Israele attacca Damasco. Distrutto un palazzo dell’ambasciata iraniana
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  • Raid in Siria contro un edificio del governo di Teheran: uccisi dirigenti dei pasdaran. La replica degli ayatollah: «Risposta sarà dura». Gli Usa seguono con preoccupazione.
  • Stretta del governo, che intende smantellare a breve l’Unrwa e cacciare la tv araba.

Lo speciale contiene due articoli.

Sale la tensione tra Gerusalemme e Teheran. Israele ha effettuato ieri degli attacchi aerei a Damasco, colpendo un edificio adiacente all’ambasciata iraniana. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ci sono stati almeno sei morti, mentre l’ambasciatore di Teheran è rimasto illeso. A essere ucciso, stando a quanto riportato da Al Arabiya, sarebbe invece stato l’alto funzionario del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, Mohammad Reza Zahedi. «Si dice che Zahedi sia uno dei massimi comandanti della forza Quds delle Guardie della rivoluzione iraniana», ha riferito il Times of Israel, mentre nel 2010 il Dipartimento del Tesoro americano lo mise nel mirino per i suoi stretti legami con Hezbollah. Secondo Haaretz, a perdere la vita sarebbero stati anche il vice di Zahedi, Mohammad Hadi Rahimi, e il comandante delle Guardie rivoluzionarie in Siria e Libano, Hussein Amir Allah.

Dura la reazione del ministro degli Esteri siriano, Faisal Mekdad. «Condanniamo fermamente questo atroce attacco terroristico che ha preso di mira l’edificio del consolato iraniano a Damasco uccidendo un certo numero di persone innocenti», ha tuonato, per poi aggiungere: «L’entità di occupazione israeliana non sarà in grado di incidere sui legami tra Iran e Siria». «La risposta di Teheran sarà dura», ha dichiarato l’ambasciatore iraniano a Damasco, Hossein Akbari. A intervenire è stato anche il ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amirabdollahian, che – in una telefonata con Mekdad – ha detto di considerare Israele responsabile di quanto accaduto e ha promesso una risposta decisiva», definendo infine l’attacco una «una violazione di tutte le convenzioni internazionali».

Nel momento in cui La Verità andava in stampa, le forze militari israeliane si erano rifiutate di rilasciare un commento sull’accaduto. «Non commentiamo le notizie dei media stranieri», aveva affermato un loro portavoce. Dal canto suo, la Casa Bianca ha fatto sapere di «essere a conoscenza» dell’attacco e che stava «esaminando la questione». Il Dipartimento di Stato americano ha invece auspicato che la crisi di ieri non abbia impatti negativi sui negoziati per il rilascio degli ostaggi.

Se definitivamente confermato, come potrebbe essere letto il bombardamento di Damasco? È stata una ritorsione al recente attacco subito dalla città israeliana di Eilat da parte di un gruppo paramilitare iracheno, spalleggiato da Teheran? Oppure c’è un senso strategico più ampio?

Come che sia, il rischio di un’escalation tra Israele e Iran si fa sempre più concreto. Non dimentichiamo del resto che il potente network regionale di Teheran si è mostrato pericolosamente attivo nel corso degli ultimi mesi: da Hamas a Hezbollah, passando per gli Huthi. D’altronde, uno degli aspetti che preoccupa maggiormente lo Stato ebraico è proprio la mano iraniana che si cela dietro le attività di tutti questi gruppi paramilitari. Ieri, la polizia dello Stato ebraico ha arrestato una delle sorelle del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, accusandola di essere coinvolta nelle attività terroristiche del gruppo. Dal canto suo, la stessa Hamas ha pubblicato una dichiarazione sui social, in cui «si scusa» con gli abitanti di Gaza per le sofferenze causate dal conflitto in corso. L’organizzazione terroristica ha tuttavia aggiunto di voler proseguire la guerra con l’obiettivo di ottenere «vittoria e libertà» per i palestinesi. Era invece l’altro ieri, quando le forze israeliane avevano annunciato l’eliminazione di un alto comandante di Hezbollah, Ismail Al Zin.

Il nodo vero è che finora Joe Biden si è rifiutato di ripristinare la politica trumpiana della «massima pressione» sull’Iran: quella linea, abrogata dall’attuale presidente americano nel 2021, aveva infatti indebolito Teheran e il suo network regionale. Se l’avesse rimessa in piedi, Biden avrebbe assestato un duro colpo agli ayatollah e, coprendo le spalle a Israele, avrebbe avuto maggiore leva negoziale per convincere Benjamin Netanyahu a ridurre la pressione militare su Gaza. L’escalation che si rischia in Medio Oriente è principalmente frutto dell’irresolutezza di Biden, oltre che della sua incapacità nel ripristinare la deterrenza nei confronti di Teheran. E torniamo quindi alla domanda di prima: a che cosa punta Israele con la crisi di Damasco? Vuole «stanare» un Iran che finora si è trincerato dietro il proprio network regionale? O vuole mettere Biden in imbarazzo, spingendolo ad assumere una postura più severa verso il regime khomeinista?

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