2023-09-29
L’Italia si scontra con Berlino e blocca i giochini Ue sulle Ong
Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock e Antonio Tajani (Getty Images)
Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente».
Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca.
«Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine».
Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite.
Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».
Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare
La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie.
Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità.
I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti.
Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti.
Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti.
Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine».
«L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
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La Germania insiste nei finanziamenti a chi traghetta clandestini in Sicilia, Antonio Tajani protesta. Matteo Piantedosi congela il Patto sui migranti proprio perché vuole che i volontari portino chi soccorrono nei Paesi di bandiera della nave.L’Italia prende tempo riguardo all’intesa europea sulle migrazioni, bocciata da Ungheria e Polonia. Il governo Meloni non accetta «strumentalizzazioni» dalle Organizzazioni non governative.Lo speciale contiene due articoli.Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente». Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca. «Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine». Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite. Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-scontra-berlino-ong-2665760228.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-ferma-il-patto-che-piace-ai-taxi-del-mare" data-post-id="2665760228" data-published-at="1695942717" data-use-pagination="False"> Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie. Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità. I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti. Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti. Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti. Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine». «L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
Pedro Sànchez e Keir Starmer (Ansa)
«Il Regno Unito non è coinvolto negli attacchi contro l’Iran perché ha imparato la lezione della guerra in Iraq», ha dichiarato il leader laburista, intervenendo a un evento con i rappresentanti delle comunità pachistane e palestinesi in occasione del Ramadan. Starmer ha sottolineato la necessità di «pace, giustizia e sicurezza in Medio Oriente», ricordando che «abbiamo già perso troppe vite, tra cui donne e bambini a Gaza».
Le parole del premier britannico arrivano come risposta alle bordate di Trump, che il giorno precedente aveva messo sotto accusa Londra in un’intervista al Sun. Il presidente americano aveva parlato senza mezzi termini di una crepa nella storica alleanza angloamericana: «Era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta», aveva affermato Trump, lamentando la scarsa collaborazione del governo laburista nelle operazioni contro Teheran. La critica di Trump, però, non si era fermata qui. Dallo Studio Ovale il presidente aveva accusato il governo britannico di aver rallentato la cooperazione militare con gli Stati Uniti: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare». Poi l’affondo più umiliante: «Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Lo scontro con Washington, peraltro, arriva in un momento politicamente delicato per Starmer anche sul piano interno. Un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti sono stati superati da due forze alternative, Reform Uk di Nigel Farage e i Verdi di Zack Polanski. Questo dato, inedito nella storia recente della Gran Bretagna, riflette una crescente frammentazione dell’elettorato e arriva pochi giorni dopo la sconfitta subita dal Labour alle elezioni suppletive di Manchester, dove i Verdi sono riusciti a espugnare una roccaforte storica del partito laburista intercettando corposi segmenti di elettorato urbano e musulmano, particolarmente sensibili alle posizioni sulla guerra a Gaza.
Come se non bastasse, nelle stesse ore il Labour - già provato per le dimissioni di Peter Mandelson a causa dei suoi legami con Jeffrey Epstein - è stato travolto dall’ennesimo scandalo. Nel Regno Unito, infatti, tre uomini sono stati arrestati con l’accusa di aver collaborato con i servizi segreti cinesi nell’ambito di attività di interferenza politica. Tra loro figura anche David Taylor, marito della deputata laburista scozzese Joani Reid: una circostanza che ha inevitabilmente imbarazzato il partito di Starmer e riacceso il dibattito sulle vulnerabilità dell’establishment britannico di fronte alle pressioni di potenze straniere ostili. Sarà anche per questo che, alla fine, le pressioni di Trump hanno avuto effetto: come riportato dal Telegraph, «nel giro di pochi giorni» i bombardieri stealth statunitensi B-2 atterreranno nella base britannica di Diego Garcia e in quella della Raf Fairford, nel Gloucestershire, per unirsi agli attacchi contro l’Iran.
Se Londra piange, Madrid di certo non ride. Anche Pedro Sánchez è stato accusato da Trump di aver ostacolato le operazioni contro l’Iran rifiutando l’utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio spagnolo. La Casa Bianca ha persino minacciato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con la Spagna, accusando il governo socialista di sabotare l’unità dell’Occidente. Sánchez, però, ha respinto le accuse, rilanciando con forza lo slogan «No alla guerra». In una dichiarazione dalla Moncloa, il leader socialista ha rivendicato la scelta di non autorizzare l’uso delle basi congiunte di Rota e Morón per l’operazione militare contro l’Iran e ha evocato il precedente dell’invasione dell’Iraq: «Un’altra amministrazione statunitense ci trascinò 23 anni fa in una guerra ingiusta», ha affermato Sánchez, sostenendo che quel conflitto produsse «più terrorismo e più instabilità».
Anche sulla minaccia dei dazi Sánchez ha risposto con fermezza: «Non saremo complici di qualcosa che danneggia tutto il mondo per paura di ritorsioni». Questa posizione così netta, tuttavia, sta alimentando forti polemiche sul piano interno. Il Partito popolare spagnolo, infatti, ha accusato Sánchez di condannare la Spagna all’isolamento e, anzi, ha chiesto che il premier riferisca presto al Congresso. Nella serata di ieri, la Casa bianca ha affermato di aver convinto Madrid a cooperazione con gli Usa. Una notizia però smentita dalla Spagna in pochi secondi.
Come nel caso britannico, anche lo scontro di Madrid con Washington è intrecciato alle dinamiche interne spagnole. Con la legislatura in scadenza e diversi dossier aperti, Sánchez ha scelto di rispolverare il motto che animò le piazze spagnole nel 2003 contro la guerra in Iraq, sperando così di ricompattare il frastagliato fronte di sinistra. Una linea che, non a caso, ha trovato sponde anche fuori dalla Spagna: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha dichiarato di condividere la posizione del premier socialista di fronte alle minacce commerciali di Trump. Intanto, a Bruxelles, il caso è già arrivato sul tavolo delle istituzioni europee. Alla Conferenza dei capigruppo del Parlamento Ue, però, un asse tra popolari, conservatori e patrioti ha bocciato la proposta dei Verdi, che avevano chiesto di aprire un dibattito in plenaria sulle minacce di sanzioni americane contro la Spagna.
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Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah (Ansa)
I jet israeliani hanno colpito anche il Comfort Hotel al confine tra Hazmieh e Baabda, due abitati dell’area metropolitana di Beirut e un complesso residenziale nell’Est del Libano, mentre la televisione libanese Al Mayadeen ha riportato che un attacco aereo israeliano su Aramoun e Saadiyat, nella zona del Monte Libano, ha ucciso sei persone. L’offensiva di Tel Aviv ha investito anche un edificio di quattro piani nella città di Baalbek, dove quattro persone sono state uccise e sei sono rimaste ferite. Anche il ministero dell’Economia libanese è stato evacuato dopo che residenti di un edificio adiacente hanno ricevuto minacce di bombardamento.
Il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che tutti gli obiettivi sono infrastrutture legate a Hezbollah, mentre è stato emesso un nuovo avviso di evacuazione per 16 villaggi e città in tutto il Libano. Intanto le forze armate israeliane sono entrate nella città di Khiam a circa 6 chilometri dal confine dopo scontri con i miliziani di Hezbollah. Stando a quanto riportato dal sito Lebanon24, non legato al movimento filoiraniano, in un bombardamento nella periferia di Beirut sarebbe rimasto ucciso anche un diplomatico iraniano. Il presidente Joseph Aoun ha chiesto all’ambasciatore statunitense a Beirut di esortare Washington a intervenire su Israele perché fermi gli attacchi sul territorio libanese.
In serata Hezbollah ha parlato per bocca di Naim Qassem, segretario generale del movimento, che ha spiegato la decisione di riprendere il lancio di missili verso Israele. «La nostra pazienza ha dei limiti perché siamo stati gli unici a rispettare gli accordi dopo il cessate il fuoco del 2024. Adesso però dobbiamo compiere il nostro dovere e contrastare l’aggressione israelo-americana. Hanno assassinato il nostro guardiano, il nostro leader, il leader della nazione, l’imam Khamenei, che la sua anima sia santificata, insieme a un gruppo di leader e figli innocenti del popolo iraniano e questo rappresenta il colmo della criminalità». Qassem ha accusato Tel Aviv di cercare un pretesto per attaccare il Libano e occuparlo militarmente. «Usano la scusa deI lancio dei missili per giustificare una guerra aperta. Dio è il nostro aiuto e la vittoria appartiene alla patria, al popolo e alla resistenza. I piani dell’invasione erano già pronti e l’aggressione premeditata da tempo. Vogliono dominare il Libano, ma noi non lo permetteremo mai». Il segretario ha attaccato l’esecutivo di Beirut: «Il governo ha concesso troppo al nemico e ha continuato a strangolare il nostro movimento. Il primo ministro Nawaf Salam si oppone alla nostra resistenza, mentre resta in silenzio sull’occupazione sionista. Questo governo viola il diritto internazionale e per questo i suoi appelli non saranno ascoltati».
Qassem fa riferimento al decreto che vieta tutte le attività militari di Hezbollah, limitando il suo ruolo alla sfera politica. Il premier ha infatti dichiarato illegali tutte le operazioni militari che siano al di fuori della azioni dell’esercito nazionale libanese. «Non siamo tenuti a obbedire a chi non difende il popolo. Se vogliono disarmare l’unica resistenza del Libano sanno bene dove trovarci. Dobbiamo resistere per continuare a esistere. Hezbollah è più forte e unito più che mai e voglio fare un appello al nostro popolo: siate forti e non addoloratevi, vi amiamo e siamo pronti a essere martirizzati per voi».
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Palazzo Balbi a Venezia, sede di Regione Veneto (Ansa)
La mozione era stata presentata a gennaio dal gruppo Szumski-Resistere Veneto, con l’obiettivo di ottenere un censimento sistematico dei casi, una valutazione clinica e diagnostica multidisciplinare e perché, una volta verificata la possibile correlazione con il vaccino Covid, ci sia l’accompagnamento terapeutico e riabilitativo delle almeno 1.500 persone che in Veneto ancora soffrono dopo l’inoculo, secondo i dati raccolti dal movimento che fa capo al medico, eletto con 96.474 preferenze alle ultime elezioni regionali.
«L’assessore alla Sanità, Gino Gerosa, in un primo momento aveva promesso di attivarsi, ma poi si è eclissato proprio durante il dibattito in Consiglio regionale lasciando l’assemblea all’improvviso», afferma Riccardo Szumski. Il dottore, già sindaco di Santa Lucia di Piave nel Trevigiano, ricorda che «i vaccini, a tutti gli effetti, sono dei farmaci pertanto hanno anche ricadute collaterali. Come tutti i farmaci vanno controllati. Non è stato fatto prima perché questi vaccini hanno avuto - grazie a una certa politica sconsiderata - una specie di scudo che non ha permesso neppure di fugare i dubbi: cosa totalmente antiscientifica. Ora è il momento di occuparci delle persone che sono state danneggiate dai vaccini. Credo che sia questa la priorità».
In Aula oggi sarà presente anche Andrea Sillo, 47 anni, presidente dell’associazione Persone in cammino, che accoglie come soci i danneggiati da vaccino Covid-19. In sedia a rotella dopo l’inoculazione, gravemente danneggiato da un’unica dose di profarmaco Moderna, era stato trattato da «complottista no-vax» e allontanato durante una delle serate di promozione del libro Perché guariremo dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza.
«Interverrò con alcuni danneggiati. Ci muoviamo a fatica, stiamo male ma la nostra testimonianza è importante», ricordava ieri alla Verità l’ex calciatore e saldatore di 47 anni, ridotto ad essere l’ombra di sé stesso «dopo aver fatto il vaccino perché obbligato dal datore di lavoro». Sillo ha sperimentato di persona «l’inutilità» dell’ambulatorio veneto, istituito nell’ambito del Programma regionale Canale Verde attività per la sorveglianza degli eventi avversi ai vaccini.
«Ho passato quattro anni a fare visite, a ottenere referti e certificati di invalidità al cento per cento. Mi volevano far rifare quel calvario di accertamenti, anche invasivi, mentre occorre studiare, capire che cosa sia successo in noi danneggiati e cercare percorsi di cura appropriati». Sillo è rimasto sconcertato da quello che gli è stato detto al centro di sorveglianza della Regione Veneto: «In conclusione il mio sarebbe solo stress, eccessiva preoccupazione per lo stato di salute in cui mi trovo».
La mozione presentata da Szumski-Resistere Veneto impegnava invece la giunta «a definire protocolli clinici regionali uniformi, fondati sulla letteratura scientifica internazionale e soggetti a periodico aggiornamento», proprio perché «nessun cittadino può essere lasciato solo, né costretto a dimostrare in solitudine la legittimità della propria sofferenza».
La proposta di ambulatori in Veneto era stata contestata dalla senatrice di Italia viva, Daniela Sbrollini, che a gennaio bollava l’iniziativa come «una provocazione grave e irresponsabile. Parlare di ambulatori per “curare” presunte reazioni al vaccino Covid significa alimentare paure infondate». Accusato di aver lasciato l’Aula, l’assessore regionale alla Sanità, Gino Gerosa, spiega invece alla Verità che «aveva un altro impegno inderogabile» e dichiara «tutta l’attenzione sua personale sulle problematiche legate alle complicanze da vaccino, in acuto e nel cronico. Nessuna chiusura ideologica né di altro tipo, solo piena disponibilità con approccio scientifico».
Il cardiochirurgo, neo assessore, precisa però che per quanto riguarda la vaccinazione Covid «nel cronico al momento non ci sono sostanzialmente segnalazioni significative in letteratura, e nemmeno da parte del servizio epidemiologico di prevenzione della Regione Veneto». Aggiunge il professore: «Nel momento in cui avessimo percezione e contezza di problematiche croniche conseguenti alla vaccinazione, è chiaro che ci attiviamo immediatamente».
E tutte le persone che dalle campagne vaccinali Covid in emergenza sanitaria si trascinano con patologie e grandi sofferenze? «Dalla direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, dottoressa Francesca Russo, mi è stato detto che in questo momento non ci sono segnalazioni così importanti numericamente e per gravità». Gerosa ribadisce l’efficacia della farmacovigilanza, e che ogni paziente viene preso in carico dal servizio sanitario regionale. Ma negli ambulatori richiesti da Szumski, più che la segnalazione di eventi avversi si dovrebbero eseguire studi osservazionali, percorsi di cure.
Davide Lovat, consigliere regionale di Resistere Veneto, dice di non capire «questo muro di gomma» quando «in Sicilia un tribunale del lavoro ha dato ragione a un ricorrente al quale si è paralizzato un braccio e in Liguria si riapre l’indagine sulla morte di Francesca Tuscano» D’altra parte è lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, ad aver dimenticato la promessa di istituire una commissione di studio per censire, valutare e gestire le reazioni avverse al vaccino Covid.
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