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2024-01-05
Pure l’Isis entra in guerra a Gaza: «La strage in Iran è opera nostra»
Ansa
Con un audio intitolato «E uccideteli ovunque li troviate», pubblicato sui suoi canali ufficiali, lo Stato islamico ha rivendicato ieri pomeriggio l’attentato avvenuto mercoledì nei pressi della tomba del generale Qassem Soleimani a Kerman (Iran). Questa la parte più significativa dell’audio: «Grazie alla concessione del successo da parte di Dio Onnipotente e come parte della spedizione “Uccideteli ovunque li troviate”, due fratelli operativi per il martirio - Omar al-Muwahhid e Sayf Allah al-Mujahid (che Dio Onnipotente li accetti entrambi) - si sono diretti ieri verso un grande raduno di idolatri rafiditi, vicino alla tomba del loro leader ipocrita Qasim Sulaymani nella città di Kerman, nel sud dell’Iran. Lì hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in mezzo al raduno. Il risultato è stato l’uccisione e il ferimento di oltre 300 idolatri rafiditi. Grazie e lode a Dio. Che i rafiditi idolatri sappiano che i mujahidin sono in attesa di loro e dei loro progetti, con il permesso di Dio Onnipotente».
A proposito dell’attacco l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha corretto ieri mattina il numero delle persone uccise: «Il numero da noi pubblicato ieri non era corretto ed è il risultato di un errore. Il bilancio corretto delle vittime dell’attacco è di 84 persone», mentre secondo l’agenzia di stampa della Repubblica islamica gestita dal governo iraniano, altre 211 persone sono rimaste ferite nelle esplosioni avvenute mentre la folla si radunava vicino al luogo di sepoltura del leader dei pasdaran ucciso da un missile Usa durante un attacco aereo degli Stati Uniti il 3 gennaio 2020 a Baghdad (Iraq). Le autorità di Teheran non hanno parlato dei due kamikaze ma mantengono la versione delle due bombole di gas attivate da remoto. Nell’audio il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, lo sceicco Abu Hudhayfah al-Ansari, in carica dall’agosto scorso, si è scagliato in maniera violentissima non solo contro i nemici storici Israele e Usa che «devono essere annientati» ma anche contro Hamas, la Jihad islamica, gli Hezbollah e gli Houthi: tutti accusati di essere «solo degli opportunisti che non fanno gli interessi della Palestina». Ma le parole più dure il portavoce dello Stato islamico le ha rivolte all’Iran che «strumentalizza la causa palestinese e che segue solo la sua agenda regionale e che non fa nulla per i palestinesi». Ciò che rende storico questo discorso è anche l’attacco frontale alla Fratellanza musulmana, fonte dottrinale alla quale tutti i gruppi terroristi sunniti si sono sempre rivolti: «Ha sbagliato ad allearsi con l’Iran e con questi gruppi (Hamas e la Jihad islamica, ndr) che non hanno mai fatto niente per i palestinesi e che fanno solo i loro interessi. Nulla cambierà nella Striscia di Gaza fino a quando resteranno in vita queste organizzazioni».
L’audio è stato registrato tra mercoledì e giovedì mattina, quando al-Ansari parla degli Hezbollah, ricorda «come non sono stati in grado di proteggere Saleh al-Arouri», importante leader di Hamas e fondamentale anello di congiunzione con gli Hezbollah, l’Iran e la Turchia che è stato letteralmente incenerito da un missile sparato da un drone israeliano martedì sera a Beirut. A proposito di lui, una qualificata fonte israeliana racconta a La Verità di come «Saleh al-Arouri è stato venduto da uno dei suoi collaboratori che non era presente al momento dell’attacco ingolosito dalla taglia da dieci milioni di dollari che Usa e Israele avevano messo sulla sua testa». Un po’ come accadde ad esempio ad Abu Bakr al-Baghdadi «venduto» agli americani da un cugino che informò le forze speciali Usa e i curdi, che il leader dell’Isis si nascondeva con mogli e figli al seguito a Barisha, un villaggio nel nord-ovest della Siria, amministrativamente parte del distretto di Harem nel governatorato di Idlib. Per convincerli che fosse davvero lui, il cugino consegnò agli americani un paio di mutande del califfo in modo da determinarne l’identità con il Dna. Quando al-Baghdadi si fece esplodere per sfuggire alla cattura la notte del 27 ottobre 2019 il cugino-traditore era già lontano dall’Iraq con una nuova identità e tanti soldi da spendere. Lo stesso accadde al secondo califfo dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, tradito da un collaboratore che fece sapere alla coalizione internazionale - non certo gratis - che l’uomo che aveva perso una gamba in battaglia si nascondeva ad Atme, una città nel nord della Siria situata a nord di Idlib e ad est del confine con la Turchia. Anche lui venne incenerito da un Predator Usa il 3 febbraio 2022 mentre prendeva un po’ d’aria sul tetto del palazzo dove abitava. Perché proprio ora l’attacco a Kerman? Le organizzazioni terroristiche sono prima di tutto opportuniste. Ciò significa che sono disposte a sfruttare qualsiasi opportunità per raggiungere i loro obiettivi e l’opportunismo è una loro caratteristica fondamentale. Questo perché operano in un ambiente che è spesso fluido e imprevedibile. Per sopravvivere e prosperare, devono essere in grado di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze e per contrastarle occorre «immaginare sempre l’inimmaginabile». Cosa può accadere ora che l’Isis entra a gamba tesa nel conflitto di Gaza? Difficile prevederlo ma ora non sono da escludere altri attacchi in Iran, agli Houthi e agli Hezbollah mentre nella Striscia di Gaza appare molto difficile che ciò possa accadere. Almeno per il momento. Molto interessante invece è la frattura con la Fratellanza musulmana ed in tal senso a Doha siamo sicuri che da oggi qualcuno non dorme più sonni tranquilli.
«Voleva colpire Roma e Bologna»
Il «Re dell’Isis», come si era autoproclamato sui suoi canali social, con i quali propagandava la «jihad», è stato espulso ieri con un biglietto di sola andata per la Tunisia. Da lì, 23 anni fa, a soli 15 anni, Sofiane Abid era arrivato in Italia con un barcone e poi si era trasferito a Trento, dove nel gennaio 2021 aveva minacciato il presidente della comunità islamica. Colpito da decreto di espulsione emesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 29 dicembre e da un precedente decreto di espulsione del questore di Parma, è stato rintracciato a Salso Maggiore Terme, dove viveva ormai da qualche tempo e dove aveva trasferito la sua residenza. Mercoledì sera è stato accompagnato al porto di Genova ed è salpato per il suo Paese d’origine. Più volte, hanno ricostruito gli investigatori della Digos, i carabinieri del Reparto operativo di Parma e l’intelligence, aveva annunciato che sarebbe andato a Roma per far saltare tutto in aria. E continuava a ripetere: «Quello che sta accadendo in Medio-Oriente è colpa dell’Italia e dei Paesi europei più in generale». Nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo (che gli è stato revocato su disposizione della Questura di Parma), le sue condotte sono state ritenute «una minaccia concreta, attuale e sufficientemente grave alla sicurezza dello Stato». Il trentottenne già si portava dietro una condanna a 5 anni e 5 mesi per maltrattamenti e violenza aggravata nei confronti della moglie (ed era indagato anche per stalking). Ora, però, è anche stato segnalato per una «propensione verso posizioni religiose integraliste e oltranziste connotate da atteggiamenti di intolleranza verso le autorità italiane e da un forte risentimento antioccidentale e antisemita». Quanto basta per definirlo un radicalizzato.
Quando il 6 ottobre scorso gli è stata sospesa la patente di guida per possesso di sostanze stupefacenti, davanti al funzionario della Prefettura pronunciò frasi che gli investigatori hanno definito «indicative di una visione estremista e violenta dell’islam», affermando che «ci sono sette paesi che dovrebbero sparire dalla terra». Minacce che dopo aver analizzato i suoi profili social sono state ritenute concrete. Quello stesso mese telefonò a una assistente sociale del distretto di Fidenza, chiedendole di conoscere il suo indirizzo di casa e, al rifiuto della donna, l’avrebbe minacciata, dicendo di riferire ai carabinieri di Salsomaggiore Terme che avrebbe agito «secondo il Corano». Gli investigatori hanno quindi passato al setaccio il suo passato, ma anche i suoi profili Facebook. E sono saltati fuori quelli che gli investigatori chiamano «contenuti indicativi di un orientamento religioso radicale, in cui cita l’organizzazione terroristica Stato islamico e definisce Israele uno Stato «teppista»». In alcuni post avrebbe indicato «l’Occidente come bersaglio» e inneggiato «alla Jihad». Quando gli investigatori hanno letto un controverso messaggio nel quale menzionava la stazione di Bologna, lasciando intendere l’individuazione di un possibile obiettivo, hanno ritenuto che il passaggio successivo potesse essere un tentativo di mettere in pratica i propositi ampiamente propagandati. E hanno cominciato a controllarlo e a pedinarlo.
È emerso che, nonostante conducesse apparentemente una vita comune e molto riservata, avrebbe mostrato «l’assenza totale» di integrazione sociale e culturale. Le testimonianze raccolte hanno confermato il suo «rifiuto dei valori portanti del Paese ospitante». Un mix esplosivo che probabilmente attendeva solo l’innesco: avrebbe potuto «agevolare in vario modo», è scritto nelle motivazioni del decreto di espulsione dal territorio nazionale, «organizzazione o attività terroristiche anche internazionali».
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Lo Stato islamico rivendica l’attentato nei pressi della tomba di Qassem Soleimani e attacca frontalmente la Fratellanza musulmana e l’asse Hezbollah-Hamas. Il piano è prendere possesso della Palestina.Espulso un tunisino che, sui social, inneggiava alla jihad e alla distruzione dell’Italia. Il blitz di Digos e Ros è scattato per un riferimento alla stazione della città emiliana.Lo speciale contiene due articoli.Con un audio intitolato «E uccideteli ovunque li troviate», pubblicato sui suoi canali ufficiali, lo Stato islamico ha rivendicato ieri pomeriggio l’attentato avvenuto mercoledì nei pressi della tomba del generale Qassem Soleimani a Kerman (Iran). Questa la parte più significativa dell’audio: «Grazie alla concessione del successo da parte di Dio Onnipotente e come parte della spedizione “Uccideteli ovunque li troviate”, due fratelli operativi per il martirio - Omar al-Muwahhid e Sayf Allah al-Mujahid (che Dio Onnipotente li accetti entrambi) - si sono diretti ieri verso un grande raduno di idolatri rafiditi, vicino alla tomba del loro leader ipocrita Qasim Sulaymani nella città di Kerman, nel sud dell’Iran. Lì hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in mezzo al raduno. Il risultato è stato l’uccisione e il ferimento di oltre 300 idolatri rafiditi. Grazie e lode a Dio. Che i rafiditi idolatri sappiano che i mujahidin sono in attesa di loro e dei loro progetti, con il permesso di Dio Onnipotente».A proposito dell’attacco l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha corretto ieri mattina il numero delle persone uccise: «Il numero da noi pubblicato ieri non era corretto ed è il risultato di un errore. Il bilancio corretto delle vittime dell’attacco è di 84 persone», mentre secondo l’agenzia di stampa della Repubblica islamica gestita dal governo iraniano, altre 211 persone sono rimaste ferite nelle esplosioni avvenute mentre la folla si radunava vicino al luogo di sepoltura del leader dei pasdaran ucciso da un missile Usa durante un attacco aereo degli Stati Uniti il 3 gennaio 2020 a Baghdad (Iraq). Le autorità di Teheran non hanno parlato dei due kamikaze ma mantengono la versione delle due bombole di gas attivate da remoto. Nell’audio il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, lo sceicco Abu Hudhayfah al-Ansari, in carica dall’agosto scorso, si è scagliato in maniera violentissima non solo contro i nemici storici Israele e Usa che «devono essere annientati» ma anche contro Hamas, la Jihad islamica, gli Hezbollah e gli Houthi: tutti accusati di essere «solo degli opportunisti che non fanno gli interessi della Palestina». Ma le parole più dure il portavoce dello Stato islamico le ha rivolte all’Iran che «strumentalizza la causa palestinese e che segue solo la sua agenda regionale e che non fa nulla per i palestinesi». Ciò che rende storico questo discorso è anche l’attacco frontale alla Fratellanza musulmana, fonte dottrinale alla quale tutti i gruppi terroristi sunniti si sono sempre rivolti: «Ha sbagliato ad allearsi con l’Iran e con questi gruppi (Hamas e la Jihad islamica, ndr) che non hanno mai fatto niente per i palestinesi e che fanno solo i loro interessi. Nulla cambierà nella Striscia di Gaza fino a quando resteranno in vita queste organizzazioni». L’audio è stato registrato tra mercoledì e giovedì mattina, quando al-Ansari parla degli Hezbollah, ricorda «come non sono stati in grado di proteggere Saleh al-Arouri», importante leader di Hamas e fondamentale anello di congiunzione con gli Hezbollah, l’Iran e la Turchia che è stato letteralmente incenerito da un missile sparato da un drone israeliano martedì sera a Beirut. A proposito di lui, una qualificata fonte israeliana racconta a La Verità di come «Saleh al-Arouri è stato venduto da uno dei suoi collaboratori che non era presente al momento dell’attacco ingolosito dalla taglia da dieci milioni di dollari che Usa e Israele avevano messo sulla sua testa». Un po’ come accadde ad esempio ad Abu Bakr al-Baghdadi «venduto» agli americani da un cugino che informò le forze speciali Usa e i curdi, che il leader dell’Isis si nascondeva con mogli e figli al seguito a Barisha, un villaggio nel nord-ovest della Siria, amministrativamente parte del distretto di Harem nel governatorato di Idlib. Per convincerli che fosse davvero lui, il cugino consegnò agli americani un paio di mutande del califfo in modo da determinarne l’identità con il Dna. Quando al-Baghdadi si fece esplodere per sfuggire alla cattura la notte del 27 ottobre 2019 il cugino-traditore era già lontano dall’Iraq con una nuova identità e tanti soldi da spendere. Lo stesso accadde al secondo califfo dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, tradito da un collaboratore che fece sapere alla coalizione internazionale - non certo gratis - che l’uomo che aveva perso una gamba in battaglia si nascondeva ad Atme, una città nel nord della Siria situata a nord di Idlib e ad est del confine con la Turchia. Anche lui venne incenerito da un Predator Usa il 3 febbraio 2022 mentre prendeva un po’ d’aria sul tetto del palazzo dove abitava. Perché proprio ora l’attacco a Kerman? Le organizzazioni terroristiche sono prima di tutto opportuniste. Ciò significa che sono disposte a sfruttare qualsiasi opportunità per raggiungere i loro obiettivi e l’opportunismo è una loro caratteristica fondamentale. Questo perché operano in un ambiente che è spesso fluido e imprevedibile. Per sopravvivere e prosperare, devono essere in grado di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze e per contrastarle occorre «immaginare sempre l’inimmaginabile». Cosa può accadere ora che l’Isis entra a gamba tesa nel conflitto di Gaza? Difficile prevederlo ma ora non sono da escludere altri attacchi in Iran, agli Houthi e agli Hezbollah mentre nella Striscia di Gaza appare molto difficile che ciò possa accadere. Almeno per il momento. Molto interessante invece è la frattura con la Fratellanza musulmana ed in tal senso a Doha siamo sicuri che da oggi qualcuno non dorme più sonni tranquilli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/isis-entra-in-guerra-gaza-2666874473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="voleva-colpire-roma-e-bologna" data-post-id="2666874473" data-published-at="1704457899" data-use-pagination="False"> «Voleva colpire Roma e Bologna» Il «Re dell’Isis», come si era autoproclamato sui suoi canali social, con i quali propagandava la «jihad», è stato espulso ieri con un biglietto di sola andata per la Tunisia. Da lì, 23 anni fa, a soli 15 anni, Sofiane Abid era arrivato in Italia con un barcone e poi si era trasferito a Trento, dove nel gennaio 2021 aveva minacciato il presidente della comunità islamica. Colpito da decreto di espulsione emesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 29 dicembre e da un precedente decreto di espulsione del questore di Parma, è stato rintracciato a Salso Maggiore Terme, dove viveva ormai da qualche tempo e dove aveva trasferito la sua residenza. Mercoledì sera è stato accompagnato al porto di Genova ed è salpato per il suo Paese d’origine. Più volte, hanno ricostruito gli investigatori della Digos, i carabinieri del Reparto operativo di Parma e l’intelligence, aveva annunciato che sarebbe andato a Roma per far saltare tutto in aria. E continuava a ripetere: «Quello che sta accadendo in Medio-Oriente è colpa dell’Italia e dei Paesi europei più in generale». Nonostante avesse un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo (che gli è stato revocato su disposizione della Questura di Parma), le sue condotte sono state ritenute «una minaccia concreta, attuale e sufficientemente grave alla sicurezza dello Stato». Il trentottenne già si portava dietro una condanna a 5 anni e 5 mesi per maltrattamenti e violenza aggravata nei confronti della moglie (ed era indagato anche per stalking). Ora, però, è anche stato segnalato per una «propensione verso posizioni religiose integraliste e oltranziste connotate da atteggiamenti di intolleranza verso le autorità italiane e da un forte risentimento antioccidentale e antisemita». Quanto basta per definirlo un radicalizzato. Quando il 6 ottobre scorso gli è stata sospesa la patente di guida per possesso di sostanze stupefacenti, davanti al funzionario della Prefettura pronunciò frasi che gli investigatori hanno definito «indicative di una visione estremista e violenta dell’islam», affermando che «ci sono sette paesi che dovrebbero sparire dalla terra». Minacce che dopo aver analizzato i suoi profili social sono state ritenute concrete. Quello stesso mese telefonò a una assistente sociale del distretto di Fidenza, chiedendole di conoscere il suo indirizzo di casa e, al rifiuto della donna, l’avrebbe minacciata, dicendo di riferire ai carabinieri di Salsomaggiore Terme che avrebbe agito «secondo il Corano». Gli investigatori hanno quindi passato al setaccio il suo passato, ma anche i suoi profili Facebook. E sono saltati fuori quelli che gli investigatori chiamano «contenuti indicativi di un orientamento religioso radicale, in cui cita l’organizzazione terroristica Stato islamico e definisce Israele uno Stato «teppista»». In alcuni post avrebbe indicato «l’Occidente come bersaglio» e inneggiato «alla Jihad». Quando gli investigatori hanno letto un controverso messaggio nel quale menzionava la stazione di Bologna, lasciando intendere l’individuazione di un possibile obiettivo, hanno ritenuto che il passaggio successivo potesse essere un tentativo di mettere in pratica i propositi ampiamente propagandati. E hanno cominciato a controllarlo e a pedinarlo. È emerso che, nonostante conducesse apparentemente una vita comune e molto riservata, avrebbe mostrato «l’assenza totale» di integrazione sociale e culturale. Le testimonianze raccolte hanno confermato il suo «rifiuto dei valori portanti del Paese ospitante». Un mix esplosivo che probabilmente attendeva solo l’innesco: avrebbe potuto «agevolare in vario modo», è scritto nelle motivazioni del decreto di espulsione dal territorio nazionale, «organizzazione o attività terroristiche anche internazionali».
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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