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2022-12-01
«È brutta come Calciopoli». Pronti i rinvii a giudizio per Agnelli e gli ex vertici
Andrea Agnelli (Getty Images)
«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.
Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».
La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.
Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.
Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».
Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».
Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.
Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.
La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.
Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.
Gravina crea il panico, poi ritratta
Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini».
Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato».
Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa».
«Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni».
Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali.
Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
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Spunta un’intercettazione choc nell’inchiesta sui conti del club, che prova a difendersi: «Contestazioni non fondate». E pensa al delisting. John Elkann: «Aumento di capitale? No».Il presidente Figc Gabriele Gravina: «Temo che questo tema possa riguardare altri soggetti». Subito dopo precisa: «Non mi riferivo ad altri club». E attacca Javier Tebas (Liga): «Guardi in casa sua».Lo speciale contiene due articoli.«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/juve-pronti-rinvii-giudizio-agnelli-2658805674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gravina-crea-il-panico-poi-ritratta" data-post-id="2658805674" data-published-at="1669837468" data-use-pagination="False"> Gravina crea il panico, poi ritratta Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini». Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato». Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa». «Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni». Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali. Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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