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2018-07-21
Corbellini (Cnr) insulta ma sull’ossitocina rincara persino la dose
Alla fine, per chiarire la questione, basta riportare le semplici parole di Gilberto Corbellini, così come le ha pronunciate durante un'intervista con Giuseppe Cruciani alla Zanzara. Non serve altro, solo la libera espressione del suo pensiero: «Lei sa che cos'è l'ossitocina?», dice Corbellini al conduttore. «Sa che è un ormone naturale, spontaneo? [...] È l'ormone dell'allattamento, è l'ormone dell'attaccamento madre-bambino, quindi mica stiamo parlando di una droga, come ha detto qualcuno».
A questo punto, Cruciani interrompe e domanda: «Si può dare l'ossitocina?». Risposta di Corbellini: «E certo che si può dare! Pensi che Cameron aveva pensato di calmare i riots nelle periferie di Londra mettendo l'ossitocina dentro, appunto, i tubi dell'acqua potabile. Quindi qualcuno ci ha pure pensato». Queste frasi non sono una «fake news» o una bufala inventata dai cattivi populisti. Il direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Cnr le ha pronunciate una per una.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti, facciamo un passo indietro. Giovedì, il nostro giornale ha dato conto di ciò che il professor Corbellini, autorevole storico della medicina e dirigente del Cnr, ha scritto sulla rivista Wired.
Nel suo articolo, lo studioso ha spiegato che «viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo». Poi ha aggiunto che «Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"».
Quindi, Corbellini ha chiarito il motivo per cui - secondo lui - gli italiani sono così razzisti: «Probabilmente», ha scritto, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì».
Insomma: siamo xenofobi e razzisti, per lo più analfabeti funzionali, e Matteo Salvini è molto bravo a intercettare il consenso di questa massa idiota. Non pago, il professore ha citato una ricerca svolta nel 2017 dall'Università di Bonn, in cui si dimostrava che somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali».
Ha scritto Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Ma lo studioso non si è fermato qui. Nella conclusione dell'articolo ha scritto: «Che farne di queste scoperte? Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse. Intanto viene in mente che alla fine del Settecento, nel mezzo di rivoluzioni sanguinarie, il conservatore irlandese Edmund Burke diceva che la solo cosa necessaria perché accada il male, è che le brave persone non facciano nulla».
Quando è uscito il nostro articolo, sul Web si è scatenato il putiferio. Da sinistra ci hanno accusato di scrivere stupidaggini e bugie, di inventare chissà quali complotti. In realtà, ci siamo limitati a far notare l'assurdità (e la faziosità) delle affermazioni di un dirigente del principale ente di ricerca italiano. Non abbiamo mai citato «oscuri piani» o chissà che altro.
Dopo l'uscita dell'articolo, la Zanzara ha chiamato il professore, il quale ha ulteriormente chiarito il suo pensiero. Prima, ha pensato bene di insultarci: «Io non l'ho neanche letto quell'articolo», ha detto, riferendosi al nostro pezzo. «Non sto a leggere articoli che sono delle mistificazioni e stravolgimenti di quello che penso. Ho altro da fare. Devo appunto lavorare al Cnr. Mi pagano per quello non per rispondere a dei cialtroni».
Già, noi siamo cialtroni. E perché, di grazia? In che modo avremmo pervertito il pensiero di Corbellini? Il dirigente del Cnr ci accusa di aver utilizzato a sproposito il termine «drogare». Bene, secondo la Treccani, drogare significa «somministrare, far prendere sostanze stupefacenti a una persona per alterarne le facoltà psichiche, oppure eccitanti, per potenziarne la capacità e il rendimento». Somministrare a qualcuno dosi di un ormone, per quanto naturale esso sia, al fine di influenzare i suoi comportamenti equivale a drogare.
Sarà pure naturale, l'ossitocina, ma quello che hanno fatto gli esperti di Bonn con la natura c'entra poco. E Corbellini sostiene che i bravi politici dovrebbero «ragionare» sulle scoperte dei tedeschi. Ragionare a che scopo? Siamo curiosi di saperlo.
Tra l'altro, il professore appare un po' confuso. Parlando con Giuseppe Cruciani, afferma: «Parliamo di un esperimento, non stiamo mica parlando di mettere l'ossitocina nei tubi dell'acqua».
Qualche minuto dopo, però, egli spiega che, in fondo, non sarebbe nemmeno una cosa così assurda: «Cameron aveva pensato di calmare i riots nelle periferie di Londra mettendo l'ossitocina dentro, appunto, i tubi dell'acqua potabile».
Delle due l'una: o l'ossitocina è un ormone naturale senza alcun effetto e somministrarla alla gente non serve a niente, oppure ha qualche effetto sugli individui tanto che qualcuno ha pensato di diffonderla tramite l'acqua potabile.
Chissà, magari Corbellini vorrà concederci un'intervista per spiegare che cosa intendesse dire davvero. Fino ad ora, però, si è limitato a insultare e a esporre argomentazioni sconclusionate. Si vede che il fastidio per Matteo Salvini e gli italiani che lo votano lo ha mandato un po' in crisi.
Ah, un'ultima notazione. Il professore, in un breve comunicato, ci ha spiegato che l'articolo su Wired è «del tutto svincolato dalla mia attività come direttore presso il Cnr». Ma allora come mai, sotto la sua firma, si legge: «Storico della medicina e bioeticista, Cnr e Sapienza Università di Roma»? Se il Cnr non c'entra, perché tirarlo in ballo? Mah...
Francesco Borgonovo
Intanto il suo dipartimento porta i ragazzini dai migranti
A inquietare davvero, nella vicenda che riguarda «Mister ossitocina» Gilberto Corbellini non sono tanto le sue idee sull'utilizzo combinato di ormoni e propaganda per spingere gli italiani ad aprirsi all'accoglienza. A far venire i brividi è il tasso di ideologia che egli esprime. Un'ideologia che, purtroppo, sembra influenzare anche l'attività del dipartimento di ricerca che dirige. Se si naviga sul sito del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr, si trova facilmente la sezione che indica gli «obiettivi generali» dell'istituzione. È quasi tutta dedicata all'immigrazione. Il sito spiega che il dipartimento, «nel prossimo futuro», prevede «in particolare lo sviluppo delle tematiche dedicate ai Migration Studies e all'Open Science». Le migrazioni, del resto, «rivestono un ruolo fondamentale nel panorama socio-economico e culturale internazionale. La ricerca sulle migrazioni trova il suo posto alle frontiere della scienza in quanto fa interagire l'innovazione tecnologica con l'innovazione sociale e culturale, dando valore aggiunto ai cittadini di una comunità globale».
Ovviamente, l'atteggiamento da tenere nei confronti della migrazione è quello di apertura totale.
Facciamo un paio di esempi, giusto per chiarire. Dovete sapere che al Dipartimento di scienze umane e sociali diretto da Corbellini fanno capo vari istituti. Uno di questi è l'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali. Il quale, nel dicembre 2017 (Corbellini ha assunto l'incarico a maggio di quell'anno) ha presentato un volume intitolato Migrazioni e integrazioni nell'Italia di oggi curato da Corrado Bonifazi. Il quale si perita di spiegare che «immaginare un futuro dell'Europa e dell'Italia senza immigrazioni sia del tutto irrealistico», anche perché «a livello globale, l'aumento demografico e di popolazione lavorativa si contrappone al calo europeo e italiano». Chiaro: abbiamo bisogno degli immigrati perché non facciamo più figli. L'abbiamo già sentita questa... Non è un caso che il Dipartimento di scienze umane (Dsu) sia stato scelto «come National contact point dello European migration network (Emn), la rete internazionale che ha il compito di fornire a cittadini e istituzioni informazioni aggiornate sui temi delle migrazioni e dell'asilo».
Tra le tante iniziative di ambito migratorio, tuttavia, la più bella è quella che, nel febbraio scorso, ha organizzato l'Iliesi, un altro degli istituti che fanno capo al dipartimento di Corbellini. Nel comunicato stampa uscito il 16 febbraio si legge: «All'interno del progetto “Alternanza scuola-lavoro: filosofia e migrazioni" promosso dal Cnr attraverso l'Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee (Iliesi) e dalla Società filosofica romana, il Centro di accoglienza straordinaria di via Salorno, a Roma, ha ospitato e incontrato questa mattina gli studenti del liceo Enriques di Ostia». In pratica, nell'ambito di un progetto di alternanza scuola lavoro, il Cnr ha portato gli studenti del liceo in gita al centro di accoglienza gestito da una coop (che, fra l'altro, maneggia non pochi soldi per la gestione dei richiedenti asilo).
Sempre nel comunicato stampa, si legge che l'iniziativa - sponsorizzata pure dall'ex ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli - «prevede sia lezioni frontali al Cnr sia visite in alcuni luoghi che si occupano di migrazioni come centri di accoglienza, strutture della Caritas o giornali specializzati». A dirlo è Maria Eugenia Cadeddu, «responsabile del progetto Cnr migrazioni, plurilinguismo e trasmissione di saperi in area mediterranea».
«Obiettivi del corso», si legge ancora, «sono da una parte stimolare l'interesse degli alunni verso il fenomeno delle migrazioni, [...] dall'altra venire a conoscenza di alcuni lavori come il ricercatore, l'avvocato nei centri di accoglienza, l'operatore sociale, il giornalista, il bibliotecario. Professionalità che, all'interno del progetto, i ragazzi dovranno impersonare». Certo, li formiamo per diventare operatori dei centri di accoglienza. Prendiamoli giovani, così non corriamo il rischio che diventino xenofobi.
Curioso: ogni volta che si parla di studi sulle migrazioni, il punto di vista è sempre lo stesso, cioè favorevole all'accoglienza. Mai una volta che si prenda in considerazione una prospettiva diversa. L'8 marzo scorso - tanto per citare un altro caso - il dipartimento di Corbellini ha dato inizio a «un ciclo di seminari sui temi dell'accoglienza e dell'integrazione». Manco a dirlo, questi temi sono stati «affrontati principalmente dalla prospettiva dei migranti. In dialogo con i ricercatori Cnr, i migranti protagonisti degli incontri presenteranno esperienze, attività, idee per costruire una società multiculturale e inclusiva». Il 10 giugno, invece, un altro istituto (l'Ircres) ha organizzato un bell'incontro su come «costruire una comunità transnazionale di educatori per l'accoglienza dei giovani stranieri nella scuola».
No, il problema non è (solo) l'ossitocina. A intossicare le persone, qui, è l'ideologia. E per questo non c'è alcuna cura.
Francesco Borgonovo
Ci costa 44 milioni all’anno. Di cui circa 34 in stipendi
Quanto ci costa, Mr ossitocina? A quanto ammonta lo stipendio di Gilberto Corbellini, il direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, lo storico della medicina secondo il quale «lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti»? La risposta arriva direttamente dal sito del Cnr, dove è pubblicato il provvedimento di nomina di Corbellini. Il documento è del 2 maggio 2017. «A titolo di corrispettivo dell'incarico», si legge, «è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro, e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro, «che sarà attribuita in base ai criteri di cui alla deliberazione del Consiglio di amministrazione n. 16, del 30 gennaio 2014».
«L'incarico», si legge ancora nel provvedimento, «ha una durata di quattro anni a decorrere dal primo maggio 2017, è a tempo pieno e prevede lo svolgimento delle funzioni di cui all'articolo 4 del Regolamento di organizzazione e funzionamento del Cnr».
Vediamo ora, esaminando il rendiconto generale dell'esercizio finanziario 2017 del Cnr, quali sono le spese sostenute dal Dipartimento guidato da Corbellini, entrato in carica all'inizio di maggio. Il totale delle risorse impegnate nel 2017 per la gestione di competenza del Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale ammonta a 44.545.352 euro, i pagamenti a 43.627.274 euro. Vediamo le spese in dettaglio, riportando le voci e i relativi pagamenti. Sotto la voce redditi da lavoro dipendente si legge un totale di 34.475.277,75 euro mentre per acquistare beni e servizi sono stati sborsati lo scorso anno circa 5 milioni di euro. Se passiamo poi alla voce «rendiconto finanziario decisionale» si può ottenere qualche dettaglio in più. Per la ricerca di base sono stati messi a budget quasi 8 milioni di euro, mentre per la ricerca e sviluppo legata all'istruzione la somma è stata di 1,4 milioni di euro. Così a scendere fino 29.000 euro che è stato il budget legato alla voce «R&S per gli affari economici». Da segnalare anche la voce «ricerca e sviluppo per la protezione dell'ambiente» con 182.029 euro e «ricerca e sviluppo per abitazioni e assetto territoriale» con un budget 36.368 euro.
Questi dunque sono lo stipendio di Corbellini e il dettaglio del bilancio del Dipartimento che dirige. Corbellini, lo ricordiamo, pochi giorni fa sul sito Wired ha pubblicato un articolo che dai contenuti clamorosi. Secondo lo storico della medicina e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, «il fenomeno migratorio dal Medioriente verso l'Europa ha generato un cambiamento culturale e morale nell'antico continente, creando una divisione tra chi è a favore e chi è contro l'immigrazione. Per l'ennesima volta nella storia umana siamo di fronte a un evento che scatena comportamenti innati e vede in lotta tra loro, nei cervelli umani, i naturali impulsi xenofobi e quelli altruisti. Le dinamiche neurobiologiche che negoziano il peso relativo di altruismo e xenofobia non sono del tutto chiare. Appunto, la stessa persona può comportarsi altruisticamente dato un contesto, ed esprimere sentimenti xenofobi o razzisti in un altro. Quali sono», si chiede Corbellini, «i fattori che influenzano questi switch?»
«Lo stimolo combinato», aggiunge Corbellini, «di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», ha scritto ancora il professore, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia. L'esperienza mostra che il livello di ossitocina nel sangue aumenta durante l'interazione sociale e le attività condivise. Date le giuste circostanze, cioè a fronte di comportamenti altruistici di innesco, elevare i livelli di ossitocina potrebbe quindi promuovere l'accettazione e l'integrazione dei migranti nelle culture occidentali».
Carlo Tarallo
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Il professore ci definisce «cialtroni» però ribadisce le sue tesi sull'ormone: «David Cameron voleva metterlo nell'acquedotto per calmare le rivolte di Londra». Nel febbraio scorso ha organizzato la visita degli studenti di un liceo di Roma al centro di accoglienza gestito da una cooperativa «per stimolare gli alunni». Il suo dipartimento in cifre: ci costa 44 milioni all'anno, di cui circa 34 in stipendi. Per l'epistemologo è prevista dall'ente pubblico una retribuzione fissa lorda annua pari a 112.272,27 euro. Lo speciale contiene tre articoli Alla fine, per chiarire la questione, basta riportare le semplici parole di Gilberto Corbellini, così come le ha pronunciate durante un'intervista con Giuseppe Cruciani alla Zanzara. Non serve altro, solo la libera espressione del suo pensiero: «Lei sa che cos'è l'ossitocina?», dice Corbellini al conduttore. «Sa che è un ormone naturale, spontaneo? [...] È l'ormone dell'allattamento, è l'ormone dell'attaccamento madre-bambino, quindi mica stiamo parlando di una droga, come ha detto qualcuno». A questo punto, Cruciani interrompe e domanda: «Si può dare l'ossitocina?». Risposta di Corbellini: «E certo che si può dare! Pensi che Cameron aveva pensato di calmare i riots nelle periferie di Londra mettendo l'ossitocina dentro, appunto, i tubi dell'acqua potabile. Quindi qualcuno ci ha pure pensato». Queste frasi non sono una «fake news» o una bufala inventata dai cattivi populisti. Il direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Cnr le ha pronunciate una per una. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, facciamo un passo indietro. Giovedì, il nostro giornale ha dato conto di ciò che il professor Corbellini, autorevole storico della medicina e dirigente del Cnr, ha scritto sulla rivista Wired. Nel suo articolo, lo studioso ha spiegato che «viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo». Poi ha aggiunto che «Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"». Quindi, Corbellini ha chiarito il motivo per cui - secondo lui - gli italiani sono così razzisti: «Probabilmente», ha scritto, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma: siamo xenofobi e razzisti, per lo più analfabeti funzionali, e Matteo Salvini è molto bravo a intercettare il consenso di questa massa idiota. Non pago, il professore ha citato una ricerca svolta nel 2017 dall'Università di Bonn, in cui si dimostrava che somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali». Ha scritto Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Ma lo studioso non si è fermato qui. Nella conclusione dell'articolo ha scritto: «Che farne di queste scoperte? Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse. Intanto viene in mente che alla fine del Settecento, nel mezzo di rivoluzioni sanguinarie, il conservatore irlandese Edmund Burke diceva che la solo cosa necessaria perché accada il male, è che le brave persone non facciano nulla». Quando è uscito il nostro articolo, sul Web si è scatenato il putiferio. Da sinistra ci hanno accusato di scrivere stupidaggini e bugie, di inventare chissà quali complotti. In realtà, ci siamo limitati a far notare l'assurdità (e la faziosità) delle affermazioni di un dirigente del principale ente di ricerca italiano. Non abbiamo mai citato «oscuri piani» o chissà che altro. Dopo l'uscita dell'articolo, la Zanzara ha chiamato il professore, il quale ha ulteriormente chiarito il suo pensiero. Prima, ha pensato bene di insultarci: «Io non l'ho neanche letto quell'articolo», ha detto, riferendosi al nostro pezzo. «Non sto a leggere articoli che sono delle mistificazioni e stravolgimenti di quello che penso. Ho altro da fare. Devo appunto lavorare al Cnr. Mi pagano per quello non per rispondere a dei cialtroni». Già, noi siamo cialtroni. E perché, di grazia? In che modo avremmo pervertito il pensiero di Corbellini? Il dirigente del Cnr ci accusa di aver utilizzato a sproposito il termine «drogare». Bene, secondo la Treccani, drogare significa «somministrare, far prendere sostanze stupefacenti a una persona per alterarne le facoltà psichiche, oppure eccitanti, per potenziarne la capacità e il rendimento». Somministrare a qualcuno dosi di un ormone, per quanto naturale esso sia, al fine di influenzare i suoi comportamenti equivale a drogare. Sarà pure naturale, l'ossitocina, ma quello che hanno fatto gli esperti di Bonn con la natura c'entra poco. E Corbellini sostiene che i bravi politici dovrebbero «ragionare» sulle scoperte dei tedeschi. Ragionare a che scopo? Siamo curiosi di saperlo. Tra l'altro, il professore appare un po' confuso. Parlando con Giuseppe Cruciani, afferma: «Parliamo di un esperimento, non stiamo mica parlando di mettere l'ossitocina nei tubi dell'acqua». Qualche minuto dopo, però, egli spiega che, in fondo, non sarebbe nemmeno una cosa così assurda: «Cameron aveva pensato di calmare i riots nelle periferie di Londra mettendo l'ossitocina dentro, appunto, i tubi dell'acqua potabile». Delle due l'una: o l'ossitocina è un ormone naturale senza alcun effetto e somministrarla alla gente non serve a niente, oppure ha qualche effetto sugli individui tanto che qualcuno ha pensato di diffonderla tramite l'acqua potabile. Chissà, magari Corbellini vorrà concederci un'intervista per spiegare che cosa intendesse dire davvero. Fino ad ora, però, si è limitato a insultare e a esporre argomentazioni sconclusionate. Si vede che il fastidio per Matteo Salvini e gli italiani che lo votano lo ha mandato un po' in crisi. Ah, un'ultima notazione. Il professore, in un breve comunicato, ci ha spiegato che l'articolo su Wired è «del tutto svincolato dalla mia attività come direttore presso il Cnr». Ma allora come mai, sotto la sua firma, si legge: «Storico della medicina e bioeticista, Cnr e Sapienza Università di Roma»? Se il Cnr non c'entra, perché tirarlo in ballo? Mah... Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/intanto-il-suo-dipartimento-porta-i-ragazzini-dai-migranti-2588487540.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="intanto-il-suo-dipartimento-porta-i-ragazzini-dai-migranti" data-post-id="2588487540" data-published-at="1773240430" data-use-pagination="False"> Intanto il suo dipartimento porta i ragazzini dai migranti A inquietare davvero, nella vicenda che riguarda «Mister ossitocina» Gilberto Corbellini non sono tanto le sue idee sull'utilizzo combinato di ormoni e propaganda per spingere gli italiani ad aprirsi all'accoglienza. A far venire i brividi è il tasso di ideologia che egli esprime. Un'ideologia che, purtroppo, sembra influenzare anche l'attività del dipartimento di ricerca che dirige. Se si naviga sul sito del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr, si trova facilmente la sezione che indica gli «obiettivi generali» dell'istituzione. È quasi tutta dedicata all'immigrazione. Il sito spiega che il dipartimento, «nel prossimo futuro», prevede «in particolare lo sviluppo delle tematiche dedicate ai Migration Studies e all'Open Science». Le migrazioni, del resto, «rivestono un ruolo fondamentale nel panorama socio-economico e culturale internazionale. La ricerca sulle migrazioni trova il suo posto alle frontiere della scienza in quanto fa interagire l'innovazione tecnologica con l'innovazione sociale e culturale, dando valore aggiunto ai cittadini di una comunità globale». Ovviamente, l'atteggiamento da tenere nei confronti della migrazione è quello di apertura totale. Facciamo un paio di esempi, giusto per chiarire. Dovete sapere che al Dipartimento di scienze umane e sociali diretto da Corbellini fanno capo vari istituti. Uno di questi è l'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali. Il quale, nel dicembre 2017 (Corbellini ha assunto l'incarico a maggio di quell'anno) ha presentato un volume intitolato Migrazioni e integrazioni nell'Italia di oggi curato da Corrado Bonifazi. Il quale si perita di spiegare che «immaginare un futuro dell'Europa e dell'Italia senza immigrazioni sia del tutto irrealistico», anche perché «a livello globale, l'aumento demografico e di popolazione lavorativa si contrappone al calo europeo e italiano». Chiaro: abbiamo bisogno degli immigrati perché non facciamo più figli. L'abbiamo già sentita questa... Non è un caso che il Dipartimento di scienze umane (Dsu) sia stato scelto «come National contact point dello European migration network (Emn), la rete internazionale che ha il compito di fornire a cittadini e istituzioni informazioni aggiornate sui temi delle migrazioni e dell'asilo». Tra le tante iniziative di ambito migratorio, tuttavia, la più bella è quella che, nel febbraio scorso, ha organizzato l'Iliesi, un altro degli istituti che fanno capo al dipartimento di Corbellini. Nel comunicato stampa uscito il 16 febbraio si legge: «All'interno del progetto “Alternanza scuola-lavoro: filosofia e migrazioni" promosso dal Cnr attraverso l'Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee (Iliesi) e dalla Società filosofica romana, il Centro di accoglienza straordinaria di via Salorno, a Roma, ha ospitato e incontrato questa mattina gli studenti del liceo Enriques di Ostia». In pratica, nell'ambito di un progetto di alternanza scuola lavoro, il Cnr ha portato gli studenti del liceo in gita al centro di accoglienza gestito da una coop (che, fra l'altro, maneggia non pochi soldi per la gestione dei richiedenti asilo). Sempre nel comunicato stampa, si legge che l'iniziativa - sponsorizzata pure dall'ex ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli - «prevede sia lezioni frontali al Cnr sia visite in alcuni luoghi che si occupano di migrazioni come centri di accoglienza, strutture della Caritas o giornali specializzati». A dirlo è Maria Eugenia Cadeddu, «responsabile del progetto Cnr migrazioni, plurilinguismo e trasmissione di saperi in area mediterranea». «Obiettivi del corso», si legge ancora, «sono da una parte stimolare l'interesse degli alunni verso il fenomeno delle migrazioni, [...] dall'altra venire a conoscenza di alcuni lavori come il ricercatore, l'avvocato nei centri di accoglienza, l'operatore sociale, il giornalista, il bibliotecario. Professionalità che, all'interno del progetto, i ragazzi dovranno impersonare». Certo, li formiamo per diventare operatori dei centri di accoglienza. Prendiamoli giovani, così non corriamo il rischio che diventino xenofobi. Curioso: ogni volta che si parla di studi sulle migrazioni, il punto di vista è sempre lo stesso, cioè favorevole all'accoglienza. Mai una volta che si prenda in considerazione una prospettiva diversa. L'8 marzo scorso - tanto per citare un altro caso - il dipartimento di Corbellini ha dato inizio a «un ciclo di seminari sui temi dell'accoglienza e dell'integrazione». Manco a dirlo, questi temi sono stati «affrontati principalmente dalla prospettiva dei migranti. In dialogo con i ricercatori Cnr, i migranti protagonisti degli incontri presenteranno esperienze, attività, idee per costruire una società multiculturale e inclusiva». Il 10 giugno, invece, un altro istituto (l'Ircres) ha organizzato un bell'incontro su come «costruire una comunità transnazionale di educatori per l'accoglienza dei giovani stranieri nella scuola». No, il problema non è (solo) l'ossitocina. A intossicare le persone, qui, è l'ideologia. E per questo non c'è alcuna cura. 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Il documento è del 2 maggio 2017. «A titolo di corrispettivo dell'incarico», si legge, «è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro, e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro, «che sarà attribuita in base ai criteri di cui alla deliberazione del Consiglio di amministrazione n. 16, del 30 gennaio 2014». «L'incarico», si legge ancora nel provvedimento, «ha una durata di quattro anni a decorrere dal primo maggio 2017, è a tempo pieno e prevede lo svolgimento delle funzioni di cui all'articolo 4 del Regolamento di organizzazione e funzionamento del Cnr». Vediamo ora, esaminando il rendiconto generale dell'esercizio finanziario 2017 del Cnr, quali sono le spese sostenute dal Dipartimento guidato da Corbellini, entrato in carica all'inizio di maggio. Il totale delle risorse impegnate nel 2017 per la gestione di competenza del Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale ammonta a 44.545.352 euro, i pagamenti a 43.627.274 euro. Vediamo le spese in dettaglio, riportando le voci e i relativi pagamenti. Sotto la voce redditi da lavoro dipendente si legge un totale di 34.475.277,75 euro mentre per acquistare beni e servizi sono stati sborsati lo scorso anno circa 5 milioni di euro. Se passiamo poi alla voce «rendiconto finanziario decisionale» si può ottenere qualche dettaglio in più. Per la ricerca di base sono stati messi a budget quasi 8 milioni di euro, mentre per la ricerca e sviluppo legata all'istruzione la somma è stata di 1,4 milioni di euro. Così a scendere fino 29.000 euro che è stato il budget legato alla voce «R&S per gli affari economici». Da segnalare anche la voce «ricerca e sviluppo per la protezione dell'ambiente» con 182.029 euro e «ricerca e sviluppo per abitazioni e assetto territoriale» con un budget 36.368 euro. Questi dunque sono lo stipendio di Corbellini e il dettaglio del bilancio del Dipartimento che dirige. Corbellini, lo ricordiamo, pochi giorni fa sul sito Wired ha pubblicato un articolo che dai contenuti clamorosi. Secondo lo storico della medicina e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, «il fenomeno migratorio dal Medioriente verso l'Europa ha generato un cambiamento culturale e morale nell'antico continente, creando una divisione tra chi è a favore e chi è contro l'immigrazione. Per l'ennesima volta nella storia umana siamo di fronte a un evento che scatena comportamenti innati e vede in lotta tra loro, nei cervelli umani, i naturali impulsi xenofobi e quelli altruisti. Le dinamiche neurobiologiche che negoziano il peso relativo di altruismo e xenofobia non sono del tutto chiare. Appunto, la stessa persona può comportarsi altruisticamente dato un contesto, ed esprimere sentimenti xenofobi o razzisti in un altro. Quali sono», si chiede Corbellini, «i fattori che influenzano questi switch?» «Lo stimolo combinato», aggiunge Corbellini, «di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», ha scritto ancora il professore, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia. L'esperienza mostra che il livello di ossitocina nel sangue aumenta durante l'interazione sociale e le attività condivise. Date le giuste circostanze, cioè a fronte di comportamenti altruistici di innesco, elevare i livelli di ossitocina potrebbe quindi promuovere l'accettazione e l'integrazione dei migranti nelle culture occidentali». Carlo Tarallo
Nel riquadro, il magistrato Gabriele Di Maio (Imagoeconomica)
Gabriele Di Maio, Magistrato tributario, già magistrato ordinario
«Sentiamo prima cosa dice il pm». Anni Novanta, siamo tutti seduti al tavolo della Camera di consiglio della Prima sezione penale del tribunale di Salerno. Il presidente della Sezione ha appena invitato l’avvocato a esporre le proprie argomentazioni difensive, ma questi, dopo avere pronunciato la frase appena citata, mi fissa e attende che parli prima io, vuole giustamente avere l’ultima parola dopo quella dell’accusa. Solo che io non sono il pm (il quale non si è presentato). Non sono più un pm da un paio di giorni. Mi sono trasferito dalla Procura al tribunale e sono stato «parcheggiato» provvisoriamente in quel collegio penale in attesa di una collocazione definitiva. Segue un silenzio imbarazzato, il presidente mi guarda, io guardo il presidente sperando chiarisca, ma non lo fa. Balbetto allora un «ehm… non faccio più il pm, ora faccio il giudice». L’avvocato capisce, mi lancia uno sguardo e continua il suo lavoro. Solo uno sguardo. Non una protesta, una critica, un commento negativo. Solo uno sguardo. Uno sguardo che non saprei definire esattamente, ma nel quale intravedo chiaramente la delusione, la composta disapprovazione, lo sconforto. Uno sguardo che mi fa avvertire che c’è qualcosa di stonato, che non mi trovo nel posto giusto, che mi fa sentire a disagio.
Un disagio che mi spingerà subito a chiedere, ottenendolo, di essere collocato in un settore diverso, anche se ciò mi costringerà a buttare via un bagaglio penalistico costruito in anni di studi e lavoro per affrontare un’impegnativa riconversione in un ambito del tutto nuovo. Ecco, è stato quello il giorno in cui ho iniziato a comprendere l’importanza della separazione tra giudice e pm e le esigenze di civiltà giuridica che la rendono preferibile.
Vi sono aspetti apparentemente minimali, ma che possono costituire potenti espressioni di civiltà giuridica, e lo si comprende al volo. Avere fatto scendere il pm dal banco del giudice a quello di fianco al difensore dell’imputato non è stato un insignificante cambiamento di seduta; è stato un rappresentare con evidenza il cambiamento da un rito inquisitorio nato in un regime illiberale a un processo caratterizzato dalla parità delle parti, poste di fronte a un giudice terzo come ora imposto dall’articolo 111 della Costituzione. È qualcosa che si comprende appunto già a uno sguardo.
Ebbene, la riforma è - insieme ad altre cose non meno importanti - il logico e coerente completamento di questo stesso percorso avviato con l’introduzione del rito accusatorio, come volevano Giuliano Vassalli e Giovanni Falcone. Un nuovo assetto che si può giustificare con molteplici, pregevoli argomenti giuridici, come quelli fondati sull’articolo 111 o sul punto 10 delle «Guidelines on the Role of prosecutors» dell’Onu del 1990 (dove si legge che «l’ufficio del pubblico ministero deve essere rigorosamente separato dalle funzioni del giudice»). Come pure evidenziandone gli apprezzabili vantaggi funzionali (ad esempio, molto meglio che sia un giudice a valutare la validità dell’organizzazione di un tribunale civile piuttosto che un pm tale a vita e che nulla conosce di detta organizzazione).
Un assetto che, in realtà, non è nemmeno contrastato da alcun valido argomento contrario, posto che resta ferma l’indipendenza della magistratura (anzi rafforzata sia sul versante esterno che quello interno) e vengono mantenuti tutti i poteri giudiziari, nonché di autogoverno in mano a maggioranze togate. Un assetto che, tuttavia, a monte di tutto questo, non dovrebbe avere bisogno nemmeno di particolari giustificazioni, perché riassumibili in sole due parole. Quelle di un avvocato il quale, intervenendo in una delle tante interminabili disquisizioni giuridiche di questi giorni sul tema, ha semplicemente scritto: «È una questione di civiltà giuridica». Qualcosa che si dovrebbe quindi capire di per sé. Qualcosa che non può non spingerci a differenziarci da quelle poche dittature che ancora hanno un assetto di unicità di carriere e ad avvicinarci alle grandi democrazie occidentali con separazione delle carriere. Qualcosa che ci fa intuire che il pm e il giudice, a partire da quello delle indagini preliminari, non possono stare nella stessa squadra. Come ha ora affermato anche Antonio Di Pietro, sulla base della sua nota esperienza. Già solo per una questione riassumibile in due parole: civiltà giuridica.
Però la riforma non si occupa solo della separazione delle carriere, ma anche della giustizia disciplinare. Ricordo perfettamente il giorno in cui ho compreso che non funzionava. È stato il giorno nel quale mi sono trovato a difendere davanti alla Sezione disciplinare del Csm un magistrato che era entrato in contrasto organizzativo con il presidente del tribunale in modo un po' «vivace». E il presidente (ovviamente nominato con il «placet» correntizio) se l’era legata al dito e aveva sollecitato l’apertura del procedimento disciplinare. Io avevo consigliato al collega di farsi difendere, come si usa, da un maggiorente correntizio, ma il mio consiglio non era stato ascoltato. Difatti, nella sala di attesa, i difensori degli altri incolpati erano per lo più noti «big» delle correnti, sembrava di stare a un congresso dell’Associazione nazionale magistrati. Difensori che non presentavano una parcella in denaro al «cliente», ma al momento giusto gli avrebbero chiesto il voto. Un voto a vantaggio della stessa corrente alla quale apparteneva il giudice disciplinare. Giudice che aveva nominato, come membro del Csm, il presidente «offeso». Credo sia inutile raccontare come sia andata a finire. Un giudice-amministratore, quindi, che giudica chi lo ha eletto o ne ha contrastato l’elezione, con inopportune contiguità «ambientali». Un giudice assolutamente al di fuori del modello imposto dall’articolo 111 e che finalmente la riforma rende autonomo e conforme a Costituzione.
Più arduo è individuare il giorno nel quale ho compreso le distorsioni del correntismo, con la conseguente necessità di un sorteggio per i membri del Csm. È stato quando ho visto preferire a Falcone (e a tanti altri bravi magistrati meno noti) candidati assolutamente non alla stessa altezza per logiche di potere correntizio? O quando è risultato impraticabile, e addirittura rischioso, tentare di ottenere dal Csm un intervento sulle disfunzioni organizzative create da dirigenti nominati con queste logiche non meritocratiche? È stato quando ho visto colleghi stimatissimi abbattersi umiliati perché gli era stato negato l’approdo in Cassazione concesso ad altri di non superiore valore? O quella volta che un magistrato validissimo mi confidò che il magistrato che gli aveva soffiato il posto di dirigente gli aveva detto di essere consapevole di essergli stato preferito ingiustamente solo per meriti correntizi? È stato quando Luca Palamara si presentò trionfante come rappresentante degli «anticorpi del sistema» con sul piatto la testa di pm allontanati dalle indagini scomode che stavano conducendo? Difficile dirlo.
È una consapevolezza maturata lentamente solo nel corso di anni. Sì, perché il sistema correntizio non si presenta al neo magistrato con la sua vera faccia. Lo accoglie (lo «educa») con i suoi uomini più brillanti che ne diventano presto dei riferimenti dei quali fidarsi. Gli offre aiuto e protezione. Gli fa capire che può essere «uno di loro» e fare il loro stesso cammino. Se mostra di meritarsele, gli assegna anche le cosiddette «medagliette», incarichi che renderanno più facile prevalere su altri. Poi inizia a presentargli i conti. Il voto, ovviamente. La partecipazione alle iniziative di partito. Perché le correnti sono dei veri e propri partiti in miniatura, con ben note connotazioni ideologiche. E poi tutto quello che può essere funzionale alla corrente. Fino a formare i «Palamara» di turno che ne costituiranno la casta dirigente superiore. Se fai notare che ci sono cose che non vanno, il sistema ti risponde che la colpa è sempre di quelli delle altre correnti cattive. Se non ti schieri, sarai superato dagli schierati e non potrai nemmeno pensare di accedere a determinati incarichi. Se ti schieri contro... vi lascio immaginare. Le vicende di Clementina Forleo o di Alfredo Robledo sono indicative.
Allora, finalmente, capisci. Che è un sistema malato e inaccettabile, il quale non si cura solo cacciando Palamara. Un sistema fondato sulla ricerca e il mantenimento di un consenso elettorale che non può che privilegiare logiche di appartenenza a discapito del principio costituzionale di imparzialità e sfornare a ripetizione i Palamara che le applichino. Quelle stesse logiche che, come ha affermato il presidente Sergio Mattarella, dovrebbero, invece, essere, appunto per dettato costituzionale, estranee all’ordine giudiziario. La riforma, con il sorteggio, espelle queste logiche dall’autogoverno e ci offre imparzialità e meritocrazia, senza più attendere le vergognose quadre spartitorie, a tutto vantaggio della funzionalità degli uffici e quindi dei cittadini che a essi si rivolgono per avere giustizia.
Io ho lottato strenuamente per cambiare questo sistema, a un certo punto anche assumendo incarichi di corrente e di autogoverno. Ma ho capito che non era possibile cambiarlo e che era semmai il sistema che avrebbe potuto cambiare me. Prima che accadesse, ho allora deciso di lasciare l’Anm, con intuibili costi. Era il marzo del 2006, 20 anni fa, molto prima delle vicende giudiziarie di Palamara. Almeno per non essere complice di quel sistema. E, da un paio di anni, sono transitato in altra magistratura, scelta dolorosa che, una volta, per me sarebbe stata impensabile, ma coerente con la mia presa di distanza.
La speranza è che i cittadini, ai quali questo referendum ne offre ora la possibilità, scelgano il cambiamento che né io, né altri magistrati come me, siamo riusciti a ottenere benché sia un sistema indifendibile e che una potentissima casta correntizia della quale la magistratura è ostaggio difende essenzialmente con fandonie e scorrettezze.
Ora siete voi il giudice. Mi auguro che la vostra decisione sia un Sì.
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Gli eurodeputati di Fratelli d'Italia e del gruppo European Conservatives and Reformists Group formano un grande «Sì» umano nel cortile del Parlamento europeo di Strasburgo. Carlo Fidanza: «La riforma allinea l’Italia all’Europa». Nicola Procaccini: «Occasione che non avremo per generazioni».
Nel cortile interno del Parlamento europeo di Strasburgo, tra le arcate della torre circolare dell’edificio Louise Weiss, un gruppo di eurodeputati ha formato con i propri corpi una grande scritta «Sì». È il flashmob organizzato oggi da Fratelli d'Italia insieme ai rappresentanti del gruppo European Conservatives and Reformists Group a sostegno del referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo.
L’iniziativa si è svolta nell’Agora Bronislaw Geremek, lo spazio ovale all’interno dell’Eurocamera, dove gli eurodeputati hanno alzato cartelli con la scritta «Sì, Riforma», componendo simbolicamente la parola che richiama il voto favorevole al quesito referendario.
Secondo il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, il voto rappresenta un passaggio importante per avvicinare l’Italia agli standard europei. «Il Sì alla riforma della giustizia ci allinea all’Europa», ha dichiarato, sottolineando che nella maggior parte dei Paesi membri dell’Unione – 25 su 27 – è già prevista la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. Un modello che, secondo Fidanza, consentirebbe di rafforzare anche il principio di terzietà e imparzialità del giudice, già sancito dai trattati europei. Sulla stessa linea anche Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr a Bruxelles. Procaccini ha definito il referendum «un’occasione che non avremmo più per generazioni», parlando della possibilità di separare i ruoli tra chi accusa e chi giudica e di superare l’influenza delle correnti interne alla magistratura.
L’azione simbolica a Strasburgo arriva a pochi giorni dal voto referendario e si inserisce nella campagna politica che il partito sta portando avanti a sostegno della riforma della giustizia.
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Ordinanze giudiziarie, bimbi costretti allo choc di essere allontanati dai genitori e ora emergono anche incongruenze tra le perizie delle Asl. «Un'immagine metaforica di un fallimento istituzionale». Così lo psichiatra Tonino Cantelmi descrive l'allontanamento forzato di Catherine dai suoi figli.
Sara Kelany (Fdi)
«C’è una contiguità tra l’antagonismo nostrano e il fondamentalismo islamico, cui certi gruppi strizzano l’occhio. Ma soprattutto, e sottolineo purtroppo, c’è una benevolenza da parte di alcune forze politiche nei confronti di queste realtà perché in esse trovano un bacino di voti». La denuncia è di Sara Kelany, deputato di Fratelli d’Italia e responsabile del Dipartimento Immigrazione del partito. L’occasione è la conferenza stampa organizzata ieri, martedì 10 marzo in Senato dalla senatrice Fdi Ester Mieli e moderata dal direttore de il Tempo Daniele Capezzone per denunciare il rapporto ambiguo tra gli antagonisti violenti e l’antisemitismo. Mieli ha spiegato: «Francesca Albanese racconta tutti i mali di questa legge, (ddl antisemitismo, ndr) la definisce una vergogna e una legge bavaglio. Le stesse dichiarazioni le ho ritrovate sui post dei gruppi antagonisti che andranno in piazza nei prossimi giorni: sono menzogne, pure menzogne. C'è un legame? Probabilmente c'è il racconto di chi vuole a tutti i costi andare contro il governo». Lo stesso vale per il presidente dei senatori, Lucio Malan che coinvolge nel discorso il leader dei 5 stelle: «Giuseppe Conte in un video disse che gli ebrei italiani devono dissociarsi da Israele altrimenti sono colpevoli di sistematico genocidio. Questo è l'antisemitismo travestito da antisionismo». E poi denuncia: «Nella pagina Facebook dei Giovani Democratici di Bergamo ancora si legge il cartello ‘meglio maiale che sionista’». Per il senatore Alberto Balboni è necessaria una legge sull’antisemitismo perché serve a «contrastare la diffusione dell'odio, a prevenirlo e anche a garantire la sicurezza dei luoghi nei quali le persone di religione ebraica si ritrovano: le sinagoghe, le scuole, le università». Per il responsabile, “c’è sicuramente un problema di sicurezza nazionale dovuto a realtà antagoniste» il pensiero del responsabile dell’Organizzazione di Fratelli d’Italia, l’onorevole Giovanni Donzelli.
La conferenza è servita soprattutto a cogliere la deriva a cui tutto questo potrebbe portare, spiegata benissimo da Alexandre Devecchio, giornalista di Le Figaro intervenuto da remoto al dibattito. «In Francia c’è un problema di islamizzazione e antisemitismo che è già molto più grave che in Italia, si veda ad esempio l’attentato del 2012 che abbiamo avuto contro una scuola dove sono stati uccisi bambini ebrei di meno di 10 anni, oppure l’attentato all’hyper kasher contestualmente a Charlie Hebdo, tutta una serie di attentati che hanno preso di mira gli ebrei, l’ultimo l’omicidio di una donna uccisa dal vicino di casa al grido di Allah Akbar, questo è stato l’urlo con cui l’ha uccisa. Nelle banlieu francesi islamizzate gli ebrei sono dovuti scappare, ad oggi non ci sono più bambini e ragazzi ebrei iscritti alla scuola pubblica a causa di questi movimenti islamici veramente pericolosi che si sono sviluppati in Francia. Questo antisemitismo islamista in Francia è diventato violento è un movimento che uccide, è un movimento pericoloso, e la cosa grave è che è incoraggiato da una certa parte dell’estrema sinistra che in nome dell’islamofobia tollera questi tipi di comportamento. In Francia, la France Insoumise, che è il primo partito di sinistra in Francia è a tutti gli effetti un partito di “islamo-sinistra” che critica la politica di Nethanyahu e flirta con Hamas sostenendo che non sia un’organizzazione terrorista ma un gruppo di resistenza contro Israele. C’è una connessione tra questa sinistra e gli islamisti ed è effettivamente un progetto politico che mira ad attirare i musulmani per ottenere voti. Effettivamente a Parigi si fa un discorso anche demografico, una scommessa demografica che questo partito fa, perché questa ondata migratoria sostenuta dalla sinistra potrebbe trasformarsi in un numero di voti sufficienti per guadagnare moltissimi voti e quindi moltissimi seggi. La sinistra in Francia ha perso il sostegno delle classi popolari, quindi ottenere questi voti dai quartieri islamici potrebbe diventare una mossa strategica. Le classi popolari hanno cominciato a votare la destra in Francia, quindi l’idea è che gli immigrati possano far guadagnare consensi e far tornare la sinistra al potere. È un progetto molto pericoloso perché in Francia l’immigrazione in passato ma anche ora è stata massiccia e ci sono città e quartieri che sono totalmente islamizzate e radicalizzate. Questo in Francia è diventato davvero un problema di partizione territoriale, è una situazione insostenibile e pericolosa che la sinistra incoraggia incoraggiando di fatto il separatismo».
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