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2024-01-12
Israele sotto processo per genocidio, e tagliata fuori da sport e serie tv
Benjamin Netanyahu (Ansa)
È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina».
Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane.
Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta.
Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari.
Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso).
Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato.
Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. L’iperattivismo di Teheran (e del suo network regionale) potrebbe infatti portare a un allargamento del conflitto.
Tensione al processo per genocidio. Bibi: «All’Aia il mondo alla rovescia»
Ieri alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, organo delle Nazioni Unite, si è tenuta la prima udienza del processo promosso a fine dicembre dal Sudafrica contro Israele, con l’accusa di genocidio nei confronti del popolo palestinese. Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.
In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
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Netflix e Apple sospendono le fiction dello Stato ebraico. L’Iran sequestra una petroliera. Netanyahu: «Non occuperemo Gaza».Usa: «Accuse infondate». Gerusalemme: «Il Sudafrica è il braccio giuridico di Hamas». Lo speciale contiene due articoli.È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina». Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane. Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta. Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso). Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato. Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. 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Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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