2023-09-29
L’Italia si scontra con Berlino e blocca i giochini Ue sulle Ong
Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock e Antonio Tajani (Getty Images)
Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente».
Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca.
«Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine».
Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite.
Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».
Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare
La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie.
Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità.
I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti.
Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti.
Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti.
Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine».
«L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
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La Germania insiste nei finanziamenti a chi traghetta clandestini in Sicilia, Antonio Tajani protesta. Matteo Piantedosi congela il Patto sui migranti proprio perché vuole che i volontari portino chi soccorrono nei Paesi di bandiera della nave.L’Italia prende tempo riguardo all’intesa europea sulle migrazioni, bocciata da Ungheria e Polonia. Il governo Meloni non accetta «strumentalizzazioni» dalle Organizzazioni non governative.Lo speciale contiene due articoli.Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente». Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca. «Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine». Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite. Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-scontra-berlino-ong-2665760228.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-ferma-il-patto-che-piace-ai-taxi-del-mare" data-post-id="2665760228" data-published-at="1695942717" data-use-pagination="False"> Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie. Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità. I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti. Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti. Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti. Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine». «L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
Nel nuovo episodio di Segreti torniamo sul delitto di Garlasco e sul presunto movente legato ai file p*rnografici del PC di Alberto Stasi. Le ricostruzioni della parte civile vengono messe a confronto con i dati tecnici: cosa ha davvero visto Chiara Poggi, per quanto tempo e con quale contesto?
Enoch Burke (Getty Images)
Come i nostri lettori ricorderanno, la querelle tra il docente irlandese e la sua scuola - la Wilson’s Hospital School - nasceva nel maggio del 2022 con la decisione del dirigente di sospendere il prof ribelle, in quanto si rifiutava di non riconoscere il pronome neutro per un suo alunno che stava cambiando sesso: «loro» invece di «lui».
Un braccio di ferro che va avanti da diverso tempo e che sta costando giorni di reclusione, multe, tensioni e soprattutto divisioni: da una parte c’è chi lo considera un pericoloso provocatore, dall’altra parte un testardo resistente, religioso osservante, che non si arrende alle mode linguistiche e culturali woke.
In mezzo però c’è tutto il dibattito sulla libertà di pensiero e sul fatto che questo generi azioni conseguenti in ambienti formativi, cioè il rifiuto di non usare il nome femminile o un pronome neutro (come indicato appunto dalla direttiva emanata dal preside dell’istituto) per un ragazzo in transizione, continuando invece a indicarlo con il genere maschile. Da qui una serie di processi, di restrizioni e di altri provvedimenti, l’ultimo dei quali ieri. Il motivo è sempre lo stesso: Burke si rifiuta di osservare le decisioni dei giudici, perché si considera vittima del politicamente corretto che ormai ha accettato qualsiasi «rivoluzione» a difesa dei diritti Lgbt.
Va da sé che coloro che puntano l’indice contro il professore irlandese sottolineano invece la sua colpa di violare le disposizioni del giudice, ma è fin troppo evidente che all’origine del caso c’era proprio il rifiuto di non adeguarsi alla moda trangender e di difendere non solo le proprie idee ma anche le regole grammaticali. Poi certo c’è la resistenza nel non accettare le decisioni che considera ingiuste e arbitrarie; c’è insomma una resistenza e una opposizione che è politica. Ed è legata proprio alla libertà di espressione rispetto alla dominanza della cultura woke.
Ma questo - che è il punto fondamentale della questione - resta sullo sfondo, nel senso che la narrazione mainstream dei cosiddetti fact-checker vorrebbe far credere che Burke non è punito in relazione alla libertà di espressione ma per non osservare le disposizioni dei giudici. Sì tratta di una insistente e furba dose minima di veleno per intossicare la battaglia politica del docente.
Ecco perché Burke continua ad affrontare la questione di petto, mettendoci la propria libertà e la propria reputazione di docente, con ripetute sfide al sistema dominante, che gli vieta di avvicinarsi a scuola. Infatti già dal maggio 2022 gli venne impedito di entrare nell’edificio scolastico. Ma Burke, facendo valere il fatto di ricevere regolarmente lo stipendio dalla Wilson, non rispettò l’ordine e finì in carcere, ben tre volte solo nel 2024. Con tanto di multa da pagare tutte le volte che violava il divieto di accesso. Lo scorso dicembre un giudice lo aveva poi condannato a 560 giorni di detenzione per oltraggio alla corte: «Il signor Burke non si limita a violare i locali, ma entra direttamente nel cuore della scuola, aggirandosi per i corridoi anche quando non ne ha il diritto. È una presenza maligna e minacciosa, un intruso che perseguita la scuola, i suoi insegnanti e i suoi alunni. Ma questa è una strategia deliberata: una strategia di confronto. Non ho dubbi che le azioni del signor Burke abbiano causato una crisi tra gli alunni della scuola, gli insegnanti e il consiglio di amministrazione», i quali «invece di concentrarsi sul nobile compito di educare i giovani di domani, devono vedersela con il signor Burke e le sue buffonate».
Le buffonate erano le regole grammaticali e l’opposizione alla circolare: «Se accettassi di rispettare la sospensione sarebbe come accettare il transgenderismo, dovrei accettare cioè che credere all’esistenza di maschio e femmina è sbagliato… Non è qualcosa che farò. È una violazione della mia coscienza». Finora nessun carcere e nessun ordine di allontanamento dalla scuola è servito ad ammorbidirlo o a fargli cambiare idea. Anzi, il suo caso ormai ha superato l’Isola e se ne parla in tutta Europa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 gennaio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino traccia un quadro della situazione internazionale alla luce delle ultime mosse di Donald Trump.
Albert Bourla, ceo di Pfizer (Ansa)
Ci venderà le medicine a prezzo più alto. È così che Pfizer ha intenzione di ringraziare l’Europa per i contratti capestro dei vaccini Covid, grazie ai quali ha incassato oltre 30 miliardi di euro. Come ha riferito il Financial Times, l’amministratore delegato della società, Albert Bourla, si è messo alla testa della cordata di case farmaceutiche intenzionate ad aumentare le tariffe nel Vecchio continente, oppure a ritardare il lancio di terapie aggiornate.
La mossa di Big pharma è la conseguenza dell’accordo stipulato a dicembre con Donald Trump e presentato pochi giorni fa sul sito della Casa Bianca: in virtù del patto con ben 16 colossi del settore, comprese vecchie conoscenze pandemiche, dalla stessa Pfizer ad Astrazeneca, negli Stati Uniti, il costo dei farmaci salvavita sarà ribassato fino al 90% e allineato a quello europeo. Già, perché prima che il puzzone intervenisse, i prodotti delle grandi case venivano smerciati a cifre molto più alte negli Usa, dove il meccanismo concorrenziale pubblico-privato limita le capacità negoziali del sistema sanitario. A differenza - sostengono gli analisti - che nei Paesi come i nostri, nei quali la nazionalizzazione ha portato a fissare un tetto ai prezzi.
Non c’è dubbio che Trump abbia agito nell’interesse degli americani. Correggendo, oltre a un’ingiustizia sociale, un’indubbia stortura globale: le industrie approfittano del propizio contesto statunitense per generare sviluppo; e i fruitori all’estero ne beneficiano, sborsando meno delle controparti Usa. Il che getta pure qualche dubbio sulla presunta potenza politica della mano pubblica: evidentemente, se in Europa avevamo dei vantaggi, non era solo grazie ai sistemi sanitari statali, ma anche perché qualcun altro si svenava al posto nostro.
Il problema, infatti, è che da quando Trump ha battuto i pugni sul tavolo, i margini di profitto, per le compagnie, si sono ridotti. Dunque, la loro soluzione è spremere gli acquirenti più fortunati. Bourla, rivolgendosi alla stampa durante una conferenza di JpMorgan, la scorsa settimana, è stato chiarissimo: «Se facciamo i conti, dovremmo ridurre il prezzo americano al livello della Francia, oppure smettere di rifornire la Francia? Smetteremo di rifornire la Francia», è stata l’ovvia conclusione. «Così loro», ha proseguito l’ad, «si ritroveranno senza nuovi medicinali. Il sistema ci costringerà a non essere in condizione di accettare i prezzi più bassi», praticati finora. Anche se alcune voci, nel Vecchio continente, ci tengono a minimizzare il trattamento di favore: «In Germania paghiamo chiaramente troppo», ha dichiarato al Financial Times, ad esempio, uno dei vertici della compagnia assicurativa Techniker Krankenkasse, secondo il quale la vicenda ricorda «il modo in cui Trump ha gestito la Nato». E, magari, l’affare Groenlandia. È vero: il tycoon non adotta particolari riguardi con gli alleati. Il fatto è che gli Usa non hanno più voglia di essere presi per fessi. Né da chi, dopo decenni di silenzio, ha riscoperto l’Artico solo per via delle rivendicazioni di The Donald; né da chi, incapace di sfornare innovazioni, in un complesso economico ingessato da regolamentazioni e burocrazia, si è cullato sugli allori di ricerca e sviluppo a stelle e strisce.
Fessi, a quanto pare, lo siamo stati pure noialtri, ricoprendo d’oro Bourla e compagni, allorché cercavamo nei loro vaccini anti Covid la panacea. Ursula von der Leyen si era spesa alacremente per assicurarsi le preziose fiale, tanto da trattare in via riservata, tramite le famose chat sparite nel nulla, direttamente con il manager di Pfizer. Il risultato? Non uno sconto sulle dosi. Anzi: Big pharma si è assicurata consegne ben oltre il necessario (molte sono rimaste nei depositi a marcire), insieme a una provvidenziale manleva. In caso di eventi avversi, insomma, sarebbe toccato agli Stati membri Ue sborsare. A pochi mesi dal suo insediamento, persino il ministro della Salute del governo Meloni, Orazio Schillaci, un uomo che non brilla per coraggio e spirito d’iniziativa, aveva protestato per le clausole svantaggiose imposte alle capitali in seguito ai negoziati centralizzati.
Adesso, dopo il danno, arriverà la beffa. E se, ai tempi del coronavirus, gli europeisti pontificavano sulla necessità di accodarci a Bruxelles per essere più forti, oggi gli aedi dell’Unione si nascondono. E la Commissione tarda a pronunciarsi sull’incombente stangata. Ursula avrà perso il numero di Bourla?
La solidarietà Ue: furti di mascherine
L’audizione in commissione Covid del professor Marcello Minenna, già direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli nel triennio pandemico, ha fornito un’ulteriore fotografia della disastrosa gestione pandemica. Non tanto dell’Agenzia delle dogane, stando alle dichiarazioni dell’ex funzionario che ovviamente non poteva dire, del suo stesso operato, che non fosse stato a regola d’arte. Sarebbero state, piuttosto, le autorità politiche del nostro Paese, ossia il governo Pd-M5s guidato da Giuseppe Conte, il ministero della Salute diretto da Roberto Speranza (Pd) e anche la Commissione europea di Ursula von der Leyen, ad aver dato dimostrazione di inadeguatezza.
Minenna ha raccontato che il 12 marzo 2020 aveva appena fatto in tempo a emanare una direttiva, la numero 2, dove l’Agenzia delle dogane definiva lo sdoganamento merci come «attività indifferibile», che lo stesso giorno, e quindi il giorno dopo il Dpcm che chiuse l’Italia, è stato il ministero della Salute a «scendere in campo». Come? In maniera opposta: «Ci ha detto chiaro e in maniera piana: snellire le operazioni di sdoganamento. E con riferimento ai dispositivi medici, addirittura ha previsto», ha spiegato Minenna, «che il nulla osta sanitario dell’Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, agenzia del ministero della Salute, ndr), senza il quale per i dispositivi medici non si muove foglia, poteva avvenire successivamente all’importazione. Quindi inizia già in nuce a comparire nella regolamentazione operativa degli apparati dello Stato la circostanza che la merce non si deve fermare negli uffici delle dogane». Nello scaricabarile Minenna coinvolge anche l’opposizione: «Credo che in parte questa disposizione sia stata anche figlia della pressione dell’opposizione», che all’epoca puntava giustamente il dito contro il governo perché in Italia le mascherine non si trovavano. Secondo la ricostruzione del funzionario, dunque, il governo Conte e il ministero di Speranza avrebbero facilitato lo sdoganamento di Dpi anche contraffatti pur di bloccare le critiche dell’opposizione di centrodestra.
A proposito di mascherine, Minenna ha raccontato un episodio alquanto increscioso: le nostre importazioni di materiale di contrasto al Covid avvenivano tramite voli intercontinentali. Se questi voli avevano uno scalo, il Paese dove avveniva lo scalo, «fosse pure dell’Unione europea», si accaparrava le nostre mascherine. «A Francoforte atterrava un aereo intercontinentale con Dpi e mascherine», ha spiegato Minenna, «diretto in Italia, ma il nostro materiale finiva in Germania, lo facevano scendere e se lo prendevano». L’ex dirigente delle Dogane dichiara di aver suggerito a Speranza di fare un’ordinanza affinché si accettassero soltanto merci provenienti da voli senza scalo.
A contribuire alla confusione generale, osserva il funzionario, ci si è messa anche l’Unione europea che, il 13 marzo, ha raccomandato di snellire le operazioni di sdoganamento. È chiaro, l’organo comunitario non poteva dire espressamente «se il marchio Ce è irregolare ignorate il problema», «ma tra le righe questo è il segnale che voleva essere mandato». Tra le carte depositate da Minenna, ci sarebbe anche un documento dove l’Ue «in maniera inequivoca ha dichiarato la regolarità di queste sigle per le mascherine, ovviamente a pandemia finita». Non è tutto: «Il 17 marzo 2020 il decreto Cura Italia stabilisce una disciplina derogatoria alle procedure doganali in essere, stabilendo che è consentito produrre, importare e mettere in commercio mascherine e Dpi in deroga alle vigenti disposizioni». Il problema è che nessuno aveva i macchinari per verificare gli aspetti regolatori delle mascherine previsti anche dalla normativa comunitaria. «Facevamo soltanto controlli documentali, non è che qualcuno facesse la verifica del fit-test o dell’anti-batterial o delle altre norme previste per le capacità di filtraggio delle microparticelle». Minenna diede disposizione di acquistare quei macchinari, ma lo scenario che emerge a livello italiano ed europeo non è affatto lusinghiero.
Il funzionario sarà riascoltato giovedì 29 gennaio, quando toccherà ai commissari della commissione Covid sottoporlo alle domande relative alla sua relazione esposta ieri al Senato.
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