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2024-01-12
Israele sotto processo per genocidio, e tagliata fuori da sport e serie tv
Benjamin Netanyahu (Ansa)
È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina».
Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane.
Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta.
Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari.
Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso).
Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato.
Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. L’iperattivismo di Teheran (e del suo network regionale) potrebbe infatti portare a un allargamento del conflitto.
Tensione al processo per genocidio. Bibi: «All’Aia il mondo alla rovescia»
Ieri alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, organo delle Nazioni Unite, si è tenuta la prima udienza del processo promosso a fine dicembre dal Sudafrica contro Israele, con l’accusa di genocidio nei confronti del popolo palestinese. Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.
In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
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Netflix e Apple sospendono le fiction dello Stato ebraico. L’Iran sequestra una petroliera. Netanyahu: «Non occuperemo Gaza».Usa: «Accuse infondate». Gerusalemme: «Il Sudafrica è il braccio giuridico di Hamas». Lo speciale contiene due articoli.È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina». Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane. Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta. Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso). Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato. Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. 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Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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