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2024-01-05
Pure l’Isis entra in guerra a Gaza: «La strage in Iran è opera nostra»
Ansa
Con un audio intitolato «E uccideteli ovunque li troviate», pubblicato sui suoi canali ufficiali, lo Stato islamico ha rivendicato ieri pomeriggio l’attentato avvenuto mercoledì nei pressi della tomba del generale Qassem Soleimani a Kerman (Iran). Questa la parte più significativa dell’audio: «Grazie alla concessione del successo da parte di Dio Onnipotente e come parte della spedizione “Uccideteli ovunque li troviate”, due fratelli operativi per il martirio - Omar al-Muwahhid e Sayf Allah al-Mujahid (che Dio Onnipotente li accetti entrambi) - si sono diretti ieri verso un grande raduno di idolatri rafiditi, vicino alla tomba del loro leader ipocrita Qasim Sulaymani nella città di Kerman, nel sud dell’Iran. Lì hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in mezzo al raduno. Il risultato è stato l’uccisione e il ferimento di oltre 300 idolatri rafiditi. Grazie e lode a Dio. Che i rafiditi idolatri sappiano che i mujahidin sono in attesa di loro e dei loro progetti, con il permesso di Dio Onnipotente».
A proposito dell’attacco l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha corretto ieri mattina il numero delle persone uccise: «Il numero da noi pubblicato ieri non era corretto ed è il risultato di un errore. Il bilancio corretto delle vittime dell’attacco è di 84 persone», mentre secondo l’agenzia di stampa della Repubblica islamica gestita dal governo iraniano, altre 211 persone sono rimaste ferite nelle esplosioni avvenute mentre la folla si radunava vicino al luogo di sepoltura del leader dei pasdaran ucciso da un missile Usa durante un attacco aereo degli Stati Uniti il 3 gennaio 2020 a Baghdad (Iraq). Le autorità di Teheran non hanno parlato dei due kamikaze ma mantengono la versione delle due bombole di gas attivate da remoto. Nell’audio il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, lo sceicco Abu Hudhayfah al-Ansari, in carica dall’agosto scorso, si è scagliato in maniera violentissima non solo contro i nemici storici Israele e Usa che «devono essere annientati» ma anche contro Hamas, la Jihad islamica, gli Hezbollah e gli Houthi: tutti accusati di essere «solo degli opportunisti che non fanno gli interessi della Palestina». Ma le parole più dure il portavoce dello Stato islamico le ha rivolte all’Iran che «strumentalizza la causa palestinese e che segue solo la sua agenda regionale e che non fa nulla per i palestinesi». Ciò che rende storico questo discorso è anche l’attacco frontale alla Fratellanza musulmana, fonte dottrinale alla quale tutti i gruppi terroristi sunniti si sono sempre rivolti: «Ha sbagliato ad allearsi con l’Iran e con questi gruppi (Hamas e la Jihad islamica, ndr) che non hanno mai fatto niente per i palestinesi e che fanno solo i loro interessi. Nulla cambierà nella Striscia di Gaza fino a quando resteranno in vita queste organizzazioni».
L’audio è stato registrato tra mercoledì e giovedì mattina, quando al-Ansari parla degli Hezbollah, ricorda «come non sono stati in grado di proteggere Saleh al-Arouri», importante leader di Hamas e fondamentale anello di congiunzione con gli Hezbollah, l’Iran e la Turchia che è stato letteralmente incenerito da un missile sparato da un drone israeliano martedì sera a Beirut. A proposito di lui, una qualificata fonte israeliana racconta a La Verità di come «Saleh al-Arouri è stato venduto da uno dei suoi collaboratori che non era presente al momento dell’attacco ingolosito dalla taglia da dieci milioni di dollari che Usa e Israele avevano messo sulla sua testa». Un po’ come accadde ad esempio ad Abu Bakr al-Baghdadi «venduto» agli americani da un cugino che informò le forze speciali Usa e i curdi, che il leader dell’Isis si nascondeva con mogli e figli al seguito a Barisha, un villaggio nel nord-ovest della Siria, amministrativamente parte del distretto di Harem nel governatorato di Idlib. Per convincerli che fosse davvero lui, il cugino consegnò agli americani un paio di mutande del califfo in modo da determinarne l’identità con il Dna. Quando al-Baghdadi si fece esplodere per sfuggire alla cattura la notte del 27 ottobre 2019 il cugino-traditore era già lontano dall’Iraq con una nuova identità e tanti soldi da spendere. Lo stesso accadde al secondo califfo dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, tradito da un collaboratore che fece sapere alla coalizione internazionale - non certo gratis - che l’uomo che aveva perso una gamba in battaglia si nascondeva ad Atme, una città nel nord della Siria situata a nord di Idlib e ad est del confine con la Turchia. Anche lui venne incenerito da un Predator Usa il 3 febbraio 2022 mentre prendeva un po’ d’aria sul tetto del palazzo dove abitava. Perché proprio ora l’attacco a Kerman? Le organizzazioni terroristiche sono prima di tutto opportuniste. Ciò significa che sono disposte a sfruttare qualsiasi opportunità per raggiungere i loro obiettivi e l’opportunismo è una loro caratteristica fondamentale. Questo perché operano in un ambiente che è spesso fluido e imprevedibile. Per sopravvivere e prosperare, devono essere in grado di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze e per contrastarle occorre «immaginare sempre l’inimmaginabile». Cosa può accadere ora che l’Isis entra a gamba tesa nel conflitto di Gaza? Difficile prevederlo ma ora non sono da escludere altri attacchi in Iran, agli Houthi e agli Hezbollah mentre nella Striscia di Gaza appare molto difficile che ciò possa accadere. Almeno per il momento. Molto interessante invece è la frattura con la Fratellanza musulmana ed in tal senso a Doha siamo sicuri che da oggi qualcuno non dorme più sonni tranquilli.
«Voleva colpire Roma e Bologna»
Il «Re dell’Isis», come si era autoproclamato sui suoi canali social, con i quali propagandava la «jihad», è stato espulso ieri con un biglietto di sola andata per la Tunisia. Da lì, 23 anni fa, a soli 15 anni, Sofiane Abid era arrivato in Italia con un barcone e poi si era trasferito a Trento, dove nel gennaio 2021 aveva minacciato il presidente della comunità islamica. Colpito da decreto di espulsione emesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 29 dicembre e da un precedente decreto di espulsione del questore di Parma, è stato rintracciato a Salso Maggiore Terme, dove viveva ormai da qualche tempo e dove aveva trasferito la sua residenza. Mercoledì sera è stato accompagnato al porto di Genova ed è salpato per il suo Paese d’origine. Più volte, hanno ricostruito gli investigatori della Digos, i carabinieri del Reparto operativo di Parma e l’intelligence, aveva annunciato che sarebbe andato a Roma per far saltare tutto in aria. E continuava a ripetere: «Quello che sta accadendo in Medio-Oriente è colpa dell’Italia e dei Paesi europei più in generale». Nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo (che gli è stato revocato su disposizione della Questura di Parma), le sue condotte sono state ritenute «una minaccia concreta, attuale e sufficientemente grave alla sicurezza dello Stato». Il trentottenne già si portava dietro una condanna a 5 anni e 5 mesi per maltrattamenti e violenza aggravata nei confronti della moglie (ed era indagato anche per stalking). Ora, però, è anche stato segnalato per una «propensione verso posizioni religiose integraliste e oltranziste connotate da atteggiamenti di intolleranza verso le autorità italiane e da un forte risentimento antioccidentale e antisemita». Quanto basta per definirlo un radicalizzato.
Quando il 6 ottobre scorso gli è stata sospesa la patente di guida per possesso di sostanze stupefacenti, davanti al funzionario della Prefettura pronunciò frasi che gli investigatori hanno definito «indicative di una visione estremista e violenta dell’islam», affermando che «ci sono sette paesi che dovrebbero sparire dalla terra». Minacce che dopo aver analizzato i suoi profili social sono state ritenute concrete. Quello stesso mese telefonò a una assistente sociale del distretto di Fidenza, chiedendole di conoscere il suo indirizzo di casa e, al rifiuto della donna, l’avrebbe minacciata, dicendo di riferire ai carabinieri di Salsomaggiore Terme che avrebbe agito «secondo il Corano». Gli investigatori hanno quindi passato al setaccio il suo passato, ma anche i suoi profili Facebook. E sono saltati fuori quelli che gli investigatori chiamano «contenuti indicativi di un orientamento religioso radicale, in cui cita l’organizzazione terroristica Stato islamico e definisce Israele uno Stato «teppista»». In alcuni post avrebbe indicato «l’Occidente come bersaglio» e inneggiato «alla Jihad». Quando gli investigatori hanno letto un controverso messaggio nel quale menzionava la stazione di Bologna, lasciando intendere l’individuazione di un possibile obiettivo, hanno ritenuto che il passaggio successivo potesse essere un tentativo di mettere in pratica i propositi ampiamente propagandati. E hanno cominciato a controllarlo e a pedinarlo.
È emerso che, nonostante conducesse apparentemente una vita comune e molto riservata, avrebbe mostrato «l’assenza totale» di integrazione sociale e culturale. Le testimonianze raccolte hanno confermato il suo «rifiuto dei valori portanti del Paese ospitante». Un mix esplosivo che probabilmente attendeva solo l’innesco: avrebbe potuto «agevolare in vario modo», è scritto nelle motivazioni del decreto di espulsione dal territorio nazionale, «organizzazione o attività terroristiche anche internazionali».
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Lo Stato islamico rivendica l’attentato nei pressi della tomba di Qassem Soleimani e attacca frontalmente la Fratellanza musulmana e l’asse Hezbollah-Hamas. Il piano è prendere possesso della Palestina.Espulso un tunisino che, sui social, inneggiava alla jihad e alla distruzione dell’Italia. Il blitz di Digos e Ros è scattato per un riferimento alla stazione della città emiliana.Lo speciale contiene due articoli.Con un audio intitolato «E uccideteli ovunque li troviate», pubblicato sui suoi canali ufficiali, lo Stato islamico ha rivendicato ieri pomeriggio l’attentato avvenuto mercoledì nei pressi della tomba del generale Qassem Soleimani a Kerman (Iran). Questa la parte più significativa dell’audio: «Grazie alla concessione del successo da parte di Dio Onnipotente e come parte della spedizione “Uccideteli ovunque li troviate”, due fratelli operativi per il martirio - Omar al-Muwahhid e Sayf Allah al-Mujahid (che Dio Onnipotente li accetti entrambi) - si sono diretti ieri verso un grande raduno di idolatri rafiditi, vicino alla tomba del loro leader ipocrita Qasim Sulaymani nella città di Kerman, nel sud dell’Iran. Lì hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in mezzo al raduno. Il risultato è stato l’uccisione e il ferimento di oltre 300 idolatri rafiditi. Grazie e lode a Dio. Che i rafiditi idolatri sappiano che i mujahidin sono in attesa di loro e dei loro progetti, con il permesso di Dio Onnipotente».A proposito dell’attacco l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha corretto ieri mattina il numero delle persone uccise: «Il numero da noi pubblicato ieri non era corretto ed è il risultato di un errore. Il bilancio corretto delle vittime dell’attacco è di 84 persone», mentre secondo l’agenzia di stampa della Repubblica islamica gestita dal governo iraniano, altre 211 persone sono rimaste ferite nelle esplosioni avvenute mentre la folla si radunava vicino al luogo di sepoltura del leader dei pasdaran ucciso da un missile Usa durante un attacco aereo degli Stati Uniti il 3 gennaio 2020 a Baghdad (Iraq). Le autorità di Teheran non hanno parlato dei due kamikaze ma mantengono la versione delle due bombole di gas attivate da remoto. Nell’audio il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, lo sceicco Abu Hudhayfah al-Ansari, in carica dall’agosto scorso, si è scagliato in maniera violentissima non solo contro i nemici storici Israele e Usa che «devono essere annientati» ma anche contro Hamas, la Jihad islamica, gli Hezbollah e gli Houthi: tutti accusati di essere «solo degli opportunisti che non fanno gli interessi della Palestina». Ma le parole più dure il portavoce dello Stato islamico le ha rivolte all’Iran che «strumentalizza la causa palestinese e che segue solo la sua agenda regionale e che non fa nulla per i palestinesi». Ciò che rende storico questo discorso è anche l’attacco frontale alla Fratellanza musulmana, fonte dottrinale alla quale tutti i gruppi terroristi sunniti si sono sempre rivolti: «Ha sbagliato ad allearsi con l’Iran e con questi gruppi (Hamas e la Jihad islamica, ndr) che non hanno mai fatto niente per i palestinesi e che fanno solo i loro interessi. Nulla cambierà nella Striscia di Gaza fino a quando resteranno in vita queste organizzazioni». L’audio è stato registrato tra mercoledì e giovedì mattina, quando al-Ansari parla degli Hezbollah, ricorda «come non sono stati in grado di proteggere Saleh al-Arouri», importante leader di Hamas e fondamentale anello di congiunzione con gli Hezbollah, l’Iran e la Turchia che è stato letteralmente incenerito da un missile sparato da un drone israeliano martedì sera a Beirut. A proposito di lui, una qualificata fonte israeliana racconta a La Verità di come «Saleh al-Arouri è stato venduto da uno dei suoi collaboratori che non era presente al momento dell’attacco ingolosito dalla taglia da dieci milioni di dollari che Usa e Israele avevano messo sulla sua testa». Un po’ come accadde ad esempio ad Abu Bakr al-Baghdadi «venduto» agli americani da un cugino che informò le forze speciali Usa e i curdi, che il leader dell’Isis si nascondeva con mogli e figli al seguito a Barisha, un villaggio nel nord-ovest della Siria, amministrativamente parte del distretto di Harem nel governatorato di Idlib. Per convincerli che fosse davvero lui, il cugino consegnò agli americani un paio di mutande del califfo in modo da determinarne l’identità con il Dna. Quando al-Baghdadi si fece esplodere per sfuggire alla cattura la notte del 27 ottobre 2019 il cugino-traditore era già lontano dall’Iraq con una nuova identità e tanti soldi da spendere. Lo stesso accadde al secondo califfo dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, tradito da un collaboratore che fece sapere alla coalizione internazionale - non certo gratis - che l’uomo che aveva perso una gamba in battaglia si nascondeva ad Atme, una città nel nord della Siria situata a nord di Idlib e ad est del confine con la Turchia. Anche lui venne incenerito da un Predator Usa il 3 febbraio 2022 mentre prendeva un po’ d’aria sul tetto del palazzo dove abitava. Perché proprio ora l’attacco a Kerman? Le organizzazioni terroristiche sono prima di tutto opportuniste. Ciò significa che sono disposte a sfruttare qualsiasi opportunità per raggiungere i loro obiettivi e l’opportunismo è una loro caratteristica fondamentale. Questo perché operano in un ambiente che è spesso fluido e imprevedibile. Per sopravvivere e prosperare, devono essere in grado di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze e per contrastarle occorre «immaginare sempre l’inimmaginabile». Cosa può accadere ora che l’Isis entra a gamba tesa nel conflitto di Gaza? Difficile prevederlo ma ora non sono da escludere altri attacchi in Iran, agli Houthi e agli Hezbollah mentre nella Striscia di Gaza appare molto difficile che ciò possa accadere. Almeno per il momento. Molto interessante invece è la frattura con la Fratellanza musulmana ed in tal senso a Doha siamo sicuri che da oggi qualcuno non dorme più sonni tranquilli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-entra-in-guerra-gaza-2666874473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="voleva-colpire-roma-e-bologna" data-post-id="2666874473" data-published-at="1704457899" data-use-pagination="False"> «Voleva colpire Roma e Bologna» Il «Re dell’Isis», come si era autoproclamato sui suoi canali social, con i quali propagandava la «jihad», è stato espulso ieri con un biglietto di sola andata per la Tunisia. Da lì, 23 anni fa, a soli 15 anni, Sofiane Abid era arrivato in Italia con un barcone e poi si era trasferito a Trento, dove nel gennaio 2021 aveva minacciato il presidente della comunità islamica. Colpito da decreto di espulsione emesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 29 dicembre e da un precedente decreto di espulsione del questore di Parma, è stato rintracciato a Salso Maggiore Terme, dove viveva ormai da qualche tempo e dove aveva trasferito la sua residenza. Mercoledì sera è stato accompagnato al porto di Genova ed è salpato per il suo Paese d’origine. Più volte, hanno ricostruito gli investigatori della Digos, i carabinieri del Reparto operativo di Parma e l’intelligence, aveva annunciato che sarebbe andato a Roma per far saltare tutto in aria. E continuava a ripetere: «Quello che sta accadendo in Medio-Oriente è colpa dell’Italia e dei Paesi europei più in generale». Nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo (che gli è stato revocato su disposizione della Questura di Parma), le sue condotte sono state ritenute «una minaccia concreta, attuale e sufficientemente grave alla sicurezza dello Stato». Il trentottenne già si portava dietro una condanna a 5 anni e 5 mesi per maltrattamenti e violenza aggravata nei confronti della moglie (ed era indagato anche per stalking). Ora, però, è anche stato segnalato per una «propensione verso posizioni religiose integraliste e oltranziste connotate da atteggiamenti di intolleranza verso le autorità italiane e da un forte risentimento antioccidentale e antisemita». Quanto basta per definirlo un radicalizzato. Quando il 6 ottobre scorso gli è stata sospesa la patente di guida per possesso di sostanze stupefacenti, davanti al funzionario della Prefettura pronunciò frasi che gli investigatori hanno definito «indicative di una visione estremista e violenta dell’islam», affermando che «ci sono sette paesi che dovrebbero sparire dalla terra». Minacce che dopo aver analizzato i suoi profili social sono state ritenute concrete. Quello stesso mese telefonò a una assistente sociale del distretto di Fidenza, chiedendole di conoscere il suo indirizzo di casa e, al rifiuto della donna, l’avrebbe minacciata, dicendo di riferire ai carabinieri di Salsomaggiore Terme che avrebbe agito «secondo il Corano». Gli investigatori hanno quindi passato al setaccio il suo passato, ma anche i suoi profili Facebook. E sono saltati fuori quelli che gli investigatori chiamano «contenuti indicativi di un orientamento religioso radicale, in cui cita l’organizzazione terroristica Stato islamico e definisce Israele uno Stato «teppista»». In alcuni post avrebbe indicato «l’Occidente come bersaglio» e inneggiato «alla Jihad». Quando gli investigatori hanno letto un controverso messaggio nel quale menzionava la stazione di Bologna, lasciando intendere l’individuazione di un possibile obiettivo, hanno ritenuto che il passaggio successivo potesse essere un tentativo di mettere in pratica i propositi ampiamente propagandati. E hanno cominciato a controllarlo e a pedinarlo. È emerso che, nonostante conducesse apparentemente una vita comune e molto riservata, avrebbe mostrato «l’assenza totale» di integrazione sociale e culturale. Le testimonianze raccolte hanno confermato il suo «rifiuto dei valori portanti del Paese ospitante». Un mix esplosivo che probabilmente attendeva solo l’innesco: avrebbe potuto «agevolare in vario modo», è scritto nelle motivazioni del decreto di espulsione dal territorio nazionale, «organizzazione o attività terroristiche anche internazionali».
Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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