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Gli Italiani che fecero il Vietnam con la Legione Straniera francese

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La compagnia di Emil Stocker in un'operazione nelle risaie del Fiume Rosso in Vietnam (archivio Emil Stocker)

Quella dei "Kepi blancs" italiani morti in Vietnam è una storia seppellita dall'oblio. E' la storia di migliaia di giovani inghiottiti nella giungla con la divisa della Legione Straniera francese, che proprio in questi giorni celebra il suo 190° anniversario.


Stiamo parlando di numeri rilevanti, stimati tra i 5.000 e i 7.000 effettivi di nazionalità italiana che parteciparono alla guerra di Indocina negli anni compresi tra il 1947 e il 1954. Il bilancio dei morti fu altrettanto pesante: circa 1.300 connazionali non fecero ritorno e sono ancora sepolti laggiù, a diecimila chilometri dalle loro case, ricordati soltanto dal "Mémorial des guerres en Indochine" eretto a Fréjus.
La storia del loro arruolamento nel corpo speciale dell'Armée de Terre, protagonista di epiche battaglie dal Messico all'Algeria, dal Rif ad El-Alamein nacque dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dalle enormi difficoltà che l'Italia attraversò nei primi anni di pace. I meccanismi di reclutamento, come raccontato dal libro di Luca Fregona "Soldati di Sventura nella Legione Straniera dall'Alto Adige Al Vietnam" (Athesia) erano diversi. L' autore riporta in vita le storie personali di tre legionari della provincia di Bolzano (sia di origini italiane che sudtirolesi) ma le motivazioni che spinsero migliaia di giovani e giovanissimi ad intraprendere il mestiere delle armi sotto l'emblema della Legione furono in tanti casi simili e si applicarono a ragazzi di diversa provenienza, dal Friuli al Veneto, dalla Lombardia fino alla Sicilia. Il loro inquadramento nei battaglioni della Legione andò a coincidere con la più grave delle crisi coloniali postbelliche, quella dell'Indocina francese che cercò di mantenere il dominio nel sudest asiatico dopo la fine dell'occupazione giapponese e l'avanzata dei comunisti guidati dal leader Ho-Chi-Minh. I ragazzi italiani furono proiettati di fatto nella prima delle due grandi guerre del Vietnam, uno dei punti più caldi della Guerra Fredda.


Per mantenere militarmente il territorio sotto la costante minaccia dei guerriglieri Viet-Minh, i Francesi avevano bisogno di un grande numero di combattenti in una fase di piena ricostituzione delle forze armate dopo la disfatta totale contro le forze del Terzo Reich. La Legione rappresentava una grande opportunità di poter avere a disposizione soldati di ogni provenienza pronti ad ogni tipo di combattimento, con il duplice vantaggio di risparmiare la guerra ad un buon numero di giovani francesi.
L'Italia, già nemica della Francia dal 1940, era in uno stato di prostrazione economica della quale le prime vittime erano proprio molti dei giovani che avevano combattuto sia dalla parte della Repubblica Sociale, sia nelle file dei partigiani. Per molti di loro il ritorno alla vita civile dopo anni di sofferenze sotto le armi risultava pressoché impossibile, come estremamente difficoltoso era trovare impiego in un paese dove le grandi fabbriche erano ancora un cumulo di macerie e dove la vera ricostruzione non era cominciata. Se al Nord il sistema industriale era collassato, al Sud le cose andavano ancora peggio e si rasentava la fame.
Uno degli episodi chiave che determinerà molti degli arruolamenti italiani partì proprio da un accordo bilaterale Italia-Francia siglato alla fine del 1946, in virtù del quale il paese d'oltralpe avrebbe richiamato ventimila italiani per il lavoro nelle miniere del Pas-de-Calais, della Lorena e della Francia meridionale. Il reclutamento fu appoggiato dalla Cgil, che davanti alle code per il collocamento enunciava tramite i suoi iscritti la meravigliosa opportunità di una buona paga, vitto abbondante e alloggio decente. Per migliaia di giovani disperati fu un'esca molto succulenta, alla quale abboccarono facilmente. Quello che li aspettava al di là della frontiera era invece un nuovo inferno. Traditi dalle sirene dei sindacati francesi e italiani, gli italiani in cerca di lavoro si ritrovarono presto in condizioni disperate. Le "abitazioni dignitose" erano in realtà baracche malsane che poco avevano di diverso da quelle dei campi di prigionia. La paga era in realtà un miraggio perché in buona parte se ne andava proprio per la brodaglia e per un letto pieno di cimici. Il lavoro a 1.200 metri nel sottosuolo senza alcuna misura di sicurezza era vera schiavitù, dalla quale non era possibile uscire vivi, né sopravvivere alle gravi malattie derivate dall'esposizione alle polveri tossiche della mina. I Francesi odiavano gli italiani per quanto accaduto in guerra e li trattavano come bestie, privi di ogni dignità e diritto. Fu proprio a queste "bocche dell'inferno" che si aggiravano i reclutatori della Légion Etrangère certi di poter fare buon bottino, perché la paga c'era davvero e vestire una divisa con la prospettiva di ottenere la nazionalità francese dopo cinque anni di ferma era assai allettante per ragazzi che non vedevano neppure un barlume di luce in fondo ai tunnel che li inghiottivano dall'alba al tramonto. Si firmava, ci si arruolava con destinazione Marsiglia.


Altro serbatoio di Kepi blancs fu rappresentato dagli italiani che espatriavano clandestinamente in Francia in cerca di un'occupazione. Se venivano fermati dalla Polizia francese, l'alternativa all'espulsione immediata era proprio la domanda nella Legione, alla quale molti irregolari non poterono esimersi. Un terzo canale di arruolamento avveniva direttamente sul suolo italiano, tramite emissari clandestini pagati a provvigione che spesso si fingevano francesi e convincevano i ragazzi dai 17 anni in poi a firmare per porre fine ad una vita di miserie, oppure facendo leva su quei giovani segnati per sempre dall'esperienza della guerra e incapaci di riprendere una vita sociale tra cui orfani, o ex repubblichini e partigiani che erano costretti a vivere nella semi-clandestinità per i conti in sospeso con il passato.

Una volta posta la firma sulla domanda di arruolamento nella Legione si passava alle durissime preselezioni. Prima a Marsiglia, dove dopo le visite mediche si veniva vestiti di stracci e indirizzati alla più rigida disciplina a suon di punizioni corporali. Non si diventava chepì bianchi fino alla seconda fase dell'addestramento, ancora peggio di quella di Marsiglia. Questa parte riguardava la vera e propria preparazione militare, e si teneva nella base addestrati della Legione a Sidi-bel-Abbes in Algeria. Qui gli italiani si trovano a marciare e a compiere percorsi di guerra durissimi oltre alla ferrea preparazione e uso delle armi individuali. Fianco a fianco ci sono ex-repubblichini, ex partigiani, giovani senza famiglia e lavoro che a loro volta si addestrano con i molti tedeschi ex Wehrmacht in fuga dalla rovina della Germania. Ad istruirli, rigorosamente con ordini in francese, ci sono molti graduati ex-SS. La ferma durava come si è detto cinque anni, ma all'epoca dell'arruolamento massiccio degli italiani l'incendio nel Vietnam francese era già divampato e si stava delineando la grande escalation di forze che nel 1950 avrebbero superato la cifra dei 250 mila effettivi. I Francesi tenevano le città e i centri abitati, ma le montagne e la giungla erano dominio dei Vietcong, che organizzarono l'incredibile rete di gallerie e sentieri che determinerà il successo finale sia contro gli ex coloni che un decennio più tardi contro gli Americani. Gli Italiani furono in diversi contingenti della Legione, nelle diverse specialità d'arma da aggregare una volta in Vietnam: dagli artiglieri, ai carristi, ai paracadutisti. Il porto di imbarco era Algeri, da dove cominciavano tre settimane di navigazione attraverso il canale di Suez, dove numerosi furono i tentativi di diserzione dei Legionari che non resistevano alla durezza delle condizioni. Solo pochi riuscivano a fuggire, tutti gli altri furono sbranati dagli squali o uccisi dal fuoco dei Legionari che sparavano dal ponte. La destinazione finale era Saigon, la capitale del Vietnam meridionale. Molti italiani furono inquadrati in una delle storiche formazioni della Legione, il glorioso 13/DBLE (o Démi-Brigade de la Légion Etrangère) e destinati inizialmente alla bonifica delle aree extraurbane dove gli uomini del Viet-Minh si nascondevano tra la fitta giungla indocinese.

Legionari del battaglione di Emil Stocker riposano nelle retrovie (archivio Emil Stocker)


Nel folto della giungla, nei villaggi rurali dove la presenza del nemico era invisibile, affondano le storie degli italiani che fecero il Vietnam, nel silenzio almeno iniziale dei media e della politica in Patria. Sono le storie come quella di Beniamino Leoni, trentino della classe 1924 trasferitosi a Bolzano con l'industrializzazione fascista della città. Dopo l'8 settembre è catturato sul fronte albanese dai Tedeschi e posto inizialmente di fronte alla scelta dell'adesione alla RSI. Nel frattempo però Bolzano veniva annessa al Reich con l'operazione OZAV (Operation Zone Alpen Vorland) e Leoni viene considerato cittadino germanico e inviato con la Wehrmacht come guardia al campo di sterminio di Buchenwald. Qui sfugge per un soffio alla morte dal bombardamento alleato del 24 agosto 1944 e sarà lui assieme ad altri internati a portare ormai agonizzante in infermeria la principessa Mafalda di Savoia, indicatagli da un altro prigioniero eccellente, l'ex premier francese Léon Blum. Trasferito in Italia per la guerra antipartigiana alla fine del 1944 Leoni diserta e si unisce ai partigiani della Val Trebbia dove viene colpito da una pallottola che si ferma ad un centimetro dal cuore. Tornato a Bolzano lascia un lavoro malpagato dopo aver visto il bando della Camera del Lavoro e firma per un posto in una miniera d'oltralpe.

Qui, con l'amico Arsenio si illude di poter svolgere la sua professione di meccanico ma è buttato in un pozzo a oltre 1.000 metri della Miniera di Billy Montagne nei pressi di Lille. I ragazzi durano poco per le condizioni miserevoli e per le umiliazioni a cui sono quotidianamente sottoposti dai capi francesi. I due scappano a Parigi nell'estate 1947 e grazie all'indicazione di un compatriota sergente nella Legione riescono ad arruolarsi. Dopo un viaggio in una nave bestiame arrivano a Sidi-Bel-Abbes, dove Leoni capisce che la destinazione sarà presto il Vietnam. La Legione conta ormai i due terzi degli effettivi della nuova forza francese in Indocina, dei fantasmi destinati a non essere pianti da nessuno. Nel 1948 i due amici sono ad Hanoi, una città dove l'economia di guerra ha riempito le strade di prostitute molte delle quali ancora bambine. L'attività si sposta ben presto nelle campagne dove i due sono in un reparto di fanteria meccanizzata alla guida di un blindato.

Qui Leoni verrà colto da un imboscata Vietminh e preso prigioniero, dopo settimane di rastrellamenti nei villaggi e dopo essere scampato alle micidiali trappole esplosive nel folto della giungla lottando con le non meno micidiali malattie come il tifo, la malaria, la dissenteria. Nelle mani dei guerriglieri comunisti Leoni viene sottoposto alla "rieducazione" da un esercito non meno duro della Legione e in condizioni igienico sanitarie di estrema pericolosità. Omettendo il suo passato nelle file naziste, il bolzanino vivrà con i guerriglieri in situazioni simili a quelle raccontate in "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad. Poi l'abilità di meccanico dell'italiano segnerà una svolta dimostrandosi in grado di riparare un grosso calibro abbandonato dai Giapponesi di fronte agli ufficiali dell'esercito di Ho-Chi Minh. Leoni parteciperà dall'altra parte alla battaglia finale di Dien-Bien-Phu, dove l'imperizia totale dei generali francesi manderà al massacro migliaia di Kepì Blancs. Il ritorno , dopo un lungo periodo passato in Cina, avverrà attraverso i paesi del blocco comunista. Durante la sua permanenza scriverà lettere in Italia pubblicate su "L' Unità", che tardivamente sollevava la questione degli italiani in Vietnam. Leoni riuscì a incontrare un giorno il senatore del Pci Franco Calamandrei in missione tra i compagni del Viet-Minh, che tuttavia rifiutò di parlargli bollandolo come "legionario fascista" nonostante la sua attività nell'Esercito di Liberazione vietnamita. L'ex legionario sarà nuovamente in Francia solo nel 1956, dove pagherà la diserzione con il carcere e la cacciata dal Corpo con disonore per essere poi espulso e rimpatriato.

Come quella di Leoni, ma senza il passaggio al nemico, ci sono le storie di altri due altoatesini uno dei quali perderà la vita a Diem Bien Phu. In Vietnam finì l'adolescente Emil Stocker di Merano, classe 1929. Figlio di optanti, nel 1939 fu rieducato da ogni traccia di cultura italiana alla scuola della Hitlerjugend di Rufach e quindi inquadrato nella SS-Polizei e inviato ad Ala di Trento a combattere i partigiani. Il ritorno a Merano per lui è drammatico, l'ex soldato non riesce a rientrare nella vita civile e cade nella rete di un arruolatore clandestino della Legione Straniera che aveva una base a Innsbruck nel Tirolo occupato. La prima sua destinazione è l'Alsazia dove si unisce a molti ex SS francesi. Abituato alla durezza della disciplina nazista, Emil regge bene l'impatto con l'addestramento legionario e ad Hanoi viene inviato con il 13°DBLE. Il legionario passò mesi nelle operazioni di rastrellamento a fianco di molti ex soldati tedeschi. Fu testimone del suicidio di un legionario di Genova colto dal panico nel cuore della boscaglia e della morte orribile di un ex soldato tedesco suo compagno di plotone, dilaniato da una mina nascosta nella capanna di un villaggio, episodio che gli procurerà una sindrome da stress post traumatico. Fece poi in tempo a vedere un Piemontese volare in aria per una mina antiuomo, un Trentino scambiato per il nemico e stritolato da un carro armato, un Australiano che dopo la confessione di essere entrato nella Legione per avere strangolato suo fratello, scomparve nella giungla in cerca della morte purificatrice. Parteciperà alla battaglia di Dien-Bien Phu e sarà tra i pochissimi superstiti del 13°DBLE, testimone del disastro militare e tattico concepito da generali che pensavano ancora con gli schemi tattici ottocenteschi. Avevano assicurato che i comunisti fossero quasi privi di artiglieria pesante, invece non l'avevano semplicemente localizzata nel folto della giungla nera. Decisero così di sbarrare la strada verso il Laos allo "zio Ho", quando ormai Pechino e Mosca avevano largamente rifornito il Viet-Minh di armi moderne trasportate a mano dai soldati nordvietnamiti.

Quando la spianata fatta dai bulldozer per fare spazio alla pista d'atterraggio di Diem Bien Phu fu occupata dai Parà francesi, la zona era già circondata da una forza dieci volte superiore per numero. Emil visse i momenti più drammatici, il sacrificio di centinaia di soldati paracadutati e fatti bersagli umani, la morte dei comandanti e la resa finale. Rientrato ad Hanoi, vedrà l'agonia della capitale e la sua capitolazione quando fu incaricato di sorvegliare con altri Italiani e Tedeschi la via della ritirata prima del passaggio di consegne con l'Esercito di Liberazione, testimoniando il dramma di migliaia di profughi cattolici il cui drammatico futuro bussava alle porte a colpi di fucile.

Anche Rudi Altadonna è un ex optante rieducato al nazionalsocialismo. E'un ragazzo irrequieto quando da Augsburg (Augusta) è testimone dei massacri di civili durante i bombardamenti a tappeto degli Alleati. Alla fine della guerra si ritrova apolide con la sua famiglia, con la quale viene spedito in un campo profughi a Innsbruck dove i Francesi che controllano la zona li sottopongono a condizioni umilianti per tre anni. Nel 1948 Rudi fugge clandestinamente a Bolzano dove trova assieme al padre un lavoro da carpentiere che li porterà all'abitazione del futuro leader della Sudtiroler Volkspartei Silvius Magnago, che intercede per i documenti italiani. Nel 1951 il giovane è arruolato nei Parà del Battaglione Nembo, dove trova la sua dimensione e al ritorno a Bolzano nonostante un nuovo impiego non si riadatta alla vita familiare e civile. La Legione lo incontrerà nell'aprile 1953 tramite un arruolatore clandestino, che lo porterà lontano da Bolzano e dal fratello Willy. Per la sua esperienza nel "Nembo" sarà uno dei paracadutati nella piana della morte a Dien-Bien-Phu. Proprio nell'inferno della battaglia perderà la vita il 21 aprile 1954 e il suo corpo non verrà mai ritrovato. A Bolzano arriverà solo l'annuncio ufficiale del suo sacrificio con la formula "Mort pour la France" nel 1955, mentre i quotidiani dell'epoca venivano tempestati di lettere di familiari alla ricerca di notizie sui figli nella Legione inghiottiti dalla giungla vietnamita.

Così come le notizie di morte, le lettere ai giornali e le interrogazioni parlamentari altre storie di Kepì blancs italiani tornavano alla luce sulle pagine dei quotidiani. Come quella di Franco Furlani, un milanese nato nel quartiere di Corso Garibaldi a due passi da Brera, che si era deciso a diventare legionario dopo il fallimento della ditta per la quale aveva lavorato, dopo essere stato arrestato a Parigi da clandestino mentre cercava di raggiungere la sorella. Franco fu uno dei primi legionari a cadere a Dien-Bien-Phu il 7 marzo 1954. Riposa in un cimitero ad Hanoi, tomba numero 3959.


A Dien- Bien- Phu finirono anche due siciliani, Nicolò Cangemi di Palermo e Giovanni Castiglioni di Acquaviva Platani in provincia di Caltanissetta. Il primo era emigrato in Francia fingendosi turista. Poco dopo aver trovato impiego viene licenziato e per non passare la frontiera sceglie Marsiglia e la Legione. Nel 1952 si trovava ad Orano, da dove fu inviato prima nel Tonchino e Poi a Dien- Bien-Phu. Subito ferito ad un piede, dopo l'incontro con il legionario compatriota Cangemi decise di disertare da Rabat con un viaggio di fortuna come clandestino su un mercantile.

Dal Vietnam tra i legionari italiani che non erano morti in battaglia oppure finiti nelle galere francesi come disertori molti furono quelli che fecero ritorno in Italia segnati per sempre dalla "sale guerre", la guerra sporca come la chiamavano gli oppositori in Francia. E'il caso di C.B., ex legionario monzese tornato dal Vietnam con una gamba di meno, che racconta ai giornali l'orrore del Vietnam picchiettandosi l'arto artificiale e regalando addirittura un sorriso al cronista. Lui è stato fortunato: è tornato vivo da Dien- Bien-Phu con la pensione da invalido in franchi francesi. Ma per tutti i caduti italiani di quella guerra lontana gli anni successivi stenderanno l'oblio, e al Vietnam dei francesi farà spazio quello degli Americani che le generazioni successive impareranno a conoscere dalla imponente filmografia e iconografia che cancellò il ricordo del sacrificio degli Italiani in Indocina, avvolgendoli nella nebbia con i loro Kepì evanescenti. Come mille e più fantasmi.

Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
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Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

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