Iran, Trump: «Accordo in 15 punti, stop all’atomica e cambio di regime». Ma Teheran non conferma

Donald Trump accelera sul fronte diplomatico e rilancia l’ipotesi di una svolta nel conflitto con l’Iran. «Abbiamo raggiunto un accordo sui punti principali», ha dichiarato il presidente americano, parlando di contatti «molto buoni e produttivi» e indicando la possibilità concreta di chiudere un’intesa nel giro di pochi giorni. Al centro, secondo la versione della Casa Bianca, ci sarebbe un accordo articolato in quindici punti, con un nodo considerato decisivo: Teheran avrebbe accettato di non dotarsi dell’arma nucleare.
Le parole del presidente arrivano mentre sul terreno la guerra continua e mentre da Teheran giunge una smentita netta. Le autorità iraniane negano qualsiasi negoziato, diretto o indiretto, e respingono la ricostruzione americana, sostenendo che non esistano colloqui in corso con Washington. Una distanza che, al momento, resta profonda e che rende ancora incerto l’esito di una trattativa che gli Stati Uniti descrivono come avanzata.
Tuttavia, stando a quanto riferito dal sito di informazione israeliano Ynet, a portare avanti il negoziato con gli Stati Uniti sarebbe il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Lo stesso Trump ha ammesso alla Cnn che l'interlocutore iraniano è una «persona di alto livello», ricordando che la «leadership iraniana è stata eliminata nella fase uno, nella fase due e in gran parte nella fase tre» e di trattare «con un uomo che ritengo sia il più rispettato». Nel frattempo, il presidente americano ha ordinato una pausa di cinque giorni negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, legando la decisione proprio all’andamento dei contatti. Una sospensione che non riguarda però l’intero quadro militare: Israele continua a colpire obiettivi legati al sistema iraniano, sia a Teheran sia fuori dai confini nazionali, mentre l’Iran mantiene la propria capacità di risposta nella regione. Accanto all’apertura negoziale, il presidente americano ha usato toni molto più duri sul piano politico, parlando apertamente di un «cambio di regime» in Iran e sostenendo che Stati Uniti e Israele avrebbero «eliminato la leadership» di Teheran. Un’affermazione che segna un salto di livello nella narrazione della Casa Bianca e che si inserisce in un contesto già segnato da forte instabilità interna iraniana, tra blackout informatici prolungati e tensioni ai vertici del potere.
Sul piano strategico, uno dei punti più sensibili riguarda lo Stretto di Hormuz. Trump ha indicato la possibilità di una riapertura a breve, ipotizzando anche forme di controllo congiunto. Un passaggio chiave non solo per gli equilibri militari, ma soprattutto per il mercato energetico globale. Non a caso, le sue dichiarazioni hanno avuto effetti immediati: il prezzo del petrolio è sceso dopo giorni di forte volatilità e le Borse europee hanno invertito la rotta, tornando in territorio positivo. Resta però elevata la tensione. L’Iran ha minacciato di minare il Golfo Persico in caso di invasione, mentre proseguono gli attacchi contro obiettivi statunitensi nella regione e le operazioni israeliane contro strutture e figure legate ai Pasdaran. Anche la dimensione internazionale si muove: dalla Russia è arrivata una condanna dei raid su siti energetici iraniani, mentre il Regno Unito ha accolto con favore l’ipotesi di colloqui, sottolineando la necessità di riaprire le rotte marittime. A complicare ulteriormente il quadro c’è il tema delle sanzioni. Trump ha difeso la decisione di allentarne alcune sul petrolio iraniano, spiegando che l’obiettivo è aumentare l’offerta globale di energia e ridurre la pressione sui mercati. Una scelta che, secondo il presidente, «non farà alcuna differenza» sull’andamento della guerra, ma che segnala un tentativo di tenere insieme pressione militare e stabilizzazione economica.
Il quadro che emerge è quello di una fase sospesa: da un lato l’apertura americana, con la prospettiva di un accordo strutturato e una tregua possibile; dall’altro la linea iraniana, che nega il negoziato e continua a muoversi su un piano di confronto diretto e indiretto. In mezzo, un conflitto ancora attivo, che nelle prossime ore potrebbe avvicinarsi a una de-escalation oppure imboccare una nuova escalation. Molto dipenderà da ciò che accadrà nei cinque giorni di pausa annunciati da Washington.






