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2022-12-01
«È brutta come Calciopoli». Pronti i rinvii a giudizio per Agnelli e gli ex vertici
Andrea Agnelli (Getty Images)
«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.
Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».
La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.
Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.
Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».
Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».
Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.
Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.
La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.
Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.
Gravina crea il panico, poi ritratta
Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini».
Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato».
Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa».
«Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni».
Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali.
Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
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Spunta un’intercettazione choc nell’inchiesta sui conti del club, che prova a difendersi: «Contestazioni non fondate». E pensa al delisting. John Elkann: «Aumento di capitale? No».Il presidente Figc Gabriele Gravina: «Temo che questo tema possa riguardare altri soggetti». Subito dopo precisa: «Non mi riferivo ad altri club». E attacca Javier Tebas (Liga): «Guardi in casa sua».Lo speciale contiene due articoli.«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/juve-pronti-rinvii-giudizio-agnelli-2658805674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gravina-crea-il-panico-poi-ritratta" data-post-id="2658805674" data-published-at="1669837468" data-use-pagination="False"> Gravina crea il panico, poi ritratta Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini». Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato». Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa». «Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni». Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali. Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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