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2026-04-17
Islamizzazione imposta agli studenti. E l’imam spiega il Corano al vescovo
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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Sassuolo, ragazzi delle superiori a lezione dal dirigente Ucoii. A Brindisi clero sottomesso.«Le classi seconde, sabato 18 aprile 2026, nell’ambito del progetto “Identità e fede islamica”, incontreranno il referente della comunità islamica di Sassuolo Hicham Houchim, rappresentante dell’Ucoii (Unione comunità islamiche italiane)». È quanto si legge in una comunicazione dell’Istituto tecnico industriale statale Enrico Fermi di Modena.Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco. E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
Keir Starmer (Ansa)
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa dell'8 giugno con Carlo Cambi
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.