con l’asta, accusato di cospirare coi russi.Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov incontra Kais Saied e consolida i rapporti in Africa, ignorata da Ue e Joe Biden.Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina non avanza e perde uomini. Almeno 160.000 durante la controffensiva, secondo il capo di Stato maggiore delle forze armate russe Valery Gerasimov: «Le forze armate ucraine, a costo di perdite colossali, sono state in grado di fare pochi progressi in direzione di Zaporizhzhia. Le ulteriori forniture di armi occidentali all’Ucraina e l’introduzione di riserve strategiche in battaglia non hanno cambiato la situazione, queste azioni hanno solo aumentato il numero delle perdite nelle unità dell’esercito di Kiev», ha dichiarato il vertice militare. La necessità di rafforzare le truppe ucraine al fronte, stanche e sguarnite, è confermata dalla richiesta di arruolarsi indirizzara a tutti gli uomini di età compresa tra i 25 e i 60 anni che vivono all’estero. L’ordine, definito «un invito» del ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, probabilmente prevederà sanzioni per i renitenti, ancora non definite da Kiev. In un’intervista con Die Welt, Bild e Politico, Umerov ha descritto la campagna di reclutamento come «non una punizione», ma «un onore». «Stiamo ancora discutendo su cosa potrebbe accadere se non si presentassero volontariamente», ha aggiunto, anche se poi un portavoce del ministero ha negato qualsiasi tipo di coercizione. L’esercito ucraino vorrebbe mobilitare dai 450.000 ai 500.000 soldati, ma lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha definito la mobilitazione una «questione delicata». Non è chiaro dunque cosa potrà rischiare chi si rifiuta di tornare in patria per combattere, ma la richiesta appare come un disperato tentativo di ribaltare le sorti della guerra, che pendono favorevolmente verso Mosca. Le stesse autorità ucraine hanno confermato che i nemici hanno guadagnato terreno, mentre il presidente russo Vladimir Putin ieri ha lanciato l’ennesimo monito all’Occidente: «È ora che Stati Uniti ed Europa smettano di scherzare in generale e di aspettare che noi crolliamo», aggiungendo che «non ci stiamo chiudendo dal continente americano, dal Nord America, dagli Stati Uniti e dal Canada, non ci stiamo chiudendo dai Paesi europei». La sconfitta della Russia, tuttavia, sembra un’ipotesi sempre più lontana in Occidente che, secondo il Financial Times, sta «giocando» con l’idea di lasciare l’Ucraina a Putin. «Se la Russia vince...», anche secondo il quotidiano britannico, è uno scenario sempre più probabile. Gli aiuti d’altronde continuano a diminuire, con il primo ministro ungherese Viktor Orbàn che anche ieri si è espresso contro finanziamenti a lungo termine a Kiev: «Se vogliamo dare soldi all’Ucraina, non dovremmo darli per un periodo di cinque anni perché non abbiamo idea di cosa accadrà nei prossimi tre mesi». Il premier ungherese, in sostanza, si rifiuta di scommettere sulla resistenza dell’Ucraina, tanto da chiedere che i finanziamenti non provengano da modifiche al bilancio dell’Ue, ma siano basati su contributi individuali dei Paesi membri. Intanto, in Russia continua la repressione dei dissidenti: Maria Pevchikh, giornalista investigativa, dal marzo scorso presidente della Fondazione anticorruzione creata dall’oppositore di Putin, Alexei Navalny, è stata inserita nell’elenco delle persone ricercate del ministero dell’Interno russo, senza specificate le accuse a suo carico. Sorte simile, ma dal lato opposto, per Sergej Bubka, l’icona ucraina del salto con l’asta che vinse l’oro alle Olimpiadi di Seul 1988, considerato un eroe nazionale, prima di essere accusato di collaborazionismo con i russi a causa degli affari della sua famiglia nel Donbass. A sollevare le accuse è stata un’inchiesta pubblicata in estate dal sito ucraino Bihus. «La società russa Mont Blanc, di proprietà dei fratelli Sergej e Vasilij Bubka, opera nei territori temporaneamente occupati e collabora con i terroristi», scrive il sito. «Nel maggio 2023, l’azienda ha firmato contratti ufficiali con gli occupanti per la fornitura di carburante per un valore di oltre 800.000 rubli». Una cifra esigua, equivalente a meno di 25.000 euro, per continuare a fare lo stesso lavoro svolto prima della guerra. Tuttavia, il servizio di sicurezza ucraino ha aperto un’indagine e Vasilij è stato accusato in contumacia di collaborazione con i russi e di «assistenza a un’organizzazione terroristica» spiega Politico. Bubka, che ora vive nel Principato di Monaco dopo aver lasciato l’Ucraina il 1° marzo 2022, ha respinto ogni accusa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-chiama-fronte-ucraini-estero-2666741025.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mosca-rafforza-i-legami-con-tunisi-mentre-leuropa-sta-a-guardare" data-post-id="2666741025" data-published-at="1703184654" data-use-pagination="False"> Mosca rafforza i legami con Tunisi mentre l’Europa sta a guardare La Tunisia rafforza i legami con Mosca. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si è recato in visita nel Paese nordafricano, dove ha incontrato l’omologo tunisino, Nabil Ammar. «Siamo aperti alla cooperazione con la Russia in tutti i settori. Nell’agenda ci sono la cooperazione nel settore agricolo, nonché la possibilità di acquistare il grano dalla Russia», ha dichiarato quest’ultimo. «Non vogliamo sviluppare relazioni con alcuni partner a scapito di altri, vogliamo sviluppare relazioni con tutti e la Russia è un partner molto importante per il nostro Paese», ha anche detto Ammar. «La Russia non fa mai amicizia con nessuno contro gli altri», ha replicato Lavrov, per poi proseguire: «Purtroppo l’abitudine di fare amicizia con qualcuno contro gli altri è caratteristica dei nostri colleghi occidentali. Eppure penso che la vita rimetterà ogni cosa al suo posto, si renderanno conto inevitabilmente della necessità di una convivenza pacifica in un mondo multipolare». Il ministro russo ha poi avuto un faccia a faccia con il presidente tunisino, Kais Saied, che ha invocato un rafforzamento delle relazioni nel campo energetico. Che i legami tra Tunisi e Mosca si stiano facendo sempre più stretti non è ormai da tempo un mistero. Reuters riportò infatti che, all’inizio di quest’anno, la Tunisia aveva incrementato significativamente l’importazione di prodotti petroliferi russi. Più in generale, il Cremlino sta rafforzando la propria influenza su altre parti del Nord Africa e sul Sahel. La longa manus di Mosca continua a rivelarsi particolarmente energica sulla Libia orientale. Tutto questo, mentre Mali e Burkina Faso sono ormai saldamente entrati nell’orbita russa. Due Paesi, questi, che - a settembre - hanno siglato un patto di mutua assistenza militare con il Niger, il cui governo - dopo il golpe della scorsa estate - si è a sua volta avvicinato a Mosca. Si tratta di un quadro preoccupante, dal momento che la Russia potrebbe sfruttare questa situazione, utilizzando i flussi migratori africani per mettere sotto pressione l’Unione europea e il fianco meridionale della Nato. Parliamo di un quadro complessivo di cui è purtroppo responsabile anche la miopia occidentale. Bruxelles ormai non tocca più palla nel continente africano. Dall’altra parte, l’amministrazione Biden non ha fatto abbastanza per ammorbidire le posizioni del Fondo monetario internazionale sulla Tunisia, che avrebbe urgente necessità di stabilizzazione economica. È vero che l’attuale presidente americano deve fare i conti con alcuni settori del Partito democratico statunitense, che non hanno affatto in simpatia Saied. Tuttavia, questa condotta improntata alla freddezza sta spingendo sempre più lo stesso Saied tra le braccia di Vladimir Putin. E il viaggio tunisino di Lavrov sta lì a dimostrarlo. In questa situazione generale, bisogna sperare che il Piano Mattei riesca a funzionare. Sulla carta, le prospettive di riuscita ci sono. Questo progetto punta infatti a instaurare partnership paritetiche con i Paesi africani: una formula, questa, che rappresenterebbe una sorta di terza via tra l’arroganza postcoloniale francese e il terzomondismo peloso dei russi. Non dimentichiamo infatti che, soprattutto nel Sahel, l’influenza di Mosca sta crescendo proprio a causa dell’impopolarità di Parigi. Inoltre, sempre sul Sahel si sta rafforzando la longa manus dell’Iran: quell’Iran che è notoriamente tra i principali alleati mediorientali della Russia e che sta svolgendo un ruolo assai preoccupante nella crisi del Mar Rosso. O l’Occidente inizia seriamente a occuparsi dell’Africa, o il quadro è destinato a peggiorare ulteriormente. Il Piano Mattei potrebbe offrire una soluzione, purché Bruxelles e l’amministrazione Biden lo capiscano. In fretta.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».