True
2024-01-05
Pure l’Isis entra in guerra a Gaza: «La strage in Iran è opera nostra»
Ansa
Con un audio intitolato «E uccideteli ovunque li troviate», pubblicato sui suoi canali ufficiali, lo Stato islamico ha rivendicato ieri pomeriggio l’attentato avvenuto mercoledì nei pressi della tomba del generale Qassem Soleimani a Kerman (Iran). Questa la parte più significativa dell’audio: «Grazie alla concessione del successo da parte di Dio Onnipotente e come parte della spedizione “Uccideteli ovunque li troviate”, due fratelli operativi per il martirio - Omar al-Muwahhid e Sayf Allah al-Mujahid (che Dio Onnipotente li accetti entrambi) - si sono diretti ieri verso un grande raduno di idolatri rafiditi, vicino alla tomba del loro leader ipocrita Qasim Sulaymani nella città di Kerman, nel sud dell’Iran. Lì hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in mezzo al raduno. Il risultato è stato l’uccisione e il ferimento di oltre 300 idolatri rafiditi. Grazie e lode a Dio. Che i rafiditi idolatri sappiano che i mujahidin sono in attesa di loro e dei loro progetti, con il permesso di Dio Onnipotente».
A proposito dell’attacco l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha corretto ieri mattina il numero delle persone uccise: «Il numero da noi pubblicato ieri non era corretto ed è il risultato di un errore. Il bilancio corretto delle vittime dell’attacco è di 84 persone», mentre secondo l’agenzia di stampa della Repubblica islamica gestita dal governo iraniano, altre 211 persone sono rimaste ferite nelle esplosioni avvenute mentre la folla si radunava vicino al luogo di sepoltura del leader dei pasdaran ucciso da un missile Usa durante un attacco aereo degli Stati Uniti il 3 gennaio 2020 a Baghdad (Iraq). Le autorità di Teheran non hanno parlato dei due kamikaze ma mantengono la versione delle due bombole di gas attivate da remoto. Nell’audio il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, lo sceicco Abu Hudhayfah al-Ansari, in carica dall’agosto scorso, si è scagliato in maniera violentissima non solo contro i nemici storici Israele e Usa che «devono essere annientati» ma anche contro Hamas, la Jihad islamica, gli Hezbollah e gli Houthi: tutti accusati di essere «solo degli opportunisti che non fanno gli interessi della Palestina». Ma le parole più dure il portavoce dello Stato islamico le ha rivolte all’Iran che «strumentalizza la causa palestinese e che segue solo la sua agenda regionale e che non fa nulla per i palestinesi». Ciò che rende storico questo discorso è anche l’attacco frontale alla Fratellanza musulmana, fonte dottrinale alla quale tutti i gruppi terroristi sunniti si sono sempre rivolti: «Ha sbagliato ad allearsi con l’Iran e con questi gruppi (Hamas e la Jihad islamica, ndr) che non hanno mai fatto niente per i palestinesi e che fanno solo i loro interessi. Nulla cambierà nella Striscia di Gaza fino a quando resteranno in vita queste organizzazioni».
L’audio è stato registrato tra mercoledì e giovedì mattina, quando al-Ansari parla degli Hezbollah, ricorda «come non sono stati in grado di proteggere Saleh al-Arouri», importante leader di Hamas e fondamentale anello di congiunzione con gli Hezbollah, l’Iran e la Turchia che è stato letteralmente incenerito da un missile sparato da un drone israeliano martedì sera a Beirut. A proposito di lui, una qualificata fonte israeliana racconta a La Verità di come «Saleh al-Arouri è stato venduto da uno dei suoi collaboratori che non era presente al momento dell’attacco ingolosito dalla taglia da dieci milioni di dollari che Usa e Israele avevano messo sulla sua testa». Un po’ come accadde ad esempio ad Abu Bakr al-Baghdadi «venduto» agli americani da un cugino che informò le forze speciali Usa e i curdi, che il leader dell’Isis si nascondeva con mogli e figli al seguito a Barisha, un villaggio nel nord-ovest della Siria, amministrativamente parte del distretto di Harem nel governatorato di Idlib. Per convincerli che fosse davvero lui, il cugino consegnò agli americani un paio di mutande del califfo in modo da determinarne l’identità con il Dna. Quando al-Baghdadi si fece esplodere per sfuggire alla cattura la notte del 27 ottobre 2019 il cugino-traditore era già lontano dall’Iraq con una nuova identità e tanti soldi da spendere. Lo stesso accadde al secondo califfo dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, tradito da un collaboratore che fece sapere alla coalizione internazionale - non certo gratis - che l’uomo che aveva perso una gamba in battaglia si nascondeva ad Atme, una città nel nord della Siria situata a nord di Idlib e ad est del confine con la Turchia. Anche lui venne incenerito da un Predator Usa il 3 febbraio 2022 mentre prendeva un po’ d’aria sul tetto del palazzo dove abitava. Perché proprio ora l’attacco a Kerman? Le organizzazioni terroristiche sono prima di tutto opportuniste. Ciò significa che sono disposte a sfruttare qualsiasi opportunità per raggiungere i loro obiettivi e l’opportunismo è una loro caratteristica fondamentale. Questo perché operano in un ambiente che è spesso fluido e imprevedibile. Per sopravvivere e prosperare, devono essere in grado di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze e per contrastarle occorre «immaginare sempre l’inimmaginabile». Cosa può accadere ora che l’Isis entra a gamba tesa nel conflitto di Gaza? Difficile prevederlo ma ora non sono da escludere altri attacchi in Iran, agli Houthi e agli Hezbollah mentre nella Striscia di Gaza appare molto difficile che ciò possa accadere. Almeno per il momento. Molto interessante invece è la frattura con la Fratellanza musulmana ed in tal senso a Doha siamo sicuri che da oggi qualcuno non dorme più sonni tranquilli.
«Voleva colpire Roma e Bologna»
Il «Re dell’Isis», come si era autoproclamato sui suoi canali social, con i quali propagandava la «jihad», è stato espulso ieri con un biglietto di sola andata per la Tunisia. Da lì, 23 anni fa, a soli 15 anni, Sofiane Abid era arrivato in Italia con un barcone e poi si era trasferito a Trento, dove nel gennaio 2021 aveva minacciato il presidente della comunità islamica. Colpito da decreto di espulsione emesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 29 dicembre e da un precedente decreto di espulsione del questore di Parma, è stato rintracciato a Salso Maggiore Terme, dove viveva ormai da qualche tempo e dove aveva trasferito la sua residenza. Mercoledì sera è stato accompagnato al porto di Genova ed è salpato per il suo Paese d’origine. Più volte, hanno ricostruito gli investigatori della Digos, i carabinieri del Reparto operativo di Parma e l’intelligence, aveva annunciato che sarebbe andato a Roma per far saltare tutto in aria. E continuava a ripetere: «Quello che sta accadendo in Medio-Oriente è colpa dell’Italia e dei Paesi europei più in generale». Nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo (che gli è stato revocato su disposizione della Questura di Parma), le sue condotte sono state ritenute «una minaccia concreta, attuale e sufficientemente grave alla sicurezza dello Stato». Il trentottenne già si portava dietro una condanna a 5 anni e 5 mesi per maltrattamenti e violenza aggravata nei confronti della moglie (ed era indagato anche per stalking). Ora, però, è anche stato segnalato per una «propensione verso posizioni religiose integraliste e oltranziste connotate da atteggiamenti di intolleranza verso le autorità italiane e da un forte risentimento antioccidentale e antisemita». Quanto basta per definirlo un radicalizzato.
Quando il 6 ottobre scorso gli è stata sospesa la patente di guida per possesso di sostanze stupefacenti, davanti al funzionario della Prefettura pronunciò frasi che gli investigatori hanno definito «indicative di una visione estremista e violenta dell’islam», affermando che «ci sono sette paesi che dovrebbero sparire dalla terra». Minacce che dopo aver analizzato i suoi profili social sono state ritenute concrete. Quello stesso mese telefonò a una assistente sociale del distretto di Fidenza, chiedendole di conoscere il suo indirizzo di casa e, al rifiuto della donna, l’avrebbe minacciata, dicendo di riferire ai carabinieri di Salsomaggiore Terme che avrebbe agito «secondo il Corano». Gli investigatori hanno quindi passato al setaccio il suo passato, ma anche i suoi profili Facebook. E sono saltati fuori quelli che gli investigatori chiamano «contenuti indicativi di un orientamento religioso radicale, in cui cita l’organizzazione terroristica Stato islamico e definisce Israele uno Stato «teppista»». In alcuni post avrebbe indicato «l’Occidente come bersaglio» e inneggiato «alla Jihad». Quando gli investigatori hanno letto un controverso messaggio nel quale menzionava la stazione di Bologna, lasciando intendere l’individuazione di un possibile obiettivo, hanno ritenuto che il passaggio successivo potesse essere un tentativo di mettere in pratica i propositi ampiamente propagandati. E hanno cominciato a controllarlo e a pedinarlo.
È emerso che, nonostante conducesse apparentemente una vita comune e molto riservata, avrebbe mostrato «l’assenza totale» di integrazione sociale e culturale. Le testimonianze raccolte hanno confermato il suo «rifiuto dei valori portanti del Paese ospitante». Un mix esplosivo che probabilmente attendeva solo l’innesco: avrebbe potuto «agevolare in vario modo», è scritto nelle motivazioni del decreto di espulsione dal territorio nazionale, «organizzazione o attività terroristiche anche internazionali».
Continua a leggereRiduci
Lo Stato islamico rivendica l’attentato nei pressi della tomba di Qassem Soleimani e attacca frontalmente la Fratellanza musulmana e l’asse Hezbollah-Hamas. Il piano è prendere possesso della Palestina.Espulso un tunisino che, sui social, inneggiava alla jihad e alla distruzione dell’Italia. Il blitz di Digos e Ros è scattato per un riferimento alla stazione della città emiliana.Lo speciale contiene due articoli.Con un audio intitolato «E uccideteli ovunque li troviate», pubblicato sui suoi canali ufficiali, lo Stato islamico ha rivendicato ieri pomeriggio l’attentato avvenuto mercoledì nei pressi della tomba del generale Qassem Soleimani a Kerman (Iran). Questa la parte più significativa dell’audio: «Grazie alla concessione del successo da parte di Dio Onnipotente e come parte della spedizione “Uccideteli ovunque li troviate”, due fratelli operativi per il martirio - Omar al-Muwahhid e Sayf Allah al-Mujahid (che Dio Onnipotente li accetti entrambi) - si sono diretti ieri verso un grande raduno di idolatri rafiditi, vicino alla tomba del loro leader ipocrita Qasim Sulaymani nella città di Kerman, nel sud dell’Iran. Lì hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in mezzo al raduno. Il risultato è stato l’uccisione e il ferimento di oltre 300 idolatri rafiditi. Grazie e lode a Dio. Che i rafiditi idolatri sappiano che i mujahidin sono in attesa di loro e dei loro progetti, con il permesso di Dio Onnipotente».A proposito dell’attacco l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha corretto ieri mattina il numero delle persone uccise: «Il numero da noi pubblicato ieri non era corretto ed è il risultato di un errore. Il bilancio corretto delle vittime dell’attacco è di 84 persone», mentre secondo l’agenzia di stampa della Repubblica islamica gestita dal governo iraniano, altre 211 persone sono rimaste ferite nelle esplosioni avvenute mentre la folla si radunava vicino al luogo di sepoltura del leader dei pasdaran ucciso da un missile Usa durante un attacco aereo degli Stati Uniti il 3 gennaio 2020 a Baghdad (Iraq). Le autorità di Teheran non hanno parlato dei due kamikaze ma mantengono la versione delle due bombole di gas attivate da remoto. Nell’audio il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, lo sceicco Abu Hudhayfah al-Ansari, in carica dall’agosto scorso, si è scagliato in maniera violentissima non solo contro i nemici storici Israele e Usa che «devono essere annientati» ma anche contro Hamas, la Jihad islamica, gli Hezbollah e gli Houthi: tutti accusati di essere «solo degli opportunisti che non fanno gli interessi della Palestina». Ma le parole più dure il portavoce dello Stato islamico le ha rivolte all’Iran che «strumentalizza la causa palestinese e che segue solo la sua agenda regionale e che non fa nulla per i palestinesi». Ciò che rende storico questo discorso è anche l’attacco frontale alla Fratellanza musulmana, fonte dottrinale alla quale tutti i gruppi terroristi sunniti si sono sempre rivolti: «Ha sbagliato ad allearsi con l’Iran e con questi gruppi (Hamas e la Jihad islamica, ndr) che non hanno mai fatto niente per i palestinesi e che fanno solo i loro interessi. Nulla cambierà nella Striscia di Gaza fino a quando resteranno in vita queste organizzazioni». L’audio è stato registrato tra mercoledì e giovedì mattina, quando al-Ansari parla degli Hezbollah, ricorda «come non sono stati in grado di proteggere Saleh al-Arouri», importante leader di Hamas e fondamentale anello di congiunzione con gli Hezbollah, l’Iran e la Turchia che è stato letteralmente incenerito da un missile sparato da un drone israeliano martedì sera a Beirut. A proposito di lui, una qualificata fonte israeliana racconta a La Verità di come «Saleh al-Arouri è stato venduto da uno dei suoi collaboratori che non era presente al momento dell’attacco ingolosito dalla taglia da dieci milioni di dollari che Usa e Israele avevano messo sulla sua testa». Un po’ come accadde ad esempio ad Abu Bakr al-Baghdadi «venduto» agli americani da un cugino che informò le forze speciali Usa e i curdi, che il leader dell’Isis si nascondeva con mogli e figli al seguito a Barisha, un villaggio nel nord-ovest della Siria, amministrativamente parte del distretto di Harem nel governatorato di Idlib. Per convincerli che fosse davvero lui, il cugino consegnò agli americani un paio di mutande del califfo in modo da determinarne l’identità con il Dna. Quando al-Baghdadi si fece esplodere per sfuggire alla cattura la notte del 27 ottobre 2019 il cugino-traditore era già lontano dall’Iraq con una nuova identità e tanti soldi da spendere. Lo stesso accadde al secondo califfo dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, tradito da un collaboratore che fece sapere alla coalizione internazionale - non certo gratis - che l’uomo che aveva perso una gamba in battaglia si nascondeva ad Atme, una città nel nord della Siria situata a nord di Idlib e ad est del confine con la Turchia. Anche lui venne incenerito da un Predator Usa il 3 febbraio 2022 mentre prendeva un po’ d’aria sul tetto del palazzo dove abitava. Perché proprio ora l’attacco a Kerman? Le organizzazioni terroristiche sono prima di tutto opportuniste. Ciò significa che sono disposte a sfruttare qualsiasi opportunità per raggiungere i loro obiettivi e l’opportunismo è una loro caratteristica fondamentale. Questo perché operano in un ambiente che è spesso fluido e imprevedibile. Per sopravvivere e prosperare, devono essere in grado di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze e per contrastarle occorre «immaginare sempre l’inimmaginabile». Cosa può accadere ora che l’Isis entra a gamba tesa nel conflitto di Gaza? Difficile prevederlo ma ora non sono da escludere altri attacchi in Iran, agli Houthi e agli Hezbollah mentre nella Striscia di Gaza appare molto difficile che ciò possa accadere. Almeno per il momento. Molto interessante invece è la frattura con la Fratellanza musulmana ed in tal senso a Doha siamo sicuri che da oggi qualcuno non dorme più sonni tranquilli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-entra-in-guerra-gaza-2666874473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="voleva-colpire-roma-e-bologna" data-post-id="2666874473" data-published-at="1704457899" data-use-pagination="False"> «Voleva colpire Roma e Bologna» Il «Re dell’Isis», come si era autoproclamato sui suoi canali social, con i quali propagandava la «jihad», è stato espulso ieri con un biglietto di sola andata per la Tunisia. Da lì, 23 anni fa, a soli 15 anni, Sofiane Abid era arrivato in Italia con un barcone e poi si era trasferito a Trento, dove nel gennaio 2021 aveva minacciato il presidente della comunità islamica. Colpito da decreto di espulsione emesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 29 dicembre e da un precedente decreto di espulsione del questore di Parma, è stato rintracciato a Salso Maggiore Terme, dove viveva ormai da qualche tempo e dove aveva trasferito la sua residenza. Mercoledì sera è stato accompagnato al porto di Genova ed è salpato per il suo Paese d’origine. Più volte, hanno ricostruito gli investigatori della Digos, i carabinieri del Reparto operativo di Parma e l’intelligence, aveva annunciato che sarebbe andato a Roma per far saltare tutto in aria. E continuava a ripetere: «Quello che sta accadendo in Medio-Oriente è colpa dell’Italia e dei Paesi europei più in generale». Nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo (che gli è stato revocato su disposizione della Questura di Parma), le sue condotte sono state ritenute «una minaccia concreta, attuale e sufficientemente grave alla sicurezza dello Stato». Il trentottenne già si portava dietro una condanna a 5 anni e 5 mesi per maltrattamenti e violenza aggravata nei confronti della moglie (ed era indagato anche per stalking). Ora, però, è anche stato segnalato per una «propensione verso posizioni religiose integraliste e oltranziste connotate da atteggiamenti di intolleranza verso le autorità italiane e da un forte risentimento antioccidentale e antisemita». Quanto basta per definirlo un radicalizzato. Quando il 6 ottobre scorso gli è stata sospesa la patente di guida per possesso di sostanze stupefacenti, davanti al funzionario della Prefettura pronunciò frasi che gli investigatori hanno definito «indicative di una visione estremista e violenta dell’islam», affermando che «ci sono sette paesi che dovrebbero sparire dalla terra». Minacce che dopo aver analizzato i suoi profili social sono state ritenute concrete. Quello stesso mese telefonò a una assistente sociale del distretto di Fidenza, chiedendole di conoscere il suo indirizzo di casa e, al rifiuto della donna, l’avrebbe minacciata, dicendo di riferire ai carabinieri di Salsomaggiore Terme che avrebbe agito «secondo il Corano». Gli investigatori hanno quindi passato al setaccio il suo passato, ma anche i suoi profili Facebook. E sono saltati fuori quelli che gli investigatori chiamano «contenuti indicativi di un orientamento religioso radicale, in cui cita l’organizzazione terroristica Stato islamico e definisce Israele uno Stato «teppista»». In alcuni post avrebbe indicato «l’Occidente come bersaglio» e inneggiato «alla Jihad». Quando gli investigatori hanno letto un controverso messaggio nel quale menzionava la stazione di Bologna, lasciando intendere l’individuazione di un possibile obiettivo, hanno ritenuto che il passaggio successivo potesse essere un tentativo di mettere in pratica i propositi ampiamente propagandati. E hanno cominciato a controllarlo e a pedinarlo. È emerso che, nonostante conducesse apparentemente una vita comune e molto riservata, avrebbe mostrato «l’assenza totale» di integrazione sociale e culturale. Le testimonianze raccolte hanno confermato il suo «rifiuto dei valori portanti del Paese ospitante». Un mix esplosivo che probabilmente attendeva solo l’innesco: avrebbe potuto «agevolare in vario modo», è scritto nelle motivazioni del decreto di espulsione dal territorio nazionale, «organizzazione o attività terroristiche anche internazionali».
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
Continua a leggereRiduci
Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.