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2024-08-02
Khamenei glorifica il leader di Hamas. Israele annuncia: «Morto pure Deif»
L'ayatollah Khamenei mentre prega sulla bara del capo di Hamas Ismail Haniyeh (Ansa)
Ieri si sono svolti in Iran i cortei funebri per reclamare vendetta in seguito alla morte del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta lo scorso 31 luglio a Teheran in un raid. Il capo jihadista era arrivato il 30 luglio nella capitale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian, che aveva incontrato insieme alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Attraverso qualificate fonti di intelligence si è appreso che Haniyeh dopo aver avuto numerosi incontri con i leader iraniani intorno alle 2 di notte ora locale (mezzanotte e mezza in Italia), insieme alla sua scorta e alla sua guardia del corpo si era diretto in una residenza riservata a veterani di guerra e ufficiali dei pasdaran, nel Nord di Teheran, come ha riferito l’agenzia di stampa statale Irna. Non appena è entrato nella stanza, «un proiettile guidato aviotrasportato» ha colpito la sua stanza uccidendo lui e la sua guardia del corpo.
Inevitabili come sempre altre ricostruzioni (inverosimili) come quella New York Times che ha scritto che il leader jihadista è morto a causa «di una bomba nascosta due mesi fa», quando c’è il video nel quale si vede il missile che centra la camera con all’interno Haniyeh. In ogni caso sorprende come il capo politico di Hamas abbia deciso di lasciare il Qatar dove era al sicuro per andare in Iran dove la sicurezza fa acqua da tutte le parti, come visto nei ripetuti attacchi dell’Isis e le frequenti operazioni mirate degli israeliani; una su tutte quella del novembre 2020 quando fu assassinato Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati nucleari iraniani, ritenuto da Israele e Stati Uniti la mente dietro ai progetti dell’Iran per sviluppare un’arma nucleare.
Per tornare ai funerali solenni di ieri, Khamenei, che ha più volte scrutato il cielo con sguardo preoccupato, ha condotto le preghiere per Haniyeh prima della sua sepoltura in Qatar, dopo aver minacciato precedentemente una «dura punizione». Al temine della funzione il capo di Stato maggiore dell’esercito iraniano, Mohammad Bagheri, ha affermato a Mehr: «Devono essere adottate varie azioni e i sionisti si pentiranno di sicuro. Stiamo studiando il modo di vendicarci, questo succederà sicuramente. Israele la pagherà cara». Intervenuto da remoto al funerale del comandante in capo degli Hezbollah Fuad Shukr, ucciso in attacco missilistico israeliano martedì scorso a Beirut, il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha evocato la vendetta, definita «inevitabile»: «Diversi Paesi hanno chiesto a Hezbollah di non rispondere all’attacco israeliano. L’Asse della Resistenza combatte con rabbia, saggezza e coraggio e in questo senso stiamo cercando una risposta reale e molto calcolata. Siamo di fronte a una battaglia importante e siamo entrati in una nuova fase, che supera la questione dei fronti di supporto». Nasrallah ha persino negato che siano stati gli Hezbollah a lanciare il missile caduto sul campo da calcio Majdal Shams (Nord di Israele) dove sabato scorso sono morti 12 tra bambini e adolescenti drusi.
Israele attende la risposta dell’Iran (così come le più importati compagnie aeree che stanno cancellando i voli sullo Stato ebraico), e dei suoi alleati che quasi certamente agiranno insieme in un attacco coordinato. Tuttavia, i rischi sono molteplici per Teheran perché è certo che se la risposta sarà sproposita, interverranno gli Stati Uniti, come dichiarato il 30 luglio dalla portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Adrienne Watson: «Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è ferreo e incrollabile contro tutte le minacce sostenute dall’Iran, tra cui Hezbollah libanese».
Benyamin Netanyahu si è incontrato nel pomeriggio nella base Kirya a Tel Aviv con il leader dell’opposizione Yair Lapid per fornire un aggiornamento sulla situazione della sicurezza. Successivamente ai media ha affermato: «Israele è a un altissimo livello di preparazione per qualsiasi scenario, sia in difesa che in attacco. Esigeremo un prezzo molto alto per qualsiasi atto di aggressione contro di noi da qualsiasi arena». In serata invece ha parlato telefonicamente con Joe Biden con il quale ha discusso dei recenti eventi.
Nel giorno dei funerali di Ismail Haniyeh e Fuad Shukr e l’annuncio della morte del comandante iraniano delle forze aerospaziali dell’Irgc, Amir Ali Hajizadeh, assassinato in Siria, le autorità israeliane hanno confermato che Muhammad Deif, vice del capo militare di Hamas Yaya Sinwar, è stato ucciso il 13 luglio scorso in un attacco aereo israeliano nel Sud della Striscia di Gaza come confermato dall’Idf. Deif, 58 anni, comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam per oltre due decenni, è stato a lungo una delle figure terroristiche più ricercate da Israele. È stato uno degli ideatori dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il più mortale nella storia del Paese. Hamas ha però smentito la notizia attraverso Mahmoud al-Mardawi, uno dei leader del gruppo, che ha affermato ai media libanesi vicini a Hezbollah che Deif «sta bene e sta seguendo le informazioni israeliane sulla sua uccisione». Peccato che gli israeliani abbiano il suo dna.
Scambio di ostaggi Russia-Occidente
È un importante scambio di prigionieri quello svoltosi ieri tra Occidente e Russia attraverso la mediazione di Ankara. Secondo la presidenza turca, sono state liberate in totale 26 persone, provenienti da vari Paesi. «La nostra organizzazione ha svolto un importante ruolo di mediazione in questa operazione di scambio, che è la più completa del periodo recente», ha dichiarato l’intelligence di Ankara. «Le parti si sono riunite in Turchia nel luglio 2024 con l’organizzazione dei servizi turchi, che utilizzano efficacemente la diplomazia dell’intelligence», hanno proseguito gli 007 turchi, per poi aggiungere: «Si sono tenute trattative in merito all’attività di scambio da svolgere tra cittadini russi e cittadini di Paesi occidentali imprigionati negli Stati Uniti, in Germania, Polonia, Norvegia, Slovenia, Russia e Bielorussia». La Turchia ha inoltre confermato che tra i prigionieri liberati vi sono il giornalista del Wall Street Journal, Evan Gershkovich, e l’ex marine statunitense, Paul Whelan, che erano incarcerati da tempo in Russia. Dall’altra parte, oltre a sette dissidenti russi, sono state altresì liberate figure strettamente collegate all’intelligence di Mosca. A essere rilasciato è stato anche l’ex colonnello dell’Fsb Vadim Krasikov, che era stato condannato all’ergastolo in Germania per aver ucciso, nel 2019, un esule ceceno. Un rilascio, quello di Krasikov, che il governo tedesco ha definito una «decisione non facile» da prendere.
«Oggi, tre cittadini americani e un titolare di green card americana, ingiustamente imprigionati in Russia, torneranno finalmente a casa: Paul Whelan, Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Vladimir Kara-Murza», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «E lasciatemi essere chiaro: non smetterò di lavorare finché ogni americano ingiustamente detenuto o tenuto in ostaggio in tutto il mondo non sarà riunito alla propria famiglia. La mia amministrazione ha ora riportato a casa oltre 70 di questi americani, molti dei quali erano in prigionia da prima che io assumessi l’incarico», ha proseguito. «Sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per garantire la loro libertà e ai nostri alleati e partner che hanno reso possibile questo accordo», ha aggiunto il segretario di Stato, Antony Blinken, riferendosi ai cittadini statunitensi liberati. Un funzionario di Washington ha inoltre riferito che nei negoziati per la liberazione dei prigionieri è stato direttamente coinvolto anche il direttore della Cia, William Burns.
La Turchia si conferma, insomma, il mediatore più efficace nel complicato quadro del conflitto russo-ucraino. Fu d’altronde Ankara a negoziare con successo l’accordo sul grano nel 2022. La Turchia fa d’altronde parte della Nato e, pur intrattenendo solidi legami con Kiev, non ha mai rotto i rapporti con Mosca. Questo ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di muoversi, sì, spregiudicatamente, ma anche di riuscire a essere un interlocutore efficace con le varie parti più o meno direttamente coinvolte nel conflitto. Piaccia o meno, tale situazione rende il sultano sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. E questo è un dato con cui sia Biden sia Vladimir Putin dovranno fare progressivamente i conti.
Infine, non bisogna credere che lo scambio di prigionieri avvenuto ieri preluda a qualche svolta diplomatica eclatante nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina. Nelle scorse ore, i primi caccia F-16 (dei Paesi Bassi) sono stati consegnati alle forze di Kiev: lo ha confermato un funzionario statunitense all’Associated Press. «Questi aerei appariranno e gradualmente il loro numero diminuirà; saranno abbattuti e distrutti», ha dichiarato, dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste consegne», ha aggiunto, «non potranno influenzare in modo significativo la dinamica degli eventi al fronte». La tensione, insomma, continua a rivelarsi particolarmente alta.
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L’ayatollah prega sulla bara di Haniyeh e prepara la vendetta: le compagnie aeree si cautelano e cancellano i voli su Tel Aviv. Intanto lo Stato ebraico conferma l’uccisione del capo militare degli jihadisti: «C’è il dna».Scambio di ostaggi Russia-Occidente: il trasferimento dei 26 detenuti è avvenuto ad Ankara. Ci sono l’ex marine Whelan e il giornalista Gershkovich. Nessun disgelo sull’Ucraina, dove arrivano i primi F-16.Lo speciale contiene due articoli.Ieri si sono svolti in Iran i cortei funebri per reclamare vendetta in seguito alla morte del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta lo scorso 31 luglio a Teheran in un raid. Il capo jihadista era arrivato il 30 luglio nella capitale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian, che aveva incontrato insieme alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Attraverso qualificate fonti di intelligence si è appreso che Haniyeh dopo aver avuto numerosi incontri con i leader iraniani intorno alle 2 di notte ora locale (mezzanotte e mezza in Italia), insieme alla sua scorta e alla sua guardia del corpo si era diretto in una residenza riservata a veterani di guerra e ufficiali dei pasdaran, nel Nord di Teheran, come ha riferito l’agenzia di stampa statale Irna. Non appena è entrato nella stanza, «un proiettile guidato aviotrasportato» ha colpito la sua stanza uccidendo lui e la sua guardia del corpo. Inevitabili come sempre altre ricostruzioni (inverosimili) come quella New York Times che ha scritto che il leader jihadista è morto a causa «di una bomba nascosta due mesi fa», quando c’è il video nel quale si vede il missile che centra la camera con all’interno Haniyeh. In ogni caso sorprende come il capo politico di Hamas abbia deciso di lasciare il Qatar dove era al sicuro per andare in Iran dove la sicurezza fa acqua da tutte le parti, come visto nei ripetuti attacchi dell’Isis e le frequenti operazioni mirate degli israeliani; una su tutte quella del novembre 2020 quando fu assassinato Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati nucleari iraniani, ritenuto da Israele e Stati Uniti la mente dietro ai progetti dell’Iran per sviluppare un’arma nucleare. Per tornare ai funerali solenni di ieri, Khamenei, che ha più volte scrutato il cielo con sguardo preoccupato, ha condotto le preghiere per Haniyeh prima della sua sepoltura in Qatar, dopo aver minacciato precedentemente una «dura punizione». Al temine della funzione il capo di Stato maggiore dell’esercito iraniano, Mohammad Bagheri, ha affermato a Mehr: «Devono essere adottate varie azioni e i sionisti si pentiranno di sicuro. Stiamo studiando il modo di vendicarci, questo succederà sicuramente. Israele la pagherà cara». Intervenuto da remoto al funerale del comandante in capo degli Hezbollah Fuad Shukr, ucciso in attacco missilistico israeliano martedì scorso a Beirut, il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha evocato la vendetta, definita «inevitabile»: «Diversi Paesi hanno chiesto a Hezbollah di non rispondere all’attacco israeliano. L’Asse della Resistenza combatte con rabbia, saggezza e coraggio e in questo senso stiamo cercando una risposta reale e molto calcolata. Siamo di fronte a una battaglia importante e siamo entrati in una nuova fase, che supera la questione dei fronti di supporto». Nasrallah ha persino negato che siano stati gli Hezbollah a lanciare il missile caduto sul campo da calcio Majdal Shams (Nord di Israele) dove sabato scorso sono morti 12 tra bambini e adolescenti drusi. Israele attende la risposta dell’Iran (così come le più importati compagnie aeree che stanno cancellando i voli sullo Stato ebraico), e dei suoi alleati che quasi certamente agiranno insieme in un attacco coordinato. Tuttavia, i rischi sono molteplici per Teheran perché è certo che se la risposta sarà sproposita, interverranno gli Stati Uniti, come dichiarato il 30 luglio dalla portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Adrienne Watson: «Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è ferreo e incrollabile contro tutte le minacce sostenute dall’Iran, tra cui Hezbollah libanese». Benyamin Netanyahu si è incontrato nel pomeriggio nella base Kirya a Tel Aviv con il leader dell’opposizione Yair Lapid per fornire un aggiornamento sulla situazione della sicurezza. Successivamente ai media ha affermato: «Israele è a un altissimo livello di preparazione per qualsiasi scenario, sia in difesa che in attacco. Esigeremo un prezzo molto alto per qualsiasi atto di aggressione contro di noi da qualsiasi arena». In serata invece ha parlato telefonicamente con Joe Biden con il quale ha discusso dei recenti eventi. Nel giorno dei funerali di Ismail Haniyeh e Fuad Shukr e l’annuncio della morte del comandante iraniano delle forze aerospaziali dell’Irgc, Amir Ali Hajizadeh, assassinato in Siria, le autorità israeliane hanno confermato che Muhammad Deif, vice del capo militare di Hamas Yaya Sinwar, è stato ucciso il 13 luglio scorso in un attacco aereo israeliano nel Sud della Striscia di Gaza come confermato dall’Idf. Deif, 58 anni, comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam per oltre due decenni, è stato a lungo una delle figure terroristiche più ricercate da Israele. È stato uno degli ideatori dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il più mortale nella storia del Paese. Hamas ha però smentito la notizia attraverso Mahmoud al-Mardawi, uno dei leader del gruppo, che ha affermato ai media libanesi vicini a Hezbollah che Deif «sta bene e sta seguendo le informazioni israeliane sulla sua uccisione». Peccato che gli israeliani abbiano il suo dna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/khamenei-glorifica-leader-hamas-2668864004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scambio-di-ostaggi-russia-occidente" data-post-id="2668864004" data-published-at="1722596441" data-use-pagination="False"> Scambio di ostaggi Russia-Occidente È un importante scambio di prigionieri quello svoltosi ieri tra Occidente e Russia attraverso la mediazione di Ankara. Secondo la presidenza turca, sono state liberate in totale 26 persone, provenienti da vari Paesi. «La nostra organizzazione ha svolto un importante ruolo di mediazione in questa operazione di scambio, che è la più completa del periodo recente», ha dichiarato l’intelligence di Ankara. «Le parti si sono riunite in Turchia nel luglio 2024 con l’organizzazione dei servizi turchi, che utilizzano efficacemente la diplomazia dell’intelligence», hanno proseguito gli 007 turchi, per poi aggiungere: «Si sono tenute trattative in merito all’attività di scambio da svolgere tra cittadini russi e cittadini di Paesi occidentali imprigionati negli Stati Uniti, in Germania, Polonia, Norvegia, Slovenia, Russia e Bielorussia». La Turchia ha inoltre confermato che tra i prigionieri liberati vi sono il giornalista del Wall Street Journal, Evan Gershkovich, e l’ex marine statunitense, Paul Whelan, che erano incarcerati da tempo in Russia. Dall’altra parte, oltre a sette dissidenti russi, sono state altresì liberate figure strettamente collegate all’intelligence di Mosca. A essere rilasciato è stato anche l’ex colonnello dell’Fsb Vadim Krasikov, che era stato condannato all’ergastolo in Germania per aver ucciso, nel 2019, un esule ceceno. Un rilascio, quello di Krasikov, che il governo tedesco ha definito una «decisione non facile» da prendere. «Oggi, tre cittadini americani e un titolare di green card americana, ingiustamente imprigionati in Russia, torneranno finalmente a casa: Paul Whelan, Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Vladimir Kara-Murza», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «E lasciatemi essere chiaro: non smetterò di lavorare finché ogni americano ingiustamente detenuto o tenuto in ostaggio in tutto il mondo non sarà riunito alla propria famiglia. La mia amministrazione ha ora riportato a casa oltre 70 di questi americani, molti dei quali erano in prigionia da prima che io assumessi l’incarico», ha proseguito. «Sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per garantire la loro libertà e ai nostri alleati e partner che hanno reso possibile questo accordo», ha aggiunto il segretario di Stato, Antony Blinken, riferendosi ai cittadini statunitensi liberati. Un funzionario di Washington ha inoltre riferito che nei negoziati per la liberazione dei prigionieri è stato direttamente coinvolto anche il direttore della Cia, William Burns. La Turchia si conferma, insomma, il mediatore più efficace nel complicato quadro del conflitto russo-ucraino. Fu d’altronde Ankara a negoziare con successo l’accordo sul grano nel 2022. La Turchia fa d’altronde parte della Nato e, pur intrattenendo solidi legami con Kiev, non ha mai rotto i rapporti con Mosca. Questo ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di muoversi, sì, spregiudicatamente, ma anche di riuscire a essere un interlocutore efficace con le varie parti più o meno direttamente coinvolte nel conflitto. Piaccia o meno, tale situazione rende il sultano sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. E questo è un dato con cui sia Biden sia Vladimir Putin dovranno fare progressivamente i conti. Infine, non bisogna credere che lo scambio di prigionieri avvenuto ieri preluda a qualche svolta diplomatica eclatante nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina. Nelle scorse ore, i primi caccia F-16 (dei Paesi Bassi) sono stati consegnati alle forze di Kiev: lo ha confermato un funzionario statunitense all’Associated Press. «Questi aerei appariranno e gradualmente il loro numero diminuirà; saranno abbattuti e distrutti», ha dichiarato, dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste consegne», ha aggiunto, «non potranno influenzare in modo significativo la dinamica degli eventi al fronte». La tensione, insomma, continua a rivelarsi particolarmente alta.
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.