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2024-01-12
Israele sotto processo per genocidio, e tagliata fuori da sport e serie tv
Benjamin Netanyahu (Ansa)
È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina».
Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane.
Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta.
Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari.
Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso).
Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato.
Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. L’iperattivismo di Teheran (e del suo network regionale) potrebbe infatti portare a un allargamento del conflitto.
Tensione al processo per genocidio. Bibi: «All’Aia il mondo alla rovescia»
Ieri alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, organo delle Nazioni Unite, si è tenuta la prima udienza del processo promosso a fine dicembre dal Sudafrica contro Israele, con l’accusa di genocidio nei confronti del popolo palestinese. Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.
In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
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Netflix e Apple sospendono le fiction dello Stato ebraico. L’Iran sequestra una petroliera. Netanyahu: «Non occuperemo Gaza».Usa: «Accuse infondate». Gerusalemme: «Il Sudafrica è il braccio giuridico di Hamas». Lo speciale contiene due articoli.È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina». Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane. Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta. Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso). Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato. Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. 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Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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