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2020-09-13
«Iscrizione rifiutata, non c’è spazio». Niente scuola per centinaia di ragazzi
Ansa
Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti.
«È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi.
Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione».
Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani».
Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. Passerei per un genitore irresponsabile».
Invitalia resta muta sui contratti dei banchi
Domani per la maggior parte degli alunni delle scuole italiane suonerà la prima campanella post lockdown. Ma ieri all'appello mancavano ancora i nomi delle undici aziende, con annessi dettagli, che hanno fornito i 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con sedute innovative (ovvero con le ruote) dopo il bando di gara europeo indetto dal commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra.
Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati.
Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando.
In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo?
Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia.
Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo.
Dimenticati anche gli alunni disabili
Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi».
Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?».
Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000.
La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri.
Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme
Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?».
Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
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Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).Lo speciale contiene quattro articoli.Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti. «È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi. Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione». Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani». Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. 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In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra. Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati. Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando. In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo? Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia. Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dimenticati-anche-gli-alunni-disabili" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Dimenticati anche gli alunni disabili Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati. Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi». Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?». Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000. La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="poche-consegne-e-pessima-qualita-presidi-e-sindaci-lanciano-lallarme" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?». Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
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Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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