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2023-09-29
L’Italia si scontra con Berlino e blocca i giochini Ue sulle Ong
Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock e Antonio Tajani (Getty Images)
Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente».
Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca.
«Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine».
Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite.
Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».
Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare
La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie.
Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità.
I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti.
Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti.
Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti.
Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine».
«L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
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La Germania insiste nei finanziamenti a chi traghetta clandestini in Sicilia, Antonio Tajani protesta. Matteo Piantedosi congela il Patto sui migranti proprio perché vuole che i volontari portino chi soccorrono nei Paesi di bandiera della nave.L’Italia prende tempo riguardo all’intesa europea sulle migrazioni, bocciata da Ungheria e Polonia. Il governo Meloni non accetta «strumentalizzazioni» dalle Organizzazioni non governative.Lo speciale contiene due articoli.Il chiarimento, per esserci, c’è stato, ma di certo non nel senso che il nostro Paese sperava. Al contrario, la missione diplomatica del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in Germania, dopo le polemiche degli ultimi giorni per i finanziamenti di Berlino alle Ong, è servita per constatare definitivamente che non ci sarà nessuna marcia indietro su questo fronte, e che di fatto da quella cancelleria si lavora per lasciarci in difficoltà sul fronte della gestione dei flussi migratori illegali. D’altra parte, le parole dell’omologa tedesca di Tajani, Annalena Baerbock, sono sembrate difficilmente equivocabili, soprattutto quando ha affermato di fronte ai cronisti e al suo interlocutore che «i soccorritori volontari hanno il nostro sostegno», che in termini concreti si traduce nel corollario «in tre casi l’erogazione dei fondi alle Ong è imminente». Nessun effetto ha dunque sortito la dura protesta del nostro governo, quando alla benevolenza e agli impegni sul condividere il fardello dell’accoglienza mostrata dal presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier al fianco di Sergio Mattarella era seguita la doccia fredda della scoperta degli ingenti finanziamenti da parte del governo di Berlino alle Ong operanti nel Mediterraneo, spesso infrangendo la legge italiana. Il nostro capo dello Stato, una settimana fa, aveva derogato dalla sua consueta pacatezza definendo «preistoria» l’accordo di Dublino e ricevendo il plauso di Steinmeier. Una volta emersa la vicenda dei fondi alle Ong, oltre che dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (che ha chiesto spiegazioni), è arrivata la dura condanna dei partiti di maggioranza, nelle file dei quali si è fatto notare il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che aveva paragonato il foraggiamento delle Ong alla voglia di conquista del Terzo Reich, generando a sua volta polemiche politiche sul fronte interno. Ciò ha reso necessaria la missione del nostro capo della diplomazia, che però ha dovuto fare i conti con la pervicacia tedesca. «Abbiamo tutti visto le immagini da Lampedusa», ha detto Baerbock, «la situazione è insostenibile ma ogni vita ha un valore e ogni persona annegata non è solo un numero nelle statistiche ma un padre, un figlio, un amico. Fortunatamente», ha proseguito, «molti vengono e siamo grati alla Guardia costiera italiana, ma anche ai volontari che hanno un ruolo e si impegnano per salvare vite nel Mediterraneo». Dopo la conferma dei finanziamenti alle Ong, Tajani non ha potuto che ribadire i toni fermi usati al culmine della polemica con la Germania: «Nessuno fa la guerra alle Ong», ha detto, «però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino. Le navi delle Ong», ha detto ancora Tajani, «possono fare soccorso in mare, ma non si può trasformare l’Italia nel luogo dove tutte le Ong accompagnano i migranti, anche perché sono migranti che non vogliono venire in Italia, ma vogliono raggiungere altri Paesi europei. Per questo serve una soluzione europea e si devono trovare accordi con i Paesi di origine». Da questo punto di vista, almeno a livello teorico le distanze tra la Germania e il nostro Paese non sono siderali, visto che il ministro tedesco ha dichiarato di voler lavorare a «soluzioni europee congiunte», assicurando sul fatto che il suo Paese «non lascerà soli i singoli Stati europei». Il problema, però, è che se i soldi vengono indirizzate a organizzazioni private, le iniziative comunitarie in tema di contenimento dei flussi illegali risultano implicitamente indebolite. Non a caso Tajani, replicando alla Baerbock, ha sottolineato che i fondi dovrebbero essere destinati a «soluzioni strutturali», anziché alle Ong. A questo proposito, una partita importante si stava contemporaneamente giocando a Bruxelles, al Consiglio Ue per gli Affari interni chiamato a esaminare il regolamento delle crisi inserito nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, infatti, ha lasciato la riunione ed è rientrato in Italia chiedendo tempo per un supplemento di valutazione sul nuovo compromesso proposto dalla presidenza di turno spagnola per andare incontro alle richieste della Germania sulle tutele per i migranti e, appunto, delle Ong. Interpellato su questo, Tajani ha spiegato che l’Italia non ha detto no alla proposta tedesca, ma «ha preso del tempo per un esame più approfondito dal punto di vista giuridico. Prendere del tempo», ha aggiunto, «non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare. Noi salviamo persone ogni giorno. Noi siamo contro le organizzazioni che gestiscono i traffici di esseri umani, che come ho detto sono le stesse che trafficano in armi e droga. La Germania è un Paese amico ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica». Prima di partire per Berlino, in mattinata, Tajani aveva ricordato che Berlino «finanzia le Organizzazioni non governative che salvano migranti, ma invece di portarli in Germania li porta in Italia. È veramente qualcosa di strano e ne chiederò conto al ministro degli Esteri».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-scontra-berlino-ong-2665757185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-ferma-il-patto-che-piace-ai-taxi-del-mare" data-post-id="2665757185" data-published-at="1695942717" data-use-pagination="False"> Roma ferma il patto che piace ai taxi del mare La fretta è cattiva consigliera, e così l’Italia ieri ha chiesto degli approfondimenti prima di dare l’ok all’ultima parte ancora in discussione del Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea, quella sulle crisi migratorie. Ursula von der Leyen aveva rivolto ieri mattina un «appello urgente» ai ministri dell’Interno dei 27 Paesi dell’Unione, riuniti a Bruxelles, affinché trovassero un accordo: la presidente, che vorrebbe tanto restare al suo posto anche dopo le europee, ora ha fretta di risolvere in pochi mesi tutti i problemi che non è stata in grado di affrontare in cinque anni. Stesso discorso per la Germania, che ieri aveva annunciato con toni enfatici l’adesione di Berlino alla proposta di mediazione della presidenza di turno spagnola: toccherà aspettare ancora un po’ per analizzare e risolvere il punto sul quale l’Italia, rappresentata al tavolo dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha delle perplessità. I dubbi italiani sono su due aspetti: di metodo e di merito. Per quel che riguarda il metodo, ci risulta che questo punto non fosse all’ordine del giorno della riunione dei ministri dell’Interno di ieri, ma la presidenza spagnola ha tentato comunque di farlo approvare tirando in ballo il bel clima sereno che si respirava al tavolo. Nel merito: l’Italia chiede che venga chiarito bene il passaggio sulle «strumentalizzazioni» delle migrazioni, contenuto nel testo. A quanto apprendiamo, in sostanza, per l’Italia questo termine non può e non deve essere riferito solo a Paesi extraeuropei che magari aprono e chiudono i rubinetti della migrazione per ottenere finanziamenti, ma pure alle Ong, che costituiscono nei fatti un fattore importante di pressione politica sui governi, grazie anche al grande clamore mediatico che sono in grado di suscitare. Un punto che l’Italia chiede venga formulato con maggiore precisione, prima di dare il via libera a questo punto del Patto sull’immigrazione e l’asilo, che riguarda appunto le regole per fronteggiare situazioni di emergenza o crisi derivanti, per l’appunto, da «strumentalizzazioni» da parte di Paesi non Ue. Il regolamento sulla gestione delle crisi migratorie, l’ultimo atto legislativo del Patto, per la prima volta riconosce e rende concreto l’obbligo di solidarietà cui sono tenuti gli Stati membri nei confronti dei Paesi di primo arrivo dei migranti. Questo regolamento era stato discusso già a luglio e l’approvazione era stata bloccata da un gruppo di Paesi tra cui la Germania. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi aveva deciso di bloccare temporaneamente la discussione su altri due regolamenti del patto migratorio, proprio per fare pressione sulla Germania e sugli altri Paesi membri che stavano bloccando il negoziato. Mercoledì sera, a poche ore dalla riunione dei ministri dell’Interno di ieri, la delegazione italiana apprende che i partiti della coalizione al governo in Germania avevano trovato un accordo per sbloccare il regolamento, ma che ci avrebbero proposto degli emendamenti. Ieri mattina la presidenza spagnola ha fatto circolare il testo degli emendamenti e poi, su pressione tedesca, con una procedura assolutamente inusuale, ha fatto sapere che i ministri dell’Interno che erano riuniti per il Consiglio giustizia e affari interni avrebbero dovuto dare luce verde sul piano politico al nuovo testo prima della fine della giornata, nonostante il regolamento fosse stato bloccato, non dall’Italia e non certo da qualche giorno, ma da due mesi. La nostra delegazione guidata da Piantedosi ha analizzato gli emendamenti proposti dai tedeschi e ha scoperto così che nell’articolo 1 del regolamento, Berlino vorrebbe vedere inserito un paragrafo nel quale in qualche modo si legittima l’attività degli attori non statali, Ong comprese, senza disciplinare il relativo modus operandi che come è noto va a gravare solo sul nostro Paese. Si tratta di quegli stessi enti a favore dei quali la Germania nei giorni scorsi ha stanziato fondi dal bilancio federale affinché effettuino attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, a ridosso delle acque territoriali libiche o tunisine e trasportino poi sempre e solo in Italia i migranti raccolti. Per cercare una soluzione l’Italia ha chiesto di avere più tempo per poter analizzare con attenzione le possibili soluzioni. Proprio in quei minuti a Bruxelles è arrivata la notizia che ben sette navi appartamenti a Ong erano nel Mediterraneo centrale e tra queste quattro navi tedesche appartenenti a Ong e società tedesche, perlopiù in direzione di porti italiani. A questo punto l’Italia ha fatto notare a tutti i livelli questa circostanza inaccettabile e ha proposto un altro emendamento che dice che i migranti trasportati su navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. Cioè se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati e la riunione è stata rinviata. «Ho sottolineato al Consiglio giustizia e affari interni», ha detto ieri Piantedosi, «che a livello di Unione europea dobbiamo aumentare i finanziamenti per i progetti di rimpatri volontari assistiti e favorire la reintegrazione economica dei migranti nei loro Paesi di origine». «L’Italia», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «non ha detto no alla proposta presentata questa mattina (ieri, ndr) dalla Germania sul Patto d’asilo: il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha preso del tempo per esaminarla a livello giuridico. Prendere del tempo non vuol dire che si pensa che non si debbano salvare le persone in mare».
A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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Ansa
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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