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2023-02-02
Perfino lo Speranza tedesco fa autocritica sulla pandemia. Qui i virocrati non mollano
Novak Djokovic. Nel riquadro il ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach (Getty Images)
Dopo due anni di vessazioni, discriminazioni, insulti e (ig)nobili bugie, i gerarchi del regime Covid non riescono ad ammettere di aver sbagliato. Mica come all’estero, dove, pur tra cautele e reticenze, la resa dei conti è iniziata da un pezzo. In Gran Bretagna, è dalla scorsa estate che i lockdown sono sul banco degli imputati. La religione del vaccino è stata desacralizzata almeno in mezza Scandinavia e in Florida. La prestigiosa rivista Newsweek ha appena ospitato l’affondo di un ricercatore contro le menzogne e gli errori degli scienziati. In Italia, pur essendo cambiati governo e indirizzo politico, i «virocrati» non mostrano il minimo segno di ravvedimento.
Ieri, sulla Stampa, è tornato alla carica Roberto Burioni. Novak Djokovic, il «cretino olimpionico» non vaccinato, lo ha preso a racchettate, sbancando agli Australian Open, da cui era stato escluso l’anno scorso per non essersi sottoposto alla santa iniezione. E il telepredicatore medico ha accusato il colpo. Nole, «con il suo comportamento, è diventato un idolo per i pericolosi complottisti che non credono alla medicina e la sua vittoria un gagliardetto da sventolare in faccia a chi in questi mesi della scienza si è fidato». «I campioni sportivi», ha pontificato Burioni, «così come i grandi artisti, godono di immensi privilegi ma hanno anche immense responsabilità». Djokovic avrebbe dovuto dare il buon esempio e correre a farsi iniettare un «farmaco sicuro». Già: come Pedro Obiang, centrocampista del Sassuolo, poi finito in ospedale con una miocardite? Il numero uno del ranking Atp avrebbe dovuto insegnare ai giovani fan a essere terrorizzati da un virus che, per loro, non rappresentava una minaccia? Il medico che considerava più probabile essere colpiti da un fulmine che beccarsi il coronavirus, anziché cinguettare su Twitter e concionare sui giornali, potrebbe fermarsi e riflettere. Il grottesco mantra della professione di fede scientista, ahinoi, ha rovinato una generazione.
In Germania, il ministro della Salute, Karl Lauterbach, ha riconosciuto che chiudere le scuole fu un errore. Badate: non si tratta di un «complottista» che rinnega il vangelo della scienza, bensì di un esponente del Partito socialdemocratico. Una specie di Roberto Speranza tedesco. Dal suo ex omologo italiano non è arrivato mai nessun ripensamento critico. Eppure, i danni inflitti a bambini e adolescenti appaiono irreparabili.
Il Corriere della Sera di Roma ha dato ampio spazio all’allarme dei presidi: tra i ragazzi, sono raddoppiati episodi di violenza e casi di depressione. Ieri, colpiva in particolare la testimonianza di Vincenzo Lenzoni, dirigente del liceo Gassman di Torrevecchia: «Non riusciamo a liberarci della pandemia. Dallo scorso anno abbiamo notato un incremento degli attacchi di panico». Eccolo, il capolavoro di chi ha terrorizzato e colpevolizzato: ricordate le dita puntate contro i giovani, maniaci dello spritz che facevano ammalare i nonni? Adesso, becchiamoci i postumi delle serrate. E andiamolo a raccontare ai genitori di Camilla Canepa, la diciottenne morta dopo l’iniezione con Astrazeneca all’open day in Liguria, che il cattivo esempio è quello di Djokovic. Il quale, al contrario di ciò che ha berciato Burioni, non si ribellava all’inoculazione di «un farmaco efficace e sicuro». Rivendicava il suo diritto di decidere per il proprio corpo e il proprio stato di salute, considerato che il rifiuto di sottoporsi alle dosi non costituiva un pericolo per il prossimo. Davvero c’è bisogno ricordare che il vaccino non fa nessuna differenza, quanto all’obiettivo di ridurre i contagi? Davvero serve ripescare l’audizione all’Europarlamento di Janine Small, dirigente Pfizer, la quale ha ammesso che i farmaci a mRna non sono stati neppure testati per la capacità di bloccare la trasmissione del virus? Davvero Burioni sta raschiando il fondo del barile delle balle, soltanto perché rosica per gli sfottò sui social?
Se così fosse, si troverebbe in ottima compagnia. Sempre sulla Stampa, Eugenia Tognotti ieri s’è imbarcata in una strenua difesa di Franco Locatelli. L’ex coordinatore del Cts, a causa di un emendamento di Fdi al Milleproroghe, rischia di perdere il posto di presidente del Consiglio superiore di sanità. Poco male, direte: «morto» un burocrate se ne fa un altro. Neanche per idea. L’élite tecnico-scientifica progressista si considera insostituibile. Locatelli è «un’autorità» accademica «riconosciuta a livello internazionale» e ha guidato l’organismo istituito dal governo Conte «nel deserto della pandemia». La Tognotti non si capacita: a Palazzo Chigi è arrivata la leader di Fdi e adesso c’è aria di «epurazione del gruppo di esperti che ha affiancato il ministro Speranza». Incredibile, eh. Forse, questi luminari erano talmente geniali da meritare un incarico a vita? E quali grandi successi avrebbero conseguito, a parte snobbare le cure Covid (Nicola Magrini dell’Aifa), raccontare bufale sull’immunità di gregge e finire pure indagati per omicidio colposo (Locatelli)? L’Italia sopravvivrà anche senza costoro. Il problema, semmai, è che costoro non sopravvivranno al di fuori dell’ambiente protetto degli enti ministeriali. Perduta l’egida dei politici amici, sentono sul collo il fiato della resa dei conti?
L’azzeramento del Css costituirebbe, osserva la Tognotti, «un primo passo […] verso quella commissione d’inchiesta parlamentare» sul Covid, promessa dal centrodestra. Appunto. Se lorsignori non hanno nemmeno il buon cuore di ammettere: «Ci siamo sbagliati, chiediamo scusa», bisognerà inchiodarli ai loro pasticci con altri metodi d’indagine. È la democrazia. Quella ferita che, altrove, tentano di rimettere in sesto dopo la stagione più nera dal dopoguerra. Di cosa hanno paura veramente, i presunti salvatori della patria? Delle «tricoteuses che, durante la rivoluzione francese, aspettavano, nelle piazze, la decapitazione dei condannati»? Oppure che venga a galla la verità?
L’appello del professore del Mit: «Ritirare subito i sieri a mRna»
«Bisogna ritirare questi prodotti dal mercato e fermare immediatamente la campagna vaccinale a mRna. Il vaccino anticovid è chiaramente il prodotto più fallimentare della storia dei prodotti medici, sia in termini di efficacia che di sicurezza. Dobbiamo riflettere e indagare a fondo sul perché è anche il prodotto più redditizio al mondo, nella storia dei prodotti medici». Retsef Levi è un professore del Mit (Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo) e ha appena pubblicato un preoccupato appello affinché siano sospese, subito e ovunque nel mondo, le vaccinazioni a mRna. Il suo videomessaggio riassume in sei minuti e mezzo tutte le criticità e le evidenze riscontrate in questi anni nelle somministrazioni Pfizer e Moderna, che costituiscono gran parte dei 13,2 miliardi di dosi di vaccino anticovid distribuiti nel mondo. Quella più preoccupante riguarda le miocarditi: «Le evidenze sono ormai indiscutibili, questi vaccini causano un numero incalcolabile e senza precedenti di effetti avversi e decessi nei giovani e nei bambini».
Levi, oltre a essere un influente faculty member del Mit dal 2006, ha un’importante storia personale e professionale. Laureato a Tel Aviv, dopo aver passato quasi 12 anni nella Difesa israeliana come ufficiale dell’intelligence, ha lavorato per numerosi ospedali americani, per poi collaborare con la Food and Drug Administration (Fda) come esperto di analisi della sicurezza dei farmaci. Di vaccini se ne intende, insomma. Pluripremiato, al Mit tiene corsi di gestione del rischio, sistemi sanitari e politiche sanitarie. «Due studi prospettici, realizzati in Thailandia e in Svizzera, indicano che i tassi di danno cardiaco sono significativamente più alti di quelli rilevati dalla diagnosi clinica», spiega Levi. «Lo stesso risultato è stato riscontrato dall’esercito degli Stati Uniti d’America nel 2015, dove era stato condotto uno studio simile sull’antivaiolosa.
Un altro studio, della Harvard Medical School, ha rilevato, nel sangue dei bambini con miocardite indotta da vaccino, altri segnali che confermano che l’mRna e i lipidi penetrano davvero nel sistema circolatorio». Levi menziona anche le autopsie effettuate nelle persone decedute subito dopo la vaccinazione: «In moltissimi casi c’è forte evidenza che la morte è stata causata dalla miocardite indotta da vaccino».
«Ho cominciato a preoccuparmi dei danni da vaccino a metà del 2021, quando si è saputo delle miocarditi», racconta Levi nel videoappello. Ad aprile 2022, pubblica uno studio che rileva oltre il 25% di aumento di eventi cardiovascolari di emergenza nella popolazione israeliana under 40, nei mesi tra gennaio e maggio 2021 (l’analisi partiva da fine 2019), smontato da Reuters perché epidemiologico e non clinico. Alcuni fact-checkers rilevano che lo studio era stato realizzato sulle chiamate per arresto cardiaco al pronto soccorso, senza però aver accesso ai dati clinici dei singoli pazienti, e dunque senza conferme su diagnosi, patologie preesistenti e stato vaccinale. Levi replica spiegando che la diagnosi all’ingresso del Pronto soccorso è sempre stata confermata, che in Israele gran parte della popolazione è vaccinata e che nella fascia 16-39 raramente è riscontrabile una patologia cardiaca preesistente. Nel videomessaggio precisa inoltre che i dati da Regno Unito, Scozia e Australia confermano quelli israeliani.
A gennaio 2023, Levi torna alla carica insieme con Yaffa Shir-Raz, ricercatrice di comunicazione del rischio dell’Università di Haifa e del Centro interdisciplinare Herzliya, dichiarando che il governo israeliano è a conoscenza degli effetti avversi. Levi e Shir-Raz rendono pubbliche alcune registrazioni video di una riunione interna del ministero della Salute israeliano sulle conseguenze della vaccinazione Pfizer. Secondo i due, un team incaricato di studiare gli effetti collaterali in Israele ha identificato 22 categorie di nuovi eventi avversi da vaccino Pfizer, soprattutto di tipo neurologico. Danni simili a quelli riscontrati dalla piccola Maddie de Garay, dodicenne americana condannata alla sedia a rotelle e all’alimentazione enterale dopo la seconda somministrazione Pfizer per gravi sintomi neurologici funzionali, inizialmente attribuiti all’«ansia». Levi, insomma, non intende fermarsi, soprattutto a fronte delle continue denunce, in tutto il mondo, sugli effetti avversi da vaccino.
In Svizzera, ad esempio, è a buon punto la denuncia sporta contro Swissmedic (l’Aifa svizzera, ndr) da 43 cittadini danneggiati direttamente dalle vaccinazioni ad mRNA, rappresentati da un importante studio legale di Zurigo. Dopo la presentazione della prima versione della denuncia penale alla Procura della Repubblica, a luglio del 2022, la Procura cantonale ha aperto un fascicolo «contro ignoti» a settembre 2022.
Per i vaccini Pfizer e Moderna, distribuiti rispettivamente in 165 e 114 Paesi nel mondo, la strada non appare più spianata. Con buona pace di Albert Bourla, che a Davos ha annunciato che Pfizer sta per introdurre sul mercato 19 nuovi prodotti, di cui 5 vaccini contro il virus sinciziale: chissà se riuscirà a piazzarli tutti.
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Roberto Burioni dice che Novak Djokovic è stato un cattivo esempio per i giovani. E chiudere le scuole, invece? Intanto la casta medica si scandalizza se il governo vuol sostituire Franco Locatelli...Retsef Levi (Mit): «C’è un numero senza precedenti di effetti avversi e morti tra i giovani».Lo speciale contiene due articoli.Dopo due anni di vessazioni, discriminazioni, insulti e (ig)nobili bugie, i gerarchi del regime Covid non riescono ad ammettere di aver sbagliato. Mica come all’estero, dove, pur tra cautele e reticenze, la resa dei conti è iniziata da un pezzo. In Gran Bretagna, è dalla scorsa estate che i lockdown sono sul banco degli imputati. La religione del vaccino è stata desacralizzata almeno in mezza Scandinavia e in Florida. La prestigiosa rivista Newsweek ha appena ospitato l’affondo di un ricercatore contro le menzogne e gli errori degli scienziati. In Italia, pur essendo cambiati governo e indirizzo politico, i «virocrati» non mostrano il minimo segno di ravvedimento.Ieri, sulla Stampa, è tornato alla carica Roberto Burioni. Novak Djokovic, il «cretino olimpionico» non vaccinato, lo ha preso a racchettate, sbancando agli Australian Open, da cui era stato escluso l’anno scorso per non essersi sottoposto alla santa iniezione. E il telepredicatore medico ha accusato il colpo. Nole, «con il suo comportamento, è diventato un idolo per i pericolosi complottisti che non credono alla medicina e la sua vittoria un gagliardetto da sventolare in faccia a chi in questi mesi della scienza si è fidato». «I campioni sportivi», ha pontificato Burioni, «così come i grandi artisti, godono di immensi privilegi ma hanno anche immense responsabilità». Djokovic avrebbe dovuto dare il buon esempio e correre a farsi iniettare un «farmaco sicuro». Già: come Pedro Obiang, centrocampista del Sassuolo, poi finito in ospedale con una miocardite? Il numero uno del ranking Atp avrebbe dovuto insegnare ai giovani fan a essere terrorizzati da un virus che, per loro, non rappresentava una minaccia? Il medico che considerava più probabile essere colpiti da un fulmine che beccarsi il coronavirus, anziché cinguettare su Twitter e concionare sui giornali, potrebbe fermarsi e riflettere. Il grottesco mantra della professione di fede scientista, ahinoi, ha rovinato una generazione. In Germania, il ministro della Salute, Karl Lauterbach, ha riconosciuto che chiudere le scuole fu un errore. Badate: non si tratta di un «complottista» che rinnega il vangelo della scienza, bensì di un esponente del Partito socialdemocratico. Una specie di Roberto Speranza tedesco. Dal suo ex omologo italiano non è arrivato mai nessun ripensamento critico. Eppure, i danni inflitti a bambini e adolescenti appaiono irreparabili.Il Corriere della Sera di Roma ha dato ampio spazio all’allarme dei presidi: tra i ragazzi, sono raddoppiati episodi di violenza e casi di depressione. Ieri, colpiva in particolare la testimonianza di Vincenzo Lenzoni, dirigente del liceo Gassman di Torrevecchia: «Non riusciamo a liberarci della pandemia. Dallo scorso anno abbiamo notato un incremento degli attacchi di panico». Eccolo, il capolavoro di chi ha terrorizzato e colpevolizzato: ricordate le dita puntate contro i giovani, maniaci dello spritz che facevano ammalare i nonni? Adesso, becchiamoci i postumi delle serrate. E andiamolo a raccontare ai genitori di Camilla Canepa, la diciottenne morta dopo l’iniezione con Astrazeneca all’open day in Liguria, che il cattivo esempio è quello di Djokovic. Il quale, al contrario di ciò che ha berciato Burioni, non si ribellava all’inoculazione di «un farmaco efficace e sicuro». Rivendicava il suo diritto di decidere per il proprio corpo e il proprio stato di salute, considerato che il rifiuto di sottoporsi alle dosi non costituiva un pericolo per il prossimo. Davvero c’è bisogno ricordare che il vaccino non fa nessuna differenza, quanto all’obiettivo di ridurre i contagi? Davvero serve ripescare l’audizione all’Europarlamento di Janine Small, dirigente Pfizer, la quale ha ammesso che i farmaci a mRna non sono stati neppure testati per la capacità di bloccare la trasmissione del virus? Davvero Burioni sta raschiando il fondo del barile delle balle, soltanto perché rosica per gli sfottò sui social?Se così fosse, si troverebbe in ottima compagnia. Sempre sulla Stampa, Eugenia Tognotti ieri s’è imbarcata in una strenua difesa di Franco Locatelli. L’ex coordinatore del Cts, a causa di un emendamento di Fdi al Milleproroghe, rischia di perdere il posto di presidente del Consiglio superiore di sanità. Poco male, direte: «morto» un burocrate se ne fa un altro. Neanche per idea. L’élite tecnico-scientifica progressista si considera insostituibile. Locatelli è «un’autorità» accademica «riconosciuta a livello internazionale» e ha guidato l’organismo istituito dal governo Conte «nel deserto della pandemia». La Tognotti non si capacita: a Palazzo Chigi è arrivata la leader di Fdi e adesso c’è aria di «epurazione del gruppo di esperti che ha affiancato il ministro Speranza». Incredibile, eh. Forse, questi luminari erano talmente geniali da meritare un incarico a vita? E quali grandi successi avrebbero conseguito, a parte snobbare le cure Covid (Nicola Magrini dell’Aifa), raccontare bufale sull’immunità di gregge e finire pure indagati per omicidio colposo (Locatelli)? L’Italia sopravvivrà anche senza costoro. Il problema, semmai, è che costoro non sopravvivranno al di fuori dell’ambiente protetto degli enti ministeriali. Perduta l’egida dei politici amici, sentono sul collo il fiato della resa dei conti? L’azzeramento del Css costituirebbe, osserva la Tognotti, «un primo passo […] verso quella commissione d’inchiesta parlamentare» sul Covid, promessa dal centrodestra. Appunto. Se lorsignori non hanno nemmeno il buon cuore di ammettere: «Ci siamo sbagliati, chiediamo scusa», bisognerà inchiodarli ai loro pasticci con altri metodi d’indagine. È la democrazia. Quella ferita che, altrove, tentano di rimettere in sesto dopo la stagione più nera dal dopoguerra. Di cosa hanno paura veramente, i presunti salvatori della patria? Delle «tricoteuses che, durante la rivoluzione francese, aspettavano, nelle piazze, la decapitazione dei condannati»? Oppure che venga a galla la verità? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-restrizioni-covid-virostar-2659353446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lappello-del-professore-del-mit-ritirare-subito-i-sieri-a-mrna" data-post-id="2659353446" data-published-at="1675334482" data-use-pagination="False"> L’appello del professore del Mit: «Ritirare subito i sieri a mRna» «Bisogna ritirare questi prodotti dal mercato e fermare immediatamente la campagna vaccinale a mRna. Il vaccino anticovid è chiaramente il prodotto più fallimentare della storia dei prodotti medici, sia in termini di efficacia che di sicurezza. Dobbiamo riflettere e indagare a fondo sul perché è anche il prodotto più redditizio al mondo, nella storia dei prodotti medici». Retsef Levi è un professore del Mit (Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo) e ha appena pubblicato un preoccupato appello affinché siano sospese, subito e ovunque nel mondo, le vaccinazioni a mRna. Il suo videomessaggio riassume in sei minuti e mezzo tutte le criticità e le evidenze riscontrate in questi anni nelle somministrazioni Pfizer e Moderna, che costituiscono gran parte dei 13,2 miliardi di dosi di vaccino anticovid distribuiti nel mondo. Quella più preoccupante riguarda le miocarditi: «Le evidenze sono ormai indiscutibili, questi vaccini causano un numero incalcolabile e senza precedenti di effetti avversi e decessi nei giovani e nei bambini». Levi, oltre a essere un influente faculty member del Mit dal 2006, ha un’importante storia personale e professionale. Laureato a Tel Aviv, dopo aver passato quasi 12 anni nella Difesa israeliana come ufficiale dell’intelligence, ha lavorato per numerosi ospedali americani, per poi collaborare con la Food and Drug Administration (Fda) come esperto di analisi della sicurezza dei farmaci. Di vaccini se ne intende, insomma. Pluripremiato, al Mit tiene corsi di gestione del rischio, sistemi sanitari e politiche sanitarie. «Due studi prospettici, realizzati in Thailandia e in Svizzera, indicano che i tassi di danno cardiaco sono significativamente più alti di quelli rilevati dalla diagnosi clinica», spiega Levi. «Lo stesso risultato è stato riscontrato dall’esercito degli Stati Uniti d’America nel 2015, dove era stato condotto uno studio simile sull’antivaiolosa. Un altro studio, della Harvard Medical School, ha rilevato, nel sangue dei bambini con miocardite indotta da vaccino, altri segnali che confermano che l’mRna e i lipidi penetrano davvero nel sistema circolatorio». Levi menziona anche le autopsie effettuate nelle persone decedute subito dopo la vaccinazione: «In moltissimi casi c’è forte evidenza che la morte è stata causata dalla miocardite indotta da vaccino». «Ho cominciato a preoccuparmi dei danni da vaccino a metà del 2021, quando si è saputo delle miocarditi», racconta Levi nel videoappello. Ad aprile 2022, pubblica uno studio che rileva oltre il 25% di aumento di eventi cardiovascolari di emergenza nella popolazione israeliana under 40, nei mesi tra gennaio e maggio 2021 (l’analisi partiva da fine 2019), smontato da Reuters perché epidemiologico e non clinico. Alcuni fact-checkers rilevano che lo studio era stato realizzato sulle chiamate per arresto cardiaco al pronto soccorso, senza però aver accesso ai dati clinici dei singoli pazienti, e dunque senza conferme su diagnosi, patologie preesistenti e stato vaccinale. Levi replica spiegando che la diagnosi all’ingresso del Pronto soccorso è sempre stata confermata, che in Israele gran parte della popolazione è vaccinata e che nella fascia 16-39 raramente è riscontrabile una patologia cardiaca preesistente. Nel videomessaggio precisa inoltre che i dati da Regno Unito, Scozia e Australia confermano quelli israeliani. A gennaio 2023, Levi torna alla carica insieme con Yaffa Shir-Raz, ricercatrice di comunicazione del rischio dell’Università di Haifa e del Centro interdisciplinare Herzliya, dichiarando che il governo israeliano è a conoscenza degli effetti avversi. Levi e Shir-Raz rendono pubbliche alcune registrazioni video di una riunione interna del ministero della Salute israeliano sulle conseguenze della vaccinazione Pfizer. Secondo i due, un team incaricato di studiare gli effetti collaterali in Israele ha identificato 22 categorie di nuovi eventi avversi da vaccino Pfizer, soprattutto di tipo neurologico. Danni simili a quelli riscontrati dalla piccola Maddie de Garay, dodicenne americana condannata alla sedia a rotelle e all’alimentazione enterale dopo la seconda somministrazione Pfizer per gravi sintomi neurologici funzionali, inizialmente attribuiti all’«ansia». Levi, insomma, non intende fermarsi, soprattutto a fronte delle continue denunce, in tutto il mondo, sugli effetti avversi da vaccino. In Svizzera, ad esempio, è a buon punto la denuncia sporta contro Swissmedic (l’Aifa svizzera, ndr) da 43 cittadini danneggiati direttamente dalle vaccinazioni ad mRNA, rappresentati da un importante studio legale di Zurigo. Dopo la presentazione della prima versione della denuncia penale alla Procura della Repubblica, a luglio del 2022, la Procura cantonale ha aperto un fascicolo «contro ignoti» a settembre 2022. Per i vaccini Pfizer e Moderna, distribuiti rispettivamente in 165 e 114 Paesi nel mondo, la strada non appare più spianata. Con buona pace di Albert Bourla, che a Davos ha annunciato che Pfizer sta per introdurre sul mercato 19 nuovi prodotti, di cui 5 vaccini contro il virus sinciziale: chissà se riuscirà a piazzarli tutti.
Giorgia Meloni (Ansa)
Si alternano sul palco membri del governo, rappresentanti di sinistra, magistrati e vittime della malagiustizia. Cercano di fare chiarezza sulle ragioni del Sì. Anche se chi è qui sa già cosa votare. Una signora attempata si avvicina a una delle organizzatrici: «Scusi, ho 87 anni e so già che metterò la X sul Sì ma», aggiunge scherzando, «se non mi fate entrare a vedere la Meloni mi toccherà votare No». «Lei non ha la faccia di una che è contraria alla riforma», ribatte l’organizzatrice. Una soluzione si trova e il voto si salva.
Sul palco si alternano i sostenitori del Sì: Galeazzo Bignami («La domanda non è “vuoi una magistratura sotto la politica?”. Ma è “vuoi liberare la giustizia dalla politica?”. Perché è quello che noi con questa riforma facciamo. E lo facciamo non per privilegiare una parte o un’altra»); Ignazio La Russa («Chi ha la mia età ed è anche più giovane ricorderà il nostro vecchio slogan: un solo interesse da difendere, l’Italia»); l’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, che racconta i suoi problemi con la malagiustizia («Io ne ho persi sette di anni della mia vita. Ma non è un problema di Esposito, ma dei cittadini che non arrivano dove sono arrivato io, perché si fermano prima, perché non ce la fanno più, perché non hanno gli strumenti») e Domenico Pagliari, il cui padre è stato ammazzato da un camorrista per futili motivi. Fatica a parlare, si commuove quando ricorda quel 6 luglio di tanti anni fa, mentre abbracciava il padre insanguinato. Il killer non doveva essere fuori, ma era comunque a Pescara: «Un magistrato gli diede una licenza da passare in un centro Caritas, ma il direttore di questa struttura non era nemmeno stato avvisato». Continua Pagliari, rivolgendosi al magistrato che «liberò» il killer: «Avrai festeggiato tanti compleanni coi tuoi figli e i tuoi nipoti, mio padre no». Per Sabino Cassese, «questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, ma un passo avanti nell’indipendenza dei giudici e dei pm, perché ne specializzano la funzione e ne riconoscono a pieno il ruolo». Un concetto ribadito dal ministro Carlo Nordio: «Questa riforma libererà la magistratura, svincolandola dalle correnti». E poi: «Nei primi anni Ottanta la magistratura godeva della credibilità dell’80%, adesso quasi la metà».
Non appena la Meloni appare sul palco si sente «Giorgia, Giorgia». Saluti e ringraziamenti di rito. Poi il premier entra subito nel vivo. «Siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia e sulle risposte che dobbiamo dare ai cittadini. Ma dobbiamo dare la giusta attenzione al cambiamento epocale che si presenta in Italia con la riforma della giustizia». Meloni ripercorre le ragioni del Sì, imperniando il proprio discorso su una parola: «Coraggio». Che va «oltre gli allarmismi e le mistificazioni. E soprattutto ci vuole coraggio per cambiare le cose anche perché ogni volta che si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si urla subito alla svolta illiberale». Al coraggio, prosegue Meloni, si oppone la paura: «Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura di ciò che può permettere all’Italia di tornare a correre». La riforma della giustizia era nel programma e, sottolinea Meloni, «noi siamo responsabili. Quest’ultima parola deriva dal latino e significa rispondere agli altri, a chi ti ha affidato il mandato. Quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno che è in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando è rischioso». E questo anche se in passato i vertici dell’Anm hanno fatto il possibile per far naufragare altre riforme della giustizia. «Vogliamo sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini. Se la giustizia non funziona, lo pagano i cittadini».
Il premier propone poi un elenco di storie per raccontare la «degenerazione del sistema». Un magistrato viene premiato nonostante abbia fatto passare due anni in più a un innocente in carcere. Un uomo viene accusato di aver ucciso una persona, passa oltre vent’anni in carcere. Poi si scopre che la presunta vittima è viva. Crolla la condanna e lo Stato paga centinaia di migliaia di euro l’indennizzo. Ma i magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano a far carriera. «Dobbiamo restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia. Non è una riforma contro i magistrati ma per tutti loro e per i cittadini».
E poi: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm... Tutte persone degnissime ma pensate che fossero estranee alla politica? Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare» a far parte dei laici del Csm. Meloni tocca poi il cuore della riforma: «Nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti».
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Donald Trump (Ansa)
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
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Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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