2023-09-29
L’Italia si scontra con Berlino e blocca i giochini Ue sulle Ong
Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock e Antonio Tajani (Getty Images)
Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente».
Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca.
«Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine».
Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite.
Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».
Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare
La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie.
Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità.
I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti.
Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti.
Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti.
Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine».
«L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
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La Germania insiste nei finanziamenti a chi traghetta clandestini in Sicilia, Antonio Tajani protesta. Matteo Piantedosi congela il Patto sui migranti proprio perché vuole che i volontari portino chi soccorrono nei Paesi di bandiera della nave.L’Italia prende tempo riguardo all’intesa europea sulle migrazioni, bocciata da Ungheria e Polonia. Il governo Meloni non accetta «strumentalizzazioni» dalle Organizzazioni non governative.Lo speciale contiene due articoli.Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente». Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca. «Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine». Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite. Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-scontra-berlino-ong-2665760228.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-ferma-il-patto-che-piace-ai-taxi-del-mare" data-post-id="2665760228" data-published-at="1695942717" data-use-pagination="False"> Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie. Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità. I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti. Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti. Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti. Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine». «L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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L'ingresso del Cpr di via Corelli a Milano, dove il senegalese Assane Thiaw ha soggiornato da marzo ad ottobre 2025 (Ansa)
Il caso più recente è quello di Marin Jelenic, che per motivi abietti, ha ucciso alla stazione di Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Poi il clandestino stupratore, Emilio Gabriel Valdez Velazco, accusato di aver ucciso la giovane Aurora Livoli a Milano lo scorso 29 dicembre. Oppure il nordafricano Fady Helmy Abdelmalak Hanna, regolare in Italia ma senza fissa dimora e con una lunga lista di reati alle spalle, che prima ha seminato il panico in corso Buenos Aires a Milano e poi ha ferito un poliziotto.
L’ultima storia che desta preoccupazione è quella del senegalese Assane Thiaw, 27 anni, trattenuto per mesi al Cpr di Milano e poi trasferito nell’analoga struttura di Gjader in Albania, inaugurata nel 2024 dal governo italiano. Il suo caso è esemplificativo e ne ha parlato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ieri pomeriggio al question time in Senato, rispondendo a una domanda di Ilaria Cucchi (Avs). Ebbene, Assane, che parrebbe avere anche problemi psichiatrici, adesso è irreperibile. Perché? Dopo la sua permanenza per nove mesi al Cpr di via Corelli a Milano, dal 26 marzo al 30 ottobre 2025, è stato trasferito in Albania dove, però, è stato dichiarato «non idoneo alla permanenza in comunità ristretta» per ragioni di salute mentale. A quel punto, il 10 novembre, è stato riportato in Italia e gli è stato intimato a lasciare il Paese entro i successivi sette giorni. Tuttavia, di lui, da quel momento, non si hanno più tracce. «Come è possibile che una persona sotto la tutela dello Stato sparisca da un momento all’altro?», si chiede Cucchi, «L’ipotesi è che sia stato abbandonato senza alcuna presa in carico da parte delle istituzioni». «Faremo di tutto perché non si tratti dell’ennesimo caso di persona liberata dal trattenimento grazie a cavilli giudiziari e che poi ritroviamo in occasione della commissione di reati», risponde Piantedosi. Soprattutto se si considera che dal 2022 al 2025, il senegalese ha accumulato numerosi precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento.
Il ministro ha, però, sottolineato che, durante la sua permanenza al Cpr di Milano, Assane Thiaw «non presentava alcuna criticità di natura sanitaria o psichiatrica» e il medico del servizio sanitario aveva «attestato la compatibilità delle sue condizioni di salute con la convivenza in una comunità ristretta». Un’idoneità confermata dal medico del Cpr prima del trasferimento in Albania. Diversa però la valutazione una volta arrivato a Gjader. Il fatto che un altro clandestino insano di mente, con una valanga di precedenti per violenza, vada a spasso libero sui nostri marciapiedi, non ci rassicura per niente. Ma di chi è la colpa di tutto questo? «L’opposizione», osserva Piantedosi, «scopre solo ora il tema della sicurezza e il suo legame con l’immigrazione irregolare: gli stranieri sono responsabili del 35% dei reati, con picchi ancora più alti in alcune città. Quando la sinistra vinse le elezioni e governò per cinque anni, furono organizzate varie operazioni, Mare nostrum, Triton, Sofia che favorirono l’arrivo in Italia di oltre 650.000 clandestini».
Il governo Meloni, invece, ha ridotto gli sbarchi e aumentato i rimpatri del 12% ogni anno, che oggi sfiorano i 7.000 complessivi. Malgrado le espulsioni, però, ci ritroviamo lo stesso tanti soggetti pericolosi girare indisturbati nelle nostre comunità, liberi di colpire ancora. Questo grazie alla sinistra e a una parte della magistratura. Poliziotti e carabinieri fermano, identificano, segnalano. Poi, però, non accade nulla. Ricorsi, sospensive e mancate esecuzioni riportano tutto come era prima e i fermati vengono rilasciati. Chi dovrebbe essere allontanato resta lì, spesso nelle solite città. Il problema non è l’azione di prevenzione sul territorio delle forze di polizia, ma ciò che accade o, meglio, non accade dopo, con giudici che rimettono questi soggetti in libertà.
Ma per la sinistra, dopo anni di politiche migratorie compiacenti che hanno aperto le porte del Paese a una invasione incontrollata di extracomunitari, adesso la colpa è del governo Meloni che non è capace di fermare le violenze di quegli stessi immigrati che loro hanno fatto accomodare in Italia. Gli stessi che poi certa magistratura lascia liberi di agire bloccando le espulsioni, dando sempre più ragione agli stranieri violenti che alle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro. Perché per la sinistra anche i clandestini vanno aiutati, compresi, integrati. Poi, però, non ci lamentiamo se ogni giorno leggiamo sui giornali di stupri, aggressioni, danneggiamenti e omicidi.
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Tim Walz, governatore democratico del Minnesota (Ansa)
La donna ha perso la vita durante un raid dell’Ice a Minneapolis. Secondo i federali, la Good - compagna di un noto attivista pro immigrazione - avrebbe ostacolato l’operazione. Intimata di scendere dalla sua auto, la donna avrebbe disobbedito all’ordine, ingranando la retromarcia e dirigendo il suo Suv contro gli agenti dell’Ice. Uno di questi ha quindi ucciso la donna esplodendo tre colpi di pistola contro la vettura.
Benché in Rete abbiano iniziato rapidamente a circolare alcuni video dell’accaduto, le immagini non chiariscono in maniera univoca il reale svolgimento dei fatti. Il governo federale sostiene con forza la tesi della legittima difesa dell’agente dell’Ice, mentre i dem - incluso il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey - hanno parlato di un abuso di autorità e di un vero e proprio «assassinio» (murder). In attesa che vengano svolte indagini più approfondite, rimane comunque evidente che la Good, disobbedendo platealmente ai federali, ha tenuto un comportamento rischioso che ha messo in pericolo sé stessa e gli agenti.
Ma chi era la donna rimasta uccisa? Secondo le informazioni raccolte dai media statunitensi, Renee Nicole Good (coniugata Macklin) aveva 37 anni ed era madre di tre figli, mentre il suo attuale compagno è un noto attivista di sinistra. Poetessa, ha vinto nel 2020 un premio letterario grazie al suo componimento intitolato Imparando a dissezionare feti di maiale (una metafora che fa riferimento a un comune esercizio di dissezione anatomica praticato in licei e college americani).
Al di là dell’identità della vittima, però, la sua morte rischia di diventare un simbolo simile a quello di George Floyd, strumentalizzato da Black lives matter per mettere a ferro e fuoco il Paese. Non a caso Donald Trump e l’amministrazione federale hanno difeso senza esitazioni l’operato dell’agente dell’Ice, parlando di legittima difesa e di una reazione inevitabile di fronte a una condotta illegale. Trump, che ha definito la Good «un’agitatrice di professione», ha diffuso sui social alcuni spezzoni video dell’accaduto, sostenendo che le immagini dimostrerebbero come la donna abbia cercato «in maniera violenta, deliberata e brutale» di travolgere gli agenti con la propria auto. «Questo è ciò che succede quando le forze dell’ordine sono costrette ad affrontare individui violenti e fuori controllo», ha scritto, accusando i democratici di voler «demonizzare chi mette a rischio la propria vita per far rispettare la legge».
Sull’altro fronte, le dichiarazioni del governatore del Minnesota, Tim Walz, hanno contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. Walz non si è limitato a chiedere chiarezza, ma ha attaccato frontalmente la versione federale, parlando addirittura di «propaganda» costruita per legittimare un’azione che «presenta tutti i tratti di un abuso di potere». I toni si sono fatti ancora più accesi quando Walz - peraltro già mediaticamente screditato per lo scandalo delle frodi degli immigrati somali nel Minnesota - ha accusato l’amministrazione Trump di voler esasperare il clima sociale, parlando di una «gestione della sicurezza pubblica da reality show». «Capisco la rabbia dei cittadini, la sento anch’io», ha detto, aggiungendo però che il governo di Washington «sembra voler provocare una reazione» e che il Minnesota «non ha bisogno di truppe federali per mantenere l’ordine». A tal proposito, per prevenire eventuali violenze, Walz ha annunciato di aver già allertato la Guardia nazionale.
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