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2024-08-02
Khamenei glorifica il leader di Hamas. Israele annuncia: «Morto pure Deif»
L'ayatollah Khamenei mentre prega sulla bara del capo di Hamas Ismail Haniyeh (Ansa)
Ieri si sono svolti in Iran i cortei funebri per reclamare vendetta in seguito alla morte del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta lo scorso 31 luglio a Teheran in un raid. Il capo jihadista era arrivato il 30 luglio nella capitale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian, che aveva incontrato insieme alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Attraverso qualificate fonti di intelligence si è appreso che Haniyeh dopo aver avuto numerosi incontri con i leader iraniani intorno alle 2 di notte ora locale (mezzanotte e mezza in Italia), insieme alla sua scorta e alla sua guardia del corpo si era diretto in una residenza riservata a veterani di guerra e ufficiali dei pasdaran, nel Nord di Teheran, come ha riferito l’agenzia di stampa statale Irna. Non appena è entrato nella stanza, «un proiettile guidato aviotrasportato» ha colpito la sua stanza uccidendo lui e la sua guardia del corpo.
Inevitabili come sempre altre ricostruzioni (inverosimili) come quella New York Times che ha scritto che il leader jihadista è morto a causa «di una bomba nascosta due mesi fa», quando c’è il video nel quale si vede il missile che centra la camera con all’interno Haniyeh. In ogni caso sorprende come il capo politico di Hamas abbia deciso di lasciare il Qatar dove era al sicuro per andare in Iran dove la sicurezza fa acqua da tutte le parti, come visto nei ripetuti attacchi dell’Isis e le frequenti operazioni mirate degli israeliani; una su tutte quella del novembre 2020 quando fu assassinato Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati nucleari iraniani, ritenuto da Israele e Stati Uniti la mente dietro ai progetti dell’Iran per sviluppare un’arma nucleare.
Per tornare ai funerali solenni di ieri, Khamenei, che ha più volte scrutato il cielo con sguardo preoccupato, ha condotto le preghiere per Haniyeh prima della sua sepoltura in Qatar, dopo aver minacciato precedentemente una «dura punizione». Al temine della funzione il capo di Stato maggiore dell’esercito iraniano, Mohammad Bagheri, ha affermato a Mehr: «Devono essere adottate varie azioni e i sionisti si pentiranno di sicuro. Stiamo studiando il modo di vendicarci, questo succederà sicuramente. Israele la pagherà cara». Intervenuto da remoto al funerale del comandante in capo degli Hezbollah Fuad Shukr, ucciso in attacco missilistico israeliano martedì scorso a Beirut, il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha evocato la vendetta, definita «inevitabile»: «Diversi Paesi hanno chiesto a Hezbollah di non rispondere all’attacco israeliano. L’Asse della Resistenza combatte con rabbia, saggezza e coraggio e in questo senso stiamo cercando una risposta reale e molto calcolata. Siamo di fronte a una battaglia importante e siamo entrati in una nuova fase, che supera la questione dei fronti di supporto». Nasrallah ha persino negato che siano stati gli Hezbollah a lanciare il missile caduto sul campo da calcio Majdal Shams (Nord di Israele) dove sabato scorso sono morti 12 tra bambini e adolescenti drusi.
Israele attende la risposta dell’Iran (così come le più importati compagnie aeree che stanno cancellando i voli sullo Stato ebraico), e dei suoi alleati che quasi certamente agiranno insieme in un attacco coordinato. Tuttavia, i rischi sono molteplici per Teheran perché è certo che se la risposta sarà sproposita, interverranno gli Stati Uniti, come dichiarato il 30 luglio dalla portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Adrienne Watson: «Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è ferreo e incrollabile contro tutte le minacce sostenute dall’Iran, tra cui Hezbollah libanese».
Benyamin Netanyahu si è incontrato nel pomeriggio nella base Kirya a Tel Aviv con il leader dell’opposizione Yair Lapid per fornire un aggiornamento sulla situazione della sicurezza. Successivamente ai media ha affermato: «Israele è a un altissimo livello di preparazione per qualsiasi scenario, sia in difesa che in attacco. Esigeremo un prezzo molto alto per qualsiasi atto di aggressione contro di noi da qualsiasi arena». In serata invece ha parlato telefonicamente con Joe Biden con il quale ha discusso dei recenti eventi.
Nel giorno dei funerali di Ismail Haniyeh e Fuad Shukr e l’annuncio della morte del comandante iraniano delle forze aerospaziali dell’Irgc, Amir Ali Hajizadeh, assassinato in Siria, le autorità israeliane hanno confermato che Muhammad Deif, vice del capo militare di Hamas Yaya Sinwar, è stato ucciso il 13 luglio scorso in un attacco aereo israeliano nel Sud della Striscia di Gaza come confermato dall’Idf. Deif, 58 anni, comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam per oltre due decenni, è stato a lungo una delle figure terroristiche più ricercate da Israele. È stato uno degli ideatori dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il più mortale nella storia del Paese. Hamas ha però smentito la notizia attraverso Mahmoud al-Mardawi, uno dei leader del gruppo, che ha affermato ai media libanesi vicini a Hezbollah che Deif «sta bene e sta seguendo le informazioni israeliane sulla sua uccisione». Peccato che gli israeliani abbiano il suo dna.
Scambio di ostaggi Russia-Occidente
È un importante scambio di prigionieri quello svoltosi ieri tra Occidente e Russia attraverso la mediazione di Ankara. Secondo la presidenza turca, sono state liberate in totale 26 persone, provenienti da vari Paesi. «La nostra organizzazione ha svolto un importante ruolo di mediazione in questa operazione di scambio, che è la più completa del periodo recente», ha dichiarato l’intelligence di Ankara. «Le parti si sono riunite in Turchia nel luglio 2024 con l’organizzazione dei servizi turchi, che utilizzano efficacemente la diplomazia dell’intelligence», hanno proseguito gli 007 turchi, per poi aggiungere: «Si sono tenute trattative in merito all’attività di scambio da svolgere tra cittadini russi e cittadini di Paesi occidentali imprigionati negli Stati Uniti, in Germania, Polonia, Norvegia, Slovenia, Russia e Bielorussia». La Turchia ha inoltre confermato che tra i prigionieri liberati vi sono il giornalista del Wall Street Journal, Evan Gershkovich, e l’ex marine statunitense, Paul Whelan, che erano incarcerati da tempo in Russia. Dall’altra parte, oltre a sette dissidenti russi, sono state altresì liberate figure strettamente collegate all’intelligence di Mosca. A essere rilasciato è stato anche l’ex colonnello dell’Fsb Vadim Krasikov, che era stato condannato all’ergastolo in Germania per aver ucciso, nel 2019, un esule ceceno. Un rilascio, quello di Krasikov, che il governo tedesco ha definito una «decisione non facile» da prendere.
«Oggi, tre cittadini americani e un titolare di green card americana, ingiustamente imprigionati in Russia, torneranno finalmente a casa: Paul Whelan, Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Vladimir Kara-Murza», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «E lasciatemi essere chiaro: non smetterò di lavorare finché ogni americano ingiustamente detenuto o tenuto in ostaggio in tutto il mondo non sarà riunito alla propria famiglia. La mia amministrazione ha ora riportato a casa oltre 70 di questi americani, molti dei quali erano in prigionia da prima che io assumessi l’incarico», ha proseguito. «Sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per garantire la loro libertà e ai nostri alleati e partner che hanno reso possibile questo accordo», ha aggiunto il segretario di Stato, Antony Blinken, riferendosi ai cittadini statunitensi liberati. Un funzionario di Washington ha inoltre riferito che nei negoziati per la liberazione dei prigionieri è stato direttamente coinvolto anche il direttore della Cia, William Burns.
La Turchia si conferma, insomma, il mediatore più efficace nel complicato quadro del conflitto russo-ucraino. Fu d’altronde Ankara a negoziare con successo l’accordo sul grano nel 2022. La Turchia fa d’altronde parte della Nato e, pur intrattenendo solidi legami con Kiev, non ha mai rotto i rapporti con Mosca. Questo ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di muoversi, sì, spregiudicatamente, ma anche di riuscire a essere un interlocutore efficace con le varie parti più o meno direttamente coinvolte nel conflitto. Piaccia o meno, tale situazione rende il sultano sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. E questo è un dato con cui sia Biden sia Vladimir Putin dovranno fare progressivamente i conti.
Infine, non bisogna credere che lo scambio di prigionieri avvenuto ieri preluda a qualche svolta diplomatica eclatante nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina. Nelle scorse ore, i primi caccia F-16 (dei Paesi Bassi) sono stati consegnati alle forze di Kiev: lo ha confermato un funzionario statunitense all’Associated Press. «Questi aerei appariranno e gradualmente il loro numero diminuirà; saranno abbattuti e distrutti», ha dichiarato, dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste consegne», ha aggiunto, «non potranno influenzare in modo significativo la dinamica degli eventi al fronte». La tensione, insomma, continua a rivelarsi particolarmente alta.
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L’ayatollah prega sulla bara di Haniyeh e prepara la vendetta: le compagnie aeree si cautelano e cancellano i voli su Tel Aviv. Intanto lo Stato ebraico conferma l’uccisione del capo militare degli jihadisti: «C’è il dna».Scambio di ostaggi Russia-Occidente: il trasferimento dei 26 detenuti è avvenuto ad Ankara. Ci sono l’ex marine Whelan e il giornalista Gershkovich. Nessun disgelo sull’Ucraina, dove arrivano i primi F-16.Lo speciale contiene due articoli.Ieri si sono svolti in Iran i cortei funebri per reclamare vendetta in seguito alla morte del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta lo scorso 31 luglio a Teheran in un raid. Il capo jihadista era arrivato il 30 luglio nella capitale per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian, che aveva incontrato insieme alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Attraverso qualificate fonti di intelligence si è appreso che Haniyeh dopo aver avuto numerosi incontri con i leader iraniani intorno alle 2 di notte ora locale (mezzanotte e mezza in Italia), insieme alla sua scorta e alla sua guardia del corpo si era diretto in una residenza riservata a veterani di guerra e ufficiali dei pasdaran, nel Nord di Teheran, come ha riferito l’agenzia di stampa statale Irna. Non appena è entrato nella stanza, «un proiettile guidato aviotrasportato» ha colpito la sua stanza uccidendo lui e la sua guardia del corpo. Inevitabili come sempre altre ricostruzioni (inverosimili) come quella New York Times che ha scritto che il leader jihadista è morto a causa «di una bomba nascosta due mesi fa», quando c’è il video nel quale si vede il missile che centra la camera con all’interno Haniyeh. In ogni caso sorprende come il capo politico di Hamas abbia deciso di lasciare il Qatar dove era al sicuro per andare in Iran dove la sicurezza fa acqua da tutte le parti, come visto nei ripetuti attacchi dell’Isis e le frequenti operazioni mirate degli israeliani; una su tutte quella del novembre 2020 quando fu assassinato Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati nucleari iraniani, ritenuto da Israele e Stati Uniti la mente dietro ai progetti dell’Iran per sviluppare un’arma nucleare. Per tornare ai funerali solenni di ieri, Khamenei, che ha più volte scrutato il cielo con sguardo preoccupato, ha condotto le preghiere per Haniyeh prima della sua sepoltura in Qatar, dopo aver minacciato precedentemente una «dura punizione». Al temine della funzione il capo di Stato maggiore dell’esercito iraniano, Mohammad Bagheri, ha affermato a Mehr: «Devono essere adottate varie azioni e i sionisti si pentiranno di sicuro. Stiamo studiando il modo di vendicarci, questo succederà sicuramente. Israele la pagherà cara». Intervenuto da remoto al funerale del comandante in capo degli Hezbollah Fuad Shukr, ucciso in attacco missilistico israeliano martedì scorso a Beirut, il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha evocato la vendetta, definita «inevitabile»: «Diversi Paesi hanno chiesto a Hezbollah di non rispondere all’attacco israeliano. L’Asse della Resistenza combatte con rabbia, saggezza e coraggio e in questo senso stiamo cercando una risposta reale e molto calcolata. Siamo di fronte a una battaglia importante e siamo entrati in una nuova fase, che supera la questione dei fronti di supporto». Nasrallah ha persino negato che siano stati gli Hezbollah a lanciare il missile caduto sul campo da calcio Majdal Shams (Nord di Israele) dove sabato scorso sono morti 12 tra bambini e adolescenti drusi. Israele attende la risposta dell’Iran (così come le più importati compagnie aeree che stanno cancellando i voli sullo Stato ebraico), e dei suoi alleati che quasi certamente agiranno insieme in un attacco coordinato. Tuttavia, i rischi sono molteplici per Teheran perché è certo che se la risposta sarà sproposita, interverranno gli Stati Uniti, come dichiarato il 30 luglio dalla portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa Adrienne Watson: «Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è ferreo e incrollabile contro tutte le minacce sostenute dall’Iran, tra cui Hezbollah libanese». Benyamin Netanyahu si è incontrato nel pomeriggio nella base Kirya a Tel Aviv con il leader dell’opposizione Yair Lapid per fornire un aggiornamento sulla situazione della sicurezza. Successivamente ai media ha affermato: «Israele è a un altissimo livello di preparazione per qualsiasi scenario, sia in difesa che in attacco. Esigeremo un prezzo molto alto per qualsiasi atto di aggressione contro di noi da qualsiasi arena». In serata invece ha parlato telefonicamente con Joe Biden con il quale ha discusso dei recenti eventi. Nel giorno dei funerali di Ismail Haniyeh e Fuad Shukr e l’annuncio della morte del comandante iraniano delle forze aerospaziali dell’Irgc, Amir Ali Hajizadeh, assassinato in Siria, le autorità israeliane hanno confermato che Muhammad Deif, vice del capo militare di Hamas Yaya Sinwar, è stato ucciso il 13 luglio scorso in un attacco aereo israeliano nel Sud della Striscia di Gaza come confermato dall’Idf. Deif, 58 anni, comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam per oltre due decenni, è stato a lungo una delle figure terroristiche più ricercate da Israele. È stato uno degli ideatori dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il più mortale nella storia del Paese. Hamas ha però smentito la notizia attraverso Mahmoud al-Mardawi, uno dei leader del gruppo, che ha affermato ai media libanesi vicini a Hezbollah che Deif «sta bene e sta seguendo le informazioni israeliane sulla sua uccisione». Peccato che gli israeliani abbiano il suo dna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/khamenei-glorifica-leader-hamas-2668864004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scambio-di-ostaggi-russia-occidente" data-post-id="2668864004" data-published-at="1722596441" data-use-pagination="False"> Scambio di ostaggi Russia-Occidente È un importante scambio di prigionieri quello svoltosi ieri tra Occidente e Russia attraverso la mediazione di Ankara. Secondo la presidenza turca, sono state liberate in totale 26 persone, provenienti da vari Paesi. «La nostra organizzazione ha svolto un importante ruolo di mediazione in questa operazione di scambio, che è la più completa del periodo recente», ha dichiarato l’intelligence di Ankara. «Le parti si sono riunite in Turchia nel luglio 2024 con l’organizzazione dei servizi turchi, che utilizzano efficacemente la diplomazia dell’intelligence», hanno proseguito gli 007 turchi, per poi aggiungere: «Si sono tenute trattative in merito all’attività di scambio da svolgere tra cittadini russi e cittadini di Paesi occidentali imprigionati negli Stati Uniti, in Germania, Polonia, Norvegia, Slovenia, Russia e Bielorussia». La Turchia ha inoltre confermato che tra i prigionieri liberati vi sono il giornalista del Wall Street Journal, Evan Gershkovich, e l’ex marine statunitense, Paul Whelan, che erano incarcerati da tempo in Russia. Dall’altra parte, oltre a sette dissidenti russi, sono state altresì liberate figure strettamente collegate all’intelligence di Mosca. A essere rilasciato è stato anche l’ex colonnello dell’Fsb Vadim Krasikov, che era stato condannato all’ergastolo in Germania per aver ucciso, nel 2019, un esule ceceno. Un rilascio, quello di Krasikov, che il governo tedesco ha definito una «decisione non facile» da prendere. «Oggi, tre cittadini americani e un titolare di green card americana, ingiustamente imprigionati in Russia, torneranno finalmente a casa: Paul Whelan, Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Vladimir Kara-Murza», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. «E lasciatemi essere chiaro: non smetterò di lavorare finché ogni americano ingiustamente detenuto o tenuto in ostaggio in tutto il mondo non sarà riunito alla propria famiglia. La mia amministrazione ha ora riportato a casa oltre 70 di questi americani, molti dei quali erano in prigionia da prima che io assumessi l’incarico», ha proseguito. «Sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per garantire la loro libertà e ai nostri alleati e partner che hanno reso possibile questo accordo», ha aggiunto il segretario di Stato, Antony Blinken, riferendosi ai cittadini statunitensi liberati. Un funzionario di Washington ha inoltre riferito che nei negoziati per la liberazione dei prigionieri è stato direttamente coinvolto anche il direttore della Cia, William Burns. La Turchia si conferma, insomma, il mediatore più efficace nel complicato quadro del conflitto russo-ucraino. Fu d’altronde Ankara a negoziare con successo l’accordo sul grano nel 2022. La Turchia fa d’altronde parte della Nato e, pur intrattenendo solidi legami con Kiev, non ha mai rotto i rapporti con Mosca. Questo ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di muoversi, sì, spregiudicatamente, ma anche di riuscire a essere un interlocutore efficace con le varie parti più o meno direttamente coinvolte nel conflitto. Piaccia o meno, tale situazione rende il sultano sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. E questo è un dato con cui sia Biden sia Vladimir Putin dovranno fare progressivamente i conti. Infine, non bisogna credere che lo scambio di prigionieri avvenuto ieri preluda a qualche svolta diplomatica eclatante nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina. Nelle scorse ore, i primi caccia F-16 (dei Paesi Bassi) sono stati consegnati alle forze di Kiev: lo ha confermato un funzionario statunitense all’Associated Press. «Questi aerei appariranno e gradualmente il loro numero diminuirà; saranno abbattuti e distrutti», ha dichiarato, dal canto suo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste consegne», ha aggiunto, «non potranno influenzare in modo significativo la dinamica degli eventi al fronte». La tensione, insomma, continua a rivelarsi particolarmente alta.
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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