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2024-01-12
Israele sotto processo per genocidio, e tagliata fuori da sport e serie tv
Benjamin Netanyahu (Ansa)
È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina».
Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane.
Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta.
Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari.
Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso).
Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato.
Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. L’iperattivismo di Teheran (e del suo network regionale) potrebbe infatti portare a un allargamento del conflitto.
Tensione al processo per genocidio. Bibi: «All’Aia il mondo alla rovescia»
Ieri alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, organo delle Nazioni Unite, si è tenuta la prima udienza del processo promosso a fine dicembre dal Sudafrica contro Israele, con l’accusa di genocidio nei confronti del popolo palestinese. Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.
In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
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Netflix e Apple sospendono le fiction dello Stato ebraico. L’Iran sequestra una petroliera. Netanyahu: «Non occuperemo Gaza».Usa: «Accuse infondate». Gerusalemme: «Il Sudafrica è il braccio giuridico di Hamas». Lo speciale contiene due articoli.È scontro tra Israele e la federazione internazionale di hockey. Mercoledì, la International Ice Hockey Federation (Iihf) ha escluso lo Stato ebraico dalla partecipazione al proprio campionato del mondo, citando preoccupazioni legate alla sicurezza. «Il Consiglio dell’Iihf, nell’ambito dei poteri conferiti dallo Statuto dell’Iihf, ha deciso di limitare la squadra nazionale israeliana dalla partecipazione ai campionati Iihf fino a quando la sicurezza e il benessere di tutti i partecipanti (compresi i partecipanti israeliani) non potranno essere garantiti», si legge in una nota ufficiale della federazione. In particolare, secondo il Jerusalem Post, l’Iihf «ha preso la decisione dopo che il suo presidente, Luc Tardif, ha ceduto alle pressioni politiche esterne, tra cui quelle russe». Inoltre, riferendosi al comunicato dell’Iihf, l’Associated Press ha sottolineato che la federazione «ha già utilizzato un linguaggio simile in materia di sicurezza per sostenere la sua decisione dello scorso anno di sospendere Russia e Bielorussia dalla competizione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina». Di decisione «arbitraria» ha parlato il presidente della Commissione sport della Knesset, Simon Davidson. «Sfortunatamente, stiamo assistendo a una decisione pericolosa e che crea un precedente che puzza di antisemitismo sotto la maschera della sicurezza per gli atleti», ha aggiunto il presidente del Comitato olimpico israeliano, Yael Arad. Il Jerusalem Post ha anche riportato che la Israeli Ice Hockey Association ha fatto ricorso alla Corte arbitrale per lo sport contro la disposizione dell’Iihf. Il paradosso è evidente. A essere escluso dal campionato di hockey per motivi di sicurezza è il Paese che ha subito un brutale attacco da Hamas lo scorso 7 ottobre, mentre in più parti del mondo stanno riemergendo preoccupanti episodi di antisemitismo. D’altronde, un ulteriore elemento allarmante è stato riportato da Haaretz, secondo cui, da quando è in corso la crisi di Gaza, Netflix e Apple tv avrebbero sospeso la trasmissione di varie serie israeliane. Nel frattempo, la tensione internazionale continua a crescere. Ieri Teheran ha sequestrato una petroliera nel Golfo di Oman, per trasferirla in un proprio porto a seguito di un ordine giudiziario emesso da un tribunale iraniano: in particolare, l’imbarcazione stava trasportando petrolio iracheno verso la Turchia. Secondo la Cnn, si tratterebbe di una «rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti che hanno confiscato la stessa nave e il suo petrolio l’anno scorso». Un simile evento è prevedibilmente destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco: ricordiamo che da numerose settimane i ribelli Huthi, notoriamente spalleggiati dal regime khomeinista, stanno effettuando attacchi nel Mar Rosso. Forse non a caso, proprio ieri, il loro leader, Abdel-Malik al-Houthi, ha tuonato contro gli Stati Uniti, affermando che loro possibili attacchi non resteranno senza risposta. Gli occhi continuano frattanto a essere puntati su Gaza. «Israele non ha intenzione di occupare in modo permanente Gaza o di spostare la sua popolazione civile», ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per poi proseguire: «Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese. E lo stiamo facendo in piena conformità alla legge internazionale». Le forze di difesa israeliane hanno inoltre reso noto che Hamas ha usato più di 6.000 tonnellate di cemento e circa 1.800 tonnellate di acciaio per realizzare i tunnel al di sotto di Gaza: il tutto sarebbe costato decine di milioni di dollari. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, l’Egitto starebbe elaborando un nuovo piano di mediazione per la Striscia. Proprio ieri, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha del resto ricevuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken: in particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa, i due hanno discusso di varie questioni (dagli ostaggi agli aiuti umanitari a Gaza, passando per gli attacchi condotti dagli Huthi nel Mar Rosso). Tutto questo, mentre, sempre ieri, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha ricevuto il segretario generale dell’Olp, Hussein al-Sheikh. Dal canto suo, l’inviato speciale americano, Amos Hochstein, ha cercato di allentare le tensioni tra Israele e Libano. «Spero che potremo continuare a lavorare su questo sforzo per arrivare insieme, tutti noi su entrambi i lati del confine, a una soluzione che consentirà a tutte le persone in Libano e in Israele di vivere con una sicurezza garantita e di tornare a una vita normale, a un futuro migliore», ha dichiarato. Proseguono nel frattempo gli sforzi politici di Washington per favorire la creazione a Gaza di un governo guidato dall’Anp dopo lo sradicamento di Hamas. Tuttavia la tensione crescente tra Stati Uniti e Iran rischia di incrementare notevolmente la tensione. 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Pretoria accusa Gerusalemme di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948, firmata da entrambi i Paesi, che li obbliga a non commettere genocidi e a prevenirli e punirli. Il trattato definisce il genocidio come «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’esame sul merito potrebbe durare anni, le udienze infatti si focalizzeranno sulla richiesta del Sudafrica di adottare misure di emergenza che obblighino Israele a interrompere l’azione militare a Gaza. «La nostra opposizione al massacro in corso della popolazione di Gaza ci ha spinto come paese a rivolgerci alla Corte internazionale di giustizia», ha dichiarato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, «come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia».Dura la reazione del premier israeliano Bibi Netanyahu: «Anche oggi abbiamo visto un mondo alla rovescia, Israele è accusato di genocidio mentre sta combattendo il genocidio. L’ipocrisia del Sudafrica grida al cielo. Israele - ha aggiunto - combatte contro terroristi assassini che hanno commesso crimini terribili contro l’umanità: hanno massacrato, violentato, bruciato, smembrato, ucciso bambini, donne, anziani, giovani. Un’organizzazione terroristica che ha commesso il crimine più terribile contro il popolo ebraico dai tempi della Shoah e ora c’è chi viene a difenderla in nome della Shoah. Che audacia: un mondo sottosopra». Gli Stati Uniti hanno già svuotato di importanza il processo definendolo «privo di merito», mentre per Israele è invece mera «diffamazione».«Questo processo è l’affaire Dreyfus del XXI secolo», ha commentato l’ex premier israeliano Naftali Bennett.In ogni caso oggi lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia «per smentire l’assurda diffamazione di sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas». Ha detto il portavoce del governo israeliano Eylon Levy. L’organizzazione «Il 7 ottobre ha commesso un atto di genocidio quando ha inviato squadroni della morte ad invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e stuprare quanti più israeliani possibile, nel modo più brutale possibile. È stata una campagna di sterminio sistematico che hanno giurato di continuare fino alla distruzione del nostro paese». Il Sudafrica è «il braccio giuridico dell’organizzazione terroristica Hamas», la denuncia invece di Lior Hayat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano.Le udienze di ieri e di oggi sono ascoltate da 17 giudici, due dei quali nominati da Israele e Sudafrica, e dureranno tre ore. La sentenza non sul merito, ma sulle misure da adottare, è attesa per fine mese. Va ricordato che le sentenze della Corte per il diritto internazionale sono vincolanti, ma questo tribunale non ha poteri sanzionatori e quindi non ha modo di imporne il rispetto.Di fronte alla Corte grande tensione tra i sostenitori filopalestinesi e quelli filoisraeliani, alimentata anche da un’accusa piuttosto grave. La radio militare israeliana ha affermato che esisterebbero prove che tra i miliziani di Hamas che attaccarono la popolazione civile israeliana lo scorso 7 ottobre «vi fossero dipendenti dell’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Accuse definite «pazzesche» dal portavoce del segretario generale dell’Onu.
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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