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2024-08-02
Khamenei glorifica il leader di Hamas. Israele annuncia: «Morto pure Deif»
L'ayatollah Khamenei mentre prega sulla bara del capo di Hamas Ismail Haniyeh (Ansa)
Ieri si sono svolti in Iran i cortei funebri per reclamare vendetta in seguito alla morte del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta lo scorso 31 luglio a Teheran in un raid. Il capo jihadista era arrivato il 30 luglio nella capitale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian, che aveva incontrato insieme alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Attraverso qualificate fonti di intelligence si è appreso che Haniyeh dopo aver avuto numerosi incontri con i leader iraniani intorno alle 2 di notte ora locale (mezzanotte e mezza in Italia), insieme alla sua scorta e alla sua guardia del corpo si era diretto in una residenza riservata a veterani di guerra e ufficiali dei pasdaran, nel Nord di Teheran, come ha riferito l’agenzia di stampa statale Irna. Non appena è entrato nella stanza, «un proiettile guidato aviotrasportato» ha colpito la sua stanza uccidendo lui e la sua guardia del corpo.
Inevitabili come sempre altre ricostruzioni (inverosimili) come quella New York Times che ha scritto che il leader jihadista è morto a causa «di una bomba nascosta due mesi fa», quando c’è il video nel quale si vede il missile che centra la camera con all’interno Haniyeh. In ogni caso sorprende come il capo politico di Hamas abbia deciso di lasciare il Qatar dove era al sicuro per andare in Iran dove la sicurezza fa acqua da tutte le parti, come visto nei ripetuti attacchi dell’Isis e le frequenti operazioni mirate degli israeliani; una su tutte quella del novembre 2020 quando fu assassinato Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati nucleari iraniani, ritenuto da Israele e Stati Uniti la mente dietro ai progetti dell’Iran per sviluppare un’arma nucleare.
Per tornare ai funerali solenni di ieri, Khamenei, che ha più volte scrutato il cielo con sguardo preoccupato, ha condotto le preghiere per Haniyeh prima della sua sepoltura in Qatar, dopo aver minacciato precedentemente una «dura punizione». Al temine della funzione il capo di Stato maggiore dell’esercito iraniano, Mohammad Bagheri, ha affermato a Mehr: «Devono essere adottate varie azioni e i sionisti si pentiranno di sicuro. Stiamo studiando il modo di vendicarci, questo succederà sicuramente. Israele la pagherà cara». Intervenuto da remoto al funerale del comandante in capo degli Hezbollah Fuad Shukr, ucciso in attacco missilistico israeliano martedì scorso a Beirut, il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha evocato la vendetta, definita «inevitabile»: «Diversi Paesi hanno chiesto a Hezbollah di non rispondere all’attacco israeliano. L’Asse della Resistenza combatte con rabbia, saggezza e coraggio e in questo senso stiamo cercando una risposta reale e molto calcolata. Siamo di fronte a una battaglia importante e siamo entrati in una nuova fase, che supera la questione dei fronti di supporto». Nasrallah ha persino negato che siano stati gli Hezbollah a lanciare il missile caduto sul campo da calcio Majdal Shams (Nord di Israele) dove sabato scorso sono morti 12 tra bambini e adolescenti drusi.
Israele attende la risposta dell’Iran (così come le più importati compagnie aeree che stanno cancellando i voli sullo Stato ebraico), e dei suoi alleati che quasi certamente agiranno insieme in un attacco coordinato. Tuttavia, i rischi sono molteplici per Teheran perché è certo che se la risposta sarà sproposita, interverranno gli Stati Uniti, come dichiarato il 30 luglio dalla portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Adrienne Watson: «Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è ferreo e incrollabile contro tutte le minacce sostenute dall’Iran, tra cui Hezbollah libanese».
Benyamin Netanyahu si è incontrato nel pomeriggio nella base Kirya a Tel Aviv con il leader dell’opposizione Yair Lapid per fornire un aggiornamento sulla situazione della sicurezza. Successivamente ai media ha affermato: «Israele è a un altissimo livello di preparazione per qualsiasi scenario, sia in difesa che in attacco. Esigeremo un prezzo molto alto per qualsiasi atto di aggressione contro di noi da qualsiasi arena». In serata invece ha parlato telefonicamente con Joe Biden con il quale ha discusso dei recenti eventi.
Nel giorno dei funerali di Ismail Haniyeh e Fuad Shukr e l’annuncio della morte del comandante iraniano delle forze aerospaziali dell’Irgc, Amir Ali Hajizadeh, assassinato in Siria, le autorità israeliane hanno confermato che Muhammad Deif, vice del capo militare di Hamas Yaya Sinwar, è stato ucciso il 13 luglio scorso in un attacco aereo israeliano nel Sud della Striscia di Gaza come confermato dall’Idf. Deif, 58 anni, comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam per oltre due decenni, è stato a lungo una delle figure terroristiche più ricercate da Israele. È stato uno degli ideatori dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il più mortale nella storia del Paese. Hamas ha però smentito la notizia attraverso Mahmoud al-Mardawi, uno dei leader del gruppo, che ha affermato ai media libanesi vicini a Hezbollah che Deif «sta bene e sta seguendo le informazioni israeliane sulla sua uccisione». Peccato che gli israeliani abbiano il suo dna.
Scambio di ostaggi Russia-Occidente
È un importante scambio di prigionieri quello svoltosi ieri tra Occidente e Russia attraverso la mediazione di Ankara. Secondo la presidenza turca, sono state liberate in totale 26 persone, provenienti da vari Paesi. «La nostra organizzazione ha svolto un importante ruolo di mediazione in questa operazione di scambio, che è la più completa del periodo recente», ha dichiarato l’intelligence di Ankara. «Le parti si sono riunite in Turchia nel luglio 2024 con l’organizzazione dei servizi turchi, che utilizzano efficacemente la diplomazia dell’intelligence», hanno proseguito gli 007 turchi, per poi aggiungere: «Si sono tenute trattative in merito all’attività di scambio da svolgere tra cittadini russi e cittadini di Paesi occidentali imprigionati negli Stati Uniti, in Germania, Polonia, Norvegia, Slovenia, Russia e Bielorussia». La Turchia ha inoltre confermato che tra i prigionieri liberati vi sono il giornalista del Wall Street Journal, Evan Gershkovich, e l’ex marine statunitense, Paul Whelan, che erano incarcerati da tempo in Russia. Dall’altra parte, oltre a sette dissidenti russi, sono state altresì liberate figure strettamente collegate all’intelligence di Mosca. A essere rilasciato è stato anche l’ex colonnello dell’Fsb Vadim Krasikov, che era stato condannato all’ergastolo in Germania per aver ucciso, nel 2019, un esule ceceno. Un rilascio, quello di Krasikov, che il governo tedesco ha definito una «decisione non facile» da prendere.
«Oggi, tre cittadini americani e un titolare di green card americana, ingiustamente imprigionati in Russia, torneranno finalmente a casa: Paul Whelan, Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Vladimir Kara-Murza», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «E lasciatemi essere chiaro: non smetterò di lavorare finché ogni americano ingiustamente detenuto o tenuto in ostaggio in tutto il mondo non sarà riunito alla propria famiglia. La mia amministrazione ha ora riportato a casa oltre 70 di questi americani, molti dei quali erano in prigionia da prima che io assumessi l’incarico», ha proseguito. «Sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per garantire la loro libertà e ai nostri alleati e partner che hanno reso possibile questo accordo», ha aggiunto il segretario di Stato, Antony Blinken, riferendosi ai cittadini statunitensi liberati. Un funzionario di Washington ha inoltre riferito che nei negoziati per la liberazione dei prigionieri è stato direttamente coinvolto anche il direttore della Cia, William Burns.
La Turchia si conferma, insomma, il mediatore più efficace nel complicato quadro del conflitto russo-ucraino. Fu d’altronde Ankara a negoziare con successo l’accordo sul grano nel 2022. La Turchia fa d’altronde parte della Nato e, pur intrattenendo solidi legami con Kiev, non ha mai rotto i rapporti con Mosca. Questo ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di muoversi, sì, spregiudicatamente, ma anche di riuscire a essere un interlocutore efficace con le varie parti più o meno direttamente coinvolte nel conflitto. Piaccia o meno, tale situazione rende il sultano sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. E questo è un dato con cui sia Biden sia Vladimir Putin dovranno fare progressivamente i conti.
Infine, non bisogna credere che lo scambio di prigionieri avvenuto ieri preluda a qualche svolta diplomatica eclatante nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina. Nelle scorse ore, i primi caccia F-16 (dei Paesi Bassi) sono stati consegnati alle forze di Kiev: lo ha confermato un funzionario statunitense all’Associated Press. «Questi aerei appariranno e gradualmente il loro numero diminuirà; saranno abbattuti e distrutti», ha dichiarato, dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste consegne», ha aggiunto, «non potranno influenzare in modo significativo la dinamica degli eventi al fronte». La tensione, insomma, continua a rivelarsi particolarmente alta.
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L’ayatollah prega sulla bara di Haniyeh e prepara la vendetta: le compagnie aeree si cautelano e cancellano i voli su Tel Aviv. Intanto lo Stato ebraico conferma l’uccisione del capo militare degli jihadisti: «C’è il dna».Scambio di ostaggi Russia-Occidente: il trasferimento dei 26 detenuti è avvenuto ad Ankara. Ci sono l’ex marine Whelan e il giornalista Gershkovich. Nessun disgelo sull’Ucraina, dove arrivano i primi F-16.Lo speciale contiene due articoli.Ieri si sono svolti in Iran i cortei funebri per reclamare vendetta in seguito alla morte del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta lo scorso 31 luglio a Teheran in un raid. Il capo jihadista era arrivato il 30 luglio nella capitale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian, che aveva incontrato insieme alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Attraverso qualificate fonti di intelligence si è appreso che Haniyeh dopo aver avuto numerosi incontri con i leader iraniani intorno alle 2 di notte ora locale (mezzanotte e mezza in Italia), insieme alla sua scorta e alla sua guardia del corpo si era diretto in una residenza riservata a veterani di guerra e ufficiali dei pasdaran, nel Nord di Teheran, come ha riferito l’agenzia di stampa statale Irna. Non appena è entrato nella stanza, «un proiettile guidato aviotrasportato» ha colpito la sua stanza uccidendo lui e la sua guardia del corpo. Inevitabili come sempre altre ricostruzioni (inverosimili) come quella New York Times che ha scritto che il leader jihadista è morto a causa «di una bomba nascosta due mesi fa», quando c’è il video nel quale si vede il missile che centra la camera con all’interno Haniyeh. In ogni caso sorprende come il capo politico di Hamas abbia deciso di lasciare il Qatar dove era al sicuro per andare in Iran dove la sicurezza fa acqua da tutte le parti, come visto nei ripetuti attacchi dell’Isis e le frequenti operazioni mirate degli israeliani; una su tutte quella del novembre 2020 quando fu assassinato Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati nucleari iraniani, ritenuto da Israele e Stati Uniti la mente dietro ai progetti dell’Iran per sviluppare un’arma nucleare. Per tornare ai funerali solenni di ieri, Khamenei, che ha più volte scrutato il cielo con sguardo preoccupato, ha condotto le preghiere per Haniyeh prima della sua sepoltura in Qatar, dopo aver minacciato precedentemente una «dura punizione». Al temine della funzione il capo di Stato maggiore dell’esercito iraniano, Mohammad Bagheri, ha affermato a Mehr: «Devono essere adottate varie azioni e i sionisti si pentiranno di sicuro. Stiamo studiando il modo di vendicarci, questo succederà sicuramente. Israele la pagherà cara». Intervenuto da remoto al funerale del comandante in capo degli Hezbollah Fuad Shukr, ucciso in attacco missilistico israeliano martedì scorso a Beirut, il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha evocato la vendetta, definita «inevitabile»: «Diversi Paesi hanno chiesto a Hezbollah di non rispondere all’attacco israeliano. L’Asse della Resistenza combatte con rabbia, saggezza e coraggio e in questo senso stiamo cercando una risposta reale e molto calcolata. Siamo di fronte a una battaglia importante e siamo entrati in una nuova fase, che supera la questione dei fronti di supporto». Nasrallah ha persino negato che siano stati gli Hezbollah a lanciare il missile caduto sul campo da calcio Majdal Shams (Nord di Israele) dove sabato scorso sono morti 12 tra bambini e adolescenti drusi. Israele attende la risposta dell’Iran (così come le più importati compagnie aeree che stanno cancellando i voli sullo Stato ebraico), e dei suoi alleati che quasi certamente agiranno insieme in un attacco coordinato. Tuttavia, i rischi sono molteplici per Teheran perché è certo che se la risposta sarà sproposita, interverranno gli Stati Uniti, come dichiarato il 30 luglio dalla portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Adrienne Watson: «Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è ferreo e incrollabile contro tutte le minacce sostenute dall’Iran, tra cui Hezbollah libanese». Benyamin Netanyahu si è incontrato nel pomeriggio nella base Kirya a Tel Aviv con il leader dell’opposizione Yair Lapid per fornire un aggiornamento sulla situazione della sicurezza. Successivamente ai media ha affermato: «Israele è a un altissimo livello di preparazione per qualsiasi scenario, sia in difesa che in attacco. Esigeremo un prezzo molto alto per qualsiasi atto di aggressione contro di noi da qualsiasi arena». In serata invece ha parlato telefonicamente con Joe Biden con il quale ha discusso dei recenti eventi. Nel giorno dei funerali di Ismail Haniyeh e Fuad Shukr e l’annuncio della morte del comandante iraniano delle forze aerospaziali dell’Irgc, Amir Ali Hajizadeh, assassinato in Siria, le autorità israeliane hanno confermato che Muhammad Deif, vice del capo militare di Hamas Yaya Sinwar, è stato ucciso il 13 luglio scorso in un attacco aereo israeliano nel Sud della Striscia di Gaza come confermato dall’Idf. Deif, 58 anni, comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam per oltre due decenni, è stato a lungo una delle figure terroristiche più ricercate da Israele. È stato uno degli ideatori dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il più mortale nella storia del Paese. Hamas ha però smentito la notizia attraverso Mahmoud al-Mardawi, uno dei leader del gruppo, che ha affermato ai media libanesi vicini a Hezbollah che Deif «sta bene e sta seguendo le informazioni israeliane sulla sua uccisione». Peccato che gli israeliani abbiano il suo dna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/khamenei-glorifica-leader-hamas-2668864004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scambio-di-ostaggi-russia-occidente" data-post-id="2668864004" data-published-at="1722596441" data-use-pagination="False"> Scambio di ostaggi Russia-Occidente È un importante scambio di prigionieri quello svoltosi ieri tra Occidente e Russia attraverso la mediazione di Ankara. Secondo la presidenza turca, sono state liberate in totale 26 persone, provenienti da vari Paesi. «La nostra organizzazione ha svolto un importante ruolo di mediazione in questa operazione di scambio, che è la più completa del periodo recente», ha dichiarato l’intelligence di Ankara. «Le parti si sono riunite in Turchia nel luglio 2024 con l’organizzazione dei servizi turchi, che utilizzano efficacemente la diplomazia dell’intelligence», hanno proseguito gli 007 turchi, per poi aggiungere: «Si sono tenute trattative in merito all’attività di scambio da svolgere tra cittadini russi e cittadini di Paesi occidentali imprigionati negli Stati Uniti, in Germania, Polonia, Norvegia, Slovenia, Russia e Bielorussia». La Turchia ha inoltre confermato che tra i prigionieri liberati vi sono il giornalista del Wall Street Journal, Evan Gershkovich, e l’ex marine statunitense, Paul Whelan, che erano incarcerati da tempo in Russia. Dall’altra parte, oltre a sette dissidenti russi, sono state altresì liberate figure strettamente collegate all’intelligence di Mosca. A essere rilasciato è stato anche l’ex colonnello dell’Fsb Vadim Krasikov, che era stato condannato all’ergastolo in Germania per aver ucciso, nel 2019, un esule ceceno. Un rilascio, quello di Krasikov, che il governo tedesco ha definito una «decisione non facile» da prendere. «Oggi, tre cittadini americani e un titolare di green card americana, ingiustamente imprigionati in Russia, torneranno finalmente a casa: Paul Whelan, Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Vladimir Kara-Murza», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «E lasciatemi essere chiaro: non smetterò di lavorare finché ogni americano ingiustamente detenuto o tenuto in ostaggio in tutto il mondo non sarà riunito alla propria famiglia. La mia amministrazione ha ora riportato a casa oltre 70 di questi americani, molti dei quali erano in prigionia da prima che io assumessi l’incarico», ha proseguito. «Sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per garantire la loro libertà e ai nostri alleati e partner che hanno reso possibile questo accordo», ha aggiunto il segretario di Stato, Antony Blinken, riferendosi ai cittadini statunitensi liberati. Un funzionario di Washington ha inoltre riferito che nei negoziati per la liberazione dei prigionieri è stato direttamente coinvolto anche il direttore della Cia, William Burns. La Turchia si conferma, insomma, il mediatore più efficace nel complicato quadro del conflitto russo-ucraino. Fu d’altronde Ankara a negoziare con successo l’accordo sul grano nel 2022. La Turchia fa d’altronde parte della Nato e, pur intrattenendo solidi legami con Kiev, non ha mai rotto i rapporti con Mosca. Questo ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di muoversi, sì, spregiudicatamente, ma anche di riuscire a essere un interlocutore efficace con le varie parti più o meno direttamente coinvolte nel conflitto. Piaccia o meno, tale situazione rende il sultano sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. E questo è un dato con cui sia Biden sia Vladimir Putin dovranno fare progressivamente i conti. Infine, non bisogna credere che lo scambio di prigionieri avvenuto ieri preluda a qualche svolta diplomatica eclatante nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina. Nelle scorse ore, i primi caccia F-16 (dei Paesi Bassi) sono stati consegnati alle forze di Kiev: lo ha confermato un funzionario statunitense all’Associated Press. «Questi aerei appariranno e gradualmente il loro numero diminuirà; saranno abbattuti e distrutti», ha dichiarato, dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste consegne», ha aggiunto, «non potranno influenzare in modo significativo la dinamica degli eventi al fronte». La tensione, insomma, continua a rivelarsi particolarmente alta.
Ansa
Nel suo intervento, Trump ha rivendicato l’ampiezza dei poteri del futuro Consiglio: «Una volta che questo comitato sarà completamente formato, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo», ha affermato, precisando che l’azione avverrà «in collaborazione con le Nazioni Unite». Tuttavia, al momento, Russia e Cina non hanno accettato l’invito ad aderire. Anche alleati storici degli Usa, come Regno Unito e Francia, hanno espresso forti riserve, temendo che il nuovo organismo possa legittimare regimi autoritari, incluso quello del presidente russo Vladimir Putin.
Nei giorni precedenti alla cerimonia, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era detto contrario sia al Board of Peace sia al Comitato esecutivo incaricato di supervisionare, insieme a un governo tecnico palestinese, il cessate il fuoco e la ricostruzione di Gaza. Secondo Netanyahu, l’assetto previsto lasciava troppo spazio a Turchia e Qatar, Paesi ostili allo Stato ebraico. Nelle ultime ore, tuttavia, la posizione israeliana si è ammorbidita, un cambio di rotta che fonti diplomatiche attribuiscono a pressioni statunitensi. Le perplessità di Londra sono state esplicitate dal ministro degli Esteri Yvette Cooper, che in un’intervista alla Bbc ha detto che l’Inghilterra non aderirà per ora al comitato. Pur ribadendo il sostegno al Piano di pace per Gaza, Cooper ha definito il Board «un trattato legale che solleva questioni molto più ampie», citando in particolare il possibile coinvolgimento di Putin. Analoga diffidenza viene registrata a Parigi, Pechino e Mosca, dove si teme che l’organismo finisca sotto il controllo diretto di Trump, ridimensionando di fatto il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il diritto di veto dei suoi membri permanenti.
Anche diversi Paesi più piccoli, che vedono nelle Nazioni Unite il principale forum multilaterale, guardano con sospetto all’iniziativa.
Formalmente, il Board of Peace nasce per coordinare la ricostruzione della Gaza del dopoguerra. Ma lo statuto, redatto dalla Casa Bianca, va oltre: l’obiettivo è «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», senza limiti geografici espliciti.
La presentazione politica è stata accompagnata da una forte impronta economica. Dopo l’introduzione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha lodato la capacità di Trump di «rendere trattabile ciò che sembrava irrisolvibile», e l’intervento emotivo dell’inviato speciale Steve Witkoff, la scena è stata dominata da Jared Kushner. Il genero del presidente ha illustrato un piano in 20 punti per Gaza con un linguaggio da sviluppatore immobiliare: slide, rendering e titoli come «New Gaza» e «Prosperity» hanno trasformato la pacificazione in un vero e proprio masterplan economico. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale», ha spiegato, invitando gli investitori presenti a cogliere le «incredibili opportunità».
Trump ha inoltre chiesto ai Paesi che aspirano a un seggio permanente nel consiglio di contribuire con un miliardo di dollari ciascuno. «Farà il lavoro che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare», ha dichiarato, difendendo l’ipotesi di un ruolo per la Russia. Da Mosca, Putin ha risposto aprendo alla possibilità di versare un miliardo di dollari, a condizione di poter utilizzare beni russi congelati, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.
Nei principali Paesi occidentali lo scetticismo resta diffuso. Anche Germania Norvegia, Svezia e Svizzera hanno già escluso l’adesione, mentre l’Italia di Giorgia Meloni si trova di fatto bloccata da vincoli costituzionali. Altri governi preferiscono attendere, ma il debutto del Board of Peace ha già aperto una frattura significativa nel sistema multilaterale tradizionale.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Come noto, infatti, un imprenditore locale, mesi fa, aveva messo a disposizione uno stabile di sua proprietà, in cui i Trevallion avrebbero potuto stabilirsi gratuitamente in attesa che la loro abitazione fosse rimessa a nuovo. Ma, invece di consentire che la famiglia si riunisse sotto un tetto comune, il tribunale ha deciso di tenerla separata: il padre da una parte, i figli e la madre dentro la casa protetta, a loro volta separati. In pratica, i contribuenti pagano per fare soffrire ancora genitori e figli.
Purtroppo non è finita qui. Oggi, era noto da tempo, avrebbe dovuto prendere il via la perizia psicologica sui genitori richiesta dal tribunale e affidata all’esperta Simona Ceccoli. Sono settimane che questa data è fissata, eppure le istituzioni sono riuscite in un miracolo: l’inizio della valutazione psicologica è stato ulteriormente rinviato. Motivo? Manca il traduttore che dovrebbe mediare fra la psicologa e i genitori. Il risultato è che la perizia partirà probabilmente la prossima settimana. E così siamo arrivati alla fine di gennaio senza nulla di fatto. A ciò va aggiunto che la Ceccoli avrà a disposizione 120 giorni per svolgere il suo complicato lavoro. Poi ci saranno valutazioni ulteriori ed è facile fare due conti: a meno di sorprese che non sembrano essere all’orizzonte, la famiglia nel bosco ha ancora davanti lunghi mesi di separazione. Mesi costosi, che se va avanti così dovranno continuare a pagare i contribuenti abruzzesi.
«Desta allarme una dilatazione, incomprensibile, dei tempi indicati per l’inizio delle operazioni peritali», ha detto al Centro l’avvocato Danila Solinas, difensore dei Trevallion, «giacché gli stessi rischiano di risultare disancorati e, anzi, ampliare il dramma che quotidianamente vive questa famiglia per la quale ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge». L’avvocato ha pienamente ragione; è possibile che si continui a prolungare l’agonia di questa famiglia per ragioni così stupide? Davvero non era possibile trovare un traduttore che si presentasse nel giorno stabilito visto che c’erano settimane a disposizione?
Ora l’associazione Sos utenti fa sapere di essere disposta a fornire gratuitamente la collaborazione di una persona titolata. L’interprete individuata si chiama Paola Pica, dalla provincia di Teramo, «già consulente e traduttrice nei tribunali di Roma e provincia, nonché insegnante di lingua italiana presso varie ambasciate straniere». Chissà, magari si sarebbe potuta coinvolgere prima questa associazione per evitare di perdere tempo.
Per altro non è nemmeno la prima volta che accade qualcosa di simile. Anche con la maestra ci sono stati problemi. Ne era stata individuata una, poi non si è presentata nel giorno stabilito e la tutrice Maria Luisa Palladino ne ha dovuta reclutare un’altra. Nel frattempo, i piccoli sono rimasti da novembre a gennaio senza istruzione: ben peggio di quanto accadeva quando stavano a casa con i genitori. Senza contare che la stessa curatrice e, in seguito, pure la nuova insegnante hanno rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo fornendo al grande pubblico informazioni sui bambini che avrebbero dovuto rimanere riservate.
In tutto questo tempo, i Trevallion hanno dimostrato una tenuta psicologica straordinaria. Hanno cercato di mediare con il tribunale e hanno accettato di vaccinare i figli. Imposizione, quest’ultima, non necessaria né obbligatoria. Ma, a quanto pare, la tutrice Palladino intende imporre ai Trevallion di mandare i bambini alla scuola pubblica, anche se l’homeschooling in Italia è legale.
Tutto questo avviene di fatto nel disinteresse generale. È vero che sulla famiglia nel bosco escono ancora articoli di giornale e servizi televisivi, ma i Trevallion continuano a essere in balia dell’arbitrio del tribunale. Hanno subito un ricatto disgustoso, si sono dovuti piegare e, nonostante questo, la loro disponibilità non è stata presa in considerazione per mesi. Per paradosso, anche se la famiglia venisse riunita domani, il danno sarebbe già stato fatto e quanto accaduto finora sarebbe comunque da considerare una profonda ingiustizia commessa nei riguardi di genitori che non hanno maltrattato i figli ma hanno la sola colpa di essere un po’ strani. Una colpa che il tribunale dell’Aquila li costringe a scontare amaramente.
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