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«Con Trump il mondo ha capito che Gaza è un problema di tutti»

«Con Trump il mondo ha capito che Gaza è un problema di tutti»
Giorgia Meloni e l'ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled

Dopo la rottura della tregua da parte di Hamas e la ripresa delle ostilità nella Striscia, parla l'ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled: rapporti con il governo Meloni, la situazione in tutto il Medio Oriente e il ruolo della Casa Bianca.

Ambasciatore, Israele vive uno dei momenti più critici e complessi della sua storia, iniziato con l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Lei crede che si arriverà alla liberazione degli ultimi ostaggi in vita oppure sarà possibile solo ricominciando la guerra?

«Israele non gioisce per il nuovo conflitto in corso a Gaza. Purtroppo, ci sono ancora 59 ostaggi nella Striscia, di cui circa 20 potrebbero essere vivi, e Hamas ha respinto numerose proposte per la loro liberazione. Nonostante Israele abbia accettato diverse soluzioni concrete avanzate dal rappresentante del presidente degli Stati Uniti, Steve Witkoff, Hamas ha sistematicamente rigettato tali offerte. Israele ha sempre cercato una via pacifica per il rilascio degli ostaggi, ma senza successo. Al momento, non vi sono altre opzioni praticabili per garantirne la liberazione. Avremmo preferito risolvere la questione attraverso un secondo accordo, con il sostegno del presidente Trump e degli Stati Uniti».


In occasione dell’incontro con Benjamin Netanyahu a Washington, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti prenderanno il controllo di Gaza. I Paesi arabi hanno presentato una loro proposta subito bocciata da Usa e Israele. Cosa non va a suo avviso nel piano proposto dall’Egitto che piace tanto all’Europa?

«Prima di tutto, credo che qualsiasi iniziativa che ci avvicini a una sorta di accordo sia un passo positivo. Detto ciò, ci sono alcune condizioni che devono essere soddisfatte e che non sono state rispettate in questa particolare Iniziativa della Lega Araba. In primo luogo, nel piano della Lega Araba non vengono menzionati Hamas, il massacro del 7 ottobre, la questione degli ostaggi israeliani a Gaza e nemmeno il fatto che Hamas non potrà amministrare in futuro la Striscia. In secondo luogo, chi lo attuerà? Chi lo farà rispettare, chi lo garantirà? In terzo luogo, Hamas deve accettarlo. Quindi è molto bello parlare di piani senza Hamas il giorno dopo, ma prima dobbiamo vedere se Hamas è disposto ad accettarlo. Penso che ci sia ancora molto lavoro da fare, ma l'Iniziativa di Trump ha fatto sì che tutti cominciassero a pensare a iniziative più creative, più collettive o regionali. Ora tutti capiscono che non può essere solo Israele a dover trovare una soluzione per Gaza. Questo non è solo un problema di Israele. È un problema di tutti noi. La responsabilità non può ricadere solo su Israele, e dobbiamo continuare a lavorare con gli attori regionali: l'Egitto, gli Stati del Golfo, l'Europa, gli Stati Uniti, ovviamente, e chiunque sia disposto a dare una mano per trovare una soluzione in cui possiamo portare pace e tranquillità a Israele e un futuro migliore per i palestinesi».

Lei come si immagina il futuro di Gaza a lungo termine?

«Comprendo che la questione possa apparire leggermente fuori contesto e fuori tema, considerando la situazione attuale. Non c'è alcuna ragione per cui Gaza non possa essere autosufficiente, non possa avere una propria economia. Ha una spiaggia, ha un accesso al mare, ha terreni fertili, ha un popolo palestinese che è un popolo di lavoratori. I palestinesi sono persone laboriose. Meritano anche un futuro migliore. Hamas non è stata solo un'organizzazione terroristica contro Israele, ma ha terrorizzato anche il suo stesso popolo. Quindi, nella mia visione, se chiudo gli occhi e guardo al futuro, non c'è motivo per cui Gaza non possa imitare ciò che Israele ha fatto in termini di sviluppo economico. Gaza ha tutto il potenziale, la forza lavoro e le risorse naturali per produrre e prosperare come fa oggi lo Stato di Israele».

Dall’inizio della guerra Hamas ha messo in moto una potente macchina propagandistica tanto continua a credere alle menzogne di Hamas. Non crede che fino ad oggi questa guerra dell’informazione Israele l’abbia persa?

«Anche oggi ci troviamo a dover giustificare la necessità di condurre un'operazione militare a Gaza. Vogliamo ricordare al mondo che, attualmente, ci sono 59 ostaggi a Gaza, torturati, abusati e rapiti il 7 ottobre 2023. Detto ciò, ha ragione riguardo l'opinione pubblica e i media: non abbiamo vinto questa battaglia. Ma ciò non significa che non possiamo invertire la situazione. Il problema è che alcune persone sono naive, ignoranti ed estremiste. Se metti insieme tutte queste componenti, e consideri unitariamente la presenza ebraica e le persone a fianco di Israele rispetto alla presenza musulmana nel mondo, già in termini numerici è una battaglia mediatica che non potremo mai vincere completamente. Ma il mondo deve svegliarsi perché la gente dimentica Parigi, Londra, la Germania. La gente dimentica il terribile 11 settembre, e l'Europa dimentica i grandi attacchi terroristici che si sono verificati. E noi non vogliamo che l'Europa debba pagare con il sangue prima che capisca che questa è una minaccia per tutti noi. E non capisco come le persone possano essere a favore di Hamas. Posso capire che le persone possano essere a favore della causa palestinese, ma Hamas non ha nulla a che fare con il miglioramento della causa palestinese. Quindi, soprattutto in riferimento agli estremisti qui in Italia con le bandiere palestinesi che gridano a favore di Hamas, ritengo che non abbiano la minima idea di cosa stiano parlando».

Come immagina il ruolo dei paesi arabi moderati nel processo di ricostruzione di Gaza e nella promozione di una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese?

«Prima di tutto, è necessario assumere un ruolo attivo e non dire che questo è un problema che Israele deve risolvere, ma assumere un ruolo proattivo, come hanno iniziato a fare. Abbiamo menzionato l'Egitto, abbiamo menzionato la Lega Araba. È necessario che ci siano più attori regionali coinvolti, per esempio un maggior numero di paesi del Golfo, che siano disposti ad aderire agli Accordi di Abramo. Quindi, auspichiamo di essere spettatori di più iniziative, più collaborazione, più pressione su Hamas e sull'Autorità Palestinese. Perché l'Autorità Palestinese, vorremmo che fosse parte della soluzione. Al momento, è parte del problema. Quindi, per fare in modo che l'Autorità Palestinese faccia parte della soluzione e non del problema, dobbiamo anche fare pressione e rendere l'Autorità Palestinese più forte, più affidabile: per esempio che smetta di dare stipendi alle famiglie dei terroristi e interrompa l'incitamento all’odio verso Israele. Ci sono molti passi in avanti che si possono fare, ma credo che l'Autorità Palestinese non sia un caso perso. Credo che possiamo aiutare l'Autorità Palestinese a rafforzarsi. Ho avuto la fortuna di far parte del processo che ha prodotto gli Accordi di Oslo che hanno sancito l'istituzione dell'Autorità Palestinese. Quindi vorremmo che Autorità Palestinese avesse una leadership abbastanza forte, preferibilmente eletta democraticamente, ma questo spetta a loro capirlo e a esercitare abbastanza potere, pressione e responsabilità sulla loro giurisdizione e infine su Gaza».

Perché l’Onu da anni è cosi’ ostile a Israele?

«Innanzitutto, direi che non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca. Le Nazioni Unite sono un’organizzazione nobile e importante, nate per una causa di grande valore. Il problema, però, è che si tratta di un organismo totalmente politico. Su 194 membri, 134 appartengono al gruppo dei Non Allineati. In pratica, domani potrebbe esserci una maggioranza all’Onu disposta a dichiarare che la Terra è piatta, ma il fatto che 134 paesi votino a favore di questa affermazione non cambierebbe la realtà: la Terra resterebbe comunque rotonda.Ritengo quindi che esista un problema intrinseco nella struttura stessa delle Nazioni Unite, che ha portato a un uso improprio o a una distorsione della sua funzione e dei suoi obiettivi originari. Questo spiega, in buona parte, perché Israele sia stato spesso oggetto di un trattamento particolarmente duro e di un’attenzione sproporzionata all’interno dell’organizzazione. Naturalmente, l’Onu riflette in una certa misura l’opinione pubblica globale, ma questa è la realtà con cui ci confrontiamo. Il nostro impegno è quello di spiegare e dimostrare che le Nazioni Unite dovrebbero essere un organismo imparziale, equilibrato e neutrale, senza schierarsi da una parte o dall’altra. Non si tratta di essere pro-Israele o anti-Israele: le Nazioni Unite dovrebbero mantenere un equilibrio, senza favorire alcuna fazione.Un esempio concreto è la situazione nel sud del Libano, dove Hezbollah ha sfruttato la presenza dell’Unifil. Non credo che l’Unifil o le Nazioni Unite debbano aiutare Israele; il loro ruolo dovrebbe essere quello di garantire equilibrio e neutralità. È arrivato il momento di svegliare chi ancora sogna o pensa che le cose possano andare avanti in questo modo, e di ricordare a tutti che le Nazioni Unite devono ritornare ai principi per cui sono state fondate».

Come valuta il ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea in questa crisi?

«Innanzitutto, l’Italia sta svolgendo un ruolo importante. Da tempo ha una presenza significativa in Medio Oriente: è un partner mediterraneo e strategico per Israele, con interessi rilevanti in Libano, in Egitto e in altre aree della regione. Riconosciamo il contributo delle forze italiane in missioni cruciali, come l’UNIFIL, e il loro coinvolgimento nelle operazioni europee lungo la linea di Rafah. L’Italia sta inoltre fornendo supporto prezioso all’esercito libanese (LAF) attraverso programmi di formazione e sta contribuendo all’addestramento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, con il ruolo dei Carabinieri. Un altro esempio del suo impegno è il progetto "Food for Gaza", che consideriamo un’iniziativa importante e che abbiamo accolto con favore e sostenuto. Credo quindi che l’Italia non solo stia già giocando un ruolo di primo piano, ma che possa continuare a farlo, diventando un modello per altri paesi europei affinché si impegnino con maggiore determinazione. Al momento, non vedo molti altri Stati membri dell’Unione Europea coinvolti con la stessa intensità e dedizione dell’Italia. Dobbiamo anche ricordare che, alla fine dei conti, l’Europa è il nostro partner commerciale e culturale più vicino. Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più solido, ma la nostra prossimità geografica, i legami storici e la maggiore affinità culturale ci legano profondamente all’Europa. In questo contesto, ci aspettiamo che l’Europa giochi un ruolo di rilievo, agendo con imparzialità e contribuendo a garantire la sicurezza di Israele e dell’intero Medio Oriente. Del resto, la stabilità nella regione ha ripercussioni dirette anche sull’Europa, che altrimenti rischia di pagarne le conseguenze».

Cosa prova quando vede le università occupate e le manifestazioni propal? Non crede che ci sia stata troppa tolleranza da parte delle autorità anche in Italia?

«Non intendo dare consigli all’Italia o ai suoi atenei, ma ha menzionato quanto sta accadendo negli Stati Uniti riguardo alle università che faticano a garantire indipendenza, libertà e sicurezza per i propri studenti. È legittimo protestare ed esprimere opinioni, a favore o contro qualsiasi causa, ma non è accettabile interrompere le attività accademiche, occupare le università, vandalizzarle e distruggerle. Questo va contro la legge. Ritengo che le autorità abbiano una responsabilità precisa: in particolare le autorità accademiche, poi il governo e le istituzioni locali. Alla fine, spetta alla società italiana - o a qualsiasi altra società - combattere contro tutte le forme di antisemitismo. La storia ci insegna che queste forme di odio non si fermano mai a un solo bersaglio: iniziano con gli ebrei, ma poi si estendono rapidamente ad altri gruppi. Oggi tocca a noi, domani alla comunità Lgbt, il giorno dopo ai lavoratori. È un ciclo pericoloso che non si arresta, e questo tipo di razzismo rappresenta una delle sue espressioni più odiose. La lotta contro l’antisemitismo è dunque una responsabilità collettiva di qualunque società voglia preservare apertura e sicurezza. Riguardo alle manifestazioni in Italia, e qui lei è certamente più esperto di me, ho l’impressione che molte di esse siano alimentate da un mix di radicalismo e forse anche di anarchismo, con sentimenti di protesta contro il governo e altre istituzioni. Non credo che Israele sia il vero nemico per queste persone: è piuttosto un bersaglio facile da attaccare, un simbolo da esporre. Ma se anche Israele uscisse dall’equazione, temo che le manifestazioni e le tensioni nei campus non cesserebbero del tutto. Penso quindi che questo fenomeno meriti di essere studiato e affrontato in modo approfondito, valutando attentamente le misure più efficaci per contrastarlo. Ogni strumento utile a questo scopo dovrebbe essere preso in considerazione».

Prima del 7 ottobre 2023, le relazioni tra Italia e Israele erano floride in materia di interscambi e di relazioni bilaterali sul piano economico e culturale. Queste attività stanno andando avanti? Quali sono i progetti futuri?

«Il rapporto con l’Italia è molto solido, frutto di un’amicizia di lunga data basata su interessi e valori condivisi. Tra Italia e Israele esiste una cooperazione scientifica e accademica di grande rilievo, così come uno scambio culturale vivace e una relazione economica significativa. Le aziende italiane investono in Israele e le imprese israeliane trovano in Italia un mercato importante. Il nostro interscambio commerciale supera i 5 miliardi di dollari e ha un potenziale di crescita ancora maggiore. A livello politico, i rapporti sono eccellenti e molto stretti, come dimostrano le numerose visite istituzionali degli ultimi sei mesi: il ministro degli Esteri Tajani si è recato più volte in Israele, così come il vicepresidente del Consiglio Salvini e la presidente del Consiglio Meloni hanno avuto diversi incontri di alto livello. Allo stesso modo, il nostro Ministro degli Esteri e il nostro Presidente sono stati recentemente in Italia. Credo che ci troviamo ora di fronte a un’opportunità preziosa non tanto di ripartire, quanto di rafforzare ulteriormente questa relazione. Queste visite rappresentano un primo segnale in questa direzione, e auspichiamo di vedere sempre più delegazioni economiche, un incremento del turismo e la ripresa dei voli diretti tra i nostri paesi. Siamo in un momento in cui i rapporti, già solidi, possono evolvere verso una collaborazione ancora più profonda e fruttuosa».

Come uscirà Israele dal trauma collettivo del 7 ottobre 2023?

«Si tratta di un processo che richiederà tempo. Prima di tutto, dobbiamo riportare a casa tutti i nostri ostaggi. Credo che non possiamo davvero iniziare un vero e proprio percorso di guarigione fino a quando non saranno tutti tornati. Solo allora potremo fare un profondo esame di coscienza e istituire una commissione nazionale d’inchiesta per capire come siano stati commessi errori così gravi il 7 ottobre e individuare le responsabilità. Solo dopo potremo iniziare a guarire e a ricostruire. Nella nostra breve storia come Stato d’Israele - e nella nostra lunga storia come popolo ebraico - abbiamo già affrontato momenti bui e difficili. Ne siamo sempre usciti, e credo fermamente che siamo un popolo resiliente, capace di rialzarsi e andare avanti. Tuttavia, ci sono alcune tappe fondamentali che dobbiamo affrontare: come detto, il ritorno degli ostaggi, l’indagine nazionale e poi la ricostruzione della nostra economia. Sarà essenziale far rientrare le persone nelle loro case, al nord e al sud del Paese, e affrontare le conseguenze economiche e psicologiche di questa guerra. Non dobbiamo dimenticare le famiglie che hanno perso la loro fonte di reddito perché un parente è stato ferito o ucciso. Sarà un percorso lungo, ma passo dopo passo ce la faremo. E credo che riusciremo a riprenderci più velocemente di quanto molti possano immaginare».


Chi è l'ambasciatore Peled

Jonathan Peled, ambasciatore di Israele in Italia e San Marino

Jonathan Peled è l'attuale Ambasciatore di Israele in Italia e San Marino, incarico che ricopre da settembre 2024. Nato a Gerusalemme, città sacra per le tre principali religioni monoteistiche, ha trascorso la sua infanzia in un kibbutz al confine settentrionale di Israele, dove ha sperimentato in prima persona le sfide legate alla sicurezza del Paese.

Ha intrapreso la carriera diplomatica, diventando un ambasciatore di carriera. Nel corso della sua carriera, ha ricoperto incarichi di prestigio come Ambasciatore di Israele in El Salvador, Messico e Australia. Prima di essere nominato in Italia, ha ricoperto il ruolo di Vicedirettore Generale a capo della Divisione America Latina presso il Ministero degli Affari Esteri a Gerusalemme.

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Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
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Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

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