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2022-12-01
«È brutta come Calciopoli». Pronti i rinvii a giudizio per Agnelli e gli ex vertici
Andrea Agnelli (Getty Images)
«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.
Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».
La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.
Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.
Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».
Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».
Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.
Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.
La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.
Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.
Gravina crea il panico, poi ritratta
Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini».
Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato».
Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa».
«Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni».
Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali.
Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
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Spunta un’intercettazione choc nell’inchiesta sui conti del club, che prova a difendersi: «Contestazioni non fondate». E pensa al delisting. John Elkann: «Aumento di capitale? No».Il presidente Figc Gabriele Gravina: «Temo che questo tema possa riguardare altri soggetti». Subito dopo precisa: «Non mi riferivo ad altri club». E attacca Javier Tebas (Liga): «Guardi in casa sua».Lo speciale contiene due articoli.«Una situazione così brutta si è vista solo con Calciopoli». C’è anche questa frase, captata dagli investigatori nella conversazione in un ristorante (fonte Ansa), dentro l’inchiesta che fa tremare la Juventus. Il dialogo fra il direttore sportivo Federico Cherubini e uno dei dirigenti indagati sarebbe avvenuto nel luglio 2021, subito dopo l’apertura dell’inchiesta sui bilanci sospetti da parte della Procura di Torino. E lascia trasparire la preoccupazione per la botola aperta sul sottoscala di uno dei club più titolati del mondo.Un anno e mezzo dopo, dell’inchiesta Prisma si attendono le conseguenze giudiziarie. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta per Andrea Agnelli e per la maggior parte (alcune posizioni sono in via di archiviazione) delle persone che avevano ricevuto la notifica di chiusura indagini. Ieri il presidente dimissionario era in Senato per il Natale dello Juventus club Parlamento, accompagnato a sorpresa dall’ad della Superlega, Bernd Reichart. L’ex numero uno non è stato applaudito ma ha provato a rassicurare storici tifosi bipartisan come Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) e Francesco Boccia (Pd): «La Juve è più grande di ogni uomo che la potrà mai guidare», ha detto. Quanto all’uscita di scena «è stata assunta in comune accordo con John Elkann».La decisione di azzerare il cda era necessaria per evitare una seconda richiesta di custodia cautelare dei pm a fronte di presunti reati come falso in bilancio e aggiotaggio telematico. Ma anche per non incorrere in un rischio ulteriore: un’ispezione finalizzata «al controllo giudiziario» per le società quotate in Borsa. Traduzione, il commissariamento. La decapitazione del vertice ha un significato strategico; ora per la holding Exor è fondamentale salvare il club e la sua operatività. Anche a fronte del crollo sul mercato azionario (il titolo ha perso il 10% prima di essere sospeso), la prossima mossa potrebbe essere lo sganciamento dal listino.Il «delisting» sarebbe finanziariamente sanguinoso ma consentirebbe alla società di ristrutturare il debito senza pressioni, appoggiandosi a un colosso di private equity, ed eviterebbe alla controllante un altro pesante aumento di capitale (negli ultimi tre anni sono stati immessi 700 milioni), smentito da John Elkann: «La Juve non ha bisogno di un altro aumento di capitale». Con l’obiettivo di alleggerire la pressione, gli avvocati difensori ipotizzano una diversa competenza territoriale: Milano e non Torino, poiché alcuni presunti reati (quelli che riguardano la Consob) sarebbero stati commessi a Piazza Affari.Ieri, per la prima volta, la Juventus è entrata nel merito delle accuse, di fatto respingendole in tre punti. Si legge in una nota: «Il trattamento contabile adottato nei bilanci contestati rientra tra quelli consentiti dagli applicabili principi contabili». A seguire: «Le contestazioni della Procura non paiono fondate e non paiono, né quanto a presupposti né quanto a conclusioni, allineati con i rilievi della delibera Consob: la Procura afferma l’artificialità di plusvalenze e la fittizietà delle rinunce stipendi mentre Consob contesta un valore considerevolmente minore di plusvalenze, peraltro senza menzione del falso in bilancio, e non contesta l’efficacia giuridica delle rinunce stipendi».Il terzo punto, nel quale la Juventus si dice pronta a difendere i propri interessi in tutte le sedi, conferma lo scontro con i pm torinesi: «La correzione dei bilanci con il limitato profilo delle cosiddette “manovre stipendi” è stata decisa in adozione di un profilo di estrema prudenza e ha effetti contabili non rilevanti».Le scosse di assestamento non sono finite e le intercettazioni mostrano uno scenario che va oltre il gioco delle semplici plusvalenze. Come conferma il club, tutto ruota attorno alle manovre sugli stipendi, a quelle scritture private che i pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni hanno trovato nello studio dell’avvocato Cesare Gabasio. E che fanno dire a quest’ultimo e a Cherubini (non indagato): «Quella carta non si deve trovare sennò ci saltano alla gola i revisori… e tutto», «Poi ci tocca fare una transazione finta». A questo proposito, i magistrati hanno scoperto un extradebito non dichiarato di 34 milioni, 19 dei quali riguardano il dovuto a Cristiano Ronaldo, testimoniato da una delle famose carte segrete.Altri sette milioni appartengono a un debito con l’Atalanta mai messo a bilancio. In un’intercettazione, l’ad Maurizio Arrivabene mostra di conoscere il problema: «Sappiamo quanto dobbiamo all’Atalanta». Si tratterebbe dello scambio Christian Romero-Merih Demiral, prima che l’argentino fosse ceduto al Tottenham dell’ex juventino Fabio Paratici per 50 milioni. Fonti della Procura parlano di approfondimenti della Guardia di finanza anche sull’operazione che ha portato, sempre al Tottenham, Dejan Kulusevski. Fra gli accordi mai depositati in Lega spunta quello relativo al diritto di riacquisto di Alberto Cerri dal Cagliari (oggi il centravanti gioca nel Como); la plusvalenza sulla cessione in prestito del giocatore fu di 8 milioni ma avrebbe dovuto essere contabilizzata con modalità diverse perché solo ipotetica. I revisori dei conti si sono sempre detti «all’oscuro» di queste manovre.La vicenda rischia di avere conseguenze anche sull’assetto della squadra. La conferma immediata di Max Allegri in panchina (aveva dato le dimissioni pure lui) va nella direzione della continuità sul campo di gioco. Ma davanti a possibili penalizzazioni - per la Figc l’eventuale reato di falso in bilancio equivale all’illecito sportivo - gioielli come Federico Chiesa, Dusan Vlahovic, Gleison Bremer e il rilanciatissimo Adrien Rabiot potrebbero ascoltare sirene milionarie in Inghilterra e in Spagna.Una Juventus con le spalle al muro sarebbe costretta a rivedere al ribasso la politica degli stipendi. Oltre all’assedio dei magistrati, all’orizzonte c’è quello dei procuratori. Come 16 anni fa l’argenteria della Signora fa gola a tanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/juve-pronti-rinvii-giudizio-agnelli-2658805674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gravina-crea-il-panico-poi-ritratta" data-post-id="2658805674" data-published-at="1669837468" data-use-pagination="False"> Gravina crea il panico, poi ritratta Una uscita infelice, poi la rettifica: il nervosismo per il caso-Juventus travolge anche il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che si lascia andare a una dichiarazione non esattamente cristallina: «Le vittorie della Juventus sono irregolari? Questo lo dite voi», dice Gravina ai giornalisti, a margine di un convegno a Napoli, «se vogliamo andare sul linciaggio di piazza non è un problema, ma stiamo calmi perché temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti. Non mi piace l’idea di sanzionare alcune realtà, nel caso specifico la Juventus, prima che ci sia un processo. Ci sono delle indagini», aggiunge Gravina, «ci sono delle acquisizioni di atti, la nostra Procura è allertata, ma non conosciamo l’esito e lasciamo andare avanti la magistratura ordinaria: c’è comunque un collegamento tra i due rami di giustizia, aspettiamo cosa emerge dal processo e poi facciamo una riflessione sul sistema, ma ora non colpevolizziamo e sanzioniamo i soggetti prima delle indagini». Quella frase, «temo che quel tema possa riguardare anche altri soggetti» non è esattamente l’ideale per un presidente della Figc in quanto spalanca la porta a dubbi e sospetti senza che ci sia un riferimento preciso. La precisazione arriva dopo pochi minuti: «Il tema che questo argomento può riguardare altri club», sottolinea Gravina, «non è riferito all’indagine in corso sulla Juventus, ma ad una reazione esasperata che in Italia, in generale, rende colpevole anche chi ancora non è stato condannato». Gravina replica anche al presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, che ha chiesto sanzioni sportive immediate contro la Juventus. «La Liga», recita un comunicato diffuso da Tabas, «chiede l’applicazione immediata di sanzioni sportive nei confronti del club. La Liga ha già presentato un reclamo ufficiale contro la Juventus alla Uefa nell’aprile 2022, in cui segnalava violazioni delle norme sul fair play finanziario su cui sta indagando la Guardia di finanza italiana. In particolare», aggiunge la nota del presidente della Liga, «la denuncia accusa la Juventus di aver contabilizzato i trasferimenti al di sopra del loro valore equo e di aver sottovalutato le spese dei dipendenti, in violazione del fair play finanziario della Uefa». «Siamo a stretto contatto con l’Uefa», ribatte Gravina, «anche qui vediamo alcune riflessioni e attacchi gratuiti da parte di chi dovrebbe guardare in casa sua. Credo siano piuttosto fuori luogo. L’Uefa è un organo internazionale, quindi aspettiamo il processo e poi tiriamo fuori le conclusioni». Intanto, la vicenda relativa alla Juventus scuote alle fondamenta anche il progetto della famigerata Superlega: il 15 dicembre prossimo, ricordiamolo, la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi per la prima volta dovrebbe per la prima volta pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Superlega contro il «monopolio» della Uefa sulle competizioni continentali. Venerdì prossimo è in programma un evento con Bernd Reichart, l’amministratore delegato di A22 Sports management, la società costituita a Madrid per rappresentare Juve, Real Madrid e Barcellona, e un dirigente del Real. Era prevista anche la presenza di Andrea Agnelli, che ovviamente non ci sarà: «Reichart», scrive il Telegraph, «recentemente nominato da A22 per sostenere la causa della riforma con club e organi di governo, avrebbe detto che la partenza di Agnelli non fermerà la loro causa. Agnelli è stato a lungo una figura chiave nella lotta contro la Uefa, e le sue dimissioni lasciano i ribelli in una posizione indebolita. Mentre la Juventus affronta un cambio di leadership totale dopo le perdite di 220 milioni di euro nell’ultimo anno e ora un’enorme indagine da parte delle autorità italiane, le finanze del Barcellona restano precarie con debiti di circa 1,5 miliardi di euro. La perdita di Agnelli», aggiunge il Telegraph, «sarà un duro colpo».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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