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2022-12-01
«È brutta come Calciopoli». Pronti i rinvii a giudizio per Agnelli e gli ex vertici
Andrea Agnelli (Getty Images)
«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.
Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».
La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.
Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.
Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».
Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».
Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.
Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.
La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.
Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.
Gravina crea il panico, poi ritratta
Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini».
Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato».
Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa».
«Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni».
Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali.
Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
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Spunta un’intercettazione choc nell’inchiesta sui conti del club, che prova a difendersi: «Contestazioni non fondate». E pensa al delisting. John Elkann: «Aumento di capitale? No».Il presidente Figc Gabriele Gravina: «Temo che questo tema possa riguardare altri soggetti». Subito dopo precisa: «Non mi riferivo ad altri club». E attacca Javier Tebas (Liga): «Guardi in casa sua».Lo speciale contiene due articoli.«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/juve-pronti-rinvii-giudizio-agnelli-2658805674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gravina-crea-il-panico-poi-ritratta" data-post-id="2658805674" data-published-at="1669837468" data-use-pagination="False"> Gravina crea il panico, poi ritratta Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini». Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato». Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa». «Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni». Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali. Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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