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2022-12-01
«È brutta come Calciopoli». Pronti i rinvii a giudizio per Agnelli e gli ex vertici
Andrea Agnelli (Getty Images)
«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.
Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».
La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.
Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.
Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».
Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».
Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.
Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.
La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.
Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.
Gravina crea il panico, poi ritratta
Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini».
Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato».
Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa».
«Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni».
Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali.
Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
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Spunta un’intercettazione choc nell’inchiesta sui conti del club, che prova a difendersi: «Contestazioni non fondate». E pensa al delisting. John Elkann: «Aumento di capitale? No».Il presidente Figc Gabriele Gravina: «Temo che questo tema possa riguardare altri soggetti». Subito dopo precisa: «Non mi riferivo ad altri club». E attacca Javier Tebas (Liga): «Guardi in casa sua».Lo speciale contiene due articoli.«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. 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Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini». Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato». Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa». «Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni». Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali. Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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